Economia
Libano, poliziotti assaltano una banca per il mancato pagamento dei salari
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Anche un gruppo di agenti, come in passato privati cittadini, ha fatto irruzione in un istituto rivendicando il versamento dello stipendio. Dietro gli assalti il blocco dei conti correnti, la crisi economica e il crollo della valuta locale che ieri ha registrato un nuovo minimo storico. Dal 2019 ha perso quasi il 90% del valore.
La crisi economica, il blocco dei conti correnti bancari e il deprezzamento progressivo della moneta locale, che ieri ha fatto registrare un nuovo record negativo, spingono un numero crescente di libanesi sulla soglia della povertà, e della disperazione.
Da qui la decisione di assaltare gli istituti di credito, nel tentativo di recuperare parte del patrimonio. Casi sempre più frequenti nell’ultimo periodo, e che ieri hanno visto protagonisti anche alcuni agenti di polizia a Tiro, nel sud del Paese, che hanno assaltato una sede locale della Società generale della Banca del Libano rivendicando il pagamento dello stipendio.
Ieri si è consumata un’altra giornata di proteste, con la lira che ha toccato un nuovo minimo, alimentando ulteriore malcontento fra la popolazione. Secondo quanto riferisce la National News Agency, stavolta ai comuni cittadini si è unito anche un gruppo di agenti di polizia – anch’essi frustrati per il mancato versamento del salario mensile – che hanno assaltato gli sportelli della banca nel tentativo di recuperare il denaro.
Nell’ultimo anno il Paese dei cedri ha registrato una vera e propria escalation di rapine a mano armata e di assalti agli istituti di credito, con i cittadini ormai esasperati dal collasso economico e dalle restrizioni all’accesso ai conti. Ad alimentare la crisi la corruzione diffusa, il controllo dei capitali, la svalutazione della moneta locale e il mancato pagamento della quota in dollari dei salari dei dipendenti pubblici.
Inoltre, dall’inizio della crisi nel 2019 la lira libanese ha perso quasi il 90% del proprio valore, spingendo cittadini esasperati ad assaltare e incendiare le banche e, queste ultime, a indire una serrata ai primi del mese interrotta solo la scorsa settimana. Nel mirino il capo della Banca centrale Riad Salameh, egli stesso accusato di corruzione e di appropriazione indebita di capitali per milioni, tanto da essere finito sotto inchiesta in Francia e Svizzera.
Una fonte giudiziaria, rilanciata da L’Orient Today, riferisce di una «apertura a breve di una inchiesta» a suo carico. Un tentativo di preservare i «diritti» dello Stato libanese verso i beni che sarebbero stati – almeno questa è l’accusa – sottratti indebitamente dall’alto funzionario, anche se al momento non si conoscono ulteriori particolari e gli inquirenti oppongono il segreto istruttorio.
Nei giorni scorsi il quotidiano elvetico SonntagsZeitung accusava Salameh di essersi intascato oltre 500 milioni di dollari, depositati in almeno 12 istituti bancari in Svizzera. Lo scorso anno era stato accusato di indebito guadagno, ma l’inchiesta non è mai sfociata in un interrogatorio mentre il sospettato ha sempre respinto al mittente le accuse.
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Economia
Grecia e Malta si oppongono alle ultime sanzioni UE alla Russia
Grecia e Malta si oppongono alla proposta dell’Unione Europea di vietare tutti i servizi marittimi legati al petrolio greggio russo, configurandosi come i principali ostacoli all’approvazione del 20° pacchetto di sanzioni del blocco nei confronti di Mosca.
La misura in discussione, avanzata dalla Commissione europea la scorsa settimana, sostituirebbe l’attuale price cap del G7 con un divieto assoluto su tutti i servizi di trasporto, assicurazione e portuali forniti dall’UE per il petrolio greggio russo, a prescindere dal prezzo di acquisto.
Lunedì, nel corso di una riunione degli ambasciatori dell’UE, Grecia e Malta hanno manifestato le loro riserve, temendo che tale cambiamento possa arrecare gravi danni al settore marittimo europeo e contribuire a un aumento dei prezzi dell’energia, come riportato da Bloomberg sulla base di fonti informate.
Secondo Lloyd’s List, autorevole pubblicazione del settore con sede a Londra, i funzionari della Commissione europea stanno attualmente conducendo negoziati interni con Atene e La Valletta. Dati analitici della testata indicano che le petroliere di proprietà o sotto controllo di armatori dell’UE – nella stragrande maggioranza greci – hanno gestito il 19% delle spedizioni di petrolio russo nel mese scorso.
La Grecia possiede la flotta di petroliere più grande al mondo. Un divieto totale sui servizi renderebbe immediatamente queste navi incapaci di trasportare petrolio russo, anche quello acquistato legalmente al di sotto del tetto attuale di 44,10 dollari al barile, provocando l’annullamento di numerosi contratti e perdite economiche rilevanti per l’industria navale ellenica.
Malta, d’altra parte, amministra uno dei registri navali più estesi a livello globale. La proposta di divieto metterebbe a rischio le entrate derivanti dal suo ruolo di Stato di bandiera.
Il ventesimo pacchetto di sanzioni dovrebbe essere finalizzato entro il 24 febbraio, esattamente quattro anni dopo l’escalation del conflitto in Ucraina. Grecia e Malta dispongono di diritto di veto sulle decisioni in materia di sanzioni dell’UE, per cui la misura non potrà essere adottata senza il loro consenso.
Dal 2022, i paesi occidentali hanno applicato sanzioni severe alla Russia, colpendo in particolare il suo commercio petrolifero attraverso il price cap sulle spedizioni e la black list di singole navi.
Le autorità occidentali accusano Mosca di aver creato una cosiddetta “flotta ombra”. Nelle scorse settimane, marine statunitense, britannica e francese hanno sequestrato diverse petroliere sospettate di violare le sanzioni. Il Regno Unito starebbe inoltre preparando il lancio di una flotta di droni marittimi per intercettare e sequestrare imbarcazioni collegate alla Russia.
I funzionari russi hanno definito questi sequestri una «palese violazione» del diritto internazionale marittimo. Mosca sostiene inoltre che le sanzioni non abbiano raggiunto gli obiettivi prefissati e che la Russia sia riuscita ad adattarsi con successo alle restrizioni imposte.
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Economia
COVID, Ucraina e dazi USA costano alla Germania 1 trilione di dollari
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Economia
Xi chiede che lo yuan diventi la valuta di riserva globale
Il presidente cinese Xi Jinping ha affermato che lo yuan (renminbi) deve acquisire lo status di valuta di riserva globale.
A seguito dell’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, lo yuan è diventato la seconda valuta più impiegata per il finanziamento del commercio internazionale, superata solo dal dollaro. Le sanzioni imposte a Mosca hanno infatti spinto numerosi paesi a ricorrere sempre più spesso alle valute nazionali negli scambi bilaterali. Nonostante ciò, il ruolo dello yuan nelle riserve ufficiali delle banche centrali rimane ancora marginale.
In un articolo pubblicato sabato sulla rivista del Partito Comunista Qiushi, Xi ha scritto che Pechino necessita di «una moneta forte, ampiamente utilizzata nel commercio e negli investimenti internazionali, nei mercati valutari e dotata dello status di valuta di riserva globale».
Il leader cinese ha inoltre sottolineato la necessità di una «banca centrale potente» a sostegno dello yuan.
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Secondo Xi, tali trasformazioni sono indispensabili affinché la Cina possa diventare una vera «potenza finanziaria», dato che l’attuale sistema monetario del paese è «ampio, ma non sufficientemente forte».
La scorsa estate, il governatore della Banca popolare cinese Pan Gongsheng ha messo in guardia contro «un’eccessiva dipendenza» dal dollaro statunitense. Ha evidenziato la crescente influenza dello yuan e previsto che «in futuro il sistema monetario globale potrebbe evolversi verso un modello in cui poche valute sovrane coesistono, competono tra loro e si controllano e bilanciano reciprocamente».
La settimana scorsa l’Autorità federale tedesca di vigilanza finanziaria (BaFin) ha lanciato un allarme: lo status del dollaro come principale valuta di riserva mondiale potrebbe essere messo in discussione già nel 2026, a causa della scarsità di finanziamenti, degli shock geopolitici e della crescente politicizzazione della moneta americana.
L’avvertimento è giunto in un contesto di forte ribasso del Bloomberg Dollar Spot Index, che ha registrato il calo più marcato da aprile, dopo l’annuncio del presidente statunitense Donald Trump di imporre dazi doganali su scala globale.
Trump aveva in precedenza minimizzato le preoccupazioni sulla debolezza del dollaro, sostenendo che la valuta «sta andando alla grande» e che dovrebbe essere lasciata «trovare il proprio livello».
Stando ai dati del Fondo Monetario Internazionale, nel terzo trimestre del 2025 il dollaro rappresentava circa il 57% delle riserve valutarie globali, l’euro il 20% e lo yuan appena l’1,93%.
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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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