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La Santa Sede si oppone allo scioglimento della Chiesa Ortodossa Ucraina
La Santa Sede ha appena preso una posizione netta contro qualsiasi divieto assoluto nei confronti della Chiesa Ortodossa Ucraina (UOC), un organismo ortodosso storicamente legato – sebbene non più legalmente dal 2022 – al Patriarcato di Mosca. Questo è un modo per la diplomazia vaticana di mantenere una posizione stabile tra le due parti in conflitto al fine di pianificare il periodo postbellico.
Il 20 novembre 2025, il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, non ha usato mezzi termini durante l’incontro con Viktor Yelensky, presidente del Servizio statale ucraino per l’etnopolitica e la libertà di coscienza: «Non è accettabile punire collettivamente intere organizzazioni religiose», ha avvertito l’alto prelato.
Questa dichiarazione giunge mentre a Kiev è in corso un processo amministrativo: lo Stato ucraino chiede lo scioglimento totale della sede metropolitana della Chiesa ortodossa ucraina (UOC) e la messa al bando dei suoi organi centrali. Una tale decisione aprirebbe la strada a una serie di divieti locali e infliggerebbe un duro colpo a questo ramo dell’Ortodossia, che rimane il più numeroso del Paese, nonostante l’esodo di massa delle parrocchie dal 2022 sotto la pressione delle autorità.
Il cardinale Gugerotti ha attentamente distinto due realtà: da un lato, la necessità di sanzionare individualmente chierici o fedeli che hanno formalmente violato la legge o collaborato strettamente con la potenza nemica russa; dall’altro, il rifiuto di qualsiasi misura generale che colpisca un’intera comunità religiosa: «I responsabili devono rispondere delle loro azioni, ma non possiamo condannare un’intera Chiesa», ha insistito.
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Dall’adozione, nell’agosto 2024, della legge «sulla tutela dell’ordine costituzionale nel campo delle organizzazioni religiose», qualsiasi comunità che mantenga legami con strutture religiose russe rischia il divieto assoluto.
Sebbene la Chiesa ucraina abbia proclamato la propria autocefalia e abbia rotto canonicamente con Mosca il 27 maggio 2022, tre mesi dopo l’inizio dell’aggressione russa, le autorità ucraine ritengono che questi legami permangano e che questa Chiesa continui a essere influenzata dal Patriarca Kirill, un ardente sostenitore della guerra condotta da Vladimir Putin.
Ad oggi, i servizi di sicurezza ucraini hanno avviato 208 indagini penali contro membri del clero e dei laici dell’UOC per «attività anti-ucraine», collaborazione con il nemico o propaganda. Circa 40 sacerdoti e diversi vescovi sono già stati condannati a pene detentive; altri sono stati deportati in Russia o scambiati nell’ambito di operazioni di cattura di prigionieri di guerra.
Le autorità di Kiev ribadiscono che, anche se la sede centrale venisse sciolta, ogni parrocchia manterrebbe il diritto di esistere come comunità religiosa indipendente o potrebbe unirsi alla Chiesa ortodossa ucraina sotto la guida del Patriarcato di Kiev, che è autocefalo dal 2019. In pratica, diverse centinaia di parrocchie hanno già effettuato questo trasferimento dall’inizio dell’invasione , spesso sotto forte pressione locale.
Nonostante queste rassicurazioni, la scomparsa del centro metropolitano significherebbe la perdita dell’unità giuridica e amministrativa dell’UOC, nonché la fine della sua attuale identità canonica. Per molti fedeli e membri del clero rimasti fedeli alla propria gerarchia, ciò equivarrebbe alla vera e propria liquidazione della loro Chiesa.
Rifiutando il principio della punizione collettiva, il Cardinale Gugerotti segue la tradizionale linea della Santa Sede: mantenere una posizione di neutralità tra le parti in conflitto e distinguere chiaramente le responsabilità individuali dalle affiliazioni comunitarie. Questo intervento indiretto ma fermo costituisce il segnale più chiaro, ad oggi, della disapprovazione del Vaticano per la strada scelta dalle autorità ucraine per risolvere la questione dei legami storici con Mosca.
L’intervento romano non è affatto casuale: papa Leone XIV desidera ripristinare al più presto i rapporti di fiducia con il Patriarcato di Mosca, la principale confessione ortodossa al mondo, dopo che i rapporti si erano notevolmente tesi nell’ultima parte del pontificato di Francesco.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
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Brusselle scossa da una serie di esplosioni: terrorismo o criminalità maranza?
Il sindaco di un sobborgo di Brusselle ha denunciato quello che ha definito «terrorismo» e ha chiesto rinforzi dopo una serie di esplosioni legate alla violenza delle bande criminali che hanno colpito la capitale europea questa settimana. Per quanto la stampa non lo scriva, pare ovvio che si tratta di scontri all’interno della teppa immigrata, che di fatto – come in Olanda con la Mokro mafia, la mafia marocchina – gestisce il traffico di stupefacenti.
Negli ultimi giorni sono state segnalate almeno cinque esplosioni a Saint-Gilles, un vivace quartiere di Brusselle che ospita anche numerosi funzionari dell’UE.
L’ultimo incidente è avvenuto poco dopo la mezzanotte di sabato, fuori da un locale di shisha in Rue Théodore Verhaegen, vicino a Barrière de Saint-Gilles. L’esplosione ha danneggiato il locale e le case vicine, e ha mandato in frantumi le finestre di una scuola dall’altra parte della strada. Non si sono registrati feriti.
Il sindaco di Saint-Gilles, Jean Spinette, ha descritto gli incidenti come una «guerra tra famiglie rivali di narcotrafficanti», chiedendo al ministro dell’Interno Bernard Quintin di fornire rinforzi immediati alla procura di Bruxelles e alla polizia giudiziaria federale per garantire la sicurezza dei residenti durante la notte.
«La situazione sta degenerando in modo incontrollato, con sparatorie ed esplosioni che si susseguono senza sosta. È una vera piaga per il comune», ha dichiarato, secondo quanto riportato dai media locali. Ha definito l’attacco alla scuola «scioccante», descrivendo la situazione come «grave criminalità organizzata» alimentata da gruppi rivali in lotta per il controllo del territorio.
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«Diffondere la paura per conquistare territorio : questo si chiama terrorismo», ha aggiunto.
Brusselle è stata descritta come una delle capitali europee più colpite dalla violenza legata alle armi da fuoco, con 96 episodi registrati nel 2025. Nei primi tre mesi del 2026, sono state segnalate almeno 22 sparatorie, che hanno provocato diversi feriti e un morto.
Il procuratore Julien Moinil aveva precedentemente avvertito che «ogni residente di Bruxelles e ogni cittadino può essere colpito da un proiettile vagante», chiedendo una stretta coordinata sulle reti criminali. Le autorità federali hanno proposto ulteriori misure, tra cui un aumento dei pattugliamenti e una maggiore sorveglianza nelle aree legate al narcotraffico.
Brusselle ospita numerose istituzioni dell’UE, tra cui la sede della Commissione Europea, ed è ampiamente considerata la capitale politica di fatto del blocco. Anche il quartier generale della NATO si trova in città.
La distinzione tra terrorismo e violenza criminale immigrata diviene oramai sottilissima. Bisogna considerare inoltre che i soggetti che partecipano all’una e all’altra rete potrebbero essere gli stessi. La violenza maranza quindi potrebbe essere tanto terrorista quanto legata al narcotraffico, a seconda della bisogna.
Come riportato da Renovatio 21, sei mesi fa una lettera anonima pubblicata lunedì sul portale ufficiale della giustizia belga denunciava che il Belgio rischia di trasformarsi in uno «narco-Stato» poiché le organizzazioni criminali dedite al traffico di droga stanno infiltrando polizia e magistratura.
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Immagine di Zairon via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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