Civiltà
La grande manovra tribale per la distruzione della classe media
Avrete visto tutti il video di quella ragazza ligure, titolare di una panetteria, che scoppia in lacrime perché oramai certa di non poter riaprire più. Il video è stato condiviso ovunque, ed è solo l’eco di tante grida di imprenditori e partite IVA intorno che sento intorno a me.
In breve, stiamo cominciando a capire tutti che i mirabolanti 750 miliardi promessi da Conte non sono altro, in ultima analisi, che un trasferimento ulteriore di danaro dal privato al pubblico.
La cosa mica è nuova: era implicitamente invocata da Monti ed è perfino oggi rivendicata apertis verbis dalla Fornero («prima o poi sarà necessario un intervento straordinario, una forma di trasferimento dalla ricchezza privata alla riduzione del debito pubblico»). On connait la chanson: sono le omelie sui troppi risparmi degli italiani a fronte del debito pubblico da ripianare come da diktat di Bruxelles, Francoforte e dei «mercati». Ce lo chiede la finanza, ce lo chiede l’Europa di mettervi le mani in tasca.
I 750 miliardi promessi da Conte non sono altro che un trasferimento ulteriore di danaro dal privato al pubblico
Ragioniamo: le centinaia di miliardi di Conte non sono uno stimolo fatto da una Zecca indipendente, denaro «fiat», non sono un piano Marshall. Sono prestiti.
A differenza del pur pessimo Emmanuel Macron, che a Marzo annunziava a reti unificate di rinviare le tasse a tutti gli imprenditori che lo volessero, in Italia una simile proposta non è stata presa in considerazione. C’è stato il balletto dell’IVA offerto dal Ministro Gualtieri: comunicato stampa il venerdì sera alle 18:30 per dire che il saldo IVA era rinviato a tempo indeterminato, quando la scadenza era lunedì, e i commercialisti già a casa in famiglia. Molti avevano già pagato, perché l’italiano spesso è certosino e teme le multe draconiane del fisco, e ora pure i server della pubblica amministrazione (caso INPS). A questa enorme presa per i fondelli, si aggiunge il fatto che lo slittamento è stato poi deciso di pochi giorni..
C’est-à-dire: le tasse non sono rinviate per alleviare il disastro coronavirale abbattutosi sulle imprese. Sono state spostate di qualche giorno…
Molti finiranno per cascarci, e indebitarsi, sorvolando sulla logica che un danno immenso prodotto da chi non ha saputo difenderci non dovrebbe essere risolto con il nostro indebitamento
Ora, se questo è il pattern, è chiaro che una certa porzione di quei miliardi finiranno impegnati a pagare le tasse. Si tratta insomma di un rifinanziamento dello Stato tramite i risparmi privati contenuti nelle banche. Le quali banche, almeno sentendo le dichiarazioni del presidente dell’Associazione Banche Italiane Antonio Patuelli, non paiono essere state così coinvolte nella discussione di questa manovra. Dilettanti allo sbaraglio: Conte fa i conti senza l’oste?
Ma torniamo a noi: il risparmio privato, quindi, s’invola verso il pubblico. Molti spergiurano che non chiederanno il prestito. Il popolo italiano è molto più di altri allergico ai debiti. Fino a non troppi anni fa, solo il 3% degli italiani usava una carta di credito. Oltre il 70% vive in una casa di proprietà, talvolta comprata senza mutuo, ma con l’accumulo formichino in banca di decenni di stipendi (alla faccia di chi ci chiama «cicale»).
Molti, presi dalla medesima disperazione di quella ragazza, finiranno per cascarci, e indebitarsi, sorvolando sulla logica che un danno immenso prodotto da chi non ha saputo difenderci non dovrebbe essere risolto con il nostro indebitamento.
Ci cascheranno anche perché il governo ha lanciato un’esca bonaria: 600 euro dall’INPS, quelli sì a fondo perduto. Un gesto di buona volontà. Eccoti 600 euro, ora indebitati per 25.000, o molto di più.
Il governo ha lanciato un’esca bonaria: 600 euro dall’INPS. Eccoteli, ora indebitati per 25.000, o molto di più
Perché lo Stato deve rifinanziarsi? La risposta, credo, non sia quella che pensate di primo acchito: lo Stato si alimenta per sopravvivere, fare andare i servizi primari (acqua-luce-gas), gli ospedali, e garantire l’ordine nelle strade. Ciò decisamente è vero, ma c’è sicuramente un calcolo ulteriore.
Lo Stato userà i danari delle tasse, per le quali gli imprenditori si sono indebitati, per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, che solo in minima parte fanno parte del metabolismo basale della Nazione. Impiegati dei ministeri, degli uffici pubblici, degli enti più o meno inutili, insegnanti. Cioè, il proprio bacino elettorale.
Si tratta, insomma, di una manovra tribale: la ricchezza verrà rubata ad una tribù, quella delle partite IVA che di certo non vota PD e nemmeno ora M5S (che potrebbe aver creato il suo bacino feudale di voti con i recipienti del Reddito di Cittadinanza), e sarà data a quanti invece votano i partiti di governo.
Si useranno i danari delle tasse, per le quali gli imprenditori si sono indebitati, per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Cioè, il bacino elettorale dei partiti al governo
Una considerazione simile sarebbe da fare per i supermercati, che sono chiaramente luoghi di contagio tenuti aperti. Non si può stare da soli in un bosco, ma si può stare in una giungla di migliaia di persone dentro ad un luogo chiuso. Non ti fanno uscire di casa come nemmeno in guerra, ma non sanno organizzare – come in guerra – una distribuzione razionale degli alimenti, fatta nelle piazza con i camion dell’esercito, o con delle app non intasate. Boh.
L’enigma sparisce quando pensate che il 30% o più della Grande Distribuzione Organizzata è in mano a cooperative, che sono enti che si riferiscono di solito ad un certo partito di governo. Pensate non solo ai supermercati cooperativi, ma a tutta la filiera, packaging, trasporto, etc. Un polmone finanziario enorme – e come qualcuno sostiene riguardo alle scorse regionali in Emilia Romagna, un bacino di voti non indifferente. Questione di interessi della fazione, evidentemente.
La cosa è in tutto e per tutto simile a quello che mi raccontavano quando ero in Africa. Se vince le elezioni un uomo di una determinata tribù (le nazioni africane hanno confini geografici disegnati per lo più dal colonialismo, e confini etnici di razzismo totale da un villaggio all’altro) stai tranquillo che gli aiuti che arrivano dalla carità mondialista (ONU, ONG, UE o Stati singoli come l’Italia etc.) non finiranno mai alla tribù che del presidente eletto è nemica giurata da secoli.
Manovra economica tribale: in Africa se vince le elezioni un uomo di una determinata tribù stai tranquillo che gli aiuti che arrivano dalla carità mondialista non finiranno mai alla tribù che del presidente eletto è nemica giurata da secoli
Alcuni mica lo hanno nascosto. Un intellettuale di sinistra è andato in TV a urlare la sua gioia per la distruzione del tessuto industriale lombardo, le odiate PMI degli industrialotti. Non abbiamo idea se individui così abbiano mai lavorato in fabbrica in vita loro, tuttavia percepiamo in modo netto, il loro odio tribale. L’Italia si sta africanizzando, sì, e non solo con l’immigrazione selvaggia.
L’Italia assomiglia sempre più all’Africa anche per un motivo ulteriore: l’imprevidenza folle dei suoi governanti. Spazzoleranno via i danari dei privati per darli al pubblico, ma la cosa non può durare, perché i conti correnti delle partite IVA si esauriranno (e, con probabilità, anche la stoica pazienza che stanno dimostrando).
Si tratta quindi di un arraffo apocalittico? Lo Stato nel pallone che prende senza dare indietro nulla, per tirare avanti senza nessun piano preciso che non sia il controllo sociale elettronico proposto dalle sue task force che chiedono immunità penale per le loro decisioni? (A proposito: forse che scopriremo che saranno anticostituzionali?)
Da un punto di vista politico ed economico, potrebbe essere. C’è tuttavia un piano storico, e metastorico, da considerare. Procediamo spediti verso la disintegrazione definitiva della classe media. Come da programma.
Nemmeno questa è una novità: un sinonimo di distruzione della classe media occidentale è la parola globalizzazione. Come ho ripetuto varie volte, la globalizzazione è cinese o non è.
L’Italia assomiglia sempre più all’Africa anche per un motivo ulteriore: l’imprevidenza folle dei suoi governanti. Spazzoleranno via i danari dei privati per darli al pubblico, ma la cosa non può durare
Tante famiglie del tessuto produttivo dell’Alta Italia, come quella dello scrivente, hanno iniziato a vedere gli effetti di quello che stava succedendo 30 anni fa. Nei mercati cominciarono a immettersi manifatture di Paesi mai visti, come la Turchia, che – si mormorava – apriva fabbriche enormi con danari di Stato, ci faceva lavorare i bambini e poi otteneva dagli americani (interessati a tenere i loro missili al confine con la Russia meridionale) abolizione di dazi ed agevolazioni varie.
Poi venne la Cina. Altro mistero: era un Paese comunista, un Regno oscuro dove poco prima il più liberale dei Presidenti cinesi, Deng, aveva massacrato migliaia di studenti a Piazza Tian’An Men, senza che nessuna diplomazia occidentale reagisse davvero.
Il virus cinese, la globalizzazione, devastò la classe media. Ad essere trasferita in Cina fu più che la ricchezza, fu l’intera manifattura
La Cina di lì a poco sarebbe entrata nel WTO. Ricordate? Era l’era del cosiddetto «Ulivo Mondiale». Bill Clinton, Blair, Prodi… Lasciando perdere un secondo Blair, che pare venne portato a letto dalla moglie cinese di Rupert Murdoch Wendi Deng, sospettatissima di essere un’agente segreto della Repubblica Popolare, ricordiamo come ci sia una controversia sulle elezione del 1996, con la campagna Clinton accusata di aver preso danari da Pechino (altro che Russiagate). A parlarne fu Bob Woodward, quello del Watergate, non un complottista a caso. Per Prodi invece vi saranno cattedre in Cina, e gioiosi memorandum d’intesa ed eventi all’Università di Bologna con l’ambasciatore cinese Ding Wei. A Prodi piacciono gli eventi all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Come sapete, nel 1995 vi si premiò con una laurea ad honorem George Soros, quello che distrusse la Lira italiana.
Procediamo spediti verso la disintegrazione definitiva della classe media. Come da programma
Nel governo a Roma ora ci sono gli stessi poteri, più alcuni di nuovi, che sono – pur se biodegradabili – pure pericolosi, perché ancora più filocinesi.
Avrete capito cosa si vuol dire: venti o trenta anni fa come oggi stesso, qualcuno la globalizzazione, cioè la Cina, l’ha fatta entrare. Esattamente come per il Coronavirus.
Venti o trenta anni fa come oggi stesso, qualcuno la globalizzazione, cioè la Cina, l’ha fatta entrare. Esattamente come per il Coronavirus
Ne son seguite, allora come oggi, morte e distruzione. Il virus cinese, la globalizzazione, devastò la classe media. Un altro trasferimento a suo carico, come quello dei risparmi dati in prestito al fine di pagare le tasse: ad essere trasferita in Cina fu più che la ricchezza, fu l’intera manifattura. Fu disintegrata la possibilità di produrre e creare, fu lo spirito di homo faber del cittadino imprenditore, e soprattutto dei suoi operai. Fu la fine della Civiltà del fare, della Civiltà del concreto e della Civiltà dell’Essere, a favore del magma asiatico, il dumping, la finanza derivativa conseguente, e la maledizione di internet a mangiarsi tutto.
Questa rapina africana, questo mondo infettato dal virus cinese prima del Coronavirus, quest’Italia di poveri e traditori che non assomiglia più in nulla a quel Paese, complicato ma splendido, nel quale siamo cresciuti
Chi vi scrive questa storia di distruzione massiva l’ha vissuta sulla sua pelle. L’ha vista sulla sua famiglia, e su tanti conoscenti a cui è andata peggio che a noi. Siamo, in qualche modo, sopravvissuti – ma non con la malinconia annoiata del principe del Gattopardo, siamo andati avanti con le ossa rotte, impoveriti nelle sostanze e nell’animo, con la morte intorno a noi.
Non so se la classe media italiana, specie quella del Lombardo-veneto, potrà sopravvivere alla trappola tribale che le sta servendo ora lo Stato centrale.
Non so cosa dire, se non che dovremmo ritenere inaccettabile questa rapina africana, questo mondo infettato dal virus cinese prima del Coronavirus, quest’Italia di poveri e traditori che non assomiglia più in nulla a quel Paese, complicato ma splendido, nel quale siamo cresciuti.
Non so cosa dire, se non che l’ira è tanta. E non da ieri. Da tre decenni almeno.
Roberto Dal Bosco
Civiltà
Orban: Trump comprende il «declino della civiltà» europea
Il primo ministro ungherese Vittorio Orban ha dichiarato che il presidente statunitense Donald Trump comprende perfettamente il declino in atto in Europa.
La nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale americana (NSS), resa pubblica la settimana scorsa, contiene una dura critica all’indirizzo politico e culturale dell’Unione Europea: accusa Bruxelles di eccessiva burocrazia, di politiche migratorie destabilizzanti, di «cancellazione della civiltà» e di repressione dell’opposizione, esortando esplicitamente i «partiti patriottici europei» a difendere le libertà democratiche e a celebrare «senza imbarazzi» l’identità nazionale.
«L’America ha una diagnosi lucidissima del declino europeo. Vede il crollo di civiltà contro il quale noi ungheresi combattiamo da quindici anni», ha scritto Orbán giovedì su X.
In carica dal 2010, Orban sostiene da tempo che l’UE stia affondando sotto il peso della stagnazione economica e della pressione migratoria. Propone il modello ungherese – forte sovranità nazionale, confini rigorosamente controllati e valori sociali conservatori – come antidoto alla crisi strutturale del continente.
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Il premier magiaro ha inoltre attaccato la gestione europea del conflitto ucraino, definendo un errore madornale l’interruzione di ogni canale con Mosca e sottolineando che oggi gli Stati Uniti riconoscono la necessità di ristabilire rapporti strategici con la Russia. Orban ha invitato l’Occidente a privilegiare la via diplomatica con il Cremlino invece di continuare a «bruciare miliardi» nella guerra, una linea che coincide con la svolta negoziale impressa da Trump.
Mosca ha salutato con favore diversi passaggi dell’NSS, considerandoli in larga parte coincidenti con la propria visione strategica, e ha lasciato intendere che il documento potrebbe aprire nuove prospettive di cooperazione tra Russia e Stati Uniti.
Nell’UE la reazione è stata invece di netta condanna. L’Alto rappresentante Kaja Kallas ha parlato di «provocazione deliberata». Il presidente del Consiglio Europeo António Costa ha messo in guardia Washington contro «ingerenze nella vita politica europea». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito alcune affermazioni «inaccettabili».
I rapporti tra Stati Uniti e Unione Europea sono ai minimi termini da quando Trump è rientrato alla Casa Bianca a gennaio: i contrasti si sono moltiplicati su commercio, spese per la difesa, regolamentazione digitale e strategia verso l’Ucraina.
Come riportato da Renovatio 21, Trump in settimana ha dichiarato che persone «deboli» guidano un’Europa «in decadenza».
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Immagine Attribution: © European Union, 1998 – 2025 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni
Civiltà
Gli Stati Uniti mettono in guardia l’Europa dalla «cancellazione della civiltà»
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Civiltà
Da Pico all’Intelligenza Artificiale. Noi modernissimi e la nostra «potenza» tecnica
Se Pico della Mirandola fosse vissuto nel nostro secolo felice, non avrebbe avuto di certo le grane che gli procurò la Chiesa del suo tempo.
Avrebbe potuto discutere tranquillamente le sue 900 tesi, tutte più o meno volte a dimostrare la grandezza dello spirito e dell’ingegno umano. Soprattutto avrebbe venduto in ogni filiale Mondadori milioni di copie del proprio best seller sulla superiorità dell’uomo e della sua creatività benefica, ben rappresentata in Sistina dall’ eloquente immagine delle mani di un possente Adamo e del suo creatore, che si sfiorano e dove, in effetti, non si sa bene quale sia quella dell’ essere più potente.
Insomma Pico non avrebbe dovuto darsela a gambe nottetempo da Roma per finire prematuramente i propri giorni nelle terre avite, raggiunto da una febbre malsana di origine sconosciuta, manco gli fosse stato iniettato a tradimento un vaccino anti-COVID. Eppure era stato frainteso, o a Roma si era temuto che potesse essere frainteso dai suoi contemporanei e dai posteri. Che avrebbero potuto interpretare quella sbandierata superiorità dell’uomo come una divinizzazione capace di escludere la sua condizione di creatura.
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Ma oggi proprio così fraintesa, quella affermata superiorità dell’uomo faber serve ad alimentare la accettazione compiaciuta di qualunque gabbia tecnologica in cui ci si consegna per essere tenuti volontariamente in ostaggio. Sullo sfondo, l’ambizione tutta moderna ad essere liberati dalla condizione involontaria di creature, e dall’inconveniente di una fatale finitezza. Non per nulla la prima cosa di cui si incarica la scuola è quella di rassicurare i bambini circa la loro consolante discendenza dalle scimmie.
Ed è con questa superiorità che hanno a che fare le meraviglie abbaglianti della tecnica.
Dopo la navigazione di bolina e la scoperta dell’America, dopo il telaio meccanico e la ghigliottina, l’idea della onnipotenza umana ha trovato conferma definitiva in quella che a suo tempo è apparsa la conquista più ingegnosa della tecnica moderna: la capacità di uccidere il maggior numero di individui nel minor tempo possibile. Gaetano Filangeri annotava infatti già alla fine del Settecento come fosse proprio questo il massimo motivo di compiacimento che emergeva dai discorsi di tutti i politici incontrati in Europa.
Di qui, di meraviglia in meraviglia, si è capito che non solo si possono fare miracoli, prescindendo dalla natura, ma che è possibile un’altra natura, prodotta dall’uomo creatore. E se Dio il settimo giorno riconobbe che quanto aveva creato era anche buono, non si vede perché non lo debba pensare anche l’evoluto tecnico, o il legislatore o il giudice che si scopra signore della vita e della morte.
Sia che crei la pecora Dolly, o inventi il figlio della «madre intenzionale», o renda una coppia di maschi miracolosamente fertile, oppure stabilisca chi e come debba essere soppresso perché inutile o semplicemente desideroso di morire per mano altrui.
O, ancora, applichi a scatola chiusa quel criterio della morte cerebrale che serve a dare qualcuno per morto anche se è vivo. Una trovata perfetta capace di salvare capra e cavoli: perché mentre soddisfa la sacrosanta aspirazione del cliente ad ottenere un pezzo di ricambio per il proprio organo in disuso, appone sull’operazione il sigillo altrettanto sacrosanto della scientificità, che tranquillizza tutti e preserva dalle patrie galere.
Con la tecnica si manipolano le cose ma anche i linguaggi e quindi le coscienze. Si può mettere pubblicamente a tema se sterminare una popolazione inerme etnicamente individuata seppellendola sotto le sue case, costituisca o meno genocidio. Con la logica conseguenza che, se la risposta fosse negativa, la cosa dovrebbe essere considerata politicamente corretta mentre l’eventuale giudizio morale può essere lasciato tranquillamente sui gusti personali.
Tuttavia senza l’approdo ultimo alla cosiddetta «Intelligenza Artificiale», tutte le meraviglie del nostro tempo non avrebbero potuto elevare il moderno creatore tecnologico alla odierna apoteosi, molto vicina a quella con cui i romani presero a divinizzare i loro imperatori, senza andare troppo per il sottile.
Anzi, dopo più di un secolo di riflessione filosofica, di scrupoli, timori, ansie e visioni apocalittiche, di pessimismo sistematico e speranze di redenzione, di fughe in avanti e pentimenti inconsolabili come quello di chi dopo avere donato al mondo la bomba atomica ne aveva verificato meravigliato gli effetti, dopo tanta fatica di pensiero, le acque sembrano tornate improvvisamente tranquille proprio attorno all’oasi felice della cosiddetta «Intelligenza Artificiale».
Ogni dubbio antico e nuovo su dominio della tecnica ed emancipazione umana potere e libertà, civiltà e barbarie, sembra essersi dissolto in un compiacimento che non risparmia pensatori pubblici e privati, di qualunque fascia accademica, e di qualunque canale televisivo. Anche l’antico monito di Prometeo che diceva di avere dato agli uomini «le false speranze» ha perso di significato, di fronte a questo nuovissimo miracolo che entusiasma quanti, quasi inebriati, toccano con mano i vantaggi di questa nuova manna. Mentre le più ovvie distinzioni da fare e la riflessione doverosa sui problemi capitali di fondo che il fenomeno pone, sembrano sparire da ogni orizzonte speculativo.
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Dunque si può tornare a dire «In principio fu la meraviglia» ovvero lo stupore e il timore reverenziale di fronte alla potenze soverchianti della natura che portarono il primo uomo a venerare il sole e la madre terra e a riconoscere una volontà superiore davanti alla quale occorreva prostrasi. Eppure allora iniziò anche qualche non insignificante riflessione sull’essere umano e sul suo destino.
Oggi lo stupore induce al riconoscimento ottimistico di una nuova forza creatrice tutta umana e quindi controllabile e allo affidamento alle sorti progressive che comunque si ritengono assicurate.
Incanta il miracolo nuovo che eliminando la fatica di fare e pensare induce compiacimento e fiducia. Il discorso attorno a questo miracolo non ha alcuna pretesa filosofica perché assorbito dalla meraviglia si blocca sulla categoria dell’utile. La prepotenza della funzione utilitaristica assorbe la riflessione critica. Non ci si preoccupa perché la tecnica «non pensa» come vedeva Heidegger alludendo alla indifferenza dei suoi creatori circa la qualità delle conseguenze. La constatazione trionfalistica dell’utile fornito in sovrabbondanza dalla tecnica basta a fugare ogni scrupolo, ogni dubbio, ogni timore, ogni preoccupazione sui risvolti esistenziali non più e non solo derivanti dalla volontà di dominio delle centrali di potere che la governano.
Viene eluso in modo sorprendente il nodo centrale del fatale immiserimento delle capacità critiche logiche e speculative, in particolare di quelle del tutto indifese, perché non ancora formate, dei più giovani, esposti ad un progressivo e forse irrecuperabile deterioramento intellettuale. Eppure questa avrebbe dovuto essere la preoccupazione principale sentita da una civiltà evoluta.
Come accadde in tempi lontanissimi all’avvento della scrittura, quando ci si chiese se essa avrebbe mortificato le capacità mnemoniche di popolazioni che avevano fondato la propria cultura sulla tradizione orale.
Noi ci compiaciamo dell’avvento della scrittura, che ci ha permesso di tesaurizzare quanto del pensiero umano altrimenti sarebbe andato perduto. Ma ciò non toglie che quella coscienza arcaica avesse chiaro il senso dei propri talenti e avesse la preoccupazione della possibile perdita di una capacità straordinaria acquisita nel tempo, dello straordinario patrimonio accumulato grazie ad essa e in virtù della quale quel patrimonio avrebbe potuto essere trasmesso, pur con altri mezzi.
la mancanza di questa preoccupazione prova una inconsapevoleza e un arretramento culturale senza precedenti, ed è lecito chiedersi se tutto questo non sia già il frutto avvelenato proprio delle acquisizioni tecnologiche già incorporate nel recente passato.
La riflessione dell’uomo sulle proprie possibilità ha accompagnato la «consapevolezza della propria ignoranza e le domande fondamentali sull’origine dell’universo e sul significato dell’essere». Ma presto, il pensiero greco aveva messo in guardia l’homo faber dalla tracotante volontà di potenza di fronte alla natura e alle sue leggi, e aveva eletto a somma virtù la misura. Esortava a quella conoscenza del limite oltre il quale c’è l’ignoto. Hic sunt leones! Come avrebbero scritto gli antichi cartografi.
Del resto la saggezza antica suggeriva anche di tenere ben distinto il mondo dei mortali da quello incorruttibile degli dei che ai primi rimaneva precluso. La stessa divinizzazione degli imperatori romani era una messinscena politico demagogica sulla quale si poteva anche imbastire una satira feroce.
Il valore dell’uomo si misurava sulle imprese di quelli che erano capaci di lasciare il segno in una storia che inghiottiva tutti gli altri, senza residui.
Poi per gli umanisti in generale, a destare meraviglia fu l’uomo in se’, ovvero l’essere superiore capace di dotarsi di pensiero filosofico e speculativo, e di un bagaglio culturale elevato, in cui vedere riflessa la propria superiorità. Pico scrive il manifesto di questo riconoscimento intitolandolo Oratio Hominis dignitate. La grandezza dell’uomo non si esprime in opere dell’ingegno ma nella capacità di rigenerarsi come essere superiore. Attraverso la ragione può diventare animale celeste, grazie all’intelletto, angelo e figlio di Dio. È la potenza del pensiero a farne il signore dell’universo accanto all’Altissimo. Del quale però rimane creatura. Precisazione indispensabile per Pico, che doveva salvarsi l’anima, se non la vita. Gli artisti cominciavano a firmare le proprie opere ma l’arte era ancora la scintilla divina che essi riconoscevano nel proprio creare.
Col tempo, la vertiginosa progressione tecnica fino alla impennata tecnologica contemporanea ha invece condotto l’uomo contemporaneo, ad un senso di sé che si declina come volontà di potenza espressa nelle opere dell’ingegno di cui egli è creatore e fruitore.
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Tuttavia, se la tecnica serve per uccidere il maggior numero di uomini nel minor tempo possibile, si capisce come da nuova meraviglia e nuova natura, possa farsi problema. Si è presa coscienza vera delle sue applicazioni e implicazioni economiche, politiche, e antropologiche in senso ampio, della mercificazione umana di cui diventa portatrice. Ma anche della necessità di risalire alla matrice prima di questo processo, ovvero alla ragione, la dote distintiva dell’uomo che da guida luminosa può degenerare in mezzo di autodistruzione.
Giovanbattista Vico aveva visto nelle sue degenerazioni il germe di una seconda barbarie. Quella stessa ragione che ha scoperto i mezzi per vincere l’ostilità della natura, procurare condizioni più favorevoli di vita, e controllare la paura dell’ignoto, ha sviluppato la tecnica, soprattutto nella modernità occidentale, secondo una progressione geometrica. Ma questa stessa ragione umana da fattore di liberazione si rovescia in strumento di dominio, proprio attraverso la tecnica.
Tale rovesciamento, come è noto, è stato al centro della Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno che lo hanno fissato genialmente nell’incipit memorabile: «L’illuminismo ha sempre perseguito il fine di togliere all’uomo la paura dell’ignoto, ma la terra interamente illuminata, splende all’insegna di trionfale sventura». Dove per illuminismo si allude appunto all’impiego della ragione calcolante, e al suo sforzo primigenio per vincere lo smarrimento e la sottomissione indotte dalle forze della natura. Ma il mondo creato attraverso il processo di razionalizzazione diventa a sua volta naturale e quindi domina i rapporti umani, ne produce la reificazione, e a sua volta risulta ingovernabile. Dunque la ragione è creatrice degli strumenti di dominio sotto la maschera della liberazione.
Questi autori hanno visto da vicino, anche per esperienza personale, come l’avanzata incessante del progresso tecnico possa diventare incessante regressione verso quella seconda barbarie preconizzata da Vico tre secoli prima. Hanno visto la barbarie ideologica e pratica prodotta dai sistemi totalitari. E poi, una volta emigrati negli Stati Uniti, lo imbarbarimento di una società che dal di fuori era ritenuta politicamente più evoluta. Avevano constatato come l’umanità del XX secolo avesse potuto regredire a «livelli antropologici primitivi che convivevano con stadi più evoluti del progresso».
E infine, come in questo orizzonte regressivo i capi avessero «l’aspetto di parrucchieri, attori di provincia, giornalisti da strapazzo», «al vuoto di un capo, corrispondesse una massa vuota, e alla coercizione quella adesione generalizzata che rende la prima quasi irreversibile». Inutile dire che di questi fenomeni abbiamo ora sotto gli occhi la forma più compiuta.
Con la modernità la ragione che per Pico avvicinava l’uomo a Dio, è diventata irrimediabilmente strumentale e soggettiva. Non si mette in discussione la qualità dei fini ma si adotta in ogni campo e senza riserve, fraintendendone il senso, la lezione di Machiavelli. Non per nulla, nella versione Reader’s Digest, questo rimane l’autore di riferimento, dei teorici dell’espansionismo imperiale e americano fino ai giorni nostri.
Ma se con la ragione strumentale si impone la logica dei rapporti di forza, questa, portata alle estreme conseguenze,, fa cadere anche il limite e il discrimine tra bene e male, secondo la filosofia di De Sade, che sembra farsi largo in una società ormai nichilista. Così negli ospedali londinesi si possono sopprimere impunemente i neonati troppo costosi per il sistema sanitario, a dispetto dei genitori. Si possono destabilizzare i governi a dispetto dei popoli, si possono roversciare i canoni etici, estetici, religiosi e logico razionali.
Dunque, quella diagnosi pessimistica, dovrebbe tornare quanto mai attuale oggi che l’approdo alla cosiddetta intelligenza artificiale si è compiuto, ed essa è già diabolicamnete applicata all’insaputa delle vittime, o trionfalmente accolta dai suoi ammirati fruitori. Torna attuale per avere messo a tema la torsione della ragione liberatrice in strumento di dominio anche se non era ancora possibile intravedere il rovesciamento ulteriore, l’Ultima Thule della autoschiavizzazione che avviene con la sottomissione spontanea e felice alla sovraestensione tecnologica.
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Invece sembra che si sia dimenticata, per incanto, tutta la riflessione intorno alla tecnica , che ha affaticato il pensiero di un intero secolo. Ora che le metamorfosi di una intera Civiltà, diventate presto di dimensioni planetarie, mostrano più che mai la necessità di riprendere il tema filosofico per eccellenza, sulla essenza e sul destino dell’uomo.
Ed è con questo tema che noi abbiamo a che fare più che mai. Infatti non si tratta più o non solo di prendere coscienza della esistenza di centri di potere che hanno in mano le redini degli strumenti con cui siamo dominati. Perché questa, bene o male, è diventata coscienza abbastanza diffusa almeno in quella parte di dominati che hanno la capacità di riflettere sulla propria condizione di sudditanza.
Tutti più o meno si sono accorti della manipolazione del consenso e della potenza della pubblicità e della forza della propaganda. Nonché della dipendenza dalla tecnologia e delle sue controindicazioni. Anche se ogni diffidenza e ogni riconoscimento di dipendenza viene poi spesso temperato dalla convinzione che si possa comunque controllare lo strumento.
Il salto di qualità l’ha prodotto la meraviglia. Questa volta non turbata dal timore della propria impotenza. L’utile immediato è metafisico, e il miracolo salvifico non megtte in discussione la bontà della volontà che lo genera. Il miracolo crea fedeli e discepoli confortati. Gli agnostici tutt’al più vogliono toccare con mano, anche Tommaso diventa il più convinto dei credenti di fronte alla evidenza dei risultati. Ogni aspetto problematico della faccenda viene messo da parte perché è comunque meglio una gallina oggi che un uovo domani.
Sotto a tanta meravigliosa e meravigliata fiducia c’è la rinnovata fede nella divinità del genio umano che comunque appare lavorare per il bene dei mortali. Un bene tangibile, pronto e tutto svelato, nonché senz’altro proficuo per le nuove generazioni sollevate dalla fatica inutile di imparare a leggere, scrivere e fare di conto, e soprattutto da quella pericolosa attitudine a pensare, ricordare, esplorare e guardare al di là del proprio particulare.
Ancora una volta è dunque la ragione calcolante che dopo avere rinchiuso gli uomini nella gabbia dell’utile materialmente ponderabile tenuta dal potere, fa sì che essi vi si rinchiudano con rinnovato entusiaimo e di propria iniziativa. Insomma non si tratta più di un ingranaggio di dominio e manipolazione subito e del quale non tutti e non sempre hanno acquistato chiara consapevolezza. Si tratta della rinuncia volontaria alla propria capacità di autonomia e di sviluppo delle facoltà speculative destinate ad immiserirsi e isterilirsi per abbandono progressivo, e infine per non uso.
Di certo la difficoltà di uscire dall’ingranaggio, di fronte alla prepotenza dell’ordigno e alla accondiscendenza crescente degli stessi entusiasti utilizzatori diventa oggi drammatica quanto sottovalutata. Gli stessi Horkheimer e Adorno avevano esitato a proporre una soluzione per il problema, più oggettivamnete contenuto, che avevano affrontato allora con tanta acribia. Non bisogna però sottovalutare il suggerimento che essi formularono alla fine, ipotizzando la possibilità di riportare proprio la ragione calcolante alla autoriflessione sul proprio invasivo precipitato tecnologico.
Una soluzione utopica , si è detto, perché la ragione rinnegando se stessa dovrebbe paradossalmente rinunciare a tutto quello che ha anche fornito all’uomo come mezzi di sopravvivenza e di emancipazione dai condizionamenti della natura. Tuttavia non è insensato pensare che la autoriflessione possa condurre a stabilire il confine invalicabile oltre il quale il costo umano capovolge il senso stesso del calcolo razionale togliendo ad esso ogni giustificazione logica. Si tratta di vedere con disincanto tutta la realtà dei nuovi giocattoli antropofagi. Perché di questo si tratta: quella innescata dalle nuove frontiere della tecnica altro non è che autodistruzione morale e materiale, consegna senza scampo all’arbitrio incontrollabile di una potenza che fugge anche al controllo di chi la mette in moto.
Se «dialettica dell’illuminismo» significava nella riflessione dei suoi autori, rovesciamento della promessa di emancipazione della ragione in dominio e schiavizzazione sotto mentite spoglie, di questo rovesciamento la cosiddetta Intelligenza Artificiale è il compimento funesto e pericolosissimo perché capace non soltanto di neutralizzare attualmente ogni difesa, ma anche di isterilire nel tempo ogni potenzialità critica e speculativa. E appare del tutto irrisorio obiettare che è possibile controllare il processo perchè si è consapevoli che in ogni caso il meccanismo è un prodotto umano. Come se la valanga provocata dalla dinamite fosse per ciò stesso anche arrestabile.
Converrebbe piuttosto ricordare il monito di Benedetto XVI sulla necessità di allargare un concetto di ragione oramai ridotta a ragione calcolante per riconoscere di nuovo ad essa la funzione di guidare gli uomini verso l’ orizzonte spiritualmente ed eticamente più ampio ed elevato della cura e della vita buona, della consapevolezza e della corrispondenza tra il pensiero e il bene che va oltre l’immediatamente utile.
Per questo forse non basta lo sforzo di autoriflessione suggerito nella Dialettica dell’illuminismo, occorre ritrovare quel senso della trascendenza che allarga la mente oltre il vicolo cieco e le secche di un pensiero senza la luce di fini più grandi dell’utile contabile ed immediato.
Quell’uomo non a caso tanto presto dimenticato, perchè incompatibile con la miseria dei tempi, aveva compreso perfettamente, dall’alto di una grande intelligenza e di una solida fede, che sul ciglio del baratro occorre tornare indietro e buttare al macero «le false speranze».
Patrizia Fermani
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Immagine screenshot da YouTube
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