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Lettera aperta di mons. Viganò al cardinale Zuppi

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Renovatio 21 ripubblica la lettera di monsignor Carlo Maria Viganò al cardinale Matteo Maria Zuppi previamente pubblicata dal quotidiano La Verità. Monsignor Viganò riprende le dichiarazioni sorprendenti e gravi fatte dal porporato la scorsa settimana.

 

Caro Don Matteo,

 

non oso chiamarLa Eminenza per non appesantire di trionfalismo preconciliare quell’immagine dimessa e modesta che tanto scrupolosamente Ella ha creato di sé.

 

Essere eminenti presuppone infatti una posizione di superiorità e di responsabilità, dinanzi a Dio e alla comunità rispetto agli altri, che Le si riconoscono gerarchicamente inferiori. Credo quindi di farLe cosa gradita rivolgendomi a Lei come farei con il mio idraulico o con l’impiegato delle Poste: l’abbigliamento e l’eloquio, più o meno, sono gli stessi.

Devo dire che trovo poco spontaneo questo négligé soigné, questo Suo atteggiarsi ad ultimo degli ultimi, quando a differenza dei veri ultimi Ella conserva e sfrutta ampiamente tutti i privilegi connessi con il fatto di essere Arcivescovo di Bologna, Presidente della CEI e Cardinale di Santa Romana Chiesa. Questo impegno nel costruirsi un’immagine mediatica è di gran moda nella chiesa sinodale cui Ella appartiene.

 

Il Gesuita Argentino che vive al residence Santa Marta anziché negli appartamenti papali del Palazzo Apostolico non è da meno: se ne va a comprare scarpe ortopediche a Borgo Pio e occhiali da vista in via del Babuino come un pensionato qualunque, con l’accorgimento di farsi seguire dai reporter e dai fotografi che estasiati celebrano sulla stampa l’umiltà di «papa Francesco». Un’umiltà di facciata che stride con il suo comportamento tirannico e collerico ben noto a chi lo conosce da vicino. Il cliché è quindi evidente e forse sarebbe il caso di introdurvi una qualche variazione, non fosse che per fugare l’impressione di volersi ingraziare Bergoglio, o di ambire a succedergli.

Leggo su La Verità un resoconto del Suo intervento al Festival di Giffoni, località che a molti è del tutto sconosciuta e che proprio per questo rientra in quella selezione di luoghi prediletti dall’élite bolognese di ricchi radicali rigorosamente di sinistra che vive in lussuosi appartamenti del centro, lasciando ai comuni mortali le «periferie esistenziali» dei condomini popolari di via Stalingrado, dove essere un operaio e avere una famiglia normale è più problematico che fare la drag queen al Cassero. Dove un cattolico è più emarginato di un maomettano.

 

Ella parla di accoglienza in una città che, come quasi tutti i capoluoghi italiani, si è trasformata in un suk di derelitti, drogati, criminali e prosseneti proprio grazie alla Sua «accoglienza», in un lucroso business foraggiato dallo Stato e dall’Unione Europea. Se Ella percorresse a piedi via Indipendenza di sera, potrebbe assaporare e respirare il clima che a parole sembra piacerLe tanto, ma che Le è evidentemente sconosciuto. E forse dovrebbe rifugiarsi in un bar o farsi venire a salvare dai Carabinieri per non dover consegnare orologio e cellulare ai delinquenti che tengono in ostaggio la città di cui Ella – lo ricordo per chi non se ne fosse accorto – è Arcivescovo. Una città in cui ci sono più persone al Pride che alla processione del Corpus Domini o della Madonna di San Luca.

 

La Sua accoglienza, caro don Matteo, è una grottesca chimera e una menzogna.

 

Una chimera, perché si limita ad enunciare principi velleitari che la Storia ha ampiamente sconfessato. Una menzogna, perché l’utopia di una società multirazziale e multireligiosa serve in realtà a demolire quel modello di società che la Chiesa Cattolica – quella a Lei sconosciuta, precedente al Concilio Vaticano II – aveva costruito nel corso dei secoli non solo con le sue chiese e i suoi capolavori d’arte e cultura, ma anche con gli ospedali, gli ospizi, le scuole, le confraternite, le opere di carità.

 

Le chiese di Bologna, come quelle di tutt’Italia, sono deserte e servono ormai come luoghi in cui tenere concerti, conferenze o incontri ecumenici riservati ai pochi privilegiati della Sua ristrettissima cerchia, che poi è la stessa della Murgia, della Schlein e della gauche caviar oggi convertita alla religione woke e al globalismo, all’ideologia LGBTQ+, al gender e al green.

 

Quelle chiese abbandonate, in cui pochi adepti del culto modernista si raccolgono per compiacersi di quanto sono bravi e umili e inclusivi, e di quanto brutti e cattivi siano gli indietristi (che scomunicate), sono il sintomo di una crisi di cui la Sua chiesa è principale responsabile, sin dai tempi in cui il progressismo cattolico italiano di Dossetti trovava ampia protezione sotto il manto del Cardinal Lercaro. E non è un caso se Ella, pochi giorni fa, ha ritenuto opportuno celebrare una Messa da requiem per l’anima del modernista Ernesto Buonaiuti, sacerdote eretico ridotto allo stato laicale, scomunicato vitandus e morto impenitente nella difesa di quegli errori dottrinali che oggi Lei, la Sua chiesa e il Suo Bergoglio avete fatto vostri e volete imporre anche ai comuni fedeli, dei quali disprezzate la semplicità di Fede e l’esasperazione per questo mondo che la rinnega col vostro plauso.

 

E quando sui campanili di Bologna la mezzaluna sostituirà la Croce e nelle vie del centro risuonerà la voce del muezzìn al posto delle campane, i cattolici superstiti sapranno chi ringraziare. Sta già avvenendo in molte nazioni europee, vittime prima dell’Italia della sostituzione etnica che voi colpevolmente incoraggiate.

 

Chi Le scrive ha avuto il privilegio di vedersi comminata la scomunica per scisma proprio dagli eredi di Buonaiuti, intimo amico di Angelo Giuseppe Roncalli quanto Giovanni Battista Montini lo fu di don Lorenzo Milani e di altri egocentrici ribelli. Un bell’ambientino, non c’è che dire. Coloro che fino a Pio XII erano pericolosi deviati nella Fede e nella Morale oggi sono i numi protettori di una Gerarchia non meno corrotta, che cambiando il Magistero della Chiesa spera di riabilitare se stessa con loro e di poter così coprire le proprie vergogne e i propri scandali. Ma non basta cambiare nome ai vizi per renderli virtù: l’eresia rimane eresia, la fornicazione rimane fornicazione, la sodomia rimane sodomia. E come tali, queste piaghe continuano a dannare le anime, perché le allontanano da Dio, che è Verità e Carità.

 

Il Suo appello a «volersi bene» non significa nulla. Quando un’anima è perduta, è compito del buon Pastore andarla a cercare, prenderla con la forza della Parola di Dio – questo simboleggia il pastorale – e ricondurla all’ovile. La Sua indulgenza verso il «mondo queer» tradisce la mancanza di quella visione soprannaturale che dovrebbe avere ogni sacerdote e ogni Vescovo.

 

Voler bene a una persona significa volere il suo bene nell’ordine stabilito da Dio, non confermarla nei suoi errori. Il medico che nega la piaga purulenta non cura il paziente, ma tradisce la sua vocazione per quieto vivere o compiacenza; e il paziente a cui dovrà essere amputato l’arto in cancrena non lo ringrazierà per la sua indulgenza, ma anzi lo detesterà per il suo tradimento.

 

Lei si bea della conventicola di seguaci che La invita a destra e a sinistra (più a sinistra, in realtà). Finché si vestirà come un conducente dell’autobus, finché terrà la Croce pettorale ben nascosta nel taschino e ratificherà le loro istanze con discorsi equivoci e ipocriti, La chiameranno anche alla Sagra della piadina di Borgo Panigale, forse più famosa del Festival di Giffoni.

 

Ma se avesse l’ardire di fare l’Arcivescovo e il Cardinale, di predicare opportune importune il Vangelo anche nei suoi punti più ostici per la mentalità del mondo, Ella dovrebbe tornarsene in Episcopio e sarebbe ferocemente attaccato come tutti i Suoi predecessori fino al Concilio. La Massoneria si scaglierebbe contro l’intolleranza papista, la Sinistra La additerebbe come fascista, e lo stesso Bergoglio – che tradisce allo stesso modo l’intero corpo ecclesiale – La rimuoverebbe e Le farebbe omaggio della medesima scomunica che ha comminato a me, che cerco di non venir meno ai miei doveri di Pastore.

 

È troppo comodo, don Matteo, stare al passo coi tempi: è la tentazione di tutti i secoli e contro di essa ci ha messo in guardia anche la Sacra Scrittura. Non lasciarsi contaminare da questo mondo (Gc 1, 27) non significa vivere in un iperuranio di sedicenti intellettuali progressisti incuranti di chi muore nel corpo e nell’anima, né incoraggiare i peccatori a continuare sulla via della perdizione per essere amici di tutti e non avere nessuno contro.

 

Chi ha ricevuto la Sacra Porpora dovrebbe sapere che essa simboleggia il sangue che deve essere pronto a spargere per la Chiesa, come hanno fatto tutti coloro che hanno preso sul serio il Signore: Voi siete miei amici se farete quello che Io vi comando (Gv 15, 14). Ha sentito bene: quello che Io vi comando. La Redenzione non è un’opzione tra le altre, come vorrebbero farci credere i modernisti: morendo in Croce il Figlio di Dio ha dato la Sua vita per noi e noi non possiamo rimanere indifferenti davanti al Sacrificio di Cristo. Senza quella Croce, senza la Passione e Morte di Cristo l’umanità sarebbe ancora sotto il potere di Satana.

 

La vera umiltà non consiste nell’apparire umili, ma nel riconoscersi tali dinanzi a Dio, nell’obbedire ai Suoi Comandamenti, nell’avere in Lui l’unico scopo della nostra esistenza, nel condurre a Lui tutte le anime, per le quali Egli ha sofferto.

 

La Chiesa non è una sala di teatro o un tendone da circo da riempire con del pubblico purchessia, cambiando di tanto in tanto gli spettacoli in cartellone. Essa è la sala delle Nozze dell’Agnello, in cui si entra solo con la veste nuziale che lo Sposo ci dà nel Battesimo. Il todos todos todos del Suo Bergoglio è un inganno, ed è tanto più grave quanto maggiore è la vostra consapevolezza di andare contro le parole stesse del Signore, che pretendete di rappresentare e di cui calpestate il Vangelo. Ipocriti: la vostra inclusività comprende tutti solo in teoria, ma finisce con l’escludere nella pratica chi non ha le vostre idee e non adora i vostri idoli, esattamente come fa la Sinistra woke che tanto Le piace.

 

Affermare che non serve credere in Dio per salvarsi è una bestemmia: una bestemmia che piace al mondo proprio perché si illude di rendere Dio superfluo con la vostra complicità, mentre tutto ruota intorno alla Croce di Cristo, e nessuno che non rinneghi se stesso e non Lo segua potrà avere la salvezza eterna.

 

Una bestemmia che rende la Chiesa inutile, e Lei con essa.

 

Continui a compiacere il mondo che Le chiede di abiurare la Fede e di abbracciare le sue ideologie false e ingannatorie. Essi dicono ai veggenti: «Non abbiate visioni» e ai profeti: «Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni!» (Is 30, 10).

 

Continui a farsi invitare al Festival di Giffoni e a celebrare Messe di suffragio per eretici scomunicati.

 

Continui a far credere a tante anime perdute che la loro vita peccaminosa non precluderà loro la felicità eterna, e agli immigrati maomettani che sottomettendo l’Europa all’Islam andranno in Paradiso.

 

Ma almeno abbia la coerenza di riconoscere che di Cattolico e conforme alla volontà di Cristo, in quello che Ella fa e che è, non c’è nulla.

 

Non le occorre nemmeno che si cambi d’abito.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

25 Luglio 2024

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Leone XIV aumenta gli stipendi nella Curia

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Sarebbe più corretto affermare che Papa Leone XIV, con un motu proprio pubblicato il 14 settembre 2026, ha abrogato una misura di austerità salariale vaticana adottata da Francesco durante la pandemia. Circa 5.000 dipendenti potranno nuovamente rivendicare la propria anzianità e alcuni stipendi saranno aumentati.

 

Papa Francesco ha pubblicato il motu proprio «Un futuro sostenibile» il 23 marzo 2021, nel pieno della pandemia, a causa della situazione economica e del deficit strutturale. Ha così avviato una politica di austerità nei confronti del bilancio vaticano. Alcuni stipendi – quelli di cardinali, funzionari, sacerdoti e religiosi che lavorano nella Curia – sono stati ridotti.

 

Inoltre, il pontefice aveva decretato il congelamento dell’anzianità, che era stato mantenuto negli ultimi cinque anni. Tale misura aveva incontrato una notevole resistenza. Il nuovo motu proprio rivela che Leone XIV aveva già annullato la decisione del suo predecessore il 16 giugno 2025, attraverso un rescritto che abrogava la riduzione salariale del 3% per i sacerdoti e i religiosi della Curia romana che non ricoprivano incarichi di alto rango.

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Ripristino dell’anzianità

Il nuovo motu proprio abroga completamente quello di Francesco, affermando la stabilità delle istituzioni economiche della Santa Sede. La decisione di ripristinare il precedente motu proprio è stata presa previa consultazione con la Segreteria per l’Economia, ma l’abrogazione non ha effetto retroattivo.

 

Ciò significa che i dipendenti riceveranno nuovamente un bonus di anzianità ogni due anni, adeguamento all’inflazione. Ad esempio, un dipendente di livello 6 può aspettarsi un bonus di circa quaranta euro ogni due anni.

 

Aumento salariale

Si prevede un aumento degli stipendi di cardinali, prefetti e alti funzionari della Curia. Tuttavia, Leone XIV non revocherà la seconda riduzione di “poche centinaia di euro” imposta ai cardinali da Francesco nel 2024. Secondo alcune fonti, un cardinale che lavora presso la Curia percepisce attualmente tra i 4.500 e i 5.000 euro al mese.

 

Dalla sua elezione, Leone XIV ha abrogato diverse leggi emanate da Francesco I in materia finanziaria. In un’intervista del settembre 2025, ha respinto ogni allarmismo riguardante l’economia. Se c’è un ambito in cui l’operato di Leone XIV si differenzia da quello del suo predecessore, è certamente quello economico.

 

L’Associazione dei Dipendenti Laici del Vaticano (ADLV), che conta circa 850 dipendenti su un totale di circa 5.000 nel piccolo Stato, ha chiesto a Leone XIV, in un comunicato, una qualche forma di risarcimento per le perdite causate dalle misure di austerità adottate da Francesco durante la pandemia di COVID-19.

 

Spiega che «per i dipendenti, questa abrogazione non è accompagnata dal riconoscimento retroattivo dei livelli di inquadramento non acquisiti, né da una forma specifica di risarcimento per le conseguenze economiche causate da tali disposizioni».

 

L’associazione conclude aggiungendo: «sarebbe possibile tenere conto dei sacrifici compiuti dai dipendenti durante gli anni di crisi, considerando, qualora non fosse possibile rimborsare integralmente gli importi trattenuti dagli stipendi, forme di riconoscimento una tantum o misure compensative?»

 

Infine, un dipendente ha dichiarato a IMedia che la questione delle pensioni è per lui molto più preoccupante. Papa Francesco, infatti, aveva lanciato l’allarme su questo tema al termine del suo pontificato.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Lula Oficial via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

 

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Mons. Strickland chiede di riesaminare il Concilio: «c’è una casa da ricostruire»

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Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Joseph Strickland apparse su LifeSiteNews. Riteniamo che monsignore sottovaluti il ruolo del Concilio nella catastrofe del cattolicesimo attuale, tuttavia non sbaglia se pensa che quest’albero maligno ha radici profonde e rami che danno i loro frutti perversi lontani dal tronco.   So che alcuni di voi credono che io sia cambiato. Alcuni temono che io sia passato «dall’altra parte». Alcuni si chiedono se, dopo anni passati a parlare apertamente e coraggiosamente della crisi nella Chiesa, a difendere la liturgia romana tradizionale, a mettere in discussione ciò che è stato fatto in nome del Concilio Vaticano II e a parlare apertamente dell’arcivescovo Marcel Lefebvre, io stia ora rinnegando queste convinzioni. Alcuni di voi potrebbero persino sentirsi traditi. Quindi, prima di dire altro, voglio dire questo chiaramente: non mi sono spostato.   Le parole che Cristo rivolse a San Francesco a San Damiano – «Va’ e ripara la mia casa, che, come vedi, sta cadendo in rovina» – mi sono rimaste impresse nel cuore.   Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla Chiesa. Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla sacra liturgia, alla catechesi cattolica, alla vita religiosa, alla formazione sacerdotale o alla trasmissione della Fede. Non ho dimenticato gli altari che sono stati rimossi, i santuari che sono stati spogliati, il latino che è scomparso, le sacre tradizioni che sono state abbandonate, o le generazioni di cattolici a cui è stato insegnato a considerare gran parte della propria eredità come qualcosa da cui la Chiesa doveva essere liberata.   Non ho mai smesso di difendere la liturgia romana tradizionale. Non ho mai smesso di credere che molto sia stato abbandonato inutilmente e debba essere ripristinato. Non ho mai smesso di credere che la Sacra Scrittura debba essere letta all’interno della Sacra Tradizione e secondo la fede perenne della Chiesa. Non ho mai smesso di credere che nessun papa, concilio, vescovo, sacerdote, teologo o generazione abbia l’autorità di creare una nuova fede cattolica.   E non ho mai smesso di credere che permangano seri interrogativi riguardo al Concilio Vaticano II e all’enorme sconvolgimento che ne è seguito.   Non sono diventato meno disposto a dire la verità. Cerco solo di dirla con maggiore precisione.

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Per molti anni, ai cattolici sono state spesso presentate due spiegazioni della crisi. Una afferma: «il Concilio Vaticano II ha causato tutto questo». L’altra afferma: «non c’era niente di sbagliato nel Concilio Vaticano II; il problema è stato solo la sua attuazione». Non credo più che nessuna delle due risposte, presa singolarmente, sia sufficiente.   Qualcosa è successo. Qualcosa è successo al culto cattolico. Qualcosa è successo all’identità cattolica. Qualcosa è successo alla catechesi. Qualcosa è successo alla vita religiosa e al sacerdozio. Qualcosa è successo al modo in cui i cattolici interpretano la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, l’autorità, l’evangelizzazione e persino la Chiesa stessa. Non possiamo seriamente negarlo.   Ma dopo più di 60 anni, non basta più indicare la devastazione e dire: «c’è stata una rottura». Dobbiamo determinare dove si è effettivamente verificata la rottura.   È stata la rottura nel Concilio stesso? In particolari passaggi di particolari documenti? Nelle ambiguità che hanno aperto la porta a interpretazioni contrarie a quanto la Chiesa aveva precedentemente insegnato? Nelle commissioni e nelle riforme che ne sono seguite? Nella loro attuazione? In un’ideologia che si è appellata allo «spirito del Concilio Vaticano II» anche quando le parole del Concilio dicevano qualcosa di diverso?   Oppure la rottura si è verificata a livelli diversi, in modi diversi e in momenti diversi?   Queste domande non rappresentano una ritirata da quanto ho affermato in precedenza. Sono il passo successivo necessario.   C’è un momento in cui il coraggio richiede a un vescovo di presentarsi di fronte a una crisi e dire: «qualcosa è andato terribilmente storto». Ma alla fine il coraggio richiede qualcosa di più. Un pastore deve entrare tra le macerie e capire cosa è andato storto, dove è andato storto, come è andato storto e cosa ora deve essere riparato. Questo è ciò che sto cercando di fare.   Per troppo tempo, quasi tutto ciò che è accaduto alla Chiesa dopo il Concilio è stato racchiuso in un unico contenitore etichettato «Vaticano II». Voglio aprire quel contenitore. Voglio sapere cosa ha detto realmente il Concilio. Voglio sapere cosa non ha detto. Voglio sapere cosa è successo dopo. Voglio sapere cosa è stato fatto in suo nome. E voglio sapere dove qualcosa si è discostato da ciò che la Chiesa aveva ricevuto.   Papa Benedetto XVI comprese che l’interpretazione del Concilio Vaticano II si trovava al centro del problema. Nel suo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, contrappose quella che definì un’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» a un’«ermeneutica della riforma», del rinnovamento nella continuità dell’unica Chiesa donataci da Cristo. Questa distinzione è essenziale.   Non esisteva una Chiesa cattolica prima del Concilio e un’altra dopo. La Chiesa non è ricominciata nel 1962. Il Concilio Vaticano II non aveva l’autorità di inventare una nuova fede cattolica. Nessun concilio possiede tale autorità.   Ogni concilio deve collocarsi all’interno della Fede che lo ha preceduto: la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, i Padri e i Dottori, i concili precedenti e il Magistero perenne.   Benedetto XVI lo ha chiarito in modo particolare durante i suoi sforzi per sanare la frattura che aveva coinvolto la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Non accettava l’idea che il magistero della Chiesa potesse essere semplicemente cristallizzato al 1962. Ma non permetteva nemmeno che il Concilio Vaticano II venisse separato da tutto ciò che lo aveva preceduto. Le radici non si possono recidere dall’albero. Questo è un principio fondamentale per il lavoro che ci attende.   Ma vorrei aggiungere un aspetto altrettanto importante: la continuità non può essere semplicemente affermata. Deve essere dimostrata.   Il mio principio è semplice. Se c’è continuità, dimostriamola. Se c’è ambiguità, identifichiamola. Se c’è rottura, localizziamola.   E se qualcosa non può davvero reggere perché non è conciliabile con la fede che la Chiesa ha ricevuto, allora la Chiesa deve avere il coraggio di affrontarla.   Questo mi porta a un uomo il cui nome non può essere facilmente separato da questa storia: l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Ho già parlato favorevolmente dell’arcivescovo Lefebvre in passato e non ritratto quelle parole. Credo che la storia giudicherà quest’uomo e il suo ruolo nella crisi della Chiesa in modo molto diverso da come è stato spesso giudicato.   In effetti, ho affermato di ritenere possibile che la Chiesa un giorno riconosca la sua santità. Tale giudizio spetta alla Chiesa, non a me. Ma mi è consentito riconoscere quelle che credo siano state virtù straordinarie in un vescovo che si è trovato ad affrontare circostanze che pochi vescovi nella storia hanno dovuto affrontare.   Dovremmo essere cauti nell’ipotizzare, decenni dopo, di poter giudicare con facilità la coscienza di un uomo che si trovava nel mezzo di un terremoto ecclesiastico. L’arcivescovo Lefebvre credeva che qualcosa di prezioso fosse in pericolo di andare perduto. Credeva che il sacerdozio cattolico fosse in pericolo. Credeva che la liturgia romana tradizionale fosse in pericolo. Credeva che la trasmissione della Fede fosse in pericolo. E agì secondo ciò che riteneva fosse sua responsabilità, di fronte a Dio, in quanto vescovo.

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Qualunque giudizio si possa esprimere sulle singole decisioni da lui prese, è difficile immaginare la storia della liturgia romana tradizionale nell’ultimo mezzo secolo senza riconoscere l’enorme ruolo svolto dall’arcivescovo Lefebvre e da coloro che gli erano associati nella sua preservazione.   Ci sono momenti in cui la Provvidenza suscita un uomo con il compito di preservare qualcosa, mentre quasi tutti intorno a lui sembrano pronti ad abbandonarla. Forse questa era la vocazione particolare dell’arcivescovo Lefebvre. Sono grato che ciò che avrebbe potuto andare perduto sia stato preservato. Ma la gratitudine per la vocazione di un altro uomo non mi impone di credere che Dio mi abbia dato esattamente la stessa. La sua vocazione non deve necessariamente essere la mia.   Forse l’arcivescovo Lefebvre fu chiamato, in un momento di tremendo sconvolgimento, ad aggrapparsi a una riva che sembrava scomparire. Forse la mia responsabilità in questo momento è quella di contribuire a costruire un ponte da quella riva. Ma lasciatemi dire una cosa: il ponte non è un compromesso.   Vorrei essere molto chiaro su ciò che intendo. Non sto costruendo un ponte tra la verità e l’errore. Non può esserci compromesso tra la verità cattolica e la falsità. Non sto cercando una comoda posizione intermedia tra la Tradizione e il modernismo. Non sto chiedendo ai cattolici tradizionalisti di rinunciare a ciò che è stato tramandato affinché tutti possano semplicemente andare d’accordo. Questa non sarebbe unità.   Il ponte di cui parlo attraversa qualcos’altro: le ferite, i sospetti, le accuse, i malintesi e le divisioni che hanno separato i cattolici per oltre mezzo secolo.   Da una parte ci sono i cattolici che hanno visto gran parte della loro eredità svanire e hanno imparato, spesso attraverso esperienze dolorose, a diffidare di chiunque parlasse favorevolmente del Concilio Vaticano II. Dall’altra parte ci sono i cattolici a cui è stato insegnato che la fedeltà al Concilio Vaticano II imponeva loro di guardare con sospetto a gran parte di ciò che lo ha preceduto. Entrambi hanno ereditato ferite. Entrambi hanno ereditato preconcetti. Ed entrambi hanno bisogno della verità.   Il ponte non si costruisce fingendo che non sia successo nulla. Si costruisce solo scoprendo cosa è realmente accaduto. E quel ponte deve avere delle fondamenta. Le sue fondamenta devono essere la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione. I suoi pilastri devono essere l’insegnamento perenne della Chiesa. La sua meta deve essere Gesù Cristo.   Se qualcosa non può reggersi su tali fondamenta, allora non può essere portato avanti semplicemente in nome della riconciliazione.   Alcuni di voi potrebbero pensare: leggere Dei Verbum è una cosa. Leggere Sacrosanctum Concilium è un’altra. Ma cosa succederà quando arriveremo ai documenti più difficili del Concilio Vaticano II? È una domanda legittima. La mia risposta è semplice: li leggeremo anche quelli.   Sono ben consapevole che esistono documenti del Concilio che presentano questioni ben più complesse riguardo al loro rapporto con la precedente dottrina cattolica. Non li eviteremo.   Li collocheremo accanto alla Sacra Scrittura. Li collocheremo accanto alla Sacra Tradizione. Li collocheremo accanto ai Padri e ai Dottori. Li collocheremo accanto al precedente Magistero.   E ci chiederemo: può questo essere compatibile con la fede che la Chiesa ha sempre ricevuto?   Se la risposta è sì, dovremmo dire sì. Se è necessario un chiarimento, dovremmo dirlo. Se un’apparente contraddizione può essere risolta interpretando correttamente un testo all’interno della Tradizione, allora dimostriamolo. Ma se qualcosa non è conciliabile, non dobbiamo creare una continuità artificiale solo perché riconoscere il problema sarebbe difficile.   Non stiamo esaminando la Tradizione alla luce del Concilio Vaticano II. Stiamo esaminando il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione. Ed è proprio questo che fa la differenza.   Nessuno di noi che oggi serviamo la Chiesa ha creato la crisi degli anni Sessanta e Settanta. Non abbiamo scritto i documenti conciliari. Non ne abbiamo supervisionato l’attuazione. Non abbiamo ideato le riforme che ne sono seguite. Non abbiamo preso molte delle decisioni le cui conseguenze la Chiesa subisce ancora oggi.   Ma un vescovo non può semplicemente dire: «io non c’ero». Io sono qui ora. La Chiesa che ho ereditato è la Chiesa che ho la responsabilità di guidare.   Un padre che scopre gravi danni alla casa di famiglia non dice: «non è colpa mia» e se ne va. I suoi figli vivono lì. Deve esaminare le fondamenta. Deve scoprire quali pietre sono state rimosse. Deve stabilire cosa è stato modificato inutilmente. Deve identificare qualsiasi elemento introdotto che non appartenga alla casa. Deve preservare ciò che è rimasto intatto. Deve restaurare ciò che è andato perduto. E deve riparare ciò che è stato rotto. È così che intendo la responsabilità episcopale in questo momento.

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Non sono stato io a infliggere queste ferite. Ma sono un vescovo nella Chiesa che le porta. Pertanto, in una certa misura, ora sono anche una mia responsabilità. I ​​vescovi di oggi non possono rimandare indefinitamente queste questioni ai vescovi di domani. A un certo punto, qualcuno deve pur iniziare.   E a voi che temete di essere stati traditi, so perché siete cauti. Molti di voi hanno sofferto semplicemente perché desideravano ciò che le generazioni di cattolici che vi hanno preceduto avevano ricevuto senza controversie. Alcuni sono stati derisi. Alcuni sono stati emarginati. Alcuni sono stati trattati come disobbedienti perché amavano l’antica liturgia. Alcuni hanno visto i propri figli perdere la fede, pur essendo rassicurati sul fatto che la Chiesa stesse vivendo una nuova primavera.   Non vi chiederò di fingere che quelle cose non siano accadute. Non vi chiederò di rinunciare alla Tradizione per attraversare questo ponte. Vi chiedo invece: portate con voi la Tradizione. Portate la Sacra Scrittura. Portate i Padri. Portate i Dottori della Chiesa. Portate i concili. Portate le encicliche. Portate i catechismi. Portate San Tommaso. Portate la liturgia romana tradizionale. Portate tutto ciò che la Chiesa ci ha tramandato. Ne avremo bisogno di tutto.   Esaminiamo dunque ciò che è accaduto. Se il Concilio Vaticano II è in linea con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo. Se qualcosa di fatto in seguito contraddice quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo neanche in questo caso. E se nel Concilio stesso incontriamo qualcosa che non è conciliabile con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo nasconderci da questo.   La verità non ha nulla da temere dall’essere esaminata.   E a coloro che difendono il Concilio, chiedo qualcosa anche a voi. Non trattate le questioni serie come atti di disobbedienza. Non rispondete alle prove con slogan. Non chiedete ai cattolici tradizionalisti di rinnegare ciò che hanno visto. Non invocate il Concilio Vaticano II per giustificare qualcosa, a meno che il Concilio Vaticano II non l’abbia effettivamente affermato.   Se qualcosa di prezioso è stato scartato inutilmente, contribuisci a restituirlo. Se una riforma è andata oltre quanto richiesto dal Concilio, riconoscilo. Se una formulazione conciliare necessita di chiarimenti alla luce del precedente insegnamento cattolico, non aver paura nemmeno di questo.   E non pensiamo che l’amore per la Chiesa ci imponga di fingere che gli ultimi sessant’anni non abbiano rivelato problemi profondi. La Chiesa non è protetta dal nostro rifiuto di esaminare le sue ferite. La Chiesa è protetta da Gesù Cristo.   Forse è qui che l’opera dell’arcivescovo Lefebvre e la mia vocazione si incontrano. Forse la Provvidenza ha richiesto che qualcuno, in una generazione precedente, dicesse: «Non permetterò che questo scompaia».   Forse Papa Benedetto XVI è stato chiamato a ricordare alla Chiesa che la risposta non poteva risiedere nella rottura, ma in un’autentica riforma all’interno della continuità dell’unica Chiesa. E forse noi che oggi serviamo come vescovi abbiamo ereditato un’altra parte di quest’opera.   Forse la nostra responsabilità è tornare indietro. Esaminare. Distinguere. Recuperare. Correggere. Restaurare. E ricostruire.   Una generazione può custodire le pietre. Un’altra può essere chiamata a ricostruire la casa. Una generazione può difendere la riva. Un’altra può essere chiamata a costruire il ponte. Queste vocazioni non devono necessariamente essere in conflitto. L’una può dipendere dall’altra.   Non si può restaurare ciò che nessuno ha preservato. E non si può costruire un ponte su una riva scomparsa.   Onoro coloro che hanno difeso la costa. Onoro coloro che hanno sofferto per preservare ciò che era stato tramandato. Onoro coloro che hanno lanciato l’allarme quando l’allarme era impopolare. Ma forse è giunto il momento anche di costruire.   E così ritorno al punto di partenza. Non mi sono mosso.   Non mi sono allontanato dalla Sacra Scrittura. Non mi sono allontanato dalla Sacra Tradizione. Non mi sono allontanato dal Magistero perenne. Non mi sono allontanato dal Santo Sacrificio della Messa. Non mi sono allontanato dalla Fede tramandata dagli Apostoli. Non mi sono allontanato dalla mia convinzione che la Chiesa abbia subito una profonda crisi e che molto di ciò che è andato perduto inutilmente debba essere recuperato.   E non mi sono mai sottratto alla mia responsabilità di vescovo di dire la verità con chiarezza e coraggio, a qualunque costo.   Ma rimanere saldi non significa che il lavoro sia finito. Ci sono domande a cui bisogna rispondere. Ci sono ferite da guarire. Ci sono errori da correggere. Ci sono tesori da recuperare. C’è una casa da ricostruire. E c’è un ponte che qualcuno deve essere disposto ad attraversare.   Ho intenzione di attraversare quel ponte. Non perché non sia sicuro di dove mi trovo, ma proprio perché so dove mi trovo.

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Percorrerò quel ponte portando con me la Fede che la Chiesa ci ha tramandato. Non rinuncerò alla verità cattolica per rendere più facile l’attraversamento. Non inventerò una continuità laddove non può essere dimostrata. Non difenderò ciò che non può reggere solo perché qualcuno vi ha apposto il nome del Concilio Vaticano II. Cercherò la verità ovunque essa conduca.   E lo farò come un vescovo che sa che un giorno dovrò comparire davanti a Gesù Cristo e rendere conto di ciò che mi è stato affidato. Quel giudizio conta più dell’approvazione di una delle due parti.   Vi chiedo dunque: camminate con me. Non verso una nuova Chiesa. Non verso una Chiesa compromessa. Non verso una Chiesa inventata negli anni ’60. E non verso una Chiesa immaginaria che può semplicemente cancellare 60 anni di storia come se non fossero mai esistiti.   Camminate con me verso la pienezza della fede cattolica che abbiamo ricevuto. Preserviamo ciò che è vero. Recuperiamo ciò che è perduto. Individuiamo ciò che è sbagliato. Correggiamo ciò che non può essere mantenuto. Guariamo ciò che è stato ferito. E ricostruiamo ciò che è stato spezzato.   Non con rabbia. Non con paura. Non come fazioni opposte. Ma come cattolici che amano la Chiesa a tal punto da cercare la verità su ciò che le è accaduto.   La Chiesa non ci appartiene. Appartiene a Gesù Cristo. Lui non l’ha abbandonata. E nemmeno noi lo faremo.   La Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci mantenga fedeli al suo Divin Figlio. I Santi Pietro e Paolo ci rafforzino nella Fede apostolica. San Giuseppe, Protettore della Santa Chiesa, ci custodisca nell’opera che ci attende.   E che Dio Onnipotente ci conceda la saggezza di riconoscere la verità, il coraggio di difenderla, l’umiltà di correggere ciò che deve essere corretto e la carità di ricostruire insieme ciò che è stato ferito.   Non mi sono mosso.   Ma partendo dal fondamento della Sacra Tradizione, credo che sia giunto il momento di iniziare l’opera di ricostruzione.   Vescovo Joseph E. Strickland Vescovo emerito

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Spirito

Scoperti due sermoni inediti di Sant’Agostino

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Nel 2024, il professor Christian Tornau, titolare della cattedra di filologia classica all’Università di Erbipoli, in Germania, è stato contattato da Paul Nebauer, membro dell’associazione del monastero cistercense di Bad Doberan (Germania settentrionale), per decifrare un manoscritto del XII secolo.

 

Originariamente appartenuto all’abbazia di Bad Doberan, questo manoscritto fu in seguito conservato presso l’abbazia cistercense di Pelplin, in Polonia, filiale dell’abbazia di Doberan. Contiene sei sermoni attribuiti a Sant’Agostino d’Ippona; ulteriori analisi hanno rivelato che «due dei sei sermoni sono scritti inediti di Sant’Agostino», afferma il professor Tornau.

 

«Il codice fu scritto in Doberan nel XII secolo. Potrebbe essere stato copiato da un manoscritto perduto dell’abbazia di Amelungsborn, nella Bassa Sassonia, ma al momento non è possibile ricostruirne la storia fino alle sue origini», spiega l’accademico tedesco.

 

In effetti, un catalogo di questo monastero menziona un testo con gli stessi titoli e la stessa sequenza di contenuti del manoscritto Pelplin. Sfortunatamente, la biblioteca dell’abbazia di Amelungsborn fu distrutta durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), rendendo impossibile confermare con certezza il collegamento.

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Il professor Tornau prosegue: «la convinzione della loro autenticità è il risultato di un’approfondita analisi filologica durata quasi due anni. Parte di questo lavoro è stata svolta durante una scuola estiva organizzata dal Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (CSEL) a Vienna nel 2025, con un gruppo di dottorandi e ricercatori post-dottorato».

 

Al termine di questo intenso periodo di lettura e analisi, il gruppo di ricercatori è giunto alla conclusione che non vi fossero obiezioni sostanziali a tale attribuzione.

 

I due sermoni riscoperti si concentrano su un passo delle Sacre Scritture: la visita del re Saul alla Pizia di Endor prima della battaglia contro i Filistei (Primo Libro di Samuele, capitolo 28). Il racconto biblico narra di come Saul, non ricevendo risposta da Dio, consulti un negromante per evocare il profeta Samuele. Questa scena solleva un interrogativo teologico: Samuele apparve davvero grazie a una straordinaria autorizzazione divina, oppure fu un atto di origine demoniaca?

 

La prima di queste omelie fu pronunciata durante la Messa domenicale e si conclude con la presentazione delle varie interpretazioni possibili. La seconda, predicata il mercoledì successivo, sviluppa e confronta queste spiegazioni senza imporre un’unica risposta.

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Immagine: Philippe de Champaigne (1602–1674) , Sant’Agostino (1645-1650 circa), Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

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