Pensiero
L’Europa e il Nuovo Ordine Mondiale secondo il cardinale Ratzinger
Renovatio 21 pubblica il testo del discorso che Joseph Ratzinger, allora cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, pronunziò a Cernobbio l’8 settembre 2001, tre giorni prima della distruzione delle Torri Gemelle.
Questo scritto – destinato al noto evento dell’élite italiana e mondiale sul Lago di Como – circola da anni in rete, e mostra con evidenza le differenze ravvisabili tra il Ratzinger cardinale e il Ratinger papa, per non parlare del Ratzinger «papa emerito», condizione inflitta dal tedesco alla cristianità con la sua rinuncia nel 2013, forse a seguito di complotti indicibili che, pure usciti come scoop, il mondo pare essersi dimenticato.
Nel testo è chiaro come il cardinale Ratzinger avesse presente la questione dei programmi mondialisti di riduzione della popolazione (qui accennata con l’espressione «numerus clausus») e l’ascesa del gender, di cui già allora le menti cattoliche rimaste lucide potevano vedere la portata.
Tuttavia, è necessario sottolineare come le conferenze ONU del Cairo e di Pechino, che del gender furono trampolini di lancio (nonché, come raccontava monsignor Schooyans ne Il complotto ONU contro la vita, ripetuto esercizio di tiro al piccione contro il cattolicesimo, lo Stato Vaticano e i suoi rappresentanti) non siano perentoriamente condannate dal cardinale bavarese, che pare anche piuttosto benigno nei confronti dell’UE – c’è da capire che erano gli anni in cui il papato woytyliano, di cui il Ratzinger era grande stakeholder teologico-filosofico, brigava per ottenere da Bruxelles la famosa inserzione del cristianesimo come radice dell’Europa in documenti e dichiarazioni. Ratzinger, da cardinale, aveva espresso determinate posizioni definite dalla stampa come «intransigenti» – sulla Turchia in Europa, sul rapporto con le chiese scismatiche – sulle quali poi ha fatto 180° da papa. Divenuto Benedetto XVI, Ratzinger avrebbe in altre occasioni accennato al Nuovo Ordine Mondiale – cosa che inquieta anche chi ricorda le parole di estrema lucidità che negli anni aveva pronunciato sull’Apocalisse e la possibile manifestazione «numerica» moderna.
L’idea esposta al seminario degli abbienti di Cernobbio secondo cui la dignità umana – concetto che è possibile ritenere politicamente fondamentale per un cristiano – costituisca un «assoluto» – quando assoluto, per logica, è solo Iddio – costituisce uno scivolamento verso l’antropocentrismo tipico del pensiero post-conciliare, che avvicinò la chiesa sempre più al «dirittoumanismo» tipico dell’ONU, una tendenza che ci ha portati dritti all’era Bergoglio con la chiesa trasformata in una mega-ONG che si occupa, più che della dignità data all’uomo da Dio, di immigrazione e «diritti» vari, sempre più spesso quelli genderisti.
Realtà che costituivano grandi avversari del papato, come l’ONU, ora sono entrati in sovrapposizione totale con la Santa Sede. Si tratta del senso finale di una cospirazione che va avanti da secoli: uccidere Dio, innalzare l’uomo. Per poi, ovviamente, uccidere anche l’uomo – perché esso, invariabilmente, è Imago Dei, immagine del Signore.
RDB
Cosa è l’Europa? Cosa può e deve essere nel quadro complessivo della situazione storica, nella quale ci troviamo all’inizio del terzo millennio cristiano? Dopo la Seconda Guerra Mondiale la ricerca di una identità comune e di una meta comune per l’Europa è entrata in una nuova fase.
Dopo le due guerre suicide, che nella prima metà del ventesimo secolo avevano devastato l’Europa e coinvolto il mondo intero, era divenuto chiaro, che tutti gli Stati europei erano perdenti in questo terribile dramma e che si doveva fare qualunque cosa per evitare la sua ulteriore ripetizione.
L’Europa era sempre stata in passato un continente di contrasti, sconvolto da molteplici conflitti. Il secolo diciannovesimo aveva poi portato con sé la formazione degli Stati nazionali, i cui interessi contrastanti avevano dato una dimensione nuova alla contrapposizione distruttiva.
L’opera di unificazione europea era determinata essenzialmente da due motivazioni.
Di fronte ai nazionalismi che dividevano e di fronte alle ideologie egemoniche, che avevano radicalizzato la contrapposizione nella Seconda Guerra Mondiale, la comune eredità culturale, morale e religiosa dell’Europa doveva plasmare la coscienza delle sue nazioni e dischiudere come identità comune di tutti i suoi popoli la via della pace, una via comune verso il futuro.
Si cercava una identità europea, che non doveva dissolvere o negare le identità nazionali, ma unirle invece a un livello di unità più alto in una unica comunità di popoli.
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La storia comune doveva essere valorizzata come forza creatrice di pace. Non vi è alcun dubbio che presso i padri fondatori dell’unificazione europea l’eredità cristiana era considerata come il nucleo di questa identità storica, naturalmente non nelle forme confessionali; ciò che è comune a tutti i cristiani sembrava comunque riconoscibile al di là dei confini confessionali come forza unificante dell’agire nel mondo.
Non sembrava neppure incompatibile con i grandi ideali morali dell’illuminismo, che avevano per così dire messo in risalto la dimensione razionale della realtà cristiana e al di là di tutte le contrapposizioni storiche sembrava senz’altro compatibile con gli ideali fondamentali della storia cristiana dell’Europa.
Nei singoli particolari questa intuizione generale non è mai stata ben chiarita del tutto con evidenza; in questo senso sono rimasti qui dei problemi, che esigono di essere approfonditi. Nel momento degli inizi tuttavia la convinzione della compatibilità fra le grandi componenti dell’eredità europea era più forte dei problemi, che esistevano al riguardo.
A questa dimensione storica e morale, che stava all’inizio della unificazione europea, si univa però anche una seconda motivazione.
Il dominio europeo sul mondo, che si era espresso soprattutto nel sistema coloniale e nelle conseguenti connessioni economiche e politiche, con la fine della Seconda guerra mondiale era definitivamente concluso: in questo senso l’Europa come insieme aveva perduto la guerra.
Gli Stati Uniti d’America campeggiavano ora sulla scena della storia mondiale come potenza dominatrice, ma anche il Giappone sconfitto divenne una potenza economica di pari livello, e finalmente l’Unione Sovietica rappresentava con i suoi Stati satelliti un impero, sul quale soprattutto gli Stati del Terzo Mondo cercavano di appoggiarsi in contrapposizione all’America e all’Europa occidentale.
In questa nuova situazione i singoli Stati europei non potevano più presentarsi come interlocutori di pari livello. L’unificazione dei loro interessi in una struttura europea comune era necessaria, se l’Europa voleva continuare ad avere un peso nella politica mondiale.
Gli interessi nazionali dovevano unirsi insieme in un comune interesse europeo. Accanto alla ricerca di un’identità comune derivante dalla storia e creatrice di pace, si poneva l’autoaffermazione di interessi comuni, vi era quindi la volontà di divenire una potenza economica, ciò che rappresenta il presupposto della potenza politica.
Nel corso dello sviluppo degli ultimi cinquant’anni questo secondo aspetto dell’unificazione europea è divenuto sempre più dominante, anzi, quasi esclusivamente determinante. La moneta comune europea è l’espressione più chiara di questo orientamento dell’opera di unificazione europea: l’Europa si presenta come un’unità economica e monetaria, che come tale partecipa alla formazione della storia e reclama un suo proprio spazio.
Karl Marx ha proposto la tesi secondo cui le religioni e le filosofie sarebbero solo sovrastrutture ideologiche di rapporti economici. Ciò non corrisponde totalmente alla verità, si dovrebbe piuttosto parlare di un’influenza reciproca: atteggiamenti spirituali determinano comportamenti economici, situazioni economiche influenzano poi e loro volta retroattivamente modi di vedere religiosi e morali.
Nell’edificazione della potenza economica Europa – dopo gli inizi di orientamento più etico e religioso – era determinante in modo sempre più esclusivo l’interesse economico. Ma ora si rivela nondimeno in modo sempre più chiaro che all’edificazione di strutture e di imprese economiche si accompagnano anche decisioni culturali, che all’inizio sono presenti in modo quasi irriflesso, ma poi esigono con forza di essere chiarificate in modo esplicito.
Le grandi conferenze internazionali come quelle del Cairo e di Pechino sono espressione di una tale ricerca di criteri comuni dell’agire, sono qualcosa di più che una manifestazione di problemi. Le si potrebbero definire come una sorta di concili della cultura mondiale, nel corso delle quali dovrebbero venire formulate certezze comuni ed essere elevate a norme per l’esistenza dell’umanità.
La politica della negazione o della concessione di aiuti economici è una forma di imposizione di tali norme, al riguardo delle quali ci si preoccupa soprattutto del controllo della crescita della popolazione mondiale e dell’obbligatorietà universale dei mezzi previsti per questo scopo.
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Le antiche norme etiche della relazione fra i sessi, come vigevano in Africa nella forma delle tradizioni tribali, nelle grandi culture asiatiche come derivate dalle regole dell’ordine cosmico e nelle religioni monoteistiche a partire dal criterio dei dieci comandamenti, vengono dissolte attraverso un sistema di norme, che da una parte si fonda sulla piena libertà sessuale, dall’altra però ha come contenuto fondamentale il «numerus clausus» della popolazione mondiale e i mezzi tecnici predisposti allo scopo. Una tendenza analoga si riscontra nelle grandi conferenze sul clima.
In entrambi i casi l’elemento che spinge a ricercare norme è il timore di fronte al carattere limitato delle riserve dell’universo. In entrambi i casi si tratta da una parte di difendere la libertà del rapporto umano con la realtà, ma dall’altra di arginare la conseguenza di una libertà illimitata.
Il terzo tipo di grandi conferenze internazionali, l’incontro delle potenze economiche dominanti per la regolazione dell’economia divenuta globale è diventato il campo di battaglia ideologico dell’era postcomunista. Mentre da una parte tecnica ed economia sono intese come veicolo della libertà radicale degli uomini, la loro onnipresenza con le norme ad essa inerenti viene ora avvertita come dittatura globale e combattuta con una furia anarchica, nella quale la libertà della distruzione si presenta come un elemento essenziale della libertà umana.
Che cosa significa tutto questo per il problema dell’Europa? Significa che il progetto orientato unilateralmente alla costruzione di una potenza economica ora di fatto produce da se stesso una specie di nuovo sistema di valori, che deve essere collaudato per saggiarne la sue capacità di durata e di creare futuro.
La Charta europea recentemente approvata potrebbe essere caratterizzata come un tentativo di trovare una via di mezzo fra questo nuovo canone di valori e i valori classici della tradizione europea.
Come una prima indicazione sarà certamente di aiuto. Ambiguità in punti importanti mostrano nondimeno in modo evidente la problematicità di un tale tentativo di mediazione. Una discussione di fondo sulle questioni soggiacenti non potrà essere evitata. Ciò non è possibile naturalmente nel quadro di questa relazione. Vorrei soltanto cercare di precisare un po’ meglio i problemi che si tratterà di affrontare.
I padri dell’unificazione europea dopo la Seconda guerra mondiale – come abbiamo visto – erano partiti da una fondamentale compatibilità dell’eredità morale del cristianesimo e dell’eredità morale dell’illuminismo europeo. Nell’illuminismo la concezione biblica di Dio era stata mutata in una duplice direzione sotto l’influsso della ragione autonoma: il Dio creatore e sostentatore, che continuamente sostiene e guida il mondo, era divenuto colui che semplicemente aveva dato inizio all’universo. Il concetto di rivelazione era stato abbandonato.
La formula di Spinoza «Deus sive natura» potrebbe essere considerata per molti aspetti come caratteristica della visione dell’illuminismo. Ciò significa però pur sempre che si credeva ad una specie di natura divinamente plasmata e alla capacità dell’uomo di comprendere questa natura e anche di valutarla come istanza razionale.
Il marxismo aveva invece introdotto una rottura radicale: l’attuale mondo è un prodotto dell’evoluzione senza una sua razionalità; il mondo ragionevole l’uomo deve solo farlo emergere dal materiale grezzo irragionevole della realtà.
Questa visione – unita alla filosofia della storia di Hegel, al dogma liberale del progresso e alla sua interpretazione socio-economica – condusse all’attesa della società senza classi, che doveva apparire nel progresso storico come prodotto finale della lotta delle classi e così divenne l’idea morale normativa ultimamente unica: è buono ciò che serve all’avvento di questa condizione di felicità, è cattivo ciò che vi si oppone.
Oggi ci troviamo in un secondo illuminismo, che non solo ha lasciato dietro di sé il «Deus sive natura», ma ha anche smascherato come irrazionale l’ideologia marxista della speranza e al suo posto ha postulato una meta razionale del futuro, che porta il titolo di nuovo ordine mondiale e ora deve divenire a sua volta la norma etica essenziale. Resta in comune con il marxismo l’idea evoluzionistica di un mondo nato da un caso irrazionale e dalle sue regole interne, che pertanto – diversamente da quanto prevedeva l’antica idea di natura – non può contenere in sé nessuna indicazione etica.
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Il tentativo di far derivare dalle regole del gioco dell’evoluzione anche regole del gioco per l’esistenza umana, quindi una specie di nuova etica, è in verità assai diffuso, ma poco convincente.
Crescono le voci di filosofi come Singer, Rorty, Sloterdijk, che ci dicono che l’uomo avrebbe ora il diritto e il dovere di costruire un mondo nuovo su base razionale. Il Nuovo Ordine Mondiale, della cui necessità non si potrebbe dubitare, dovrebbe essere un ordine mondiale della razionalità. Fin qui tutti sono d’accordo.
Ma cosa è razionale? Il criterio di razionalità viene assunto esclusivamente dalle esperienze della produzione tecnica su basi scientifiche. La razionalità è nella direzione della funzionalità, dell’efficacia, dell’accrescimento della qualità della vita.
Lo sfruttamento della natura, che vi è connesso, diviene sempre più un problema a motivo dei disagi ambientali che stanno divenendo drammatici. Con molta maggiore disinvoltura avanza frattanto la manipolazione dell’uomo su di se stesso.
Le visioni di Huxley divengono decisamente realtà: l’essere umano non deve più essere generato irrazionalmente, ma prodotto razionalmente. Ma dell’uomo come prodotto dispone l’uomo. Gli esemplari imperfetti vanno scartati, per tendere all’uomo perfetto, sulla via della pianificazione e della produzione.
La sofferenza deve scomparire, la vita essere solo piacevole. Tali visioni radicali sono ancora isolate, per lo più in molte maniere attenuate, ma il principio di comportamento, secondo cui è lecito all’uomo fare tutto ciò che è in grado di fare, si afferma sempre di più. La possibilità come tale diviene un criterio per sé sufficiente. In un mondo pensato in modo evoluzionistico è anche di per sé evidente che non possano esistere valori assoluti, ciò che è sempre cattivo e ciò che è sempre buono, ma la ponderazione dei beni rappresenta l’unica via per il discernimento di norme morali. Ciò però allora significa che scopi più elevati, presunti risultati ad esempio per la guarigione di malattie, giustificano anche lo sfruttamento dell’uomo, se solo il bene sperato appare abbastanza grande.
Ma così nascono nuove oppressioni, e nasce una nuova classe dominante. Ultimamente, del destino degli altri uomini, decidono coloro che dispongono del potere scientifico e coloro che amministrano i mezzi. Non restare indietro nella ricerca diviene un obbligo cui non ci si può sottrarre, che decide esso stesso la sua direzione.
Quale consiglio si può dare all’Europa e al mondo in questa situazione? Come specificamente europea in questa situazione appare oggi proprio la separazione da ogni tradizione etica e il puntare solo sulla razionalità tecnica e le sue possibilità.
Ma non diverrà in realtà un ordine mondiale con questi fondamenti un’utopia dell’orrore?
Non ha forse bisogno l’Europa, non ha forse bisogno il mondo proprio di elementi correttivi e partire dalla sua grande tradizione e dalle grandi tradizioni etiche dell’umanità?
L’intangibilità della dignità umana dovrebbe diventare il pilastro fondamentale degli ordinamenti etici, che non dovrebbe essere toccato.
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Solo se l’uomo si riconosce come scopo finale e solo se l’uomo è sacro e intangibile per l’uomo, possiamo avere fiducia l’uno nell’altro e vivere insieme nella pace. Non esiste nessuna ponderazione di beni che giustifichi di trattare l’uomo come materiale di esperimento per fini più alti.
Solo se noi vediamo qui un assoluto, che si colloca al di sopra di tutte le ponderazioni di beni, noi agiamo in modo veramente etico e non per mezzo di calcoli.
Intangibilità della dignità umana – ciò significa allora anche che questa dignità vale per ogni essere umano, che questa dignità vale per ciascuno che abbia un volto umano e appartenga biologicamente alla specie umana. Criteri di funzionalità non possono qui avere alcun valore. Anche l’essere umano sofferente, disabile, non ancora nato è un essere umano.
Vorrei aggiungere che a questo deve essere unito anche il rispetto per l’origine dell’uomo dalla comunione di un uomo e di una donna. L’essere umano non può divenire un prodotto. Egli non può essere prodotto, può solo essere generato. E perciò la protezione della particolare dignità della comunione fra uomo e donna, sulla quale si fonda il futuro dell’umanità, deve essere annoverata fra le costanti etiche di ogni società umana.
Ma tutto questo è possibile solo, se acquisiamo anche un senso nuovo per la dignità della sofferenza. Imparare a vivere significa anche imparare a soffrire. Perciò è richiesto anche rispetto per il sacro. La fedeltà nel Dio creatore è la più sicura garanzia della dignità dell’uomo. Non può essere imposta a nessuno, ma poiché è un grande bene per la comunità, può avanzare la pretesa del rispetto da parte dei non credenti.
È vero: la razionalità è un contrassegno essenziale della cultura europea. Con questa, da un certo punto di vista, essa ha conquistato il mondo, perché la forma di razionalità sviluppatasi innanzitutto in Europa informa oggi la vita di tutti i continenti. Ma questa razionalità può divenire devastante, se essa si separa dalle sue radici e innalza a unico criterio la possibilità tecnica di poter fare. Il legame con le due grandi fonti del sapere – la natura e la storia – è necessario.
Ambedue gli ambiti non parlano semplicemente di per sé, ma da entrambi può derivare un’indicazione di cammino. Lo sfruttamento della natura, che si ribella a un utilizzo indiscriminato, ha messo in movimento nuove riflessioni circa le indicazioni di cammino, che derivano dalla natura stessa.
Dominio sulla natura nel senso del racconto biblico della creazione non significa utilizzazione violenta della natura, ma la comprensione delle sue possibilità interiori ed esige così quella forma accurata di utilizzazione, nella quale l’uomo si mette al servizio della natura e la natura a servizio dell’uomo. L’origine stessa dell’uomo è un processo insieme naturale ed umano: nella relazione fra un uomo e una donna l’elemento naturale e quello spirituale si uniscono nello specificamente umano, che non si può disprezzare senza danno.
Così anche le esperienze storiche dell’uomo, che si sono riflesse nelle grandi religioni, sono fonti permanenti di conoscenza, di indicazioni per la ragione, che interessano anche colui che non può identificarsi con nessuna di queste tradizioni. Riflettere prescindendo da esse e vivere senza prenderle in considerazione, sarebbe una presunzione, che alla fine lascerebbe l’uomo disorientato e vuoto.
Con tutto questo non si è data nessuna risposta conclusiva all’interrogativo circa i fondamenti dell’Europa. Si è voluto semplicemente tracciare le linee del compito, che ci sta davanti. Lavorarci è urgente.
Joseph Ratzinger
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Pensiero
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Intelligenza Artificiale
Elone trilionario, verso Marte e l’apocalisse
Elon Musk è divenuto il primo trilionario della storia umana. L’avvenimento è così unico che l’italiano non ha nemmeno una parola certa per il fenomeno: alcuni giornali scrivono triliardario. La confusione sul termine è generale: secondo l’uso, un trilione 10¹² è composto da mille miliardi nella scala anglosassone, oppure 10¹⁸ (un milione di bilioni, o un miliardo di miliardi) nell’italiano classico; un triliardo è 10²¹, cioè mille miliardi di miliardi, secondo la cosiddetta scala lunga della nostra lingua.
Come a dire che la cultura umana, la mente umana stessa, non è preparata per simili cifre: come l’elevazione a potenza, di cui difficilmente si percepisce la misura al di fuori della concentrazione matematica.
Il trilione raggiunto da Musk è 1.000 miliardi di dollari (se usassimo la scala ufficiale italiana, Musk sarebbe definito un «bilionario»), anzi per la precisione 1,11 trilioni, ottenuti grazie alla storica quotazione in borsa (IPO, nel gergo finanziario anglo) di SpaceX, l’azienda che produce razzi e satelliti – e non solo per uso civile.
Si realizza così la profezia proferita anni fa dal futurologo Peter Diamandis, fondatore di XPRIZE e serial entrepreneur nel settore spaziale (tra cui Planetary Resources per l’estrazione mineraria di asteroidi): il primo trilionario sarà un imprenditore spaziale. Eccolo.
Secondo i dati spalmati, tra stupore ed indignazione, sulla stampa mondiale, la crescita della fortuna di Musk nell’ultimo anno è stata di 1 milione di dollari al minuto. Secondo Oxfam, il patrimonio di Elon ha superato la ricchezza combinata del 46% più povero della popolazione mondiale (circa 3,8 miliardi di persone). Spendendo 1 miliardo di dollari all’anno (circa 2,7 milioni al giorno), Musk impiegherebbe oltre 1.000 anni a esaurire il suo intero patrimonio.
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Secondo i calcoli attuali, Musk ha superato i record storici dell’era moderna come John D. Rockefeller, il petroliere fondatore della Standard Oil considerato l’uomo più ricco della storia americana ed europea degli ultimi secoli. Rockefeller – discendente di una famiglia già dedita all’antiumanismo, contro il cui immane impero economico lo Stato americano lanciò delle leggi antitrust all’inizio del Novecento, quando sembrava potersi pigliare l’intera economia USA e non solo – al suo picco (circa nel 1937) controllava una ricchezza stimata oggi tra i 400 e i 500 miliardi di dollari se adeguata all’inflazione. Alcuni storici, calcolando la sua quota rispetto al PIL statunitense dell’epoca (circa l’1,5%), spingono il valore teorico fino a 900 miliardi. Elone ha superato stabilmente queste cifre.
Elon a questo punto vale tre volte il PIL del natìo Sudafrica (circa 400 miliardi di dollari), Paese con cui è in lotta, per il razzismo antibianco e perché lo esclude dai business come quelli di Starlink. Figuriamoci anche qualche proporzione europea: il PIL del Belgio ha un valore nominale di circa 776 miliardi di dollari, il PIL della Svezia si attesta a circa 760 miliardi di dollari, il PIL dell’Irlanda è 598 miliardi di dollari, il PIL della Danimarca è di circa 500 miliardi di dollari, il PIL del Portogallo è di circa 380 miliardi di dollari, il PIL della Svizzera ammonta a circa 935-940 miliardi di dollari. Il PIL nominale dell’Italia si aggira oggi intorno ai 2.370 miliardi di dollari (circa 2.200 miliardi di euro).
A questo punto, all’orizzonte può apparire solo Marco Licinio Crasso, il magnate della Roma antica che possedeva una fortuna stimata pari all’intero bilancio annuale dello Stato romano. Crasso, come diremo più sotto, è un esempio ben presente nella mente di Musk (cultore della Roma antica e indagatore della sua caduta), ma non per questioni di ricchezza economica.
La questione è che tutto questo Elone lo ha meritato. Un dato incontrovertibile che pure i goscisti con la bava alla bocca dovrebbero riconoscere: tutte le sue aziende hanno ottenuto risultati di crescita mai prima veduti. Qualcuno, in queste ore, ricorda quando non tanti anni fa, nel 2012, le azioni Tesla valevano 2 dollari: ora stanno a 406.
In quegli anni conosciuto ingegneri aerospaziali, con dottorati complicatissimi e una passione tale da mettersi a disegnare razzi durante le vacanze, che hanno tentato di spiegarmi che l’idea del razzo riutilizzabile era fisicamente impossibile, e Musk era quindi, semplicemente, «un pazzo»: ora grazie alla tecnologia – mai raggiunta dalle superpotenze nucleari durante la Guerra Fredda e dopo – SpaceX effettua più lanci orbitali di tutte le altre agenzie spaziali e aziende aerospaziali del mondo messe insieme. Con circa 170 lanci annui (eseguiti tramite la flotta Falcon e Starship), l’azienda domina incontrastata il mercato globale dei vettori spaziali, mentre l’intera Cina si aggira intorno ai 50 lanci e la Russia e l’Europa ne effettuano molte meno. La ragione è semplice: l’idea di Elone di rendere riutilizzabili i razzi ha abbattuto i costi della messa in orbita.
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Così SpaceX si è preso più di un primato, ma un nodo strategico globale, storico: lo Stretto di Ormuzzo verso lo spazio. Ha popolato l’orbita bassa (LEO) di circa 10.400 satelliti Starlink attivi e funzionanti, su un totale di oltre 12.100 satelliti lanciati da SpaceX a partire dal 2019. Può offrire internet ad altissima velocità a chiunque, in qualsiasi punto del globo. In pratica, un giorno potrebbe schioccare un dito e far sparire tutti i colossi telefonici della Terra – è un immane monopolio sulle telecomunicazione ancora solo potenziale, sottaciuto.
Ora Musk prepara, in relativo silenzio, un altro monopolio, forse ancora più determinante: quello sull’Intelligenza Artificiale. Lo spazio, è saltato fuori, sarà fondamentale per lo sviluppo delle macchine pensanti. Perché nello spazio il raffreddamento è gratis, come lo è, e ad abundantiam, l’energia solare – un grande pallino anche aziendale di Musk (aveva fondato la ditta di pannelli Solar City, poi confluita in Tesla), il quale è seguace convinto delle teorie dell’astronomo sovietico Nikolaj Kardashev, che ancora negli anni Sessanta classificava le civiltà possibili nell’universo in base alla capacità di controllare e sfruttare l’energia degli astri vicini al proprio pianeta di origine prima e poi di tutta la galassia.
Non si tratta più di fantascienza. Lo ha spiegato, in chiarezza, uno degli investitori più noti della nuova Silicon Valley, Shawn Maguire, già noto per il suo aperto supporto a Trump nonché per le posizioni sioniste ed anti-iraniane (la moglie è un’esule persiana).
«Nel 2019 era prevedibile che Starlink avrebbe funzionato e generato enormi profitti, e avevamo ragione. Ora ci troviamo in una situazione molto simile a quella di Starlink nel 2019 per quanto riguarda le infrastrutture di Intelligenza artificiale e il calcolo orbitale» ha dichiarato il Maguire al momento dell’IPO. «Credo che si stia sottovalutando il livello di sviluppo raggiunto dal prodotto di calcolo orbitale».
Shaun Maguire on @SpaceX IPO: “Starship is the railroad to space.”
“In 2019, it was very predictable that Starlink would work and produce a massive amount of revenue, and we called that right.”
“We’re now in a very similar point to where Starlink was in 2019 with AI… pic.twitter.com/K1YTTHhqXl
— KanekoaTheGreat (@KanekoaTheGreat) June 12, 2026
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Riguardo al mercato potenziale totale (TAM) di 22 trilioni di dollari cui aspirerebbe SpaceX, Maguire ha risposto: «qual è secondo lei il TAM per l’intelligenza artificiale? E per tutte le infrastrutture di calcolo tra 50 anni? (…) Si sta sottovalutando la quantità di infrastrutture che verranno costruite nello spazio e la facilità con cui sarà possibile accedere all’energia spaziale (…)Siamo all’inizio di quest’era dell’Intelligenza Artificiale e raddoppieremo o triplicheremo la quantità totale di informazioni a cui avremo accesso nel prossimo decennio, quindi sì, credo fermamente nel TAM, e oserei dire che è addirittura una sottostima».
E quindi, due tasselli dell’opera di Musk, lo spazio e l’AI, si stanno incontrando – producendo una potenza finanziaria, e non solo, mai vista. Non sono i soli. È ancora più rilevante capire come si inseriranno gli altri pezzi: ad esempio i robot umanoidi, prodotti da Tesla, che verranno certamente animati con l’IA di xAI, la quale, possiamo immaginare, ingurgita dati da X (fu Twitter), da Grok, e dai milioni di auto elettriche in circolazione – nell’attesa che un ulteriore salto di machine learning sia reso possibile a partire dai cervelli umani connessi al computer tramite il chip Neuralink.
Optimus, l’androide che Tesla sta mettendo in produzione, sarà, ha spiegato Musk, il più grande prodotto di sempre: ogni casa ne vorrà uno, perché fare le pulizie e gli altri lavori che i cittadini non vogliono più fare: ecco la disruption, la disintermediazione, non solo delle COLF ma anche della retorica degli immigrati.
È cosa nota che tali robot, una volta perfezionati, costituiranno la base per la colonizzazione di Marte, il fine dichiarato di Musk da quando, più di due decadi fa, si presentò ad una riunione della Mars Society (un’associazione, che raccoglieva anche qualche ex NASA, di menti che peroravano la causa dell’uomo sul pianeta rosso) lasciando giù una donazione da 5000 dollari, cifra mai vista prima dai marzianisti organizzati.
Musk ora ha il razzo per arrivare in terra marziana lo Starship, nota precedentemente come BFR («Big Fucking Rocket», «razzo fottutamente grande»), un astronave grande come un edificio, il cui lanciatore può pure riutilizzare. I primi a toccare il pianeta potrebbero essere non umani, ma umanoidi. Anche qualora per questioni di spettacolo ci mandassero degli astronauti, è chiaro che a rimanerci e fare il lavoro di costruire le basi dell’avamposto marziano saranno i robotti. Il Terraforming del pianeta rosso, cioè la sua trasformazione in ambiente antropico, con aria respirabile, passerà attraverso le aziende di Musk. Si tratta, materialmente, del più grande cambiamento prodotto dall’umanità, ed è pubblicamente incluso nella mission di SpaceX già nel 2022: «rendere la vita multiplanetaria», lo slogan ripetuto ancora oggi ad ogni pié sospinto dall’imprenditore auto-robo-informatico-spaziale.
Qui c’è da fare il primo caveat, che non crediamo altri stiano considerando – Elon Musk, ultra-natalista che meritoriamente attacca la Cultura della Morte e della sterilità arrivando a dire la verità sulla pillola, sugli psicofarmaci SSRI e sul catastrofismo malthusiano, forse non è solo concentrato sul primato della vita umana, ma su qualcosa che la trascende: la coscienza.
È quanto emerge da alcuni suoi discorsi riguardo alle sue credenze filosofiche e la loro storia all’interno del suo percorso umano. Da ragazzo, bullizzato e fors’anche traumatizzato dal divorzio dei genitori, andò in depressione nera, contemplando le cose estreme. Si lesse tutti i possibili testi sacri senza trovare la risposta, dice. Passò alla filosofia, fa il nome del filosofo spiritualista Arturo Schopenhauer, ma anche qui non trovò niente.
Fu un altro libro che, inaspettatamente, gli ha dato quell’ispirazione che pare animarlo ancora oggi: la Guida Galattica per gli autostoppisti, un romanzo umoristico di fantascienza dello scrittore satirico britannico Douglas Adams. Elon rimase stregato per sempre dall’idea che la vita, e quindi la coscienza siano una sorta di macchina sorta evolutivamente dal cosmo per cercare «risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto».
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Non si tratta di un pensiero banale. In filigrana, dietro questro trilione si vedono in chiarezza i temi della Guida Galattica. I robot, i viaggi spaziali, il futuro, l’umorismo (che, nelle cose di Musk, abbonda spesso). Teniamo presente che la coscienza qui può essere anche non umana. Ci sono gli alieni (nei quali Musk non crede: anzi dice che se ci sono li troveremo morti nelle loro case dei loro pianeti spazzati via da dispositivi di realtà virtuale come quelli che fa il suo rivale Mark Zuckerberg) ma ci sono anche le macchine pensanti…
È facile, considerando i pezzi posti sulla scacchiera, capire quanto questa prospettiva possa essere spaventosa. Si tratta di un transumanismo soft, montato su aziende miliardarie e una simpatia che, tra meme e polemiche centratissime (perfino sui giudici del nostro Paese!), l’uomo esprime in maniera continua ed organica, e questo a differenza di ogni altro oligarca toccatoci, da Bill Gates a George Soros in giù. Abbiamo intravisto, da certe allusioni del presidente della Repubblica italiano, quanto Elone sia distante da certi vecchi poteri costituiti.
E quindi, Musk, certo, può essere una figura distopica. Renovatio 21 aveva valutato, ancora anni fa, l’idea che possa trattarsi dell’anticristo, con il problema che l’iniquo, secondo la scrittura, dovrà piacere a tutti (persino agli eletti, dice l’Apocalisse di San Giovanni), mentre Elone ai sinistroidi, che purtroppo sono ancora una fetta consistente della popolazione occidentale, fa venire l’orticaria. Lui ci sguazza, nell’orticaria sinistrata e pure nelle allusioni anticristiche: eccotelo che ad Halloween va alle feste vestito da Bafometto.
Ripetiamo, come abbiamo fatto in passato, quello che si è lasciato sfuggire più volte negli ultimi tempi.
«Quest’anno, speriamo di riuscire a produrre circa 5.000 robot Optimus », aveva detto Musk agli investitori Tesla durante la riunione plenaria di Tesla del primo trimestre del 2025. «Tecnicamente puntiamo ad avere abbastanza componenti per produrne 10.000, forse 12.000, ma dato che si tratta di un prodotto completamente nuovo, con un design completamente nuovo, direi che ci riusciremo se riusciremo a raggiungere la metà dei 10.000 pezzi».
🚨ELON MUSK: “This year we hope to make about 5,000 Optimus robots…but even 5,000 robots is the size of a Roman legion FYI. That’s a scary thought, a legion of robots. I think we’ll literally build a legion of robots this year, and maybe 10 legions next year? It’s kind of a… pic.twitter.com/R992X5OA8r
— Autism Capital 🧩 (@AutismCapital) March 21, 2025
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«Ma anche 5.000 robot, sono le dimensioni di una legione romana, per vostra informazione, il che è un pensiero un po’ spaventoso» ha continuato significativamente Elon. «Come un’intera legione di robot, direi “wow”. Ma penso che costruiremo letteralmente una legione, almeno una legione di robot quest’anno, e poi probabilmente 10 legioni l’anno prossimo. Penso che sia un’unità piuttosto interessante, sapete? Unità di legione. Quindi probabilmente 50.000 circa l’anno prossimo».
Notiamo ancora una volta riferimento al concetto di legione e alla storia di Roma fa venire in mente altre considerazioni espresse dal Musk negli anni scorsi, quando gli avevano chiesto di paragonare la sua ricchezza a quella – presunta – di Vladimir Putin (il quale, per inciso, sembra apprezzare molto l’imprenditore). Quattro anni fa ancora il suo networth era di circa 240 miliardi (meno di un quarto dell’attuale) Elon fu intervistato per un documentario della testata germanica Welt, dove corresse il giornalista che lo descriveva come l’uomo più ricco della Terra.
«Io penso che Putin sia significativamente più ricco di me», alluse Elon. «Sì lo penso davvero. Io non posso andare ad invadere altri Paesi. Credo ci sia una vecchia citazione… forse da Crasso… non sei davvero ricco sino a che non puoi permetterti una legione».
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Ecco che torna Crasso, l’uomo la cui ricchezza era pari all’intera economia dello Stato della Roma antica. Elon lo ha ben presente, perché è arrivato – chissà da quanti anni – alla realizzazione che il danaro, in ultima analisi, non conta nulla: è la potenza materiale di ciò che esso può o non può comperare che conta.
E quindi: Musk le sue legioni se le sta costruendo da sé, e le chiama pure così: eserciti interi di robot pronti a combattere, pure nello spazio, pure su altri pianeti: chi vi arriverà vi troverà ad accoglierlo, o a cancellarlo, gli androidi muskiani.
Di fatto torna alla mente la Scrittura, che parla del «falso profeta» che ingannerà tutti, e sarà servito da coloro «il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo» (Ap, 17,8). Senza il suo marchio – senza il suo chip cerebrale, che ci connetterà magari ad un sistema che tutto assorbe e controlla, come pare avvenire con i dati delle sue aziende informatiche ed automobilistiche – potrebbe divenire impossibile qualsiasi attività: «e che nessuno possa comprare o vendere, se non chi ha il marchio, il nome [cioè] della bestia o il numero del suo nome» (Ap, 13, 17).
Non è il solo tratto che ci inquieta. Da anni registriamo la sua inclinazione sregolata per la riproduzione artificiale, che produce esseri che qualcuno può categorizzare come ulteriori casi di esseri apocalittici «il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo». Forse spinto dal dramma del primogenito, Nevada, deceduto per SIDS (la morte in culla: ci siamo già chiesti, non è che… era vaccinato?) Elone ha calcolato matematicamente come vantaggioso l’uso estensivo della provetta. Ecco i primi due gemelli IVF avuti dalla prima moglie, poi i trigemini, altri sono usciti da concubine varie – tra cui la geniale cantante canadese Claire Boucher, nota come Grimes – anche per tramite dell’utero in affitto, che qualcuno dice potrebbe essere stato usato anche nel caso della problematica attrice hollywoodiana Amber Heard, che avrebbe avuto un figlio surrogato il cui padre spermatozoico, dicono le malelingue finite su testate di gossip internazionali, sarebbe proprio Musk.
È curioso che il bambino che si porta sempre addietro, con relativo dramma legale con la genitrice, pare essere nato non da provetta: il piccolo X potrebbe essere stato concepito e partorito naturalmente, ma non ne abbiamo certezza, solo la sensazione data dalla madre che durante la gravidanza nel 2019 aveva pubblicata una canzona ipnotica, struggente e bellissima intitolata «So heavy I fell through the Earth» («così pesante che sono caduta attraverso la terra»).
È altrettanto significativo che i figli in provetta siano stati portati da Musk in udienza col papa Bergoglio, il quale non ha avuto problemi a farsi fotografare sorridente con ragazzi che provengono da un’attività ancora tecnicamente ritenuta immorale dalla dottrina cattolica. All’epoca Renovatio 21, vi vide un chiaro segno del papato del gesuita di «aprire» alla fecondazione in vitro, così come del resto sembrava fare la Pontificia Accademia per la Vita diretta da monsignor Paglia.
Honored to meet @Pontifex yesterday pic.twitter.com/sLZY8mAQtd
— Elon Musk (@elonmusk) July 2, 2022
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È il mondo a cui i trilioni di Musk ci sta preparando. Androidi, umanoidi, transumanismo funzionale, implicito, ovunque. Anzi, i mondi: pensiamo al finale del film Interstellar (2013), dove viene mostrato, e con una certe indifferenza, che trovato un pianeta ospitale, la sopravvissuta vi rigenererà l’umanità utilizzando embrioni e utero artificiali portati fin lì con l’astronave.
No, non è più fantascienza. Da un certo punto di vista, siamo sollevati. La storia sta prendendo una piega precisa, molto visibile, in un certo senso persino razionale.
Quello che manca adesso è una forma concreta di pensiero e di azione, per affrontare questa ultima torsione cosmica del mondo moderno. Guardatevi intorno: nessuno, davvero, ci sta pensando, forse perché nessuno è in grado di pensarlo.
Eppure, sono ottimista: se avete letto fin qui, e avete realizzato quanto vado scrivendo, c’è grande probabilità che siate elementi della possibile resistenza, e quindi, della speranza dell’umanità.
Ciò vale più di tutto il danaro del mondo.
Roberto Dal Bosco
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Civiltà
La distruzione del diritto: cause e conseguenze della distruzione della civiltà
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Legge e civiltà
1.1. Ogni società ha delle leggi, ma non le stesse leggi.
Il diritto esiste, con diversi gradi di perfezionamento, in tutte le società: «ubi societas ibi ius». Alcune civiltà hanno dedicato maggiore sviluppo al diritto rispetto ad altre. Il diritto è un prodotto della civiltà. Certamente, come altri prodotti di una civiltà, può sopravvivere alla civiltà che lo ha creato, ma questa sopravvivenza non può più essere la stessa che ha avuto all’interno della struttura della civiltà che lo ha visto crescere, perché né coloro che lo ricreano né coloro che ne usufruiscono partecipano all’etica fondante proprio perché quest’etica viene vissuta veramente solo nella civiltà che ne è animata. In altre civiltà, quell’etica può essere studiata… ma non vissuta. Il diritto romano è sopravvissuto alla caduta della civiltà greco-romana in Occidente, ma la sua esistenza come prodotto sopravvissuto non è stata, e non poteva essere, la stessa di quando la civiltà romana era ancora in vita. Allo stesso modo, il diritto romano è stato studiato negli ultimi due secoli come probabilmente non era mai stato studiato prima, ma è chiaro che questo diritto non viene più vissuto. Si può osservare che le civiltà che si sono sviluppate maggiormente hanno distinto, in vari modi, i diversi rami del diritto, che sono fondamentalmente due: il diritto pubblico e il diritto privato.1.2. La fine della civiltà dell’Europa occidentale
Il XX secolo è stato testimone di un duplice processo: da un lato, il declino dell’Europa, manifestatosi in molteplici aspetti (etico, estetico, politico, economico, etc.); dall’altro, a complemento del primo, il progressivo sviluppo del continente scoperto e plasmato dall’Europa: l’America. Ma in America, questo sviluppo ha seguito, e continua a seguire, due percorsi che non sempre sono confluiti: uno nell’America settentrionale anglosassone e un altro nell’America settentrionale, centrale e meridionale ispanica. Tuttavia, l’enorme potere politico ed economico dell’America settentrionale anglosassone prevale oggi non solo sui suoi vicini meridionali, ma anche sull’Europa da cui hanno avuto origine le idee che ha rielaborato. Alcuni arrivano persino a parlare di una «civiltà americana». Se questa cultura americana, frutto di uno sviluppo unico di idee originariamente europee, si configurerà infine come una nuova «civiltà» – sì, erede, ma distinta, dalla civiltà cristiana nata in Europa – è qualcosa che prima o poi diventerà evidente. Non si tratterebbe di un fenomeno nuovo, poiché lo stesso fenomeno si è verificato in Europa, dove la civiltà occidentale si è sviluppata sulle coste settentrionali del Mediterraneo, erede, ma distinta, dalla civiltà greco-romana che aveva prosperato nella stessa regione. Non sembra ragionevole pensare che il diritto possa rimanere distaccato dagli eventi che si susseguono nella nostra civiltà, la civiltà cristiano-occidentale nata in Europa. Credo sia evidente che il diritto stia attraversando dei cambiamenti che, a seconda della prospettiva, potrebbero essere descritti come «trasformazione», «evoluzione» o «mutazione». A mio avviso, il diritto, sia privato che pubblico, sta vivendo qualcosa di più di una semplice «trasformazione» o «evoluzione». Sta subendo una vera e propria mutazione, cambiamenti così profondi da poter affermare che viviamo in una civiltà che non è più la civiltà cristiano-occidentale teorizzata da Spengler o Toynbee.1.3. La legge come baluardo difensivo della polis
Il frammento numero 44 di Eraclito di Efeso, secondo il testo raccolto da Diogene Laerzio, afferma che «il popolo deve lottare per la legge come se fosse il proprio muro». Generalmente, le versioni spagnole del frammento traducono la parola «nomos» (νόμος) con «legge», ma questa traduzione non è del tutto corretta. «Nomos» indica l’ordinamento giuridico della comunità, che è più di una semplice «legge». E questo «ordinamento giuridico» dovrebbe essere inteso come la legge che non solo governa, ma dovrebbe governare, una società ben ordinata. Raúl Caballero dà questa interpretazione al frammento: «Ciò che Eraclito chiede agli abitanti di Efeso è che, pur introducendo inevitabili cambiamenti in particolari aspetti dello stile di vita cittadino, dettati dai tempi e dalle esigenze che mutano, il demos, in quanto forza sociale emergente all’interno della polis, rimanga fedele alle forme e ai costumi tradizionali (nomos) nella loro essenza, ovvero in tutto ciò che favorisce il mantenimento dell’unità e della coesione della comunità. Solo in questo modo, secondo Eraclito, Efeso potrà preservare il suo status di comunità politica (polis), al sicuro dalle forze distruttive che minacciano l’integrità della sua coesistenza, proprio come i nemici minacciano un muro comune» (1)Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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Mutazione del diritto privato
2.1. Modifica della legge sulla persona e sulla famiglia.
2.1.1. Vita e morte della persona.
In ambito giuridico, ciò che definisce una persona sono la nascita e la morte. Uno dei cambiamenti che il cristianesimo introdusse nel diritto romano (in gran parte a causa della contemplazione del mistero fondativo della civiltà cristiana occidentale, il concepimento verginale di Maria) fu la protezione della vita umana prima della nascita. È quindi di grande importanza notare che il permesso di aborto in ambito legislativo è stato uno degli arieti contro la legge emersi nel fervore della civiltà cristiana occidentale. A questo proposito, viene spesso definito «diritto alla vita», sebbene tale espressione sia forse imprecisa, poiché è evidente che non è possibile attribuire a un essere inanimato il «diritto» ad «avere la vita», e quando si parla di «diritto alla vita» ci si riferisce a un’entità che già possiede la vita. In realtà, si tratta del diritto della persona a «preservare» la vita esistente e, in questo senso, appare come il diritto di un essere umano vivente, anche se non ancora nato, a «preservare» la propria vita e a nascere secondo il corso biologico naturale. Tuttavia, l’evoluzione di questo diritto ha portato a considerare che esso non costituisce un ostacolo all’impedire a un essere umano di «preservare» la propria vita e di impedire la propria nascita. Si contrappone addirittura al «diritto della donna all’autodeterminazione in merito all’interruzione di gravidanza» (Sentenza della Corte Costituzionale n. 44/2023). Tra l’altro, nessuno ha spiegato come questa «autodeterminazione» possa far riprendere quella gravidanza che è stata «interrotta». Allo stesso modo, viene abbandonata l’idea che la vita nelle sue fasi finali debba essere oggetto di massima cura e attenzione. Da parte sua, anche l’idea di morte ha subito una brutale mutazione, considerando che l’individuo non solo ha la libertà di togliersi la vita ma anche la libertà di chiedere che lo Stato lo faccia, il cosiddetto «diritto di chiedere e ricevere l’assistenza necessaria per morire» (eutanasia) che, guarda caso, corrisponde ai cittadini spagnoli, ma non agli stranieri clandestini (articolo 5.1.a della Legge organica 3/2021).2.1.2. Nominalismo contro realismo
Uno dei fattori chiave di quello che è stato considerato un punto di svolta nella civiltà cristiana occidentale è stata la predominanza del nominalismo sul realismo alla fine del cosiddetto «Medioevo». Questo processo «nominalista» ha avuto conseguenze nel corso dei secoli e ora, nel XXI secolo, ha raggiunto il suo apice con la Legge 4/2023, del 28 febbraio, per la reale ed effettiva uguaglianza delle persone trans e per la garanzia dei diritti delle persone LGBTI. Naturalmente, una persona nasce con un sesso. Ma la legge stabilisce che «nel caso in cui il referto medico indichi una condizione intersessuale del neonato i genitori, di comune accordo, possono richiedere che l’indicazione del sesso rimanga in bianco per un periodo massimo di un anno. Trascorso tale periodo, l’indicazione del sesso sarà obbligatoria e la relativa registrazione dovrà essere richiesta dai genitori» (articolo 49.1 della legge sull’anagrafe civile introdotta dalla legge 4/2023). Nel caso non fosse chiaro, il nominalismo prevale sul realismo e la legge stabilisce che per stabilire il nome proprio di una persona, «qualora l’identificazione risulti ambigua, non verrà data alcuna rilevanza alla corrispondenza del nome con il sesso o l’identità sessuale della persona» (Articolo 51.2 della Legge sull’Anagrafe Civile introdotta dalla Legge 4/2023). Questo nominalismo si verifica anche in relazione alla designazione del sesso precedentemente registrata, poiché la legge consente la «rettifica del sesso» nel Registro Civile (articolo 83.1.d della Legge 20/2011 sul Registro Civile). Queste informazioni sono classificate come «specialmente protette» e non accessibili al pubblico. Ciò significa che un uomo può credere di poter sposare una donna perché così risulta registrata nel Registro Civile, senza sapere che la persona potrebbe essere nata maschio, o viceversa. Il nominalismo è evidente anche nel cambiamento dei termini «padre» e «madre». La figura del padre è stata legalmente sostituita da quella di «padre o genitore non gestazionale». Quanto alla figura della madre, è stata sostituita da quella di «madre o genitore in gravidanza». Ma accade che «nelle coppie dello stesso sesso registrate, i riferimenti alla madre si intendono riferiti alla madre o al genitore biologico, e i riferimenti al padre si intendono riferiti al padre o al genitore non biologico» (Decima disposizione aggiuntiva della legge sull’anagrafe introdotta dalla legge 4/2023), che significa che in una coppia in cui entrambi hanno il sesso registrato «donna», una donna sarà «padre o genitore non gestazionale» e l’altra donna «madre o genitore gestazionale». A complicare ulteriormente la situazione, la Legge 4/2023 ha introdotto la categoria di «madre o persona incinta transgender» (articolo 44.6 della Legge sull’Anagrafe introdotta dalla Legge 4/2023).Aiuta Renovatio 21
2.2. Mutazione dei diritti reali: scomparsa della proprietà.
Un altro elemento del diritto romano classico è il diritto alle cose, e in particolare il diritto per eccellenza su una cosa: il diritto di proprietà. Questo diritto era configurato come il diritto esclusivo e perpetuo su una cosa corporea (de re corporali), da utilizzare (jus utendi), godere (jus fruendi) e organizzare (jus abutendi) di lei, nella misura in cui le leggi non lo proibiscono (nisi lege prohibeatur). Questo intero concetto si è dissolto in diversi modi. In primo luogo, il termine «proprietà» è stato utilizzato per riferirsi a cose «intangibili», dai «diritti» alla cosiddetta proprietà «industriale» o «intellettuale». In secondo luogo, la natura «perpetua» della proprietà è stata erosa e le proprietà un tempo riconosciute come tali hanno perso questo status a causa di successive normative. In particolare, la «perpetuità» è diventata fortemente subordinata al pagamento continuativo delle tasse (soprattutto per gli immobili urbani e rurali), trasformando così la proprietà in una sorta di contratto di locazione con lo Stato. In terzo luogo, il diritto di «uso» della proprietà è stato limitato oltre ogni limite ragionevole, poiché le leggi hanno introdotto divieti d’uso chiaramente arbitrari. Un esempio è la restrizione sull’uso del suolo, che è ormai chiaramente il risultato di decisioni amministrative o politiche, spesso derivanti da pratiche corruttive. Si può affermare, a questo punto, che il diritto di proprietà sugli immobili non esiste più se non come finzione. Il diritto che le persone hanno sugli immobili non è più un diritto di proprietà. Per quanto riguarda i beni mobili, l’erosione è progressiva. È inoltre evidente che la proprietà dei beni mobili non esiste più in relazione alle automobili, che non possono essere «utilizzate» senza pagare tasse continue. Ci sono alcuni oggetti personali sui quali possiamo ancora parlare di proprietà: libri o dischi. Anche per quanto riguarda i gioielli, si registrano intrusioni sempre più problematiche.2.3. Modifica del diritto contrattuale.
Per quanto riguarda i contratti, il fenomeno che si osserva dal XX secolo è che nelle transazioni commerciali private riguardanti le questioni più importanti della vita quotidiana, il fondamento concettuale di cosa sia un contratto, ovvero un accordo libero tra due parti, è venuto meno. Per ottenere beni e servizi, individui e famiglie si trovano sempre più spesso a dover interagire con grandi aziende, spesso transnazionali. Ciò comporta due conseguenze. In primo luogo, i termini dell’accordo tra l’individuo e una grande azienda, anche se presentati come un «contratto», sono essenzialmente «documenti di adesione» (la dottrina del diritto civile li definisce ancora «contratti di adesione», il che, a mio avviso, è un’assurdità concettuale). In secondo luogo, in caso di inadempimento contrattuale da parte di una di queste grandi aziende (si pensi ad esempio a banche, compagnie di telecomunicazioni, aziende di trasporto, etc.), da una parte c’è l’individuo o la famiglia, dall’altra una grande azienda con un esercito di avvocati al proprio soldo, il che rende praticamente impossibile intraprendere un’azione legale contro l’azienda in caso di violazione del contratto.Sostieni Renovatio 21
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Mutazione del diritto pubblico
3.1. La crisi della sovranità esterna
Il diritto internazionale europeo si fondava sull’idea che i suoi soggetti fossero gli «Stati» riconosciuti come dotati di «sovranità». Per impedire che gli Stati potenti dominassero quelli più deboli, le guerre intraprese contro uno Stato che si limitava a esercitare la propria sovranità senza attaccare un altro Stato erano considerate «ingiuste». Ma si è spinta oltre, erodendo la sovranità degli Stati in due modi: uno materiale e l’altro procedurale. Da un punto di vista materiale, si è radicata l’idea che il rispetto dei «diritti umani» costituisca un limite alla sovranità degli Stati. Pertanto, gli Stati, nell’esercizio della loro sovranità, vengono privati del potere sovrano di determinare lo status dei propri cittadini e degli stranieri. Inoltre, da un punto di vista giurisdizionale, sono stati istituiti tribunali internazionali, perlopiù in materia di «diritti umani», che mirano proprio a far rispettare la limitazione della sovranità statale. Ciò ha persino portato alla creazione di un diritto penale internazionale, accompagnato da una giurisdizione penale internazionale. Tuttavia, è importante notare che gli Stati sovrani sono esclusi da questo processo. Si pensi, in primo luogo, agli Stati potenti che costituiscono il nucleo delle economie «su larga scala». Né gli Stati Uniti, né la Russia, né la Cina accettano limitazioni alla propria sovranità basate su trattati sui «diritti umani», tanto meno tribunali internazionali che potrebbero supervisionare le loro decisioni.3.2. La crisi della sovranità interna: l’indifesa del potere costituente
La distruzione della sovranità assume caratteristiche tragiche in alcuni casi in cui determinate forze cercano di distruggere uno Stato dall’interno annientandone la sovranità. La sovranità, concepita da una prospettiva razionalista, si traduce nell’idea che lo Stato possa pianificare la propria configurazione politica attraverso una «Costituzione». Pertanto, nel pensiero razionalista, la sovranità è intesa come «potere costituente». La distruzione della sovranità statale all’interno di uno Stato costituzionale viene quindi presentata come la distruzione del potere costituente. Negli Stati più degradati, si afferma che tutto nell’ordinamento costituzionale è riformabile, senza che vi siano fondamenti inattaccabili (Sentenza della Corte Costituzionale n. 48/2003). In risposta agli attacchi alla «Costituzione» (ovvero al potere costituente), le costituzioni prevedono meccanismi politici e giurisdizionali. Il meccanismo politico per eccellenza è l’impiego dell’esercito, ma questa possibilità è paralizzata dalla richiesta di rispetto dei «diritti umani». Pertanto, rimane un altro meccanismo, «indolore»: il ricorso ai tribunali per difendere il potere costituente. E qui, ancora una volta, vediamo come la sovranità interna sia stata erosa. Certe ideologie, in nome della «democrazia», ammettono la distruzione della sovranità statale o dell’integrità territoriale se tale decisione viene presa tramite votazione. Il presupposto è che il requisito della «democrazia» sia che non vi siano limiti a ciò che il «popolo» può decidere, consentendo così lo smembramento o la distruzione di una nazione. Tuttavia, è opportuno esaminare anche le diverse reazioni in difesa della sovranità e del potere costituente: timide negli stati deboli o in declino (la Spagna del XXI secolo) e vigorose negli stati che mantengono la propria sovranità (dagli Stati Uniti del XIX secolo alla Russia e alla Cina del XXI secolo).Aiuta Renovatio 21
3.3. Lo scioglimento della cittadinanza
Prima dell’approvazione della Costituzione spagnola del 1978, il regime di immigrazione si basava sul Decreto 522/1974, del 14 febbraio, del Ministero dell’Interno. Il Decreto si fondava sul presupposto che il diritto di circolare liberamente e di risiedere in Spagna appartenesse agli spagnoli e, di conseguenza, consentiva l’espulsione degli stranieri che non erano entrati con documenti o che, già residenti in Spagna, «quando, a causa del loro stile di vita, delle attività che svolgono, della condotta che osservano, dei precedenti penali o di polizia, delle relazioni che intrattengono o di altre cause simili, si ritiene opportuno». Un’eco di ciò si ritrova ancora nella Costituzione del 1978, che all’articolo 19 concede solo ai cittadini spagnoli il diritto di spostarsi e risiedere in Spagna. Questa situazione iniziò a incrinarsi con la Legge organica 7/1985, del 1° luglio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna, che consentiva il ricorso in appello contro le decisioni di espulsione, le quali cessarono così di essere considerate atti politici extragiudiziali, rendendo possibile la sospensione delle espulsioni. La situazione è stata ulteriormente aggravata dalla Legge organica 4/2000, dell’11 gennaio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna e sulla loro integrazione sociale, che all’articolo 58.2 ha smantellato l’intero sistema. Secondo tale articolo, «La detenzione sarà mantenuta per il tempo necessario agli scopi del fascicolo, ma in nessun caso potrà superare i quaranta giorni, né potrà essere disposta una nuova detenzione per alcuna delle cause previste nello stesso fascicolo». Ciò significava, in parole povere, che uno straniero con un ordine di espulsione non eseguito entro 40 giorni era libero di circolare sul territorio spagnolo. Da allora, la libertà di movimento e di residenza sul territorio spagnolo ha cessato di essere un diritto riservato esclusivamente agli spagnoli, dissolvendo un elemento fondamentale della cittadinanza: il legame tra il popolo e il territorio.3.4. Modifica dei diritti fondamentali
I diritti fondamentali nascono dal riconoscimento di uno status che mira a proteggere gli individui, e in particolare i cittadini, dalle azioni dello Stato. Questa premessa si scontra inevitabilmente con il paradosso di come lo Stato possa proteggere se stesso dalle azioni dello Stato. Questa contraddizione apparentemente insolubile è stata risolta dalla finzione della «separazione dei poteri», che consente a un «ramo dello Stato» di proteggere l’individuo dalle azioni di un altro «ramo dello Stato», ignorando il fatto che entrambi siano rami dello stesso Stato. A prescindere da questo punto, resta il fatto che i diritti fondamentali sono creati principalmente per proteggere i diritti delle persone fisiche. Certamente, molti diritti sono attribuibili a persone giuridiche, ma sulla base del riconoscimento dei diritti delle persone fisiche. Tuttavia, stiamo assistendo a una progressiva «oggettivazione» e «desoggettivizzazione» dei diritti fondamentali, particolarmente evidente nelle procedure per la loro tutela. Ciò è diventato particolarmente evidente nella riforma del 2007 del processo di ricorso costituzionale in Spagna. Si verifica anche nell’ambito del diritto dell’Unione europea, dove non esiste una procedura specifica per la tutela dei diritti fondamentali. Lo stesso vale per i regolamenti vigenti che disciplinano la Corte penale internazionale, dove la presunta difesa dei diritti umani più fondamentali è una procedura del tutto oggettiva, come dimostra il fatto che le vittime non hanno la legittimazione ad agire.3.5. Cambiamento nel rapporto tra i poteri e le funzioni dello Stato
Il diritto pubblico europeo, nel suo sviluppo, ha stabilito una distinzione (piuttosto che una «separazione») di poteri e funzioni. Queste distinzioni vengono cancellate, distorcendo completamente il sistema. Il primo cambiamento, evidente, era già stato notato da Carl Schmitt un secolo fa (3). Il fatto è che il Parlamento, uno di quegli organi fondamentali dello Stato preposti al potere legislativo, dato che opera attraverso il dibattito pubblico, non dibatte più né legifera, limitandosi a una funzione teatrale in cui i parlamentari recitano una parte e convalidano come leggi testi precedentemente elaborati dal Governo. E se il Parlamento non discute né legifera, i tribunali, anziché giudicare l’applicazione delle leggi, cercano sempre più spesso di sostituirle con le proprie interpretazioni o addirittura di imporle nel caso in cui il legislatore non abbia approvato una legge. Da un lato, sostituendo i metodi classici di interpretazione con la tecnica della «ponderazione degli interessi», più tipica dei processi di equità, i tribunali ignorano la soluzione offerta dalle norme applicabili e impongono invece quella che ritengono giusta. La distinzione tra «legge» ed «equità» si fa sfumata e, nei processi in cui i tribunali sono chiamati ad applicare la «legge», attraverso la «ponderazione degli interessi», finiscono per decidere sulla base di una presunta «equità». D’altro canto, nell’ambito costituzionale è emersa una mostruosità concettuale chiamata «incostituzionalità per omissione». Nei suoi sviluppi più significativi, ha trasformato le corti costituzionali da «legislatori negativi», limitati a dichiarare se una legge esistente sia costituzionale o meno, in «legislatori positivi» che stabiliscono se il legislatore abbia mancato al suo dovere di emanare la legge omessa e necessaria. La costruzione dell’«incostituzionalità per omissione» erode i fondamenti concettuali della giurisdizione costituzionale, risultando quasi sempre in una pronuncia puramente dichiarativa senza conseguenze pratiche e, in alcuni casi, inducendo la corte stessa ad osare emanare la legge che, a suo dire, era stata omessa.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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Le mura sono crollate
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