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La menzogna della teoria dell’evoluzione: un libro per capire

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Per i tipi delle Edizioni Piane è uscito un nuovo libro per orientarsi riguardo la fallacia della teoria dell’evoluzione, immane e contraddittoria menzogna ancora inflitta ai nostri figli a tutti i livelli delle scuole dell’obbligo. Si tratta di L’evoluzione in 100 domande e risposte di Dominique Tassot, un esperto del rapporto tra scienza e rivelazione.

 

Come scrive l’autore, «trasformando la visione che l’uomo ha di se stesso, e in particolare delle sue origini, l’evoluzione ha avuto ripercussioni su ogni aspetto delle nostre società. Ha dettato le grandi scelte delle ideologie politiche del XX secolo ed è servita da giustificazione tanto al liberismo economico che al collettivismo, entrambi attivi ancora oggi, con i loro eccessi e la conseguente disumanizzazione delle società».

 

Renovatio 21 ha intervistato il traduttore italiano dell’opera, Roberto Bonato, di cui in passato abbiamo pubblicato altri interventi e traduzioni.

 

Dottor Bonato, può raccontarci chi è l’autore del libro?

Dominique Tassot lo racconta nell’Introduzione: lui è un puro prodotto dell’educazione laïque et républicaine, un allievo dell’Ecôle des Mines, quella che in Francia forma dai tempi napoleonici l’élite ingegneristica nei campi della geologia, della fisica e della chimica: un po’ l’equivalente dei nostri politecnici.

 

Di estrazione cattolica, in gioventù subisce il fascino di Teilhard de Chardin e della sua «sintesi» tra la teoria dell’evoluzione e un fumoso misticismo pseudo-cristiano che vede in Cristo il «punto Omega» di un’evoluzione umana in perpetuo divenire.

 

In apparenza, tutto era in ordine, con scienza e fede a dividersi il campo della verità in ambiti ben delineati e incomunicabili. La fede, quello della realtà intima o psicologica (oggi diremmo del «benessere interiore»); la scienza ad occuparsi delle cose serie, delle verità oggettive: la traiettoria del tipico cattolico «adulto». Ma un giorno si imbatte in un libro dal titolo strano: L’evoluzione regressiva. Un testo che osa mettere in discussione il totem intoccabile della scienza moderna: la teoria dell’evoluzione. Scopre così che un certo numero di scienziati ha, da sempre, avanzato ottimi argomenti che smentiscono le affermazioni principali della teoria dell’evoluzione. Tassot non ha fatto che andare in fondo al ragionamento: se le basi di questa famosa teoria sono così traballanti, cos’è che la tiene in piedi?

 

La risposta è semplice, ma tremenda: l’odio per la Verità, l’odio per il dogma che ci rivela dalle pagine della Bibbia che siamo figli di un’Intelligenza Infinita, dell’Amore Infinito, e non del movimento casuale della materia che si sarebbe auto-organizzata o, ancora più assurdo, auto-creata. 

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Per quali ragioni può essersi affermata la teoria dell’evoluzione?

Da un punto di vista storico, è bene ricordare qual era il contesto storico e sociale nel quale Darwin propose la sua teoria. Tanto il rapace capitalismo imperialista inglese (e francese, belga, tedesco, etc.), quanto il nascente socialismo, avevano bisogno di un paradigma intellettuale che giustificasse i loro peggiori eccessi, e che quindi potesse sbarazzarsi di diciotto secoli di morale cristiana.

 

L’uno e l’altro lo trovarono nella «lotta per la sopravvivenza»: perché se è questa la legge universale del progresso biologico, allora ogni mezzo diventa lecito (di più: inevitabile) per fare trionfare l’interesse superiore del «progresso della specie». Specie che, di volta in volta, sarà quella del laborioso colono inglese sul «primitivo» autoctono; quella del rispettabile borghese sull’analfabeta e malaticcio miserabile che affolla gli slums industriali che ha contribuito a creare; quella del forte proletario russo sull’imbelle capitalista sfruttatore e parassitario; o quella che, passando per il superuomo di Nietzsche, Hitler identificò nell’ariano germanico del suo Kampf (la lotta, per l’appunto) per lo «spazio vitale».

 

Non è un caso che, come documenta Tassot, Marx avesse chiesto a Darwin di scrivere la prefazione al Capitale (offerta che Darwin educatamente declinò), né che il primo libro del quale le Guardie Rosse cinesi imponessero la lettura nei villaggi occupati non fosse il Libro Rosso di Mao, ma L’origine delle specie. Nel mondo ottocentesco inebriato dai successi tecnologici dovuti alle nuove scoperte scientifiche, la teoria dell’evoluzione ne usurpò linguaggio e credibilità. 

 

Ancora oggi la teoria dell’evoluzione è l’ampio paravento dietro al quale i padroni del discorso nascondono le loro mire inconfessabili, e la foglia di fico che copre le vergogne degli utili idioti al loro servizio: da quelli che difendono il diritto di fare a pezzi un bambino nel ventre della madre (il «grumo di cellule» è l’ultima metamorfosi linguistica della teoria – falsa – della «ricapitolazione evolutiva» attraverso la quale passerebbe il feto umano durante il suo sviluppo) a quelli che pensano che l’essere umano, animale come un altro, non valga di più di una mucca d’allevamento, e quindi vorrebbero obbligarlo a mangiare insetti, o, meglio ancora, a togliere il disturbo dalla faccia della terra: come per tutte le teorie false, se ne può trarre ogni sorta di conclusioni assurde.

 

Più in generale, penso che la sintesi più onesta del motivo principale all’origine del trionfo (molto più «mediatico» che scientifico) della teoria dell’evoluzione si trovi nel libro di uno dei suoi sostenitori più fanatici: L’orologiaio cieco del biologo Richard Dawkins, laddove questi afferma molto candidamente che la teoria dell’evoluzione ha fornito la giustificazione intellettuale che gli atei stavano aspettando.

 

Per la prima volta nella storia, sostenere che l’universo, quale l’esperienza e la vera scienza ce lo rivelano, sia frutto del caso, diventava intellettualmente rispettabile. Meglio: sofisticato e alla moda. Come direbbe Chesterton, lungi dall’essere un’idea nuova, la teoria dell’evoluzione è l’ennesimo, vecchio errore. Vecchio almeno di un paio di millenni: il materialista Epicuro ne parlava già intorno al III secolo a.C.

 

Ed esattamente come Epicuro, una tale teoria serve un unico fine: quello di liberarsi della presenza ingombrante di Dio. Perché se siamo figli del caso, non dobbiamo rispondere delle nostre azioni a nessuno: non serviam.

 

Come dicevo: niente di nuovo, ma solo la monotona, ripetitiva cantilena, ma ahimé quanto efficace, dai tempi di Adamo ed Eva.

 

Quali sono gli argomenti che ci spingono a confutarla?

C’è l’imbarazzo della scelta, e uno dei meriti del libro è quello di fornirne un elenco, implacabile quanto inoppugnabile, in tutti i campi, dalla fisica, alla paleontologia, alla teologia. 

 

Per esempio: i famosi fossili dai quali Darwin aspettava ansiosamente la conferma dell’esistenza di anelli di congiunzione tra le specie, costituivano già ai suoi occhi un grosso ostacolo alla sua teoria, come ammetteva nella sua corrispondenza privata. I reperti disponibili ai suoi tempi raccontavano sempre una e una sola cosa: gli animali, anche quelli estinti, apparivano tutti perfettamente funzionanti, estremamente sofisticati, senza «mezze ali» o «proto-organi» che attestassero il passaggio attraverso remote fasi intermedie tra una specie e l’altra.

 

Darwin ne traeva la conclusione che all’epoca non si disponesse ancora di un numero sufficiente di testimonianze fossili. Sono passati 160 anni, e dei fossili delle forme di transizione continua a non trovarsi traccia. Questo è un fatto talmente incontrovertibile nell’ambito della paleontologia, che i rinomati evoluzionisti Jay Gould e Eldredge sono arrivati a formulare la teoria dell’evoluzione saltazionista o degli equilibri punteggiati: visto che dell’evoluzione non si trova traccia, significa che l’evoluzione avviene «a salti», per «botte di evoluzione», avvenute su tempi brevissimi, su popolazioni animali talmente ristrette, da non lasciare (guarda caso!) alcuna traccia documentata dal registro fossile.

 

Tutto molto scientifico. Come direbbe qualcuno: se i fatti contraddicono la teoria, tanto peggio per i fatti.

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Personalmente ricordo la mia modestissima, quanto tutt’ora inevasa, obiezione di studente prima al liceo, poi all’università, infine alla scuola di dottorato: com’è possibile che il secondo principio della termodinamica (anche noto come principio di entropia, o di Carnot), il principio più solido, più universalmente confermato di tutta la fisica, quello che ci insegna che ogni sistema naturale tende inevitabilmente verso uno stato di disordine progressivo, e che la teoria dell’evoluzione, quella che ci dice esattamente il contrario, ossia che il movimento aleatorio di atomi su durate sterminate di tempo produca ordine, organizzazione e informazione altamente strutturata, siano entrambi veri? Risposta: non è possibile.

 

Chieda pure a qualsiasi scienziato, o professore di scienze del liceo: immancabilmente bofonchierà qualcosa sui «sistemi aperti», e poi cambierà discorso. La realtà, ostinata, ci ripete sempre la stessa cosa, quella che le leggi della fisica formalizzano: il caos non produce l’ordine, checché ne dicano certi muratori in grembiule. O, come direbbe Tassot, il tempo non è causa di alcunché.

 

La teoria dell’evoluzione è incompatibile, prima ancora che con la fede cattolica, con la scienza empirica stessa. 

 

A essere un po’ pedanti, si potrebbe dire che la teoria dell’evoluzione non può essere confutata, per il semplice motivo che non è scientifica nel senso popperiano del termine, ossia falsificabile. Ed è normale che sia così, perché Tassot mostra efficacemente in un altro suo libro che ho tradotto tempo fa (Il Darwinismo: un mito tenace smentito dalla scienza) che la teoria dell’evoluzione nasce molto prima di Darwin nel mondo della filosofia, della letteratura e dell’ideologia anti-cristiana: non è altro che la versione pseudo-scientifica del vecchio mito del progresso, quello che postula che ciò che viene «dopo» è necessariamente meglio di quello che c’era «prima».

 

Darwin le ha solo fornito una veste e una rispettabilità scientifica. E infatti questa favola per adulti, come ebbe a definirla il biologo Jean Rostand, poggia, non tanto su prove scientifiche, ma su narrazioni, veri e propri «miti» o «icone» che ormai hanno colonizzato l’immaginario collettivo: dalle falene di Manchester ai moscerini della frutta di Lansky; dalla sequenza evolutiva della balena o del cavallo, al collo della giraffa; dai batteri che «evolvono» per sopravvivere agli antibiotici, alla celeberrima sequenza che va dalla saltellante scimmietta Lucy al muscoloso homo sapiens.

 

Il tutto confondendo allegramente fenomeni accertati come adattamento e selezione, con il concetto totalmente ipotetico di evoluzione, estrapolando su durate di tempo sterminate fenomeni mai constatati su scala ridotta, avvitandosi in ragionamenti circolari nei quali si postula il fenomeno stesso che si dovrebbe dimostrare, o semplicemente inventando di sana pianta dati inesistenti, come accadde con i disegni di Haeckel sulla ricapitolazione evolutiva dell’embrione o frodi famose come quella del pitecantropo e dell’uomo di Java.

 

In cosa il pensiero del Tassot si distingue dagli altri?

Tassot non ha nessuna geniale, originalissima «sintesi» da proporre per «riconciliare scienza e fede». Perché, se per «scienza» si intende il Darwinismo, la fede cristiana non ha nessun bisogno di riconciliarsi con una falsità, tutt’altro.

 

Tassot non fa altro che ricordare e difendere la dottrina cattolica tradizionale sulla Creazione, quale è narrata nei primi capitoli della Genesi, e quale è costantemente confermata dall’esperienza empirica, che parla di specie stabili (per quanto non immutabili, anzi, talmente sofisticate da potersi adattare e differenziare rispetto a mutate condizioni ambientali), create per atto soprannaturale da un Creatore infinitamente intelligente, potente e amorevole.

 

Se c’è una particolarità di Tassot, è quella di avere la capacità, in quanto ingegnere e dottore in filosofia alla Sorbona, di analizzare il problema da tutte le angolazioni, e, nel corso degli anni, di aver saputo radunare attorno a sé e alla sua rivista Le Cep un gruppo di scienziati, storici e filosofi che combattono la stessa battaglia per la Verità. A questo unisce la verve del conferenziere consumato, capace di vivacizzare argomenti inoppugnabili con aneddoti storici, con un effetto di grande efficacia pedagogica.

 

L’evoluzione in 100 domande e risposte, strutturato in 10 capitoli che affrontano altrettanti aspetti del problema, è la sintesi di anni di lavoro e di contributi, e l’apparato bibliografico sarà utilissimo per approfondire i numerosi temi che per forza di cose possono essere affrontati, per quanto rigorosamente, solo per sommi capi.

 

Tassot si distingue per coerenza e onestà intellettuale anche dalla grande maggioranza degli scienziati «credenti»: quelli che, pur di salvare la propria rispettabilità di «scienziati seri» all’interno di istituzioni che pretendono fede assoluta nell’idolo evoluzionistico, ad esso devono inchinarsi, più o meno sinceramente, e dire che sì, che la teoria dell’evoluzione è vera, ma che tutte le sue innumerevoli contraddizioni sono risolte da un Dio che alla fine tira le fila dell’universo. Dicono di voler «conciliare scienza e fede», ma in realtà non fanno che stravolgere l’una e tradire l’altra, perché nel tentativo di salvare una teoria tanto mediaticamente trionfante, quanto scientificamente fallimentare, questi scienziati «concilianti» devono annacquare, «demitizzare» a tal punto la Rivelazione biblica e secoli di Tradizione, da rendere entrambe irrilevanti.

 

Come si evince dalla corrispondenza personale di padri dell’evoluzione come Darwin, Lyell, Huxley, Galton, essi vedevano in questo tipo di accomodamento teista all’evoluzionismo il loro alleato più prezioso, perché erano consapevoli che un Dio «evolutore» era perfettamente innocuo e funzionale alla loro agenda ideologica: il nemico da abbattere, ossia da sradicare dalle coscienze, era il Dio della Genesi, quello che si interessa alla sua creatura dal primo istante della sua esistenza terrena fino all’ultimo (e oltre), quello che crea l’universo intero per l’uomo.

 

A 160 anni dall’inizio ufficiale di questo attacco, possiamo ben dire: missione compiuta. Purtroppo.

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Oltre a quelle di Tassot, vi sono altre forme di opposizione alla teoria dell’evoluzione? Di recente contro di essa si sono mossi anche gli informatici…

Immagino che lei stia parlando del lavoro di William Dembsky. In quanto informatico, lo trovo estremamente interessante. Si tratta di una formalizzazione del concetto di «complessità irriducibile» introdotto per la prima volta da Michael Behe. L’esempio che si usa in questi casi è quello della trappola per topi, un congegno per il quale esiste un numero minimo di componenti indispensabili per svolgere la funzione, al di sotto del quale non si ha più una trappola: formaggio, molla, la barra che cala sul topo, etc.

 

Se UNA SOLA viene a mancare, o è incompleta, il resto della struttura è perfettamente inutile. Fuor di metafora in ambito biologico: il reticolo intricatissimo della retina umana non serve a nulla, se al termine delle connessioni neurali dell’occhio non esistessero aree dedicate della corteccia cerebrale, infinitamente più complesse, che possano decodificare i segnali inviati.

 

Le due componenti avrebbero dovuto evolvere parallelamente, per milioni di anni, senza alcuna utilità, oppure servendo a fare tutt’altro (ai tempi del mio liceo il concetto alla moda era serendipicità) fino al momento fatidico nel quale si sarebbero collegate (sempre per puro caso) e, che combinazione! Ecco servita la visione.

 

La teoria dell’evoluzione, anche nella sua incarnazione moderna del neo-darwinismo, che vede nelle mutazioni aleatorie del codice genetico il motore dell’evoluzione, non ha la minima risposta a questo tipo di problemi, se non l’ennesimo mito: quello che dice che quanto è impossibile su un tempo a scala umana, diventa «praticamente certo» su durate di tempo «infinite» (non proprio: miliardi e miliardi di anni). La prova? Inesistente.

 

Il lavoro di Dembsky è fondamentale perché si attacca al fulcro metafisico della questione, che è il superamento definitivo del paradigma riduzionista che in questo momento paralizza il progresso delle scienze, e che passa per l’introduzione dell’informazione come principio fisico fondamentale accanto a «massa» ed «energia».

 

Per tornare alla questione dell’opposizione al darwinismo, mi sembra che l’unica degna di nota della quale sono a conoscenza viene dal mondo americano: essenzialmente protestante, ma, ed è stata per me una rivelazione recente, anche da un certo mondo cattolico. Spiace dirlo, ma è una realtà che l’eresia protestante del sola scriptura, se da un lato è all’origine dell’estrema frammentazione di quel mondo in migliaia di denominations, paradossalmente ha preservato un’opposizione tenace ed efficace al dominio totale del pensiero evoluzionista, nel nome di un’adesione intransigente al significato letterale della Bibbia.

 

Invece, la fedeltà del popolo cattolico ai propri pastori, se lo ha protetto per secoli da ogni sorta di deviazione dottrinale, ha anche fatto sì che, quando la gerarchia ha vacillato di fronte all’avanzata delle armate darwiniste, esso fosse molto più permeabile agli insegnamenti spuri che ne sono derivati. 

 

Negli USA la vicinanza, spesso antagonista o per lo meno «competitiva», con i protestanti, ha costretto i cattolici (per lo meno quelli che hanno ancora a cuore l’ortodossia) ad affrontarli sul loro stesso terreno della conoscenza e della fedeltà alle Sacre Scritture. Già da alcuni anni tanto io che Tassot collaboriamo con il Kolbe Center for the Study of Creation. Si tratta di un apostolato impegnato a ristabilire la verità cattolica sulle origini del mondo e della vita, che poco tempo fa ha prodotto la straordinaria serie di documentari Foundations Restored (disponibile con sottotitoli in italiano), un’opera monumentale che in 13 episodi analizza tutti gli aspetti della questione avvalendosi dei contributi di una ventina di esperti in fisica, chimica, biologia, teologia, storia, filosofia: il tutto alla luce degli insegnamenti delle Scritture e della Tradizione della Chiesa cattolica.

 

Dettaglio toccante: il fondatore, Hugh Owen, è il figlio convertito al cattolicesimo di Sir David Owen, politico inglese a suo tempo attivo propugnatore di politiche eugenetiche, già primo Segretario Generale dell’International Planned Parenthood Federation. Per quanto minoritaria, si, la resistenza esiste, anche cattolica, e si sta organizzando.

 

Quando essa è penetrata davvero nell’istruzione pubblica? Ci sono forme di resistenza all’interno di essa?

Non si può resistere a qualcosa che non si percepisce nemmeno più come un problema. 

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Fino a che punto le scuole sono state invase dal darwinismo? È possibile esonerare il proprio figlio dalle ore di lezione in cui viene impartito agli studenti?

Vivo in Francia ormai da 20 anni, ammetto di conoscere poco la situazione attuale della scuola pubblica italiana, che però immagino non molto diversa da quella francese, della quale eredita l’origine laïque. Penso che poco sia cambiato in Italia dai tempi nei quali, alle medie come al liceo, mi sono ritrovato a studiare la teoria dell’ontogenesi di Haeckel (il primo traduttore di Darwin in tedesco), quella secondo la quale un embrione umano, durante il suo sviluppo fetale, «ricapitola» tutte le fasi della sua storia evolutiva, passando attraverso una fase «pesce», «rettile», etc.

 

Questa teoria, screditatissima da almeno un secolo, come è ben documentato nel libro, era ancora presentata nella scuola media e superiore italiana degli anni ‘80 come una delle «prove» più convincenti della validità della teoria dell’evoluzione, e i disegnini inventati di sana pianta da Haeckel occupavano un paio di pagine del mio testo di scienze: poco importa che siano una frode conclamata riconosciuta da tempo.

 

Ma non è un problema solo italiano: nel 2017 Jonathan Wells ha intitolato il suo libro Zombie Science proprio in relazione ai famigerati disegni: come uno zombie che non vuol saperne di morire, questi disegni fraudolenti continuano ad infestare i libri di scienze.

 

Il tutto accanto al paragrafo sull’ennesimo mito della vulgata evoluzionista, quello degli “organi vestigiali”, come l’appendice o le tonsille, che non sarebbero che rimasugli di organi del passato dimenticati lì dall’evoluzione, inutili se non dannosi. Ma se di organi vestigiali se ne annoveravano un centinaio agli inizi del ‘900, attualmente si contano sulle dita di una mano, perché di tutti gli altri nel frattempo si sono scoperte funzioni e utilità, e tutto porta a ritenere che non ce ne sia nessuno.

 

È la dimostrazione che la teoria dell’evoluzione rappresenta un vero e proprio ostacolo alla scienza, con gravi ricadute per esempio in ambito medico. Perché nel frattempo si è scoperto che l’infiammazione delle tonsille è sintomo di problemi di sviluppo della mandibola indotti dall’eccesso di cibi molli, e che l’appendice non è affatto un rumine atrofizzato, ma una vitale riserva di batteri, utilissima per ri-colonizzare l’intestino dopo un problema digestivo o una malattia che ne avesse compromessa la flora, con buona pace per le migliaia di ablazioni «preventive» effettuate per decenni: solo uno dei tanti esempi delle conseguenze deleterie molto concrete dell’orgoglioso accecamento indotto da questa teoria, che ci fa ritenere inutile qualcosa che semplicemente non comprendiamo ancora.

 

A proposito, a più di 150 anni dall’Origine delle Specie, mi saprebbe citare una sola invenzione, una sola previsione utile che la teoria evoluzionista avrebbe apportato al genere umano?

 

Non mi risulta che le lezioni di darwinismo possano essere rifiutate, ma ritengo che il modo più efficace di combatterlo sarebbe quello di presentarlo in classe nel modo più scientifico e intellettualmente onesto possibile (come raccomandava Humani generis), comprese le ideologie mortifere e devastanti che ha contribuito a ispirare: comunismo, nazismo, eugenismo, cultura della morte abortista ed eutanasica. Ed è proprio per questo che ho voluto tradurre in italiano il libro di Tassot, che è concepito principalmente come un sussidio per studenti ed educatori cattolici.

 

Perché questo è il nodo del problema: i cattolici, preti e laici, devono riprendere coscienza dell’insegnamento perenne della Chiesa su questi temi, e proclamarlo senza complessi di inferiorità che non hanno alcuna ragione di sussistere: L’evoluzione in 100 domande e risposte e Foundations Restored sono lì per ricordarlo.

 

Come stupirsi se i giovani «perdono la fede» all’adolescenza? Non è forse a quell’età che a scuola imparano che la «scienza ci insegna che la teoria dell’evoluzione spiega le origini dell’uomo»? Non è forse a quell’età che il prof di religione (quando c’è) spiega tutto gongolante che sì, Dio ha detto delle cose vere «in un certo senso» all’inizio della Bibbia, ma voleva dire altro, o forse è Mosè che, poverino, non era abbastanza «evoluto» per capire, anzi no, Mosè è un personaggio mitico, o «composito», sono i rabbini durante la cattività babilonese che hanno inventato delle storie per ingannare il tempo, ma in ogni caso poco importa, perché si tratta di storie buone e giuste, «ispirate», e a noi cattolici adulti non importa tanto il «come», ma il «perché».

 

C’è veramente da stupirsi se un giovane, con il bisogno vitale di Verità e di Assoluto che solo un adolescente può avere, trarrà da tale insegnamento ondivago e contraddittorio la conclusione che, siccome i primissimi capitoli della Bibbia sono, nel migliore dei casi, un mito, e nel peggiore una presa in giro, forse lo sia anche tutto il resto, Incarnazione, Passione, Morte, Resurrezione e Transustanziazione comprese?

 

E che per le cose «vere» ci si possa fidare solo della Scienza.

 

Quella che insegna che un embrione umano è solo una specie di girino, che veniamo dal caso, e che i comportamenti omosessuali sono normali, e infatti «lo fanno anche le scimmie»?

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Qual è il quadro generale dell’antievoluzionismo?

È un argomento vasto al quale Tassot dedica tutto un capitolo del libro, nel quale traccia brevemente la storia dell’opposizione tanto religiosa quanto puramente scientifica alla teoria. Direi che attualmente ci sono due correnti principali. Da un lato quella del Disegno Intelligente, o Intelligent Design, che accoglie l’evoluzione come un fatto accertato, ma che, di fronte alle insanabili contraddizioni teoriche, e alla mancanza delle evidenze empiriche, evoca l’azione di un Dio che interverrebbe costantemente a forza di miracoli per «dirigere» l’evoluzione là dove, lasciata a se stessa, non andrebbe mai. È una corrente che ha gioco facile nell’indicare tutto quello che non funziona nel darwinismo, ma che pare ancora intenta a salvare le apparenze di una spiegazione puramente naturalista (per quanto guidata da Dio «da lontano»), dell’origine della vita, l’unica ormai comprensibile dal mondo moderno.

 

L’altra è quella del creazionismo «classico», che riconosce che i primi capitoli della Genesi descrivono in modo succinto, ma esatto, le fasi della creazione del mondo, che procedono da altrettanti atti soprannaturali del Dio Creatore che ha voluto rivelarSi, e rivelare l’origine dell’uomo senza finzioni né «allegorie». Ed è questa la posizione pressoché universale della Tradizione Cattolica, e di tutti i padri della Chiesa: Sant’Agostino compreso, proprio quello che tanto a sproposito viene arruolato, insieme alle sue «cause seminali», nei ranghi degli evoluzionisti. E questa è la posizione di Tassot.

 

Purtroppo si tratta di una posizione che viene spesso irrisa come ingenua o ispirata dal «letteralismo protestante»: come se il povero Mosè, un tipo capace di guidare un milione di persone nel deserto per 40 anni, non fosse in grado di afferrare concetti come «nato da una scimmia» o «milione di anni», mentre noi, suoi evolutissimi pronipoti debitamente istruiti dai documentari di Piero Angela, avessimo capito che i primi capitoli della Genesi non sono che un’allegoria, un racconto morale tipo Mille e una notte.

 

Eppure è a questa visione che dobbiamo il paradigma culturale che ha reso possibile la nascita della scienza, quella vera, nel mondo occidentale. Perché se altre culture hanno accumulato conoscenze ed osservazioni empiriche e soluzioni tecniche puntuali, è solo nell’Occidente irrigato dalla confluenza tra la nozione ebraica di Creazione con quelle di lex romana e di logos greco, che la scienza moderna è stata resa possibile: il mondo non è governato dai moti casuali ed imprevedibili della materia, né dai capricci di divinità riottose, ma è opera di un Creatore, che se ne cura fin dall’inizio continuamente, la cui infinita intelligenza traspare nella mirabile armonia di leggi regolari e conoscibili, pallido ma esatto riflesso della Sua gloria infinita.

 

Qual è lo stato dell’antievoluzionismo in Italia?

A mia conoscenza, si tratta di opposizioni isolate e assolutamente minoritarie. Esistono le lodevoli eccezioni rappresentate da intellettuali come Giuseppe Sermonti, autore del coraggioso Dimenticare Darwin, e tutta l’opera meritevole di padre Alberto Strumia.

 

Come in Francia, il paradigma evoluzionista è talmente penetrato nella cultura, tanto a livello accademico che popolare, da essere ormai implicito, e quindi invisibile. Si pensi solo a quando in una discussione si evoca l’Homo sapiens, o il Neanderthal, o si parla di «cervello rettiliano».

 

Io stesso ho conosciuto per caso l’opera di Tassot in Francia, in età relativamente avanzata, e non avevo nemmeno mai potuto concepire che esistesse un’opposizione fondata a quanto a scuola il mio insegnante di scienze mi presentava come una grande conquista dello spirito umano, e quello di religione come salutare lezione di (falsa) umiltà: sapere che siamo solo delle scimmie senza peli.

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La chiesa postconciliare ha oramai accettato la storia dell’uomo derivante dalla scimmia?

Nel quartiere dove vivo, a Nizza, dopo l’attentato del 14 luglio 2016, il prete di un’importante chiesa situata a due passi dal luogo del massacro ha raccolto dei fondi per «offrire a Dio» un nuovo portale. Risultato: vi figurano due orrendi scimmioni che si scambiano una mela. Incurante del fatto che il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che i nostri due progenitori, Adamo ed Eva, furono creati perfetti, in stato di grazia, con i doni dell’immortalità, dell’impassibilità, dell’integrità e della scienza infusa, come da millenaria Tradizione di Dottori, Confessori e Martiri (oltre che di un numero sterminato di santi preti), il parroco non ha trovato nulla da eccepire a che fossero raffigurati secondo una vulgata pseudo-scientifica ispirata da un naturalista inglese ateo e ferocemente anti-religioso, che contraddice platealmente il buon senso cattolico, prima ancora che la fede.

 

Direi che è un esempio che riassume bene la situazione della Chiesa su questo fronte: una debacle totale, una ritirata disordinata nelle retrovie dell’evoluzionismo teista, con effetti che sarebbero grotteschi, se non fossero blasfemi. È importante sottolineare che l’ultimo pronunciamento al più alto grado di autorità del Magistero cattolico sull’argomento fu quello di Humani Generis (1950), che si limita ad autorizzare la «discussione» sulle origini dell’uomo, ma giustamente impone di non presentare mai l’evoluzione come un fatto accertato, e raccomanda agli insegnanti cattolici, sotto pena di peccato grave, di non mancare di segnalarne i punti incompatibili con la dottrina.

 

Ricordo che prima di Humanae Vitae, anche Paolo VI aprì un «periodo di discussione» durante il quale era permesso per un cattolico dibattere sulla liceità della contraccezione: e sappiamo come quel periodo si è concluso. Il resto, ovvero le dichiarazioni di papi (o dei loro collaboratori) personalmente convinti, come la stragrande maggioranza del clero attuale, che la scienza abbia accertato oltre ogni margine di dubbio la realtà dell’evoluzione, non sono assolutamente vincolanti, e non faranno che dimostrare alle future generazioni di storici della Chiesa a che punto in questi tempi oscuri le mistificazioni di questa vasta impostura intellettuale saranno riuscite a confondere anche i gradi più elevati della gerarchia cattolica.

 

La storia della famosa dichiarazione di Giovanni Paolo II sull’evoluzione «più che un’ipotesi» (che il Papa non scrisse di suo pugno, e che probabilmente neanche lesse) è molto istruttiva in questo senso, e meriterà un capitolo a parte, forse proprio dalle colonne di Renovatio 21.

 

D’altra parte, già nel 1907, nella Pascendi Dominici Gregis, il nostro conterraneo San Pio X, che univa il buon senso del parroco di campagna alla chiaroveggenza di un profeta dell’Antico Testamento, nel denunciare il modernismo aveva fatto «nomi e cognomi»:

 

«È lor [dei modernisti, ndr] principio generale che in una religione vivente tutto debba essere mutevole e mutarsi di fatto. Di qui fanno passo a quella che è delle principali fra le loro dottrine, vogliam dire all’evoluzione»

 

Ecco quella che mi sembra una buona definizione del modernismo: la teoria dell’evoluzione applicata alla teologia.

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Giorni fa sono stato ad una partita di Hockey, un campionato internazionale europeo: prima della partita è stato chiesto un minuto di silenzio per il massacro di Crans-Montana, e tutti non solo hanno eseguito – compresi gli ultras facinorosi – ma si sono alzati tutti in piedi all’istante.   La maestra di cinese di mio figlio, che va al sabato in una classe fatta solo di bambini cinesi dove l’italiano lo si abbozza solo, ha parlato di Crans-Montana durante la lezione: neanche una donna cinese riesce a trattenere l’interesse, l’amarezza, forse perfino un cenno di lutto, dinanzi alla strage svizzera.   Ci sono quantità di conoscenti che da giorni discutono di questo, e nel rabbit hole, come gli americani chiamano l’immersione in un argomento oscuro e complesso, ci sono un po’ s finito anche io, pronto a misurare centimetricamente le possibile inesattezze della narrazione sui giornali. Sapete, un po’ come al Bataclan, cominciano a notarsi racconti discrepanti, un po’ tendenti a far sembrare le vittime come eroi – la vittima, lo abbiamo spiegato in un articolo di qualche tempo fa, nella nostra società ha un potere fortissimo.   Tutto il mondo è sconvolto. E a ragione: sono diecine di vite giovani falciate d’un tratto, incenerite nella demenza del capodanno (la notte dove, più di ogni altra, mi impongo di andare a letto prestissimo), sacrificate al niente in una località per ricchi.   Ci sono vari filoni dell’interesse giornalistico ed umano per l’ecatombe. Ci sono quelli che, inevitabile, attaccano i soccorsi. Il famoso sito di notizie partenopeo intervista un tizio del posto che lamenta le mancanze dei soccorsi. Eppure, a quanto era stato detto, in poche ore gli svizzeri avevano tirato su un ospedale da campo, e smistato in elicottero immediatamente i feriti gravi in tutti gli ospedali del Paese, saturando le terapie intensive e mandandone qualcuno pure a Milano.   Ho parlato con un sacerdote che è originario di un paesino del San Bernardo non lontano. Mi ha detto che la sorella lavora nelle ambulanze, e che in pratiche tutte le ambulanze disponibili si erano concentrate immediatamente sulla discoteca in fiamme – certo, chi conosce i posti di montagna sa che dalle città più vicine non si arriva in dieci minuti.    

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Ma allora, se la colpa non è dei soccoritori, è dei proprietari del locale. Ecco che ti spuntano articoli sul passato del proprietario, che però, è riconosciuto, ha pagato il conto con la giustizia ed è uscito dai giri criminali da 20 anni, mentre la proprietaria, non trovando nulla, deve essere ricordata per qualche ragione come figlia di pompiere.   Dicono: una discoteca in un seminterrato, impossibile. Ma nessuno ha presente la realtà dei locali di montagna? Dicono: c’era solo un’uscita su per le scale; anzi no, scusate, l’uscita di sicurezza c’era ma era chiusa (ultima che si è sentita, chissà). Dicono: non avevano la licenza per far ballare la gente, ma di gente che ballava nei video non ne ho vista tantissima, certo i trenini di capodanno, ma sembra più un bar con i tavolini per le bottiglie di champagne, compresa quella probabilmente fatale.   Dicono: non era a norma. Poi salta fuori che invece le autorità svizzere (quindi… precise, no?) lo avevano giudicato a norma. E allora: ma l’ultimo controllo è stato nel 2020. E quindi? I controlli vanno fatti ogni anno? E se non vengono fatti, non è per caso per decisione o mancanza dei controllori?   Insomma, io la croce non la butto né sui soccorsi, e – a differenza della nostra diplomazia – nemmeno sui proprietari di Le Constellation (perché al maschile non lo sappiamo, ma ammettiamo che fa chic). I quali magari hanno salvato la pelle ma avranno la vita segnata.   Concludiamo la carrelata citando brevemente l’ebetudine complottista di chi dice che è stato un sacrificio umano programmato dalla malvagia élite mondialista: un’idea idiota degna degli scappati di casa che invece che lavorare stanno su Telegram. E lo dice una testata che del ritorno del sacrificio umano ha fatto uno dei argomenti fondamentali. I domofugi telegrammari dovrebbero nell’ordine, vergognarsi, stare zitti ed andare a lavorare, o, se impossibilitati, leggere un libro.   No, abbiamo un altro colpevole in mente, ben più problematico, e mostruoso: gli uomini invisibili.   Proprio così: la strage è stata causata dal fatto che nella scena, almeno dai filmati che possiamo aver visto, non si vede un uomo. Non c’è qualcuno che, come un uomo, prende l’estintore e si avventa sulle fiammelle, che potevano sembrare, almeno all’inizio, contenibili.   Non c’è nemmeno, sempre nei filmati, un uomo che prende e dice agli amici – magari alla sua stessa fidanzatina – di scappare. Non un uomo che abbia presentito, o anche solo sentito, il pericolo esiziale che si avvicinava.   Voi dite: ma erano ragazzini, era un evento pensato per diciottenni, anzi minorenni, forse perfino per ragazzini piccoli. Il discorso, per quanto ci riguarda, non cambia: a 16 anni non si è in grado di percepire la minaccia? A 15 anni non si sente la necessità di mettersi in salvo con i propri pari? A 18 anni è normale riprendere un incendio col telefonino invece che scappare, chiedere aiuto, proteggere i propri cari?        

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C’è chi vuole farci credere questo. Leggiamo su Repubblica (giornale forse ora destinato alla rianimazione) un’intervista ad un importante «psicologo e psicoterapeuta» che dice che non bisogna criticare quelli che nel rogo filmavano invece che fuggire e far fuggire. «È una frase che fa male. Perché giudica senza capire. Perché arriva dopo, quando l’orrore è già accaduto, e cerca colpe dove servirebbe comprensione», spiega con generosità ed empatia l’esperto.   Poi ecco che, leggibile anche sui social, arriva lascienzah. È colpa del cervello, non di chi lo porta a spasso. «Fino ai 20-22 anni la corteccia prefrontale non è completamente sviluppata. È l’area che consente di valutare il rischio, pianificare una risposta efficace, controllare l’impulso» dice lo psico-specialista. «In una situazione di emergenza, fiamme, fumo, panico, un cervello adolescente non reagisce come quello di un adulto, non perché manchi la volontà, ma perché manca la piena maturazione delle funzioni di controllo».   Interessante: a questo punto, visto che i giovani insistono in assenza in cervello (almeno, non con il cervello sviluppato, secondo l’infallibile neuroscienzah), ma perché mai dovremmo farli votare? E ancora più importante: perché mai dovremmo farli guidare? Se non sono in grado di percepire il pericolo, non è che dobbiamo togliere a tutti gli under 25 la patente?   Ma il neurospiegone continua mutandosi in una struggente analisi di filosofia delle emozioni: «filmare può diventare un modo per creare una distanza emotiva da ciò che sta accadendo, uno schermo tra sé e l’evento traumatico. In psicologia questo è un meccanismo di difesa: aiuta a ridurre l’impatto emotivo, a non essere travolti, a reggere ciò che altrimenti sarebbe ingestibile».   Eccerto. Brutti voti, divorzio dei genitori, lutti in famiglia, cadute in bicicletta, rotture sentimentali, partite di basket perdute malamente: il ragazzino (ragazzino a 18-20 anni) filma sempre per schermarsi, ce lo insegna la psicologia. Quindi il video che abbiamo visto con i tizi che sghizzavano, musica rap in sottofondo, mentre il soffitto prendeva fuoco è un meccanismo di difesa psicologico. Grazie dottore. (Gli psicologi sono dottori?)     Minga è finita: ad una certa neurologia e psicologia, biologia neuronale ed emozione adolescienziale si danno la mano nel finale capolavoro di quest’analisi: «quando un ragazzo riprende invece di fuggire, non sempre sta facendo una scelta consapevole. Spesso sta cercando, nel modo che conosce, di proteggersi da un’esperienza che il suo sistema emotivo non è pronto a elaborare».   In pratica sono innocenti al punto che ci chiediamo se possiamo parlare di libero arbitrio dei minori – e certi lettori sanno dove questo discorso può andare a parare.   «La sicurezza non è una responsabilità dei ragazzi» tuona lo psicologo. «La sicurezza dei minori è un compito degli adulti, delle strutture, delle organizzazioni, delle istituzioni».   Ora, è proprio qui che saltano fuori gli uomini invisibili, e i loro danni mortali. Dire che un ragazzo non è responsabile di nulla significa lasciarlo in un limbo da cui non gli sarà mai possibile uscire, significa renderlo incapace di qualsiasi cosa – significa metterlo in pericolo.

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Sappiamo che questa è esattamente lo schema del mondo moderno, per cui si diviene adulti automaticamente, anagraficamente, a 18 anni, e che tanto ha fatto per distruggere ogni possibile passaggio dell’individuo all’era adulta. Parliamo della fine dell’«iniziazione», della mancanza di un momento in cui il padre prende il figlio e lo rende uomo facendogli vivere un’avventura unica, facendolo passare per un rito anche pericoloso (le favole, come quelle di Pollicino, sono in sé racconti di iniziazione), di modo da certificare la fine della sua infanzia e l’inizio dell’era adulta.   Sappiamo pure che l’iniziazione nel mondo moderno è impossibile anche e soprattutto per la distruzione sistematica della figura che la guida: il padre. La Necrocultura, su tutti i piani – dalla sociologia, alla teologia, ai costumi, ai cartoni – lavora per la disintegrazione della figura paterna. In assenza del padre, per il ragazzo diviene impossibile completare il suo ciclo esistenziale.   Di qui si ha quello che è chiamata come «società degli eterni adolescenti». Perché l’assenza di iniziazione porta alla catastrofe di questa adolescenza prolungata che vediamo nei cosiddetti adulti: divorziano perché si innamorano della collega, e pazienza per i figli a casa; buttano i soldi nel SUV o nella vacanza all’estero; nei casi peggiori si drogano, non solo con gli stupefacenti proibiti, ma anche con quelli presi in farmacia, come gli SSRI, o l’alcol, la TV, la dopamina dei social, i videogiochi.   Gli «eterni adolescenti» non riescono a mantenere la parola, non riescono a fungere da genitori, perché non sono diventati mai adulti (non gli è stato, di fatto, permesso di farlo). E quindi non siamo sicuri che se la festa al Le Constellation fosse stata per 30-40-50enni l’esito sarebbe stato troppo diverso.   I lettori di Renovatio 21 conoscono la questione, descritta magnificamente da un poeta americano, Robert Bly, scomparso qualche anno fa. Secondo il poeta, la modernità ha indebolito l’essenza stessa della mascolinità, erodendo l’autostima degli uomini e rendendoli incapaci di trasmettersi reciprocamente forza e solidità. Questo fenomeno risulta particolarmente evidente, e soprattutto tragico, nella relazione tra padri e figli, dove la trasmissione di valori e autorità viene interrotta.   Bly attribuiva questo problema alla Rivoluzione Industriale, che aveva separato i padri dalla famiglia, trasferendoli dal contesto domestico a quello del lavoro esterno. L’assenza prolungata dei padri produceva una società instabile, priva di modelli autentici di comportamento maschile; di conseguenza, si diffondeva un profondo senso di inadeguatezza. «L’esperienza primaria dell’uomo americano è di essere inadeguato», aveva dichiarato Bly in un’intervista con il giornalista televisivo Bill Moyers.   La sparizione della figura paterna comporta anche la scomparsa dei riti di passaggio tradizionali: il giovane maschio non sa più riconoscere il momento in cui diventa adulto e, spesso, non desidera neppure diventarlo. Senza l’iniziazione guidata dal padre, gli individui rimangono bloccati in una condizione liminale, che inevitabilmente genera caos individuale e collettivo.   Droga, depressione, delinquenza, omosessualità, suicidio e vari disturbi maschili deriverebbero, secondo Bly, dall’estinzione della linea di trasmissione padre-figlio e dall’affermarsi di una società «orizzontale», che egli definiva «società fraterna», priva di gerarchie e di guide autorevoli. Noi, a differenza del poeta americano, possiamo pure azzardare che senza padre, questa società orizzontale più che fraterna è una società matriarcale. (Colpisce il racconto, pure ancora un po’ confuso, di madri che sono entrate nel locale per cercare i ragazzi: i padri dove erano?)   Dalla distruzione dell’iniziazione – dalla distruzione del padre – vengono quindi tanti mali della società, come la violenza: non è sbagliato, a questo punto, ipotizzare che l’ingrediente di certe stragi sia questa assenza della maschilità formata. In ogni massacro, cioè, c’è probabilmente di mezzo un eterno adolescente (di tutte le età) e quindi un uomo mancato, un uomo invisibile.

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Ora, se vogliamo dire che questo è un ulteriore programma dei padroni del mondo, vi dico: certo. Questo sito lo sostiene da anni: il mondo moderno, lo Stato moderno, operano per la depatriarcalizzazione, e per obbiettivi specifici. Togli il padre, hai tolto l’uomo, hai tolto la protezione alla popolazione, specialmente dei più piccoli: e questo vale per tutti i lupi che vi sono là fuori, dai pedofili ai criminali agli enti rapitori dei bambini ai lupi veri e propri, che per qualche ragione abbondano sempre di più nelle nostre terre. Togli il padre, e quello che ottieni è l’inferno, e le immagini parlano chiaro.     Togli gli uomini, e quello che ottiene è il controllo assoluto sul genere umano: ecco che le persone si fanno pascolare e portare al macello come bovini, e qui abbiamo parlato appunto di massa vaccina.   Sembra ridicolo, ma quello che dobbiamo chiedere ai ragazzi è di non esserlo più. Dobbiamo chiedere ai bambini di essere uomini. Dobbiamo portarli, per mano, a divenirlo.   Dobbiamo farlo per il loro bene. E per il nostro. Perché questo è ciò che serve per la continuazione dell’umano. È la prima tradizione che serve.   Roberto Dal Bosco

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Geopolitica

FAFO Maduro, dottrina Donroe e grandi giochi di prestigio – Europa compresa

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«Fuck Around and Find Out» (FAFO) è una delle espressioni internet più gettonate dell’anno. L’acronimo viene usato dappertutto su Tiktok, X, YouTube e sta a significare qualcosa come «Fai lo stupido e scopri le conseguenze», «Prova a fare il furbo e vedi cosa succede» o «Gioca col fuoco e ti bruci». Del resto lo aveva annunziato tra gli alberi di Natale una settimana fa: «Maduro deve fare attenzione al suo culo». Detto, fatto.

 

Siccome i meme sono ora al potere, la versione più chiara di quanto accaduto nelle ultime ore in Venezuela l’ha data proprio Washington: «Maduro effed around and found out» ha detto il segretario alla Difesa, pardon, segretario alla guerra Pete Hegseth.

 

Prima di cercare di enucleare lo sconvolgimento generale – storico, metastorico, politico, geopolitico, metapolitico – vorremmo spendere qualche secondo per apprezzare il presidente venezuelano, quantomeno per la bellezza della foto in cui, in manette circondato da agenti DEA, tira su i pollici, o la perp walk rimbalzata dai canali social della Casa Bianca in cui Maduro dice «Felice Anno Nuovo» davanti ai fotografi mentre gli operativi dell’antidroga lo portano via in catene. Torneremo a dirlo: c’è una bella differenza, e da ambo le parti, con i casi tragici di Noriega, Saddam, etc. (E adesso per favore non si dica che è perché Maduro è di origine ebraico-sefardita).

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Il mondo con Trump è divenuto un teatro che non solo ha colpi di scena pazzeschi (ricordate l’attentato di Butler?) ma pure si riempi di personaggi irresistibili.

 

È così: l’ho già detto, lo ripeto, viviamo tutti in una fantasia di Trump, in una fantasia che lui stesso ci ha fatto generare, e che ora manovra e popola come vuole.

 

E quindi: chi dice di averci capito qualcosa di quanto sta accadendo è un bugiardo, o un pallone gonfiato, o un ebete, o tutte e tre le cose insieme. Chi pontifica ora non può avere contezza di quello che dice – perché una manovra del genere non si era mai vista.

 

Perché chiariamoci: Trump non ha condotto un regime change. Ha solo decapitato il vertice colombiano, e la moglie (interessante dettaglio), con le accuse di narcoterrorismo – il lettore di Renovatio 21 sa che la mossa immediata di Trump arrivato al potere è stato quello di piazzare i narcocartelli nella lista FTO, le organizzazioni straniere terroriste. Su questa testata abbiamo scritto decine di articoli sulle ramificazioni concrete di questo atto.

 

Cioè, la catena di comando del Venezuela è rimasta, da quello che capiamo, intatta: il potere passa alla numero due, la Dulcy Rodriguez. Dettaglio non da poco, il fatto che l’oppositrice più popolare all’estero, quella Machado che aveva «soffiato» il Nobel per la Pace a Trump, è stata scagata immantinente da Trump, che ha detto che «non ha sostegno né rispetto».

 

A complicare le cose la dichiarazione di Trump secondo cui «gestiremo il Venezuela sino alla transizione». Transizione… verso cosa?

 

La realtà è che il mondo intero ha visto un gioco di prestigio condotto su scala emisferica: avete presente, quello per cui togli la tovaglia e tutti i piatti, i bicchieri, le posate apparecchiati restano al loro posto? Trump parrebbe aver fatto una cosa del genere. Tanto per far capire che 1) la tavola è la sua; 2) le cose si possono fare anche senza fare danni; 3) l’operazione potrebbe essere replicata ovunque.

 

Quest’ultimo punto potrebbe terrorizzare chiunque, ad ogni latitudine: meglio non scherzare col Donaldo. Vediamo ora come continuerà Gustavo Petro, il presidente della Colombia che poche settimane fa aveva fatto uno strano gesto che sembrava alludere all’eliminazione di Trumpsacale a Trump»), e Lula abbiamo visto che subito è salito sulle barricate, anche se a rischiare, viste le sanzioni già applicate, potrebbe essere il vero padrone del Brasile, il giudice De Moraes. E ancora, in Medio Oriente… ?

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Non sbaglia chi vede nell’operazione – eseguita con una precisione spaventosa dai ragazzi della Delta Force, che guadagnano definitivamente punti sui colleghi Navy Seal (è il dualismo simile a quello di «papà, ma se una tigre si scontra con un leone…») – una riedizione dell’assassinio per opera di missili americani del generale Pasdaran Qassem Soleimani: un atto brutale e contrario alla legge internazionale, ma allo stesso tempo un gesto di deterrenza assoluta, forse perfino, ha osato dire qualcuno, un gesto di pace – uccidere il generale per evitare una guerra in piena regola.

 

Anche qui: chi sa la verità? Chi sa leggere davvero ciò che fa Trump?

 

Non l’esperto geopolitico lugubre e pelato, che alza il ditino blaterando uno spiegone che tratta The Donald come un idiota avventato. Non chi vede «solo» un atto imperiale, senza considerare come la filosofia politica è qui profondamente cambiata rispetto all’era Bush, Clinton, Bush, Obama. (E stendiamo un velo pietoso sul politico democristo-berlusconian-piddino Pierferdi Casini che si preoccupa per qualche ragione, dopo averlo fatto per l’oligarca russo Khodorkovkij, per i cittadini della Groenlandia minacciati da Trump… pensavamo che la storia del più amato dai vescovi italiani con una giovane donna colombiana, dopo due mogli, fosse finita)

 

Ora, non è facile capire quanto Mosca e Pechino sapessero – mentre metteteci una pietra sopra, Bruxelles cade dal pero, perché non conta un fico secco.

 

Secondo una teoria possibile, Putin sapeva, forse giù dall’Alaska, e quindi tutti i pat-pat a Caracas, gli ultimi anche recentissimi, erano una mezza sceneggiata. In cambio, cosa potrebbe aver ricevuto? Il Donbass? Oppure, teme qualcuno ora, un’operazione identica con il vertice di Kiev?

 

E Pechino? Non è privo di rilievo il fatto che poche ore prima del raid, Maduro stesse incontrando alti dignitari del Dragone. Qualcuno dice persino che gli attacchi diversivi, dove sarebbe stato colpito pure il mausoleo con la salma del Chavez, sarebbero partiti quando ancora gli emissari della Repubblica Popolare erano sul posto. E quindi, cosa farà ora Xi? Cercherà di fare lo stesso con Formosa?

 

Chi vorrà provare a fare il gioco di prestigio della tovaglia, e al contempo incorrere nel paradigma del FAFO?

 

Non sappiamo quando lo sapremo, e se lo sapremo mai.

 

Sappiamo tuttavia che la dottrina Monroe, o dottrina emisferica, è ora incontrovertibilmente riavviata, potenziata, elevata a potenza. Lo ha detto lo stesso Trump nel briefing di ieri: la potete chiamare dottrina Donroe, perché The Donald ha superato di molto il presidente Monroe e la sua idea di tenersi per sé tutto l’emisfero occidentale, che è egemonizzato dagli USA e dove potenze altre non possono sorgere.

 

I lettori di Renovatio 21 sanno che ne abbiamo già parlato: da qui si arriva al discorso del «destino manifesto» degli USA nel bicontinente americano, già ampiamente udibile a inizio anno con i discorsi di annessione del canale di Panama, della Groenlandia, del Canada e perfino del Messico.

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Già il Messico: non è difficile vedere che è quello il premio più ambito, al momento, per la Washington del biondo del Queens. Il quale ha detto, nelle scorse ore, che la presidente messicana Claudia Sheinbaum è una brava ragazza, ma il Paese è in realtà gestito dai narcocartelli… Fate voi i conti: ripetiamo che Maduro lo hanno esfiltrato proprio per la faccenda narcos, a farlo fotografare in manette non è l’FBI o la CIA o l’esercito ma la DEA, l’agenzia federale antidroga.

 

E allora, Donaldo decapiterà anche il Messico? Abbiamo visto le risse al Senado di Città del Messico: vi è una fazione politica che se lo augura, e quindi non pensiamo che nessuno, da dentro, darà una mano, né che non ci saranno certe festicciole in piazza che stiamo vedendo con i venezuelani in tutto il mondo.

 

Lo avevo visto in Cile in un café con piernas («caffè con gambe»), bar caratteristici di Santiago dove vieni servito da ragazze in abiti succinti (o presunti tali): una grande quantità di queste sono immigrate venezuelane, e una mi disse, irradiando come per un momento una tragica, consapevole saggezza, che non sarebbe tornata nel suo Paese forse per venti anni, per la crisi lì era talmente spaventosa che tutti sanno che dieci anni non bastano a mettere le cose a posto – e parliamo di un Paese con immani giacimenti di petrolio, di cui l’amminstrazione Trump ora parla apertis verbis.

 

Ribadiamo: mente chi vi dice cosa accadrà ora. Potrebbe non aver visto ancora nulla.

 

Pensate: Trump che va a trovare in cella Maduro, come Wojtyla con Ali Agca. Capacissimo. O ancora: Trump che grazia Maduro. Anzi no: Trump chiede la sedia elettrica, che è stata inventata proprio a Nuova York (dove Maduro sarà processato) ma dove non è più usata, causa incauta abolizione della pena di morte, da una ventina di anni. Mentre il caos e la miseria si scatenano sulle strade delle città venezuelane… oppure no.

 

Abbiamo, tuttavia, un’idea già più chiara di quello che succederà all’Europa nell’epoca della dottrina Donroe realizzata: abbandonata, derisa, lasciata sola nella tempesta che essa stessa ha invocato, provato. L’Europa non conta più nulla, l’Europa è pronta ad essere predata e smembrata da chiunque – ben oltre il processo kalergista di invasione programmata afroislamica e anarco-tirannia conseguente.

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Guardando quanto accaduto a Caracas, dobbiamo trovare la forza di dirci: no, non possiamo permetterci di aver quei rappresentati a Bruxelles.

 

No: nessuna Von der Leyen, nessuna Kallas possono stare dove stanno, perché a questo punto abbiamo capito che i tempi sono «interessanti», come nella famosa maledizione cinese.

 

Bruxelles a questo punto, dovrebbe averci un po’ di fifa, perché il FAFO potrebbe arrivare, oltre che da Washington, anche da Mosca. E se il gioco di prestigio della tovaglia venisse fatto a Bruxelles, e pure tutti quei vetri andassero in frantumo… chi se ne accorgerebbe?

 

Non è forse il momento di fare noi stessi la magia di far sparire l’UE e la sua burocrazia apocalittica, prima che essa non faccia sparire noi?

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

 

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Pensiero

Natale, abbondanza, guerra, sterminio, sacrificio

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L’anno scorso abbiamo pubblicato un panegirico della mangiata domenicale, indicando quanto sia sublime, e giusto – perché, spiegavamo, in linea con la Legge naturale – riempirsi di cibo al pranzo della domenica con la famiglia sino a stordirsi ed addormirsi.   È quella sensazione di sazietà che molti, come me, provano nel momento in cui scrivo, reduci dal pranzo di Natale 2025: si è sazi, satolli, olfi, secondo un termine della lingua veneta che indica l’essere rimpinzato sino a non poterne più.   Di fatto, non è solo di cibarie che ci si sente colmi. Il periodo che viene prima del Natale è di per sé un lungo pasto rituale, con tutte le sue preparazioni, da eseguirsi trattenendo il fiato tra le gioie (sempre) e le fatiche della programmazione. Suppongo che questo sia il raggiungimento di un modo adulto di sentire il Natale, quel sentimento che avevamo tutti da piccoli, e che chissà dove si è perso.   Perché mi sono oramai abituato, al piccolo calendario di metà dicembre, con la sua accelerazione di eventi. Non parlo delle cene aziendali e dei club sportivi: quelle pure ci sono, ma, no, non fanno sentire il Natale, anzi: spesso mi sembrano tentativi falliti di tornare a quel sentimento perduto, a quella bontà che le aziende e le associazioni sanno di non poter praticare.   Parlo, invece, di ciò che concerne il Natale dei bambini. Il Natale in purezza, vissuto attraverso tante microtradizioni acquisite.

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La sequela è fittissima: c’è il saggio di danza della bambina. C’è l’ultima partita di basket del bambino. C’è la festa di fine anno della scuola. C’è la corsa per i regali (con pianificazioni vertiginose, calcoli logistici, code chilometriche).   C’è la visione dei film natalizi: Mamma ho perso l’aereo anche quest’anno ha esercitato la sua potenza magnetica al limite dell’inspiegabile.   C’è la tradizioncina stabilita di mandare mamma e figlia, o anche tutta la famiglia, a teatro per il balletto: vedere lo Schiaccianoci prima di Natale è usanza diffussissima in tanta parte di Europa come in America. Quest’anno, per qualche ragione, è toccato un altro TchaikovskyLa bella addormentata, ma va bene lo stesso.   C’è la cena della vigilia, che si consuma solo con un pezzo di salmone, del pancarré tostato e riccioli di burro – un lascito di quando vivevo a Milano e prima di Natale sgomitavo dal Peck (antica e prestigiosissima gastronomia vicino al Duomo) nel mezzo di una selva dei clienti inferociti per portarmi a casa una fetta di salmone a 66 euro, e consumare solo quella con i miei cari, in un unico atto di lusso poverissimo ma tanto appagante.   C’è la Messa di mezzanotte, che oramai facciamo da anni, con tutte le fatiche della sua organizzazione. Poi eccoti una massa di bambini che dorme abbracciata ai genitori o nascosti sotto i legni del coro. Si torna tardissimo, i bambini sono già crollati in auto, il genitore deve star sveglio ancora per posizionare i regali sotto l’albero e piazzare il Bambin Gesù nella sua culla nel presepe.   C’è il mattino del 25, dove si viene per forza destati dai bambini che vogliono aprire i regali, e inizia tutto questo rituale della felicità, i nomi sui pacchetti, la sorpresa, l’irrazionalità di quello preferito rispetto a quello che si immaginava il regalo principale (il più gradito quest’anno: un paradenti, prontamente attivato con tutta la procedura di acqua bollente, acqua fredda, morsi, etc.)   Allegria, soddisfazione, amore. Innocenza. Voi capite che uno è già sazio così, uno non ha bisogno di nient’altro. Specie se ci si ritiene proletari nel vero senso della parola: io ho solo la prole, io vivo per essa, in essa trovo la mia ragione, la mia pienezza. Non ho bisogno di altro: né cene costose, né belle automobili, né abiti firmati, né viaggi nel mondo – non ho bisogno, soprattutto, del giudizio degli altri, perché quanto vivo con la mia famiglia non lascia posto ad altro, è la plenitudine definitiva, e ci dispiace per gli altri.   Tante cose. Tanta abbondanza. Non si può non essere grati di tutto questo.   Al contempo, dentro di me, e fuori di me, c’è una certezza altrettanto enorme: che tutto questo può esserci tolto.   Non parleremo, ora, della questione dello Stato distruttore delle famiglie: stiamo vedendo in questi giorni cose agghiaccianti, bambini sottratti con una violenza istituzionale persino maggiore di quella di cui si occupò Renovatio 21, i primissimi fans se lo ricorderanno, oramai più di un lustro fa…   No, parliamo di qualcosa di più radicale. Parliamo della fine della felicità natalizia, la fine della piccola grande abbondanza delle nostre famiglie, la fine dell’innocenza dei bambini che una guerra può portare.   La guerra potrebbe partire ed arrivarci in casa d’improvviso. Ci dispiace per coloro che non lo comprendono – e sappiamo pure che costoro costituiscono un problema reale, perché sono, o alimentano, coloro che in guerra ci vogliono portare.   Un uomo vero, una donna vera, un padre di famiglia, una madre non possono non pensarci più volte al giorno: viviamo la situazione di tensione bellica più grave della storia umana. I vertici non eletti dell’Europa, ma spesso pure quelli eletti, ci hanno portato ad un duello con la più grande potenza termonucleare del pianeta, la Nazione immensa che ha sconfitto Napoleone e Hitler (due che volevano l’Europa unita…) e pagato l’ultima guerra mondiale con 26 milioni di morti.

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Ci vogliono portare allo scontro con un Paese che ha mostrato in TV che i suoi missili ipersonici – non intercettabili da nessuna tecnologia contraerea esistente – possono raggiungere qualsiasi capitale europea in meno di quindici minuti dal lancio. E, come ricordiamo spesso su Renovatio 21, ci sono armi ancora più allucinanti, come il drone Poseidon, in grado di creare tsunami radioattivi in grado di sommergere l’intero arcipelago britannico, e per la penisola italiana ci pensiamo anche.   Ci vogliono mandare in guerra con la Russia che, tra droni e battaglie urbane e boschive, in Ucraina ha ridefinito la guerra moderna.   Ci vogliono in conflitto con una potenza militare immensa pure quando i nostri protettori, gli Stati Uniti, si sono chiamati fuori – e le ragioni di questa ostinazione suicida non sono sufficientemente chiare, si può scomodare l’odio massonico, Nostra Signora di Fatima o pure la sola demenza ideologica dei nostri corrotti funzionari di vertice.   Ci vogliono far combattere contro un colosso, e magari anche col suo alleato cinese, quando – questo è chiaro a tutti – i russi non ci odiavano, anzi. E non parliamo solo degli affari del gas e dell’import-export: alzi la mano chi non ha testimoniato, nell’ultimo quarto di secolo, il ritorno dei russi nella scena europea, che sia la cultura o il turismo, che sia la danza classica o il matrimonio.   La mia non è un geremiade che parte solo da un ragionamento razionale, storico, geopolitico. È la somma di sensazioni che ho, in continuazione.   Oggi, durante il pranzo di Natale dai suoceri, è mancata la luce due volte. Niente di che, è tornata, chissà cos’era, forse riguardava solo la casa. Tuttavia, se avete letto fin qui capite quanto l’immagine calzi a pennello: l’abbondanza familiare delle nostre vite interrotta improvvisamente al suo apice, perché quale credete sarà uno dei primi segni del conflitto iniziato?   Ieri un momento ancora più preoccupante. Un boato fuori dalla finestra, mentre stavo lavorando al sito. C’è un caccia che vola bassissimo. Dove va? C’è una grande base militare americana qui vicino (diverse, in realtà), ma è raro vedere un aereo da combattimento che vola da solo a quest’altezza.   Pensi: perché lo fa? Lo sa che decine, centinaia di migliaia di persone sotto, nella serie infinita di case e condomini della città che sorvola, lo stanno vedendo, allertati dal suono del suo passaggio? Questa mancanza di riguardo per i civili indica qualcosa? È iniziato il momento in cui i riguardi dei militari nei confronti della popolazione sono finiti?   Anche questo, statene certi, sarà un segno: vedrete aerei armati che improvvisamente traversano il cielo vicino a voi. I primi saranno quelli vostri, o dei «Paesi alleati», che si spostano in fretta, perché sta succedendo qualcosa in direzione del nemico. Se non lo avete visto in qualche film di Hollywood, consiglio un titolo cinéphile che di questo segno degli aerei che sfrecciano in cielo come uccelli dell’apocalisse aveva fatto una poesia insuperabile. Offret del maestro Andrej Tarkovskij, che in italiano si chiama Sacrificio (1986).   Ambientato in Isvezia – dove credo il regista sovietico aveva trovato i fondi per il suo ultimo film, dopo essere stato in esilio in Italia – il film racconta, con lo stile opaco e suggestivo tipico tarkovskiano – di un vecchio intellettuale che presagisce la fine del mondo nella sua casa nel bosco, dove incontra una strega, recita il pater noster e infine decide che il sacrificio della sua stessa esistenza è quello che può dare per scongiurare l’apocalissi, qui fatta solo intuire dal geniale cineasta solo con il rombo degli aerei che scuote la terra e il cielo.  

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Nel film il protagonista, dinanzi all’immane enigma della distruzione, si risolve a dar fuoco alla propria casa: quella che sembra una psicosi è in realtà una reazione che potremmo vedere nella gamma dei nostri politici, che ci vogliono portare a morire.   Noi, con le nostre famiglie, siamo molto più vicini alla devastazione atomica di quanto non lo siano stati i protagonisti di tanti film. E lo siamo ora.   È una realtà spaventosa, che non credevamo che ci sarebbe toccato di vivere, non dopo la fine della Guerra Fredda, non dopo decadi di pace – e ci rendiamo conto che in molti non lo hanno ancora capito, così come non hanno capito che la guerra questi la vogliono far sul serio, perché non solo possono, senza poesia né mistica, dar fuoco alla propria casa, ma perché vogliono, soprattutto, incenerire gli esseri umani e tutto il loro mondo.   Sì: chi vuole la guerra oggi lo fa perché odia il genere umano. Lo fa perché vuole lo sterminio. È questo che non entra in testa a tantissimi: non ci sono più, al comando, persone che hanno a cuore il prossimo, e temono l’inferno. Ci sono, in cima alla piramide, uomini e donne che lavorano per la morte, e all’Inferno non credono (pur essendone gli agenti diretti).   Non si è compreso che a comandare in questo momento c’è, in una parola, la Necrocultura. Che il fine del sistema, adesso, è la morte, è il genocidio, è la prospettiva pantoclastica, la distruzione ulteriore, la devastazione apocalittica in odio dell’Imago Dei. È il dolore e la cancellazione della dignità umana.   Il sistema che promuove l’aborto, l’eutanasia, la predazione degli organi, gli psicofarmaci, le mutilazioni pediatriche, i vaccini e la nuova guerra i vostri alberi di Natale li vuole bruciare con il fuoco atomico. E con essi, voi e i vostri bambini.   Provate a pensarci: non potrebbe essere altrimenti.   Resto, al termine di questa riflessione, con un pensiero tremendo: la nostra abbondanza non vale nulla, perché non è al sicuro. La nostra prole è in pericolo, e nel momento in cui la vediamo felice dobbiamo esserne più consapevoli che mai.   Quale sia il sacrificio che ci è chiesto per riportare l’equilibrio del mondo ora non lo dirò. Ma, statene certi, prima o poi ci verrà richiesto, e dobbiamo pregare perché non sia troppo tardi.   Buon Natale a tutti.   Roberto Dal Bosco

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