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Geopolitica

Le forze israeliane salvano due ostaggi, ma uccidono 100 palestinesi a Gaza. Il re di Giordania chiede il cessate il fuoco

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Le forze di difesa israeliane (IDF) hanno effettuato un’operazione speciale lunedì mattina presto, 12 febbraio, per salvare due ostaggi nel sud di Gaza, ma senza riguardo per la sicurezza dei civili palestinesi coinvolti nel fuoco incrociato.

 

Decine di civili sono stati uccisi a Rafah dagli attacchi aerei di sostegno ai soccorsi nell’area del condominio dove è avvenuto il raid.

 

Questo è stato solo il secondo salvataggio di ostaggi riuscito dal 7 ottobre, il primo avvenuto a fine ottobre. Un altro tentativo di salvataggio all’inizio di dicembre ha provocato l’uccisione dell’ostaggio.

 


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Il ministero della Sanità di Gaza ha contato la morte di 67 palestinesi, tra cui donne e bambini, mentre Hamas ha stimato il bilancio delle vittime a oltre 100.

 

Hamas ha definito l’operazione «una continuazione del genocidio e dei tentativi di sfollamento forzato condotti contro il nostro popolo palestinese».

 

«L’amministrazione americana e il presidente Biden hanno personalmente la piena responsabilità, insieme al governo occupante, di questo massacro, grazie al via libera che ieri hanno dato a Netanyahu e al sostegno aperto che gli hanno fornito con denaro, armi e copertura politica per continuare la guerra. di genocidi e massacri», ha affermato Hamas nella sua dichiarazione.

 

Nel frattempo, il re Abdullah II di Giordania ha incontrato oggi il presidente Joseph Biden alla Casa Bianca, in quello che potrebbe essere stato un tentativo di coinvolgere Biden in una seria richiesta per porre fine al massacro israeliano dei palestinesi, iniziando con il passo iniziale di un cessate il fuoco.

In una conferenza stampa dopo l’incontro, nella quale non sono state poste domande, Biden e Abdullah hanno parlato con un linguaggio educato e diplomatico, ma la differenza tra loro riguardo alle intenzioni era molto evidente.

 

«Il re e io abbiamo discusso… della guerra tra e l’organizzazione terroristica Hamas. Quattro mesi fa, Hamas ha attaccato Israele… il giorno più mortale per il popolo ebraico dai tempi dell’Olocausto» ha detto il presidente USA.

 

Dopo aver parlato degli ostaggi, Biden ha dichiarato che «gli Stati Uniti condividono l’obiettivo di vedere Hamas sconfitto. Dopo il 7 ottobre, Hamas si è ritirato a Gaza, dove i suoi leader vivono in tunnel sotterranei che si estendono per centinaia di chilometri sotto infrastrutture civili, tra cui scuole, parchi giochi e quartieri».

 

Biden ha osservato che «negli ultimi quattro mesi, mentre infuriava la guerra, anche il popolo palestinese ha sofferto dolore e perdite inimmaginabili (…) E centinaia di migliaia non hanno accesso al cibo, all’acqua e ai servizi di base», e ha riconosciuto la morte di almeno 27.000 palestinesi, parlando quindi di conferire con i leader mondiali su un accordo sugli ostaggi.

 

Per quanto riguarda Rafah, il Biden ha detto di aver parlato con il re che «la grande operazione militare non dovrebbe procedere senza un piano credibile per garantire la sicurezza e il sostegno di oltre 1 milione di persone che vi si rifugiano», senza spiegare quale sia questo «piano credibile» e perché l’invasione israeliana di Rafah dovrebbe andare avanti.

 

«Purtroppo, mentre parliamo, continua a svolgersi una delle guerre più devastanti» ha replicato il re giordano. «Quasi 100.000 persone sono state uccise, ferite o disperse. La maggioranza sono donne e bambini. Non potevamo permetterci un attacco israeliano a Rafah, la situazione è già insostenibile. Non possiamo restare a guardare e lasciare che tutto ciò continui. Abbiamo bisogno di un cessate il fuoco duraturo adesso. La guerra deve finire».

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Il sovrano arabo ha affrontato il taglio dei fondi all’UNWRA – che Biden ha evitato – sottolineando che l’UNRWA non solo fornisce servizi e sopravvivenza ai palestinesi all’interno dei territori palestinesi e palestinesi occupati, ma anche che ci sono 2,3 milioni di sfollati palestinesi che vivono in Giordania, per i quali il lavoro dell’UNRWA è di importanza «vitale»: «è fondamentale che l’UNWRA ottenga il sostegno di cui ha bisogno per svolgere il suo mandato».

 

Inoltre, ha sottolineato, «la potenziale minaccia di uno sfollamento palestinese oltre i confini di Gaza e della Cisgiordania è qualcosa che consideriamo con estrema preoccupazione e non può essere permesso (…) dobbiamo assicurarci che gli orrori degli ultimi mesi, a partire dal 7 ottobre, non siano mai ripetuti né accettati da nessun essere umano», ha continuato l’Abdullah.

 

«Sette decenni di occupazione, morte e distruzione hanno dimostrato oltre ogni dubbio che non può esserci pace senza un orizzonte politico. …Dobbiamo insieme…intensificare gli sforzi per raggiungere un cessate il fuoco a Gaza e iniziare immediatamente a lavorare per creare un orizzonte politico che porti a una pace giusta e globale sulla base della soluzione dei due Stati: uno Stato palestinese indipendente, sovrano e vitale con Gerusalemme Est come capitale, ma vivendo fianco a fianco con Israele in pace e sicurezza. Questa è l’unica soluzione che garantirà pace e sicurezza ai palestinesi e agli israeliani, così come all’intera regione».

 

Si tratta con evidenza di due visioni significativamente diverse. Il re Abdullah è portavoce e rappresentante di un concerto di Nazioni. Il ministro degli Esteri giordano era tra gli altri cinque ministri degli Esteri che hanno discusso del cessate il fuoco a Gaza e di argomenti correlati in una riunione dell’8 febbraio a Riyadh. Erano rappresentati l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, la Palestina e l’Arabia Saudita ospitante.

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Geopolitica

Trump: l’Iran è una «piccola guerra» rispetto alla spesa USA per l’Ucraina

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La guerra con l’Iran è «relativamente piccola» per gli Stati Uniti rispetto all’enorme quantità di armamenti che Washington ha fornito all’Ucraina sotto la presidenza di Joe Biden, ha dichiarato il presidente Donald Trump. Ha sostenuto che il suo predecessore ha consegnato a Kiev armi per un valore di 300 miliardi di dollari gratuitamente.   Trump ha espresso queste valutazioni rispondendo alle domande dei giornalisti durante un evento nello Studio Ovale lunedì, mentre i combattimenti in Medio Oriente sono ripresi dopo settimane di relativa calma. Domenica le forze statunitensi hanno colpito due lanciarazzi iraniani sull’isola di Larak nello Stretto di Ormuzzo, provocando la reazione di Teheran con attacchi missilistici contro le forze americane in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti.   Interrogato sul fatto che la prolungata operazione contro l’Iran stesse prosciugando le risorse militari statunitensi necessarie altrove, Trump ha sminuito la preoccupazione. «Questa è una guerra relativamente piccola per noi. Non è una guerra di grandi proporzioni», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno «così tante munizioni e rifornimenti» dislocati in tutto il mondo da poter attingere a ulteriori risorse in caso di necessità.   «Sapete dove sono finiti i soldi? In Ucraina», ha proseguito Trump, sostenendo che, in confronto, Washington ha usato «pochissime» armi contro l’Iran.

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Il presidente statunitense poi messo a confronto le spese americane per l’Iran con il sostegno di Washington all’Ucraina sotto il suo predecessore. «Joe Biden ha dato all’Ucraina beni per un valore di oltre 300 miliardi di dollari, gratis», ha detto Trump, aggiungendo che sotto la sua amministrazione l’Ucraina «deve pagarli» attraverso i membri europei della NATO.   La cifra di 300 miliardi di dollari è ampiamente contestata. Un rapporto di maggio dell’Ispettore Generale Speciale per l’Operazione Atlantic Resolve ha stimato gli stanziamenti totali degli Stati Uniti per l’Ucraina e la più ampia risposta al conflitto a circa 195 miliardi di dollari da febbraio 2022, di cui 67,8 miliardi di dollari sono stati destinati ad articoli e servizi di difesa per Kiev.   La definizione di «piccola guerra» data da Trump al conflitto con l’Iran arriva nel suo settimo mese, nonostante le sue ripetute dichiarazioni di vittoria. All’inizio di aprile aveva proclamato una «vittoria totale e completa» e da allora ha ripetutamente affermato che Washington aveva vinto o era vicina a porre fine al conflitto.   La guerra ha assorbito armamenti statunitensi per miliardi di dollari, con il segretario alla Guerra Pete Hegseth che ha stimato il costo complessivo a 37,5 miliardi di dollari entro luglio. Washington ha lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk solo nelle prime quattro settimane, nonostante ne produca solo poche centinaia all’anno, insieme a più di 1.000 intercettori Patriot e THAAD.   La pressione ha inciso anche sulle scorte di armi statunitensi in Europa, dove le forniture di intercettori Patriot e altre munizioni chiave sono scese a livelli «oltre la soglia critica», poiché le armi vengono dirottate verso il Medio Oriente, secondo quanto riportato la scorsa settimana dai media, che citano funzionari statunitensi e della NATO.   Nel frattempo, Washington ha intensificato la pressione economica su Teheran. Il segretario del Tesoro Scott Bessent ha avvertito domenica che gli Stati Uniti potrebbero scatenare una «violenza finanziaria» contro l’Iran, minacciando di imporre nuove sanzioni secondarie ogni settimana per punire Teheran e coloro che intrattengono rapporti commerciali con essa.

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Geopolitica

Trump pubblica video AI che mostrano l’isola di Kharg «ridotta in macerie»

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato filmati generati dall’intelligenza artificiale che mostrano un attacco missilistico contro l’isola iraniana di Kharg, importante centro petrolifero, nel contesto di una nuova escalation tra Washington e Teheran.

 

Le forze statunitensi e iraniane si sono scambiate attacchi per la prima volta dalla fine di luglio. Domenica, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di aver preso di mira due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak, vicino al punto più stretto dello Stretto di Ormuzzo, che a suo dire si stavano preparando a lanciare razzi con mine marine nello stretto, che rappresenta circa il 20% del commercio mondiale di petrolio greggio.

 

Secondo Teheran, il bombardamento ha ucciso diversi soldati e civili iraniani.

 

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L’Iran ha risposto lunedì mattina: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) ha dichiarato che i propri droni e missili avevano provocato «danni significativi» alle basi aeree statunitensi di King Hussein e Al-Azraq in Giordania.

 

Dopo gli attacchi, i prezzi del petrolio sono saliti nelle prime contrattazioni asiatiche, con i future WTI in rialzo del 2,47% a 85,46 dollari al barile e i future Brent in aumento del 2,71% a 90,49 dollari al barile.

 

Trump non ha emesso comunicati immediati sull’escalation sulla sua piattaforma Truth Social, limitandosi a pubblicare due brevi video generati dall’intelligenza artificiale che mostrano diversi missili che colpiscono impianti petroliferi su un’isola, generando immense esplosioni.

 

«L’isola di Kharg viene fatta saltare in aria e ridotta in frantumi!!!» recitava la didascalia di uno dei video.

 

Situata a circa 25 km dalla costa iraniana del Golfo Persico, l’isola di Kharg gestisce circa il 90% delle esportazioni di petrolio greggio del Paese, costituendo il principale sbocco per le entrate petrolifere. L’arcipelago corallino, spesso definito «isola proibita» a causa delle severe misure di sicurezza, ospita anche un importante deposito di petrolio.

 

Gli Stati Uniti hanno colpito ripetutamente obiettivi militari sull’isola di Kharg dopo l’inizio del conflitto alla fine di febbraio, ma si sono astenuti dal prendere di mira le infrastrutture energetiche. Trump ha inoltre valutato un’operazione terrestre per impadronirsi del centro petrolifero, sostenendo che avrebbe potuto essere condotta dalle forze statunitensi o da «altre persone». Tuttavia, tali piani non si sono mai concretizzati.

 

Teheran ha più volte avvertito che incendierà l’intera infrastruttura petrolifera e del gas degli alleati degli Stati Uniti negli Stati del Golfo qualora gli impianti energetici sull’isola di Kharg venissero colpiti o si tentasse di conquistarla.

 

In rete in molti si chiedono come il candidato presidente della pace, pure assicurata durante il suo primo mandato, sia divenuto quello che minaccia la «distruzione totale di una civiltà», con tanto di videini IA.

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Geopolitica

I servizi israeliani evacuano il figlio di Netanyahu da Miami: «grave minaccia»

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L’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet ha reso noto che Yair, primogenito del premier Benjamin Netanyahu, è stato trasferito in segreto dagli Stati Uniti a causa di una «grave minaccia» alla sua vita.   La notizia arriva a pochi giorni dalle parole dello stesso Netanyahu, espresse in un’intervista telefonica al Canale 14 israeliano, secondo cui l’Iran avrebbe «tentato di assassinare» uno dei suoi figli, senza indicare quale né fornire particolari sul presunto piano.   Lo Shin Bet ha dichiarato sabato in un comunicato: «C’era una minaccia significativa contro Yair Netanyahu e, alla luce di ciò e dopo un’attenta valutazione, è stata presa la decisione di prelevarlo d’urgenza insieme alla sua scorta e di riportarlo in Israele», omettendo però la natura della minaccia e il momento esatto dell’operazione.   Mercoledì una fonte anonima delle forze dell’ordine statunitensi ha riferito al canale TV americano Newsmax che i servizi segreti israeliani avrebbero individuato un piano ai danni di Yair nel dicembre dell’anno precedente. Canale 12 ha aggiunto che, per portare a termine l’operazione, lo Shin Bet ha riassegnato gli agenti che all’epoca proteggevano il presidente Isaac Herzog a New York.   Secondo le accuse, agenti iraniani avrebbero sorvegliato la sua residenza e i suoi spostamenti. Yair, che da anni viveva negli Stati Uniti con uno controverso stile di vita fatto di agio, ha ricevuto l’ordine di partire subito ed è rientrato in Israele, a quanto pare senza nemmeno ritirare i propri effetti personali.

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La sua lunga permanenza all’estero ha suscitato perplessità in patria, soprattutto dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023, perché molti si chiedevano perché restasse oltreoceano mentre centinaia di migliaia di riservisti venivano richiamati per un’operazione militare di rappresaglia a Gaza.   A luglio la moglie di Netanyahu, Sara, e i loro due figli hanno ottenuto una protezione estesa a carico dei contribuenti, alimentando ulteriori polemiche pubbliche e politiche.   La vicenda emerge mentre la coalizione di Netanyahu affronta una campagna elettorale difficile per la rielezione, dopo la guerra in stallo con l’Iran. Il conflitto è iniziato alla fine di febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele su Teheran, che hanno ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e quattro membri della sua famiglia, tra cui la figlia Boshra e la nipotina Zahra di 14 mesi.   Mojtaba, figlio di Khamenei e nominato nuova guida suprema una settimana dopo, ha promesso di «vendicare il sangue» del padre. Teheran, tuttavia, non ha commentato né rivendicato la responsabilità del presunto complotto per assassinare il figlio di Netanyahu.   Yair Netanyahu è noto per una serie di polemiche. Il documentario sulla presunta corruzione del premier israeliano The Bibi Files (2024) lo descrive come un estremista che porta il padre verso posizioni ultrasioniste. Durante le manifestazioni massive antigovernative nelle piazze israeliane prima del 7 ottobre 2023, lo Yair ha affermato che il Dipartimento di Stato americano era «dietro le proteste in Israele, con l’obiettivo di rovesciare Netanyahu, apparentemente per concludere un accordo con gli iraniani».   Come noto, il ragazzo qualche anno fa pubblicò un meme, incredibilmente definito come «antisemita» pure dalla stampa italiana, che ritraeva Giorgio Soros come puparo del mondo. Nelle ultime settimane è emerso che anni fa aveva di fatto ipotizzato su Twitter come ritorsione contro la Spagna un’invasione marocchina del suo territorio, cosa poi puntualmente realizzatasi a Ceuta.  

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Immagine di U.S. Embassy Jerusalem via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
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