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L’Europa civilizzata ed evangelizzata dai figli di san Benedetto

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Oggi, nel giorno di San Benedetto, Renovatio 21 pubblica un estratto della Lettera Enciclica Fulgens radiatur (1947) di papa Pio XII che indica l’enorme ruolo svolto del santo norcino nella costruzione della civiltà europea, ossia della civiltà tout court. Benedetto, fratello gemello di santa Scolastica nato a Norcia nel 480 e morto a Montecassino nel 547, è padre del monachesimo occidentale, venerato da tutte le Chiese cristiane che riconoscono i santi, ed è il principale patrono d’Europa.

 

Come invero nei secoli passati le legioni romane marciavano per le vie consolari per assoggettare all’impero di Roma tutte le nazioni, così ora numerose schiere di monaci, le cui armi «non sono carnali, ma potenti in Dio solo» (2Cor 10,4), sono inviate dal sommo pontefice, affinché dilatino felicemente il pacifico regno di Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra, non con la spada, non con la forza, non con le stragi, ma con la croce e con l’aratro, con la verità e con l’amore.

 

E dovunque ponevano il loro piede queste inermi schiere, formate di predicatori della dottrina cristiana, di artigiani, di agricoltori e di maestri di scienze umane e divine, ivi stesso le terre boscose e incolte erano solcate dall’aratro; sorgevano le sedi delle arti e delle scienze; gli abitanti dalla loro vita rozza e selvaggia erano educati alla convivenza e alla civiltà sociale, e si faceva brillare davanti a loro l’esempio della dottrina evangelica e la luce della virtù.

 

Innumerevoli apostoli, accesi di soprannaturale carità, percorsero incognite e turbolente regioni d’Europa, le innaffiarono generosamente del loro sudore e del loro sangue, e ai popoli pacificati portarono la luce della cattolica verità e santità…

 

Difatti non solo l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda, la Frisia, la Danimarca, la Germania, la Scandinavia e l’Ungheria, ma anche non poche nazioni slave si vantano dell’apostolato di questi monaci e li annoverano tra le loro glorie e come gli illustri fondatori della loro civiltà.

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Brano segnalato da VDG

Immagine di Livioandronico2013 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

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Spirito

La presunta profezia di Padre Pio contro l’arcivescovo Lefebvre: una vecchia leggenda che riemerge

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Ad ogni evento significativo riguardante la Fraternità Sacerdotale San Pio X, la stessa storia riemerge. Dopo le consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026, diversi siti web e social network hanno nuovamente diffuso la presunta «profezia» di Padre Pio che annunciava all’arcivescovo Marcel Lefebvre che avrebbe disobbedito al Papa e causato una divisione nella Chiesa.   Presentata come testimonianza inconfutabile, questa storia è tuttavia priva di qualsiasi fondamento storico serio. La sua origine è tarda, la sua fonte è estremamente discutibile, il suo unico testimone è sconosciuto agli specialisti di Padre Pio e, soprattutto, è categoricamente smentita dallo stesso arcivescovo Lefebvre in una lettera autografa del 1990.  

Un incontro autentico

Nessuno contesta che il vescovo Marcel Lefebvre abbia incontrato Padre Pio; l’incontro ebbe luogo il 27 marzo 1967, lunedì di Pasqua, a San Giovanni Rotondo.   Il Superiore Generale della Congregazione dello Spirito Santo, l’Arcivescovo Lefebvre, si recò dal celebre frate cappuccino per chiedere la sua intercessione in vista del capitolo generale straordinario che gli Spiritani si preparavano a tenere nel contesto dell’applicazione delle riforme derivanti dal Concilio Vaticano II. (1)   L’«aggiornamento» era allora richiesto in tutti gli istituti religiosi e l’arcivescovo temeva già le gravi conseguenze che tali trasformazioni avrebbero potuto comportare.   Questa preoccupazione non rimase inascoltata da Padre Pio. Poco prima, anche il superiore generale dei Cappuccini si era recato da lui per chiedergli di pregare per il capitolo generale del suo ordine, incaricato di redigere nuove costituzioni. Secondo diversi testimoni, il santo frate reagì bruscamente, dichiarando: «Non sono altro che chiacchiere e rovina!». In seguito, venuto a sapere che si stavano preparando nuove costituzioni, avrebbe dato nuovamente sfogo al suo dolore, esclamando: «Ma cosa fate a Roma? Cosa state tramando? Volete cambiare persino la regola di San Francesco!». (2)   L’incontro tra l’arcivescovo Lefebvre e padre Pio fu, tuttavia, estremamente semplice. L’arcivescovo era accompagnato da padre Barbara e da frate Félin, un frate spiritano, mentre padre Pio, sorretto da due cappuccini, si recò al confessionale. Dopo aver brevemente spiegato il motivo della sua visita, l’arcivescovo Lefebvre chiese al santo frate di pregare per il capitolo spiritano.   Quando poi gli chiese la benedizione, Padre Pio rispose con profonda umiltà: «no, Monsignore, è lei che deve benedire me!».   Il vescovo Lefebvre gli impartì quindi la benedizione episcopale, padre Pio gli baciò l’anello e proseguì verso il confessionale.   Una fotografia ormai celebre immortala questo momento.   Sebbene l’incontro sia fuori di dubbio, il contenuto del presunto «dialogo profetico» si basa esclusivamente su una testimonianza successiva, non corroborata da altre fonti e esplicitamente contraddetta dallo stesso vescovo Lefebvre.

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Una storia emersa sedici anni dopo

Il racconto della presunta profezia apparve pubblicamente solo nel 1983, sedici anni dopo gli eventi e quindici anni dopo la morte di Padre Pio. Fu pubblicato su La Domenica del Corriere il 23 aprile 1983 da Pier Carpi, il quale affermò di aver sentito la storia da un certo professor Bruno Rabajotti, presentato come testimone diretto dell’accaduto.   Tuttavia, nessun documento del 1967 menziona questa conversazione, nessun testimone indipendente la conferma, nessun conoscente di Padre Pio ne fa riferimento e, soprattutto, è emersa solo quando la crisi tra l’arcivescovo Lefebvre e Roma era già ampiamente nota al pubblico. Questa semplice constatazione da sola giustifica il massimo sospetto.  

Fonti inaffidabili

Le stesse personalità degli autori di questo resoconto rafforzano tali perplessità: Pier Carpi non era né uno storico della Chiesa né un biografo accademico di Padre Pio. Scrittore prolifico, era noto soprattutto per le sue opere sull’esoterismo, l’occultismo, le società segrete, la teosofia e le presunte profezie. Il suo nome compare anche in elenchi collegati alla loggia massonica P2, sebbene egli abbia negato di aver mai effettivamente fatto parte di tale organizzazione.   Anche la figura del presunto testimone, Bruno Rabajotti, solleva molti interrogativi. Gli specialisti di Padre Pio non trovano traccia di questo misterioso «figlio spirituale prediletto» al di fuori dei libri in cui egli stesso racconta i suoi ricordi, e nessuno dei più vicini figli spirituali di Padre Pio sembra averne mai sentito parlare.  

Una testimonianza piena di inverosimiglianze

Nel 1987, in Italia, venne pubblicato Il segreto di Padre Pio di Franco Fede , che riproduceva in una trentina di pagine la testimonianza completa attribuita a Bruno Rabajotti. La lettura di questo testo rivela numerose affermazioni inconciliabili con la dottrina cattolica.   Rabajotti attribuisce in particolare a Padre Pio l’idea che il dono delle lingue non sia un carisma soprannaturale concesso eccezionalmente da Dio, ma una capacità accessibile a tutti coloro che sanno «parlare il linguaggio dello spirito». Gli attribuisce inoltre le affermazioni secondo cui le persone potrebbero in qualche modo «salvarsi» o «guarirsi» attraverso un semplice equilibrio interiore.   Gli specialisti nella causa di beatificazione di Padre Pio non si sbagliavano: questa testimonianza non è mai stata inclusa tra i documenti ufficiali del processo.

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La risposta dell’arcivescovo Lefebvre

Di fronte alla persistente diffusione di questa storia, l’arcivescovo Lefebvre rispose personalmente l’8 agosto 1990 a un sacerdote della Compagnia che gli chiedeva cosa pensasse di questa presunta profezia.   Ecco la lettera.   «Questa calunnia, questa completa invenzione, circola in Italia da diversi anni. L’ho già smentita, ma le bugie sono dure a morire. Non c’è una sola parola di verità in questa pagina della rivista di cui mi hai inviato una fotocopia».   L’incontro, avvenuto dopo Pasqua del 1967, durò due minuti. Ero accompagnato da padre Barbara e da frate Félin, un frate spiritano. Incontrai padre Pio in un corridoio, mentre si recava al confessionale, sorretto da due frati cappuccini.   Gli spiegai in poche parole lo scopo della mia visita: chiedergli di benedire la Congregazione dello Spirito Santo che stava per tenere un capitolo generale straordinario, come tutte le congregazioni religiose, sotto il segno dell’aggiornamento, un capitolo che temevo avrebbe causato serie difficoltà.   Allora Padre Pio esclamò: «Io, benedire un arcivescovo? No, no! Sei tu che devi benedire me!».   Egli si inchinò per ricevere la mia benedizione. Lo benedissi. Baciò il mio anello episcopale e proseguì verso il confessionale.   Questo è stato tutto l’incontro, niente di più, niente di meno.   Inventare una storia come quella di cui mi hai mandato una copia richiede un’immaginazione satanica e una vera e propria volontà di mentire. Il suo autore è figlio del padre della menzogna.   Grazie per avermi dato l’opportunità di chiarire ancora una volta questa semplice verità.   Con i più cordiali saluti in Cristo e Maria.   ✠ Marcel Lefebvre    La chiarezza di questa smentita non lascia spazio ad ambiguità; il vescovo Lefebvre definisce questo racconto «calunnia», «una completa invenzione» e una «menzogna».

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Una leggenda perpetuata dalla ripetizione

Nonostante questa esplicita smentita, la storia continuò a circolare e venne ripresa in diverse opere popolari dedicate a Padre Pio, soprattutto nel mondo anglofono, dove il libro Padre Pio Gleanings riproduce il dialogo senza alcuna analisi critica.   La canonizzazione di Padre Pio nel 2002 ha dato nuova visibilità a questa leggenda, che da allora è stata regolarmente riproposta su Internet; le consacrazioni del 1° luglio 2026 le hanno conferito una nuova rilevanza.   Una bugia può fare il giro del mondo in pochi istanti, la verità a volte impiega anni ad affermarsi, ma alla fine trionfa sempre per coloro che la cercano sinceramente.   NOTE 1) Bernard Tissier de Mallerais, Mons. Lefebvre – Une vie, Clovis, 2002, pp. 391–392   2) Reazione riportata da padre Jean, cappuccino a Morgon, in Lettera agli amici di san Francesco n. 17, 2 febbraio 1999; Fideliter n. 129, p. 52   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine da FSSPX.News
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«Effetto Tucho-Streisand»: la prima domenica dopo la scomunica le messe FSSPX hanno affluenza regolare o persino aumentata

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La prima domenica dopo le scomuniche emesse dal Dicastero per la Dottrina della Fede del cardinale Victor Emanel «Tucho» Fernandez le chiese e le cappelle della Fraternità San Pio X (FSSPX) non sembrano avere avuto una flessione nella partecipazione dei fedeli, anzi.

 

La notizia sta circolando sui social e sui siti cattolici come LifeSite. In breve, il decreto di scomunica vaticano non sembra aver agito in nessun modo come deterrente rispetto alla partecipazione alle Sante Messe della FSSPX. Anzi: qualcuno considera il cosiddetto «Effetto-Streisand», un meccanismo mediatico generato  per il quale il tentativo di censurare, nascondere o rimuovere un’informazione ottiene il risultato opposto, finendo per renderla virale e amplificarne la diffusione.

 

L’effetto, che descrive l’eterogenesi dei fini quando si ha a che fare con la censura su internet,  prende il nome dalla celebre cantante ed attrice ebrea statunitense Barbra Streisand che nel 2003  intentò una causa legale da 50 milioni di dollari per una foto aera  della sua casa che era finita in rete assieme ad altre 12.000 case della costa. L’azione legale  della Streisanda fece passare le visualizzazioni da un totale 6 a milioni e milioni, trasformando il semplice scatto in una delle immagini più scaricate in rete all’epoca.

 

Potremmo quindi essere dinanzi ad una situazione simile, un effetto Tucho-Streisand? È presto per dirlo, tuttavia i segni vi sono.

 

Renovatio 21 può testimoniare il fenomeno nella cappella dove la FSSPX dice la Santa Messa in rito antico a Costozza, in provincia di Vicenza. La foto sopra è presa da lì proprio la scorsa domenica, e tra la folla dei fedeli è stato notato anche qualche volto nuovo.

 

Immagini che mostrano la grande affluenza di fedeli, con tanto di file fuori dai portoni, nonostante la scomunica del cardinale Tucho Fernandez arrivano da tutto il mondo, dagli USA alla Spagna, dal Brasile e oltre e oltre.

 

 

 


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La scomunica inferta dall’ex Santo Uffizio non riguarda solo i vescovi, sia consacranti che consacrati, scomunicati latae sententiae per assenza di mandato papale: come noto, piuttosto incredibilmente Fernandez aveva esteso la scomunica anche ai preti della FSSPX e persino ai fedeli laici, con tanto di grottesco modulo compilabile (in latino…) nel caso si voglia la «riconciliazione» (parola interessante, e giusta), ossia il ritorno alle diocesi e alle parrocchie della Chiesa conciliare  – secondo quanto scritto nei decreti, diviene chiaro che la credenza nel Concilio Vaticano II diventa un discrimine dogmatico per l’appartenenza alla neochiesa.

 

Alcuni ricordano che anche prima delle scomuniche per le ordinazioni del 1988, Roma aveva, a mo’ di spaventapasseri, messo in giro voci sulla scomunica di preti e fedeli laici FSSPX, ma poi non vi fu seguito documentale, lasciando l’idea nel vago.

 

I tempi sono cambiati: questa volta la hybris della banda Tucho, nell’oscena slatentizzazione della tirannia modernista e nell’inanità del papa lampedusano, non ha perso tempo e ha scomunicato almeno 600 mila persone, forse molte di più.

 

La validità della scomunica di preti e fedeli, oltre che quella dei vescovi, sta venendo messa in dubbio ora da diversi canonisti, che ne ravvisano vizi di forma e di sostanza. Un vero «pasticcio canonico» ha detto il canonista statunitense padre Gerald Murray.

 

Chi volesse partecipare ad una Santa Messa officiata dalla FSSPX vicono a casa può scriverci. Daremo, come abbiamo sempre fatto, indicazioni.

 

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«Questo è un pasticcio canonico»: sacerdote spiega perché la scomunica a preti e fedeli laici FSSPX è invalida

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Il canonista padre Gerald Murray ha spiegato venerdì perché un recente documento del Vaticano, che mira ad estendere le scomuniche episcopali contro la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) anche a sacerdoti e laici, rappresenti un grave errore canonico. Lo riporta LifeSite. «Questa è una vera e propria confusione canonica», ha dichiarato Murray al conduttore del canale televisivo cattolico EWTN Raymond Arroyo,. «Una nota esplicativa può chiarire il contenuto di un decreto, ma non può aggiungervi nulla. Il decreto, quindi, non affermava che i sacerdoti fossero scomunicati. Pertanto, la nota esplicativa non può farlo, avendo quindi effetto legale».   «Si è trattato di un errore canonico da parte degli autori di questo documento. È molto deplorevole. Lo stesso vale per i laici», ha affermato don Murray.   Murray ha ripetutamente sottolineato che il decreto vaticano del 2 luglio era formulato in modo molto preciso. Solo i sei vescovi che avevano partecipato alle consacrazioni illecite hanno subito una scomunica latae sententiae dichiarata pubblicamente.   «L’atto scismatico dei vescovi è stato quello di ordinare o farsi ordinare vescovi», ha spiegato. «Questo è abbastanza chiaro. È un fatto pubblico. È verificabile. La Santa Sede non ha dichiarato nel decreto che alcuno dei sacerdoti abbia commesso un atto scismatico».   Il sacerdote statunitense ha chiarito la distinzione giuridica: i sacerdoti «non sono stati dichiarati scomunicati nel decreto. Pertanto, non sono considerati scomunicati dal Vaticano (…) Ora, potrebbero essere scismatici e incorrere in una scomunica automatica per il fatto di essere scismatici, ma finché ciò non viene dichiarato, non ha effetto pubblico», ha spiegato il presbitero di Nuova York. «E, naturalmente, sappiamo che la Fraternità ha sempre sostenuto di non essere scismatica. Quindi, si potrebbe dire che i sacerdoti potrebbero agire in buona fede nel fare tale affermazione».   Murray ha osservato che la scomunica automatica per scisma esiste nel diritto canonico, ma richiede una dichiarazione formale per avere effetto pubblico. «C’è una scomunica automatica per chi è scismatico, ma finché non viene dichiarata, non ha effetto pubblico».   Rivolgendosi ai laici della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Murray ha sottolineato che qualsiasi sanzione deve basarsi su un atto concreto piuttosto che su presunte disposizioni interiori. «Nel decreto c’è un avvertimento. Lo chiamiamo avvertimento canonico a non aderire allo scisma. È solo un avvertimento.»   «Ora, la domanda successiva è: cosa si dovrebbe fare nello specifico per non aderire a uno scisma? Questo livello di specificità non è dato. Deve essere un’azione. Non può essere un atteggiamento mentale, perché non si giudica la mente delle persone se non è espressa a parole», ha ammonito il prete neoeboraceno, affrontando poi l’affermazione contenuta nella nota esplicativa secondo cui le confessioni e i matrimoni amministrati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X sarebbero invalidi. Tali affermazioni, ha spiegato, non possono prevalere sulle precedenti concessioni papali di facoltà.  

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«I sacerdoti della San Pio X, durante il pontificato di Francesco, avevano la facoltà di ascoltare le confessioni impartite da Papa Francesco, e ciò è stato formalizzato in un decreto o in un documento papale. Un atto della Congregazione per la Dottrina della Fede in una nota esplicativa non può annullare ciò che ha fatto papa Francesco», ha affermato. «Quindi gli autori hanno perso l’occasione».   Don Murray si è mostrato altrettanto critico nei confronti dei due documenti di riconciliazione pubblicati insieme al decreto. Le linee guida per i sacerdoti prevedono di trovare un ordinario disposto ad accettarli, di scrivere al papa, di firmare una professione di fede che includa l’accettazione della legittimità del Novus Ordo e di completare un periodo di prova.   Per i laici, i documenti presuppongono che i frequentatori abituali delle cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X o i membri delle organizzazioni associate non partecipino alla comunione completa e debbano firmare dichiarazioni simili per ottenere la riconciliazione.   «Il documento sui laici, in sostanza, presuppone che i laici che frequentano regolarmente la Messa presso la Fraternità San Pio X o che appartengono a una delle sue organizzazioni siano fuori dalla piena comunione con la Chiesa e abbiano bisogno di essere riconciliati e riportati in piena comunione con essa», ha osservato don Murray. «Ma un momento. Non sono stati scomunicati. Pertanto, non sono soggetti a una pena canonica che incida sulla loro piena comunione».   «E l’idea che si perda la piena comunione perché si è d’accordo con alcune delle cose che dice la Congregazione, non è accettabile», conclude padre Murray  

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