Al contrario di una convinzione largamente diffusa, il presidente Joe Biden non vuole garantire «l’uguaglianza davanti alla legge» di tutti gli statunitensi, senza distinzione di razza. Vuole invece essere paladino dell’«equità razziale», ossia di una forma di uguaglianza non tra individui, bensì tra gruppi razziali che considera distinti. In questo articolo Thierry Meyssan utilizzerà il termine «razzismo» in senso letterale e non nel senso correntemente attribuito di «comportamento discriminatorio». Dimostrerà che Biden e il Partito Democratico, annunciando di voler estendere al mondo intero «l’equità razziale», in realtà minacciano la pace mondiale.
Pensiero
Joe Biden reinventa il razzismo
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire.
In uno Stato federale, in qualche parte nel mondo, il ministero dell’Istruzione ha deciso che nelle scuole primarie e secondarie s’insegni che l’umanità è divisa in razze differenti fra loro.
È il ritorno del «razzismo scientifico» che causò la seconda guerra mondiale e i suoi 70 milioni di morti. Nessuno sembra però accorgersi del pericolo; anzi, molti ritengono i Democratici statunitensi esempio di apertura verso gli altri
Benché le razze siano distinte, gli accoppiamenti sono consentiti, nonché la procreazione, che però porterà frutti sterili, come i muli che nascono dall’unione di un asino con una giumenta. Per questa ragione, le statistiche di questo Stato federale conteggiano bianchi, neri, e altre razze, ma non i meticci.
Siccome tra le diverse razze sussiste una gerarchia implicita e siccome, sfortunatamente, i meticci non sono sterili, questi ultimi vanno automaticamente conteggiati fra gli appartenenti alla razza inferiore: bisogna preservare la razza superiore da ogni contaminazione.
Questo Stato federale era il Reich nazista, ma lo sono anche gli Stati Uniti di Joe Biden e del segretario all’Istruzione, Miguel Cardona.
È il ritorno del «razzismo scientifico» che causò la seconda guerra mondiale e i suoi 70 milioni di morti. Nessuno sembra però accorgersi del pericolo; anzi, molti ritengono i Democratici statunitensi esempio di apertura verso gli altri.
Ricordiamoci che il razzismo degli anni Trenta aveva tutti i connotati della scienza. Era oggetto di ricerca in molti istituti scientifici ed era insegnato nelle università, sia negli Stati Uniti sia in Europa occidentale. Per preservare la razza superiore, molti Stati «moderni» vietarono i matrimoni interrazziali ancor prima della prima guerra mondiale.
Ricordiamoci che il razzismo degli anni Trenta aveva tutti i connotati della scienza
Il razzismo non è né di destra né di sinistra
Nell’immaginario collettivo il razzismo si diffonde solo negli ambienti della destra nazionalista. È assolutamente falso.
Ne è un esempio quanto accadde dopo la prima guerra mondiale, quando la Francia occupò militarmente per due anni la regione carbonifera della Ruhr. Fra le truppe francesi vi erano anche africani del Senegal e del Madagascar. In Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Canada si diffuse velocemente un movimento di protesta per denunciare l’ignominia dei francesi che avevano mandato nella regione 20 mila neri per dominare i tedeschi e violentarne le donne. Questo movimento razzista, diretto dalla principale figura dell’antirazzismo d’inizio secolo, E.D. Morel (1), riunì nelle più grandi manifestazioni la totalità delle organizzazioni femministe (2).
Nell’immaginario collettivo il razzismo si diffonde solo negli ambienti della destra nazionalista. È assolutamente falso.
Nella stessa Francia vi aderirono i socialisti, fra i quali il nipote di Karl Marx, Jean Longuet, giornalista all’Humanité e futuro dirigente della SFIO (Sezione Francese dell’Internazionale Operaia, partito socialista).
Va riconosciuto che in frangenti torbidi come quello fra le due guerre mondiali o quello che stiamo vivendo ora, le persone tendono a seguire l’istinto, prescindendo dalle proprie idee. Sono spesso in totale contraddizione con sé stesse, senza rendersene conto.
Il passato schiavista e razzista dei Democratici statunitensi
Negli Stati Uniti lo schiavismo e il razzismo sono stati difesi soprattutto dai Democratici, in opposizione ai Repubblicani.
Negli Stati Uniti lo schiavismo e il razzismo sono stati difesi soprattutto dai Democratici, in opposizione ai Repubblicani.
– I programmi del Partito Democratico del 1840, 1844, 1848, 1852 e 1856 affermano che l’abolizionismo riduce il benessere del popolo e mette in pericolo la stabilità e la continuità dell’Unione.
– Il programma del 1856 intende consentire agli Stati dell’Unione di decidere se praticare o meno la schiavitù domestica e d’inserirla nella propria Costituzione.
– Il programma del 1860 irride gli sforzi degli Stati abolizionisti, che si rifiutavano di arrestare gli schiavi in fuga in quanto sovversivi e rivoluzionari.
La Convenzione Nazionale del Partito Democratico del 1924, al Madison Square Garden di New York, fu chiamata Klan-Bake per l’influenza del Ku-Klux Klan in seno al partito
– Il 14° Emendamento, che concede la piena cittadinanza agli schiavi liberati, fu adottato nel 1868 dal 94% dei parlamentari del Partito Repubblicano e dallo 0% dei parlamentari del Partito Democratico.
– Il 15° Emendamento, che concede il diritto di voto agli schiavi liberati, fu adottato nel 1870 dal 100% dei parlamentari del Partito Repubblicano e dallo 0% dei parlamentari del Partito Democratico.
– Nel 1902 il Partito Democratico fece votare in Virginia una legge che negava il diritto di voto a oltre il 90% degli afroamericani.
– Il presidente Woodrow Wilson istituì la segregazione razziale per gli impiegati federali e rese obbligatoria una foto sulle domande di lavoro.
Le cose cambiarono davvero solo nel 1964, quando, a seguito dell’impegno dei Kennedy, il presidente Lyndon Johnson fece adottare il Civil Rights Act. Un cambiamento di rotta che avvenne non senza dolore: alcuni parlamentari democratici riuscirono a bloccarlo per 75 giorni
– La Convenzione Nazionale del Partito Democratico del 1924, al Madison Square Garden di New York, fu chiamata Klan-Bake per l’influenza del Ku-Klux Klan in seno al partito.
Le cose cambiarono davvero solo nel 1964, quando, a seguito dell’impegno dei Kennedy, il presidente Lyndon Johnson fece adottare il Civil Rights Act. Un cambiamento di rotta che avvenne non senza dolore: alcuni parlamentari democratici riuscirono a bloccarlo per 75 giorni.
Il 1619 Project
L’amministrazione Biden si proclama antirazzista e nessuno dubita della sua buona fede. Ma Biden è antirazzista come lo fu il Partito Democratico negli anni dal 1840 al 1961, ossia per niente. È vero il contrario.
Biden è antirazzista come lo fu il Partito Democratico negli anni dal 1840 al 1961, ossia per niente. È vero il contrario
Le decisioni di Biden in materia d’istruzione mirano a promuovere l’ideologia del 1619 Project, secondo cui gli Stati Uniti non furono fondati con la guerra d’Indipendenza contro la Corona britannica, bensì due secoli prima, nel 1619, con l’idea di ridurre i neri in schiavitù.
Il 1619 Project è stato messo a punto a cominciare dal 2019, da una serie di supplementi, nonché di articoli, del New York Times.
Il quotidiano ha così smesso di cercare di raccontare la verità, per diventare strumento di propaganda dell’ideologia puritana. Secondo il NYT, gli amerindi erano schiavisti come lo erano gli europei, quantunque gli spagnoli liberassero gli amerindi schiavi che fuggivano dal padrone, a condizione che si convertissero alla vera fede, il cattolicesimo. In sostanza, le colonie europee delle Americhe ebbero un vero sviluppo soltanto nel 1619, con l’arrivo, sul territorio degli odierni USA, degli schiavi neri dall’Angola.
La teoria del 1619 Project: la guerra d’Indipendenza non fu una ribellione contro le imposte ingiuste della Corona britannica, ma una lotta per salvaguardare il sistema schiavista. Gli Stati Uniti sono perciò razzisti in maniera sistemica. È dovere di ogni uomo bianco prendere coscienza del privilegio indebito di cui gode e riparare i crimini del patriarcato bianco
La guerra d’Indipendenza non fu una ribellione contro le imposte ingiuste della Corona britannica, ma una lotta per salvaguardare il sistema schiavista. Gli Stati Uniti sono perciò razzisti in maniera sistemica. È dovere di ogni uomo bianco prendere coscienza del privilegio indebito di cui gode e riparare i crimini del patriarcato bianco.
Questa teoria non ha fondamento storico (3). Confonde schiavitù e razzismo (per esempio, gli amerindi riducevano in schiavitù i nemici, ma non per questo erano razzisti). Prescinde dagli schiavi bianchi (gli inglesi condannati dalla giustizia furono tra i primi schiavi dell’America del Nord). Disprezza l’emancipazione dei coloni nei confronti dell’Inghilterra. Da ultimo, non furono gli statunitensi, bensì i portoghesi a portare la schiavitù nelle organizzazioni dei coloni e a farne commercio. Per di più questa teoria è americano-centrica, non tiene infatti conto degli arabi, che per un millennio ridussero in schiavitù i neri e li castrarono sistematicamente.
È una teoria religiosa: riprende, trasformandolo, il mito del peccato originale e lo fa ricadere su ogni uomo bianco. Come gli iconoclasti, i puritani e i wahhabiti, i suoi sostenitori distruggono le raffigurazioni impure dei peccatori, a cominciare dai generali sudisti.
Ogni menzogna ne genera un’altra: i sudisti non difendevano la schiavitù (che abolirono prima della fine della guerra di Secessione), bensì il diritto di ogni Stato confederato ad avere la propria dogana.
È una teoria religiosa: riprende, trasformandolo, il mito del peccato originale e lo fa ricadere su ogni uomo bianco. Come gli iconoclasti, i puritani e i wahhabiti, i suoi sostenitori distruggono le raffigurazioni impure dei peccatori, a cominciare dai generali sudisti
I fautori del 1619 Project agiscono esattamente come coloro che vogliono combattere: gli uomini non sono colpevoli per quanto fanno, ma per nascita, per eredità.
L’istituzionalizzazione del razzismo da parte di Joe Biden
Quando il segretario all’Istruzione dell’amministrazione Biden, Miguel Cardona, ha deciso di promuovere il 1619 Project nelle scuole primarie e secondarie, un movimento di contestazione ha attraversato il Paese.
La reazione più interessante è stata quella dell’Oklahoma, dove il Congresso ha adottato una legge, immediatamente firmata dal governatore Kevin Stitt, indiano Cherokee, nonché jacksoniano come Donald Trump.
Questa legge, HB1775, vieta a chiunque d’insegnare queste otto affermazioni razziste:
I fautori del 1619 Project agiscono esattamente come coloro che vogliono combattere: gli uomini non sono colpevoli per quanto fanno, ma per nascita, per eredità.
1. Una razza o un sesso è intrinsecamente superiore a un’altra razza o a un altro sesso.
2. A causa della propria razza e del proprio sesso, un individuo è, consapevolmente o inconsapevolmente, intrinsecamente razzista, sessista o oppressore.
3. Una persona dovrebbe essere oggetto di discriminazione o subire un trattamento discriminante soltanto, o in parte, a causa della razza o del sesso cui appartiene.
4. I membri di una razza o di un sesso non possono e non devono tentare di trattare gli altri senza tener conto della loro razza o del loro sesso.
Il testo che vieta l’insegnamento nelle scuole dell’Oklahoma di tutte o parte di queste otto affermazioni è stato adottato dal 100% dei parlamentari Repubblicani e dallo 0% dei parlamentari Democratici
5. Il carattere morale di un individuo è necessariamente determinato dalla razza o dal sesso cui appartiene.
6. Un individuo è responsabile degli atti commessi in passato dai membri della razza o del sesso cui appartiene.
7. Ogni individuo deve provare disagio, senso di colpa, angoscia e ogni altra forma di smarrimento psicologico per la razza o il sesso cui appartiene.
8. La meritocrazia o altri aspetti, quali l’etica del lavoro accanito, sono razzisti o sessisti o sono stati istituiti dagli appartenenti a una razza particolare per opprimere gli appartenenti a un’altra razza.
Il testo che vieta l’insegnamento nelle scuole dell’Oklahoma di tutte o parte di queste otto affermazioni è stato adottato dal 100% dei parlamentari Repubblicani e dallo 0% dei parlamentari Democratici.
Dobbiamo valutare le conseguenze dell’ideologia del 1619 Project, che il Partito Democratico e l’amministrazione Biden vogliono applicare non soltanto negli Stati Uniti, ma estendere al mondo intero. Essa non può che condurre a immani violenze.
Dobbiamo valutare le conseguenze dell’ideologia del 1619 Project, che il Partito Democratico e l’amministrazione Biden vogliono applicare non soltanto negli Stati Uniti, ma estendere al mondo intero.
Essa non può che condurre a immani violenze.
Thierry Meyssan
NOTE
1) E.D. Morel denunciò il trattamento crudele dei congolesi da parte del re del Belgio, Leopodo II.
2) “Black Horror on the Rhine”: Idealism, Pacifism, and Racism in Feminism and the Left in the Aftermath of the First World War, Peter Campbell, Histoire sociale/Social history, Volume 47, Number 94, Juin/June 2014. DOI: https://doi.org/10.1353/his.2014.0034.
3) The New York Times’ 1619 Project: A racialist falsification of American and world history, Niles Niemuth & Tom Mackaman & David North, World Socialist Web Site (2020). 1620: A Critical Response to the 1619 Project, Peter W. Wood, Encounter Books (2020).
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Joe Biden reinventa il razzismo», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 4 maggio 2021,
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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