Gender
Squadra femminile con 5 giocatori transessuali vince il torneo ma è accusata di aver rotto una gamba
Una squadra di calcio «femminile» LGBTQ+ composta da cinque giocatori transgender ha vinto facilmente un torneo in Australia dopo che altre squadre erano state avvertite che avrebbero compiuto «discriminazioni» rifiutandosi di giocare, nonostante le accuse che una delle giocatrici trans avesse rotto in due la gamba di un avversario. Lo riporta Modernity News.
La squadra «lesbica e non-binaria» Flying Bats FC ha dominato completamente la competizione della Beryl Ackroyd Cup, battendo una squadra per 10-0 in una partita che ha visto uno dei giocatori transgender segnare una doppia tripletta.
«Dopo la vittoria della finale di domenica a Sydney, in Australia, per 4-0, è emerso che gli organizzatori avevano precedentemente tenuto una riunione di crisi, durante la quale le squadre rivali erano state avvertite che la rinuncia alle partite contro i Bats avrebbe comportato un’azione disciplinare e avrebbe potuto anche essere vista come “un atto di discriminazione”», riferisce il quotidiano britannico Telegraph.
«Lo stesso incontro ha incluso accuse secondo cui un giocatore di 188 centimetri, una volta aveva rotto la gamba di un’avversaria di 167 centimetri per 60 chili in due punti e affermava che 24 compagni di squadra del giocatore infortunato avevano lasciato perché non volevano affrontare il lato LGBTQ+».
🚨 (1/3)
Leaked audio from the North-West Sydney Football Association.
The Flying Bats is a lesbian soccer club founded in the 1980s. They have since competed in the North-West Sydney female soccer competition.
The Flying Bats won the pre-season final last weekend 4-0. On… pic.twitter.com/l6q0Gw5X5m
— John Ruddick MLC (@JohnRuddick2) March 28, 2024
È stato riportato che i genitori si sarebbero preoccupati al punto che in alcuni casi si rifiutavano di far partecipare le loro figlie alla competizione per paura di ferirsi gravemente.
«Le nostre ragazze sono qui per giocare per divertimento e si aspettano di giocare nella competizione femminile. Non si sono iscritti a una competizione mista», ha detto un dirigente senior del club, aggiungendo: «È stato così scoraggiante per loro vedere l’enorme differenza di abilità: la stanno massacrando».
Nonostante ai giocatori transgender sia consentito competere nel calcio femminile in Australia a livello di base, le preoccupazioni per la sicurezza sono aumentate quando il deputato John Ruddick ha fatto trapelare l’audio di un presidente di club che si lamentava di come: «Un paio di anni fa, uno dei giocatori del Flying Bats ha rotto un delle gambe dei nostri giocatori in una partita. Non gioca più a calcio».
«Questo avrebbe potuto essere evitato perché la mia giocatrice alta 1 metro e 67, che non pesava nemmeno 60 chili, contro una giocatrice alta 1 metro e 88, che pesava 89 chili, in un pessimo contrasto si è rotta una gamba», ha aggiunto.
Tuttavia, il presidente del Flying Bats, che si autodefinisce «la più grande squadra di calcio femminile LGBTQIA+ e non binaria del mondo», ha risposto con disinvoltura affermando: «le donne trans appartengono alla competizione femminile perché questo è il genere con cui si identificano».
Ciò non è andato a genio all’attivista Kirralie Smith di Binary Australia, che ha postato la sua critica su X.
«La vostra politica misogina che protegge i maschi negli sport femminili sta costringendo le ragazze ad autoescludersi. È ingiusto e pericoloso. Siete dei codardi che si nascondono dietro cattive leggi che svantaggiano le donne».
«Permetteranno davvero a maschi biologici di spezzare le gambe alle vostre figlie in nome della “diversità e inclusività”» si chiede Modernity News.
La risposta che dà Renovatio 21 è: sì, certo.
Gli esempi che abbiamo annotato in questi mesi abbondano. Due mesi fa, una squadra di basket femminile di una scuola superiore del Massachusetts è stata costretta a rinunciare alla partita dopo che un giocatore transgender della squadra avversaria ha ferito tre giocatrici. Traumi ad atlete causate da avversari transessuali si sono visti in vari sport, come la pallavolo, l’hockey, la BMX, Ju-jitsu, MMA.
Nel frattempo, i record di ogni possibile disciplina femminile vengono stracciati dai transessuali, ma forse ora si tratta di un dettaglio minore.
Sul tavolo non ci sono classifiche, medaglie, punteggi: c’è, sul serio, l’incolumità delle donne – quelle vere.
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Gender
Nuovo studio smentisce la propaganda LGBT secondo cui le leggi «anti-trans» causerebbero il suicidio
Un nuovo commento pubblicato sulla rivista scientifica Nature Human Behaviour solleva dubbi sulla solidità di uno studio, realizzato dai ricercatori del Trevor Project, che aveva collegato l’introduzione di leggi statali restrittive nei confronti delle persone transgender a un aumento dei tentativi di suicidio tra adolescenti transgender e non binari.
Lo studio originale, condotto su dati raccolti da oltre 61.000 giovani transgender e non binari negli Stati Uniti su un arco di cinque anni, aveva concluso che le leggi statali definite «anti-transgender» avrebbero fatto aumentare fino al 72% i tentativi di suicidio nell’ultimo anno tra i giovani coinvolti, dopo aver controllato per altri fattori.
Secondo quanto riportato dal sito The College Fix, un gruppo di studiosi guidato da Kathleen Kerr, direttrice del dipartimento di biostatistica dell’Università di Washington, ha pubblicato sulla stessa rivista un commento che ridimensiona la portata dei risultati originali. Kerr ha spiegato che l’effetto più significativo individuato dallo studio — quello registrato a due e tre anni dall’entrata in vigore delle leggi — derivava in larga parte dai dati di un solo Stato, l’Idaho, che aveva contribuito con poche centinaia di partecipanti.
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Le due leggi dello Stato in questione, riguardanti lo sport scolastico e i certificati di nascita, non sarebbero mai entrate pienamente in vigore o sarebbero state bloccate dai tribunali poco dopo l’approvazione.
Kerr ha inoltre criticato la scelta metodologica di utilizzare come gruppo di controllo tutti gli stati privi di leggi simili, senza tenere conto delle differenze geografiche e culturali rispetto agli stati che le avevano approvate.
Gli autori dello studio originale hanno replicato che, anche qualora le leggi dell’Idaho non avessero avuto un impatto diretto e immediato, il dibattito pubblico e politico che le ha accompagnate potrebbe comunque aver avuto conseguenze sui giovani coinvolti, ed eventuali effetti potrebbero essersi protratti anche durante le fasi di sospensione giudiziaria.
La controversia si inserisce in un dibattito scientifico e politico più vasto sulla qualità delle evidenze disponibili in materia di medicina di genere per i minori. La Cass Review, la revisione indipendente commissionata dal Servizio Sanitario Nazionale britannico e pubblicata nel 2024, aveva già rilevato che gran parte della ricerca esistente sul tema poggia su basi metodologiche deboli, tali da non garantire, a suo avviso, una base solida per le decisioni cliniche.
Nello stesso filone, uno studio condotto in Finlandia su oltre duemila giovani che si erano rivolti a servizi di transizione di genere tra il 1996 e il 2019 ha riscontrato tassi di disagio psichiatrico più elevati rispetto a un gruppo di controllo, sia prima sia dopo l’eventuale percorso di transizione.
Il tema resta oggetto di forte contrapposizione tra chi sostiene la necessità di un accesso rapido alle cure di affermazione di genere per tutelare la salute mentale dei giovani transgender, e chi — comprese alcune persone che hanno interrotto il proprio percorso di transizione — chiede maggiore cautela, sottolineando la mancanza di studi longitudinali solidi e casi di conflitti d’interesse economici segnalati in alcune cliniche, come emerso in un’inchiesta giornalistica che fece scoppiare uno scandalo 2022 relativo al centro medico della Vanderbilt University.
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In Italia non esistono dati ufficiali, sistematici e verificati sui suicidi (né sui tentativi di suicidio) legati specificamente alle persone transgender.
L’Istituto Superiore di Sanità (ISS), attraverso il Centro di riferimento per la medicina di genere, riconosce apertamente la carenza di dati. Personale ISS sostiene che in Italia non esistono dati aggiornati sulla popolazione transgender: quelli disponibili risalgono a circa dieci anni fa e si basano su un sottogruppo della popolazione.
I dati ISTAT/ISS sul suicidio in Italia in generale sono solidi (circa 3.800-4.000 casi l’anno, con dettaglio per sesso, età, regione), ma non registrano l’identità di genere come variabile, quindi non è possibile ricavarne un tasso specifico per la popolazione trans.
L’ISS gestisce anche il portale istituzionale per i «diritti e la tutela del’identità di genere» (sic) Infotrans con informazioni sanitarie e giuridiche, ma senza un registro epidemiologico nazionale dedicato al suicidio in questa popolazione.
Siti del gayismo organizzato e testate generaliste riportano periodicamente il tema, spesso in occasione di casi di cronaca (come la morte di un giovane transessuale nel 2025) o del Transgender Day of Remembrance (TDOR), citando perlopiù dati internazionali più che italiani.
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