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Intervista con il Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X don Davide Pagliarani

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Intervista del 1° novembre 2024 pubblicata nella rivista The Angelus, novembre-dicembre 2024

 

1. The Angelus: Reverendo Padre, come spiegherebbe il ruolo della Fraternità San Pio X nel 2024? Più che una Chiesa parallela, come alcuni sostengono, è soprattutto una testimonianza della Tradizione? Uno sforzo missionario in tutto il mondo, come i Padri dello Spirito Santo un tempo? O qualcos’altro?

Don Davide Pagliarani: Il ruolo della Fraternità nel 2024 non è fondamentalmente diverso da quello che ha svolto fin dalla sua fondazione e che è chiarito nei suoi statuti quando affermano: «Lo scopo della Fraternità è il sacerdozio e tutto ciò che vi è connesso, e nient’altro».

 

La Fraternità è prima di tutto una società sacerdotale dedicata alla santificazione dei sacerdoti, e quindi alla santificazione delle anime e della Chiesa nel suo insieme attraverso la santità del sacerdozio. Come affermano anche i nostri statuti, «la Fraternità è essenzialmente apostolica perché anche il sacrificio della Messa lo è».

 

Fin dalla sua fondazione, la Fraternità ha esercitato questo ruolo nel particolare contesto di una crisi senza precedenti che ha colpito il sacerdozio, la Messa, la fede e tutti i tesori della Chiesa. In questo senso, è un richiamo alla realtà di questi tesori e alla loro necessità per la restaurazione di tutto.

 

Senza aver scelto di farlo, la Fraternità vive come testimone privilegiato della Tradizione in una situazione in cui la Tradizione è eclissata. È un fatto che la Fraternità, in questo senso, si trova ad essere un segno di contraddizione a favore della Tradizione della Chiesa. La forza della sua difesa è unica, in quanto il suo rifiuto di tutte le riforme liberali non è negoziabile e non ammette compromessi. E così la sua posizione è una risposta diretta e completa a ciò di cui la Chiesa ha bisogno nella situazione attuale.

 

Ciò che forse è stato nuovo negli ultimi anni è il modo in cui i cattolici perplessi guardano alla Fraternità. Agli occhi di molti, la Fraternità ha cessato di essere demonizzata. Non è più vista come una chiesa parallela, scismatica o in procinto di diventarlo, né come un piccolo gruppo che reagisce alla modernità, chiuso nei suoi schemi arretrati e incapace di stare al passo con i tempi.

 

Oggi la sua situazione è spesso invidiata e i suoi tesori ambiti. In breve, è un punto di riferimento per molti.

 

I fedeli che la scoprono sono attratti dalla sua predicazione, dalla sua liturgia, dalla carità dei suoi sacerdoti, dalla qualità delle sue scuole, dall’atmosfera delle sue cappelle. E sempre più la Fraternità permette ai fedeli e ai sacerdoti di riscoprire i tesori della Chiesa. Questo è molto incoraggiante.

 

2. Che cosa ha la Fraternità San Pio X da offrire ai cattolici di oggi che non sia offerto dalle comunità Ecclesia Dei?

Le comunità un tempo legate alla Commissione Ecclesia Dei, che non esiste più come tale, offrono la liturgia tradizionale al loro livello e nel complesso dispensano un catechismo tradizionale. In apparenza, si potrebbe pensare che poco le distingua dalla Fraternità. Tuttavia, esse stesse insistono nel distinguersi dalla Fraternità, soprattutto in termini di obbedienza. Descrivono la Fraternità come animata da uno spirito tinto di sedevacantismo, che vive come se non dovesse rendere conto a nessuno, costituendo così un pericolo per l’unione ecclesiale e la fede dei suoi fedeli. Secondo loro, per semplificare un po’ le cose, pretendono di fare «dentro la Chiesa» quello che la Fraternità cerca di fare «fuori dalla Chiesa».

 

Ciò che esse non dicono è che in realtà hanno una libertà limitata. Hanno solo lo spazio concesso loro da una gerarchia più o meno benevola, più o meno ispirata da principi personalisti e liberali, e comunque incapace di riconoscere il posto necessario e primordiale della Tradizione della Chiesa. Di conseguenza, il loro apostolato e la loro influenza sono frenati, ostacolati e compromessi, così che la questione della loro sopravvivenza pratica diventa sempre più preoccupante.

 

Ma c’è di più: il significato stesso del loro attaccamento alla Tradizione sta diventando impercettibile. Questa libertà limitata viene concessa loro in nome del carisma loro proprio, della propria preferenza liturgica o della propria sensibilità. Ciò comporta diverse conseguenze estremamente gravi.

 

In primo luogo, la Tradizione non viene più difesa come l’unico elemento necessario e indispensabile con diritti imprescrittibili nella Chiesa. Viene rivendicata come un bene preferibile. Si rivendica il diritto di usufruire della liturgia tradizionale, senza ricordare chiaramente che la liturgia moderna è inaccettabile perché corrompe la fede. Si rivendica il diritto di usufruire della dottrina tradizionale, senza ricordare chiaramente che questa Tradizione è l’unica garante dell’integrità della fede, escludendo qualsiasi orientamento che se ne discosti.

 

La Tradizione non può essere difesa come bene particolare di questa o quella comunità, che chiede solo il diritto di viverla per sé, a preferenza di qualche altro bene. La Tradizione deve essere difesa come bene comune di tutta la Chiesa e rivendicata come esclusiva per ogni cattolico. D’altra parte, al di là della precarietà della loro situazione, queste comunità sono condizionate nell’espressione pubblica della loro fede.

 

In particolare, è impossibile per loro opporsi a qualsiasi forma di liberalismo. E tuttavia non si può difendere efficacemente la Tradizione senza condannare allo stesso tempo gli errori che vi si oppongono. Tacendo su questi errori, dunque, si finisce per non percepirne più la nocività, assimilandoli a poco a poco senza rendersene conto.

 

Naturalmente, non stiamo giudicando qui il bene che questo o quel sacerdote può fare in questa o quella situazione, né lo zelo che può animarlo personalmente al servizio delle anime. Ma notiamo che la precarietà di queste comunità, e il condizionamento a cui sono state sottoposte nella pratica fin dalla loro fondazione, le priva oggettivamente della piena libertà di servire incondizionatamente la Chiesa universale.

 

Da parte sua, non lasciandosi intimidire da minacce o sanzioni, e dando alla Fraternità i mezzi per continuare la sua lotta per la Chiesa, Mons. Lefebvre ha risolutamente fornito alla Fraternità una vera libertà: non la falsa libertà di una desiderata indipendenza da ogni autorità umana, ma la vera libertà di lavorare solidamente e senza condizionamenti per la restaurazione della fede, del sacerdozio e della Messa.

 

Ai cattolici di oggi, la Fraternità offre una verità senza compromessi, predicata senza condizionamenti, con i mezzi per viverla appieno, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa.

 

3. Secondo Lei, qual è l’ostacolo maggiore per chi è restio a partecipare alle Messe della Fraternità?

Il motivo che indubbiamente frena i fedeli attratti dalla liturgia tradizionale è l’apparente illegalità della nostra situazione canonica, il fatto che non siamo ufficialmente riconosciuti dall’autorità ecclesiastica. E questo ci riporta alla questione dell’obbedienza, accennata sopra.

 

Quello che dobbiamo capire è che, mentre essere riconosciuti e approvati dalle autorità è sempre auspicabile per un’opera della Chiesa, ci sono situazioni eccezionali in cui ciò non è assolutamente necessario.

 

La situazione della Fraternità dipende dalla situazione della Chiesa in generale, che da alcuni decenni sta vivendo una crisi senza precedenti. Lo stesso Papa Paolo VI ha parlato di autodemolizione della Chiesa. Purtroppo, ciò si spiega con l’incoraggiamento dato dalle massime autorità della Chiesa agli errori moderni, che all’epoca del Concilio Vaticano II, e nelle riforme successive, sono penetrati profondamente in tutta la Chiesa e hanno portato innumerevoli masse di fedeli ad abbandonare la fede. Tanto che, invece di preservare il deposito della fede per la salvezza delle anime e il bene comune di tutta la Chiesa, il Papa usò la propria autorità per demolire la Chiesa.

 

Mons. Lefebvre ha avuto l’immenso merito di rifiutare questa autodemolizione e di preservare con coraggio la Tradizione della Chiesa, rifiutando le novità distruttive e continuando a offrire alle anime i beni soprannaturali della dottrina, della Messa e dei sacramenti. Eppure fu proprio per questo motivo che l’autorità ecclesiastica decise di sanzionarlo, di sopprimere la sua opera e quindi di privarlo del riconoscimento canonico.

 

La posta in gioco in quel momento era niente meno che la salvaguardia della fede cattolica e della liturgia, espressione di questa fede. Di fronte a questo abuso di autorità, Mons. Lefebvre non poteva accettare di cessare il suo lavoro. Farlo sarebbe stato abbandonare i fedeli, che sarebbero stati privati della sana dottrina e della liturgia tradizionale, e lasciati senza guida agli errori moderni.

 

Monsignore comprese che la soppressione della Fraternità era un abuso di autorità, che comprometteva seriamente il bene della Chiesa. L’autorità è data al Papa per preservare il bene della Chiesa, non per comprometterlo. E l’obbedienza gli è dovuta quando si tratta di collaborare al bene della Chiesa, non quando si tratta di collaborare alla sua rovina.

 

Di conseguenza, e suo malgrado, Mons. Lefebvre ha avuto il coraggio di non obbedire… per obbedire. Egli, ricordando che per volontà di Nostro Signore Gesù Cristo la salvezza delle anime è la prima legge della Chiesa, dalla quale dipendono tutte le altre leggi canoniche, ha preferito obbedire a questa prima legge, a rischio di essere respinto dalla sua gerarchia, piuttosto che disobbedire ad essa sottomettendosi ai divieti che gli piombavano addosso. «Dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini».

 

Purtroppo, la situazione è ancora oggi la stessa e la Fraternità continua a mettere al primo posto il bene delle anime e il bene della Chiesa, senza preoccuparsi di intimidazioni o critiche. Sarebbe molto felice di essere approvata dall’autorità suprema: sarebbe un segno che l’autorità abbia ritrovato il senso della sua missione e capisca qual è il vero bene della Chiesa.

 

E sarebbe molto felice di poter continuare a servire la Chiesa nella legalità canonica. Ma finché il prezzo di questa legalità è l’accettazione dell’inaccettabile, degli errori che demoliscono la Chiesa e della liturgia che corrompe la fede, preferisce continuare a lavorare sotto l’ingiusta disapprovazione che la colpisce, piuttosto che tradire la Chiesa e le anime che trovano rifugio nelle sue cappelle.

 

4.Qual è il modo migliore per le famiglie di beneficiare di ciò che la Fraternità San Pio X ha da offrire?

Le famiglie sono una preoccupazione particolare per la Fraternità, perché in esse nascono e crescono le vocazioni e, in esse, nascono coloro che formeranno le famiglie di domani. Stabilendosi vicino ai nostri priorati, le famiglie beneficiano di una ricca vita parrocchiale, nutrita dai sacramenti, scandita dalla preghiera e animata da molte altre famiglie, che formano un confortante tessuto di aiuto reciproco e di carità cristiana.

 

Più una famiglia è coinvolta nella vita di una cappella o di un priorato, più essa diventa forte e luminosa. L’altare diventa naturalmente un punto di riferimento per loro e la fonte della loro vita spirituale; la devozione che dimostrano permette loro di crescere in generosità; e a poco a poco la vita liturgica e sacramentale li distacca dallo spirito del mondo e favorisce il fiorire delle virtù cristiane.

 

Naturalmente, vanno menzionate anche le scuole gestite dalla Fraternità o dalle comunità ad essa legate, dove si cerca di formare uomini e donne completi, sia dal punto di vista intellettuale e fisico, sia da quello morale e soprannaturale. Queste scuole, anche se imperfette come tutte le opere umane, sono comunque delle vere e proprie benedizioni per le famiglie.

 

Infine, vorrei menzionare il Terz’Ordine della nostra Fraternità, che offre, soprattutto alle famiglie, un quadro spirituale molto solido per guidare i genitori nei loro vari doveri, e in particolare nella loro missione educativa. Attraverso questa affiliazione più diretta, i fedeli beneficiano di tutte le grazie della Fraternità acquisite attraverso le preghiere e i meriti dei suoi membri, e la sostengono spiritualmente nella sua lotta per la Chiesa. Questo, aggiunto alla loro personale fedeltà agli impegni molto semplici della loro regola, è un grande sostegno per la loro santificazione personale e per quella di tutta la loro famiglia.

 

5. Qual è il pericolo più grande che i cattolici tradizionali devono affrontare oggi? Dove sono più vulnerabili?

La prima cosa che mi viene in mente è la minaccia dello spirito del mondo, fatto di comodità, materialismo, sensualità e mollezza. I nostri fedeli, e gli stessi membri della Fraternità, sono uomini come tutti gli altri, feriti dal peccato originale, ed è importante non sottovalutare ingenuamente la possibile corruzione della vita cristiana nell’anima di ogni cattolico, sia per il rispetto umano, sia per l’indifferenza, l’egoismo o l’impurità.

 

Dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere noi stessi, e in particolare i giovani, da questa corruzione. Ciò significa studiare i problemi concreti che dobbiamo affrontare oggi, in particolare a causa dell’accesso diffuso a Internet, che troppo spesso è una cloaca morale e ideologica.

 

L’invasione degli schermi e il loro uso incontrollato devono essere oggetto di uno studio serio, affinché ci sia la consapevolezza dei problemi che pone e la messa in atto di reazioni sane per limitare i danni e prevenirli ulteriormente.

 

Un altro punto da sottolineare, forse, tra i fedeli da sempre tradizionalisti, è il rischio di addormentarsi nella comodità di una situazione acquisita grazie agli sforzi dei più anziani. Si tratta del pericolo del rilassamento. A me sembra che, al contrario, gli sforzi dei nostri anziani ci obblighino ad essere più generosi.

 

Le maggiori possibilità che abbiamo oggi di accedere ai tesori della Messa e della Tradizione ci sono date per permetterci di viverli sempre più pienamente. Non per rilassarci e riposare sugli allori. Ci sono ancora tante anime da salvare e la lotta per salvarle è più forte e necessaria che mai. Il tempo e le strutture a nostra disposizione devono incoraggiarci a lavorare ancora più intensamente alla nostra santificazione e allo sviluppo delle opere apostoliche.

 

Abbiamo bisogno di una grande generosità in questo senso e soprattutto di un modo di essere apostoli assolutamente e risolutamente soprannaturale.

 

Forse l’ultimo pericolo è quello di vivere nella comodità intellettuale di chi sa di avere ragione e arriva a giudicare con disprezzo «quelli che hanno torto». Da un lato, il bisogno di educazione è universale, e spesso sbagliamo a credere che non abbiamo più nulla da imparare.

 

Al contrario, è essenziale continuare a imparare su argomenti importanti, dove ogni cattolico ha il dovere di essere illuminato per illuminare gli altri. D’altra parte, è sempre deleterio giudicare gli altri come inferiori con il pretesto che hanno ricevuto meno.

 

Al contrario, un cattolico degno di questo nome e animato da autentica carità dovrebbe avere a cuore di accogliere con benevolenza chi è nell’ignoranza, per poterlo aiutare a progredire nella scoperta della vera fede. Una carità vissuta, benevola e paziente, fa molto di più per diffondere la fede di un discorso erudito che è irto di critiche sgradevoli e disdegnose.

 

6.Lei è già a metà del suo mandato di Superiore Generale. Quali sono le sue riflessioni sui sei anni trascorsi?

Una delle cose che mi ha colpito di più degli ultimi sei anni è la generosità dimostrata dai nostri sacerdoti nel loro apostolato, e che hanno saputo dimostrare in particolare durante la crisi pandemica del COVID. Con prudenza, hanno saputo correre alcuni rischi appropriati, a volte con grande inventiva, per rispondere nel miglior modo possibile ai bisogni delle anime.

 

Questo periodo ha mostrato la capacità della Fraternità di trovare risposte proporzionate a una situazione eccezionale, mettendo al primo posto il bene spirituale dei fedeli. È stata una bella illustrazione del principio sopra ricordato: «la salvezza delle anime è la prima legge della Chiesa».

 

Il motu proprio Traditionis custodes è stata un’altra importante lezione degli ultimi anni. Questo testo, che si inserisce logicamente nella prospettiva dell’attuale pontificato, ha dimostrato ancora una volta, e in modo definitivo, la grande prudenza e la profonda saggezza della decisione presa da Mons. Lefebvre nel 1988: procedendo alle consacrazioni nonostante l’assenza di un mandato pontificio, egli ha davvero dato alla Fraternità i mezzi per perseguire la sua missione di «custode della Tradizione».

 

Oggi, l’attualità di questa scelta è indiscutibile. Dove saremmo senza i nostri vescovi? Dove sarebbe la Tradizione nella Chiesa? E chi altro oggi ha la libertà che abbiamo noi di vivere pienamente i tesori della Chiesa? Senza dubbio la crescita del nostro apostolato si spiega alla luce di questa constatazione.

 

7. Lei parla dei nostri vescovi e credo che tutti abbiamo in mente la triste scomparsa di Mons. Tissier de Mallerais. Cosa significa questa dipartita per la Fraternità? Può dirci quali conseguenze ha sui mezzi a disposizione della Fraternità per perseguire la sua missione? In altre parole, tornando al fatto che Lei è arrivato alla metà del suo mandato, come vede i prossimi sei anni?

 

La morte di Mons. Tissier de Mallerais è uno degli eventi più significativi della storia della Fraternità. Un’intera pagina della nostra storia viene voltata ed entra nell’eternità. Ma che pagina magnifica! Mons. Tissier è stato presente fin dall’inizio, fin dalle prime ore dell’epopea di Mons. Lefebvre. Ha vissuto intimamente con il nostro fondatore, condividendo con lui le gioie e i dolori che hanno accompagnato la crescita della Fraternità, fino a quando è stato scelto come uno dei quattro vescovi che gli sono succeduti.

 

E tutta la sua vita è stata una vita di fedeltà ardente e coraggiosa alla battaglia per la fede, alla missione della Fraternità. Per la Chiesa, per le anime, fino alla fine. Andò persino oltre le sue forze. La sua generosità e il suo zelo lo portavano più lontano di quanto potessero fare i suoi passi. Aveva anche una passione unica per parlarci di Mons. Lefebvre e della storia della Fraternità. Ci manca la sua presenza. Ma siamo fieri di Mons. Tissier de Mallerais. Fieri del nostro vescovo e dell’esempio che ci lascia.

 

È evidente che la Provvidenza ci parla attraverso questo evento. È chiarissimo che questa morte solleva la questione della continuità dell’opera della Fraternità, che ora ha solo due vescovi, e la cui missione per le anime sembra più necessaria che mai, nei tempi di terribile confusione che la Chiesa sta vivendo oggi. Ma la questione può essere affrontata solo nella calma e con la preghiera. Seguendo l’esempio di Mons. Lefebvre, la Fraternità si lascia guidare dalla Provvidenza, che ha sempre indicato chiaramente le strade da seguire e le decisioni da prendere.

 

Oggi, come in passato, questa Provvidenza ci guida. Il futuro è nelle sue mani, quindi seguiamola con fiducia. Quando sarà il momento, sapremo assumerci in tutta coscienza le nostre responsabilità. Di fronte alle anime e ai membri della Fraternità. Di fronte alla Chiesa. Di fronte a Dio. Restiamo in pace e affidiamoci semplicemente alla Madonna.

 

Per quanto riguarda il futuro, più in generale, spero vivamente che i prossimi anni vedano sacerdoti e fedeli attribuire maggior importanza a una questione vitale: le vocazioni. Non solo per ciò che riguarda i mezzi per attirare sempre più nuove leve al servizio di Cristo, sia nella vita sacerdotale che in quella religiosa, ma anche riguardo ai mezzi per garantire la perseveranza delle vocazioni.

 

E credo che dobbiamo capire in particolare che dobbiamo pregare di più. Sì, pregare. Pregare perché Dio mandi operai nella sua messe, perché essa è abbondante e gli operai invece sono pochi. E pregare per ringraziare delle vocazioni già ricevute, perché gli ultimi anni sono stati molto incoraggianti da questo punto di vista.

 

L’ideale della santità deve attirare sempre più anime consacrate, ed essere sempre più allettante per i nostri giovani. Le anime aspettano. Hanno sete. Hanno bisogno di legioni di apostoli. E questi apostoli, pastori o anime contemplative, solo Dio può suscitarli.

 

Perciò dobbiamo pregare Dio che chiami, e che le anime generose siano aperte alla sua voce e rispondano fedelmente. Chiediamo questa grazia soprattutto alla Vergine Immacolata, a Nostra Signora della Compassione, madre dei sacerdoti e modello delle anime religiose.

 

Dio vi benedica.

 

Don Davide Pagliarani

Superiore Generale della FSSPX

 

The Angelus, novembre-dicembre 2024

 

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Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

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Spirito

«Gli organizzatori sapevano»: mons. Viganò su San Pietro negata alla Messa del Summorum Pontificum

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Renovatio 21 pubblica il commento di monsignor Carlo Maria Viganò apparso su X riguardo la Basilica di San Pietro negata ai fedeli della Messa antica da tutto il mondo concentratisi a Roma per il pellegrinaggio del Summorum Pontificum. Sua Eccellenza aveva già trattato il caso due settimane fa.    «Speculatores eius cæci omnes, nescierunt universi; canes muti non valentes latrare» (Is 56, 10). Le sue sentinelle sono tutte cieche, nessuna sa nulla; sono cani muti, incapaci di abbaiare.   I fatti sono ormai noti, li riassumo soltanto perché la cronologia è già una sentenza. Il 7 agosto la Segreteria di Stato negò la Messa «usus antiquior». Il 30 settembre, con una lettera giunta a Parigi il 12 ottobre secondo quanto riferisce il National Catholic Register, la Segreteria di Stato negò perfino di entrare in processione nella Basilica Vaticana per pregare per il Papa e adorare il Santissimo Sacramento.   Il 23 ottobre, a ventiquattr’ore dal pellegrinaggio, gli organizzatori ne diedero notizia. Il 24 ottobre i pellegrini, venuti da ogni parte del mondo, furono fermati al limite della giurisizione italiana. Nulla fu detto prima: né la lettera di agosto, né quella di settembre, né quella arrivata undici giorni prima.   Non m’interessa, a questo punto, il Palazzo. Il Palazzo ha fatto ciò che fa il Palazzo: ha risposto in due righe, senza un motivo, con un numero di protocollo. Il Palazzo, almeno, è coerente con se stesso.   Mi interessano coloro che avrebbero dovuto dire ai fedeli ciò che sapevano, e che hanno scelto di tacere per non perderci la faccia.   Sapevano gli organizzatori, che avevano le lettere in mano (…)  che hanno prestato al pellegrinaggio il loro nome e la loro autorità: non hanno accompagnato i pellegrini, li hanno abbandonati per non compromettere i rapporti con il Palazzo.   Sapevano, e la loro colpa non è solo il silenzio, ma il tradimento nei confronti dei loro stessi fedeli, sui quali è ricaduta l’umiliazione e lo scandalo per il diniego.   E vi è di peggio. Dopo aver lasciato venire i pellegrini a Roma, si è lamentata la confusione creata dai commentatori e si è ribadito che il pellegrinaggio nasce dall’amore per il Papa che lo ha respinto. Un portavoce vaticano è giunto a dire che bastava fare una richiesta più specifica, ma il testo della lettera dell’8 settembre lo smentisce parola per parola.   Qualcuno poi si è affrettato a spiegare, a posteriori, che in fondo si trattava di una questione procedurale, di un malinteso, di una circostanza sfortunata: è la vergogna che si aggiunge alla vergogna.   E a Santa Maria Maggiore, dove non soltanto fu negato il Pontificale, ma non fu consentita la distribuzione della Comunione perché l’ora concessa per la Messa bassa era stata sforata di otto minuti, si è ringraziato per iscritto l’arciprete della Basilica e persino il Cerimoniere. Né si dimentichi la patetica ritrattazione di un altro esponente del tradi-conservatorismo, Peter Kwasniewski.   Chi giustifica il funzionario che nega la preghiera davanti all’Altare della Cattedra non difende la Chiesa: difende una finzione burocratica contro la Fede, oltre che i propri interessi.   Questo è lo sdegno. La vergogna è un’altra, ed è più amara. È la vergogna di vedere uomini che predicano la Messa di sempre comportarsi, quando si tratta di «metterci la faccia», come impiegati di un’amministrazione: non si disturba, non si espone, non si dice nulla finché non lo si può dire senza conseguenze. I fedeli hanno viaggiato, hanno pregato e sono stati respinti ed umiliati. Ai loro pastori non si chiedeva di conquistare la Basilica: si chiedeva di avvisarli.   Il Signore ha scritto: «Domus mea domus orationis vocabitur cunctis populis» (Is 56, 7). Tutti i popoli, dunque, salvo i Cattolici che chiedono solo di professare e di pregare. E nessuno, tra coloro che lo sapevano, ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce.     Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.  

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Spirito

«La Vergine Maria contro lo spirito di Assisi»: lettera del Superiore Generale FSSPX

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«Rallegrati, Maria, perché tu sola hai schiacciato tutte le eresie apparse nel mondo»

 

La santissima Vergine Maria schiaccia le eresie perché la sua missione materna consiste nel condurre le anime alla vita divina conducendole a Gesù Cristo, Verità incarnata. Ora l’eresia, alterando la conoscenza di Dio e di Cristo, colpisce la vita soprannaturale alla sua stessa fonte. Colei che ha ricevuto la missione di comunicare questa vita alle anime deve dunque anche preservarle da ciò che la distrugge: l’errore e la menzogna.

 

Schiacciare le eresie significa dunque, per Maria, difendere nelle intelligenze la Verità di suo Figlio, per mantenere le anime unite a Lui.

 

Cari fedeli, amici e benefattori,

Lo spirito di Assisi e di Mater Populi Fidelis

Quarant’anni fa, papa Giovanni Paolo II riuniva ad Assisi i rappresentanti di tutte le religioni, per una giornata che avrebbe marcato profondamente le anime e sarebbe diventata il funesto paradigma di un’intera serie di incontri ecumenici che si sarebbero ripetuti negli anni. I più anziani fra noi ricordano probabilmente un episodio particolarmente significativo: un gruppo di pellegrini provenienti dall’Italia meridionale era arrivato ad Assisi portando una statua di Nostra Signora di Fatima, senza capire bene che cosa stesse per accadere… Furono allontanati dagli organizzatori dell’incontro, perché la presenza di quella statua avrebbe intralciato lo svolgimento delle cerimonie previste.

 

Un anno fa, il 4 novembre 2025, il Dicastero per la Dottrina della fede pubblicava un testo che ha suscitato numerose reazioni, poiché chiedeva esplicitamente al popolo cristiano di evitare di impiegare, a proposito della santissima Vergine Maria, i titoli di Corredentrice e di Mediatrice di tutte le grazie. Questi titoli sono oggi considerati inappropriati, inesatti e, soprattutto, inadatti a esprimere adeguatamente il dogma cattolico così come viene ormai concepito e rivisitato.

 

Questo testo funesto, devastante sia per il suo contenuto che per le sue inevitabili conseguenze pastorali, ha tuttavia prodotto – indirettamente – un effetto positivo: quello di rimettere in luce l’importanza delle formule e dei titoli. Infatti, la prospettiva modernista, che tende a ridurre l’atto di fede a un’esperienza personale e intima di Dio, porta al disprezzo delle formule, con il pretesto che la fede non potrebbe essere ridotta né circoscritta dall’uso di espressioni concrete e «tecniche», strutturalmente incapaci di esprimere un’esperienza vissuta.

 

Vorremmo allora approfittare del triste anniversario della riunione interreligiosa di Assisi e della pubblicazione di Mater Populi Fidelis per meditare su un bellissimo titolo che la liturgia attribuisce alla santissima Vergine Maria: colei che, da sola, schiaccia tutte le eresie. «Rallegrati, Maria, perché tu sola hai schiacciato tutte le eresie apparse nel mondo».

 

Come giustificare un simile titolo? Per quale ragione la Chiesa, fin nella sua liturgia, intende offrirci una tale immagine di Maria? A prima vista, questo titolo non sembra avere un legame diretto né con la maternità divina né con la verginità perpetua di Maria.

 

Per misurare la bellezza e la profondità di questo titolo, e coglierne tutta la portata, occorre risalire fino alla fonte stessa della vita soprannaturale: la vita di Dio, che a Lui piace comunicare alle anime per mezzo della grazia. È sotto questa luce che si potrà comprendere il posto unico della santissima Vergine Maria, nella quale questa partecipazione alla vita divina raggiunge una pienezza incomparabile.

Che cos’è la vita divina?

Facciamo un po’ di teologia e cerchiamo di penetrare, per qualche istante, nell’eternità. La vita divina è ciò che vi è di più semplice; ma questa stessa semplicità è di una tale profondità che non possiamo coglierla pienamente.

 

«La vita divina non è altro che un atto di contemplazione e di amore con cui Dio, contemplandosi al tempo stesso come somma Verità e come sommo Bene, gode perfettamente di sé».

 

Nell’eternità, Dio compie un solo e unico atto: contempla costantemente se stesso. Contempla il suo Essere, ne contempla l’infinita perfezione – poiché questo Essere è tale: infinitamente perfetto. Questa contemplazione del suo Essere supremo costituisce la sua stessa vita: se Dio non vivesse così, non sarebbe più Dio, semplicemente.

 

Ora, questa perfezione infinita che contempla, la contempla perfettamente: la sua intelligenza divina contempla il suo Essere divino e lo coglie per intero, in un unico atto di contemplazione, perfettamente vero e sempre identico a se stesso. Così, conoscendo perfettamente il suo Essere divino, si contempla come somma Verità. (1)

 

E d’altra parte, contemplandosi come somma Verità, Dio si contempla altresì come sommo Bene. Infatti, il Vero e il Bene designano una sola e medesima realtà, considerata sotto due rapporti diversi (2): se Dio è il sommo Essere e la somma Verità, è dunque anche necessariamente il sommo Bene. E in questa contemplazione di sé come sommo Bene, Dio ama perfettamente se stesso. Se così non fosse, Dio non sarebbe più Dio.

 

In sintesi, la vita divina non è altro che un atto di contemplazione e di amore con cui Dio, contemplandosi al tempo stesso come somma Verità e come sommo Bene, gode perfettamente di sé.

 

Ora, pur bastando così a se stesso, Dio, liberamente, ha scelto di comunicare qualcosa del suo Essere e della sua perfezione ad altri da sé. Infatti, la bontà inclina naturalmente a comunicarsi agli altri, a donarsi. Nel caso di Dio, somma Bontà, questo libero dono di sé al di fuori di sé ha avuto per oggetto le creature; e in particolare certe creature alle quali Dio non comunicherà soltanto qualcosa del suo Essere e della sua perfezione, ma qualcosa della sua stessa vita.

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Dio comunica la sua vita alle anime facendosi conoscere

Poste queste premesse fondamentali, si comprende facilmente che, per comunicare a un’anima una certa partecipazione alla sua vita divina, Dio comincia col farle conoscere qualcosa di sé. È proprio per farla vivere, per farla partecipare a questa contemplazione di sé che costituisce la sua stessa vita, che Dio si “rivela” sotto il velo della fede.

 

L’anima illuminata dalla fede può conoscere Dio e, conoscendolo, può amarlo e servirlo. È in questo che la fede è necessaria. È infatti impossibile amare il Bene e aderirvi, se questo Bene non è prima conosciuto. Nessuno ama né desidera ciò che non conosce.

 

Ora, questa Rivelazione non si limiterà a farci conoscere le perfezioni di Dio. Ci farà penetrare più avanti nell’intimità della sua vita, svelandoci un mistero che la nostra ragione, lasciata a se stessa, non avrebbe mai potuto scoprire: questa vita divina unica è quella di tre Persone distinte, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

 

«È proprio per farla vivere, per farla partecipare a questa contemplazione di sé che costituisce la sua stessa vita, che Dio «si rivela» sotto il velo della fede».

Nella vita della santissima Trinità, il Padre, conoscendo se stesso, genera eternamente il suo Verbo, espressione perfetta della Verità divina, «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3). Il Figlio è dunque questo Verbo, nel quale il Padre si riflette ed esprime la Verità eterna. E dal Padre e dal Figlio procede eternamente lo Spirito Santo, Amore sussistente.

 

È proprio a questa vita trinitaria che Dio vuole farci partecipare. Da questo desiderio di santificare le anime procedono dunque la Rivelazione progressiva dell’Antico Testamento e, soprattutto, il suo coronamento nella venuta sulla terra del Verbo di Dio, somma Verità incarnata. Essendosi Dio fatto uomo, chi contempla Nostro Signore contempla, attraverso la sua umanità, Dio stesso: «Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14, 9); e, mediante questa conoscenza del Padre attraverso il Figlio, accede alla vita eterna: «La vita eterna è che conoscano Te e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).

 

Questo punto è capitale: la conoscenza di Nostro Signore, Verbo fatto carne, è diventata il mezzo necessario quaggiù per conoscere intimamente Dio. È per mezzo dell’umanità del Verbo incarnato, e unicamente per essa, che gli uomini possono avere accesso alla vita trinitaria e contemplare Dio: «Nessuno ha mai visto Dio. Il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, è lui che lo ha fatto conoscere» (Gv 1, 18); e di conseguenza, «noi abbiamo contemplato la sua gloria, Figlio unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).

 

Certo, Dio si fa conoscere senza la minima possibilità di errore: se, per assurdo, Dio si facesse conoscere mescolando alla Verità qualche errore, renderebbe impossibile la santificazione delle anime. Detto questo, la fede conserva sempre una parte di oscurità: su questa terra, conosciamo Dio attraverso un velo. Questo velo sarà tolto nell’Eternità, dove la conoscenza propria della fede cederà il posto alla visione beatifica: la nostra conoscenza soprannaturale di Dio passerà così da una modalità imperfetta ad una modalità perfetta; la fede precede la visione ed esiste per prepararla e condurci a essa.

 

«La conoscenza di Nostro Signore, Verbo fatto carne, è diventata il mezzo necessario quaggiù per conoscere intimamente Dio».

 

Se dunque Dio santifica le anime e le fa vivere con i mezzi che abbiamo appena descritto a grandi linee, quale può essere il grado di conoscenza di questa somma Verità nell’anima della santissima Vergine Maria?

 

Vedremo che questa contemplazione della Verità in Maria corrisponde, da un lato, al suo grado di pienezza di grazia, dall’altro alla sua maternità divina, e infine alla sua missione particolare di Mediatrice universale, che implica l’incarico di comunicare a tutte le anime la conoscenza intima di suo Figlio, vero Dio e vero uomo.

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La contemplazione della Verità in Maria, piena di grazia

È del tutto evidente che la santità di Maria comporta in lei un grado di contemplazione del Vero inimmaginabile per ciascuno di noi. Infatti, preservata dal peccato originale e dalle sue ferite, non conosce alcun rischio di errore. Nella sua intelligenza non vi è alcuna sorta di illusione, alcun giudizio errato o precipitoso. Nessuna passione disordinata viene a turbare o a oscurare in lei la percezione del Vero. La sua contemplazione della Verità non incontra alcun ostacolo.

 

Ma soprattutto, la sua purezza conferisce alla sua intelligenza una capacità senza pari di penetrare le verità eterne, capacità ulteriormente rafforzata dalla presenza nella sua anima, in un grado inimmaginabile, dei doni soprannaturali dello Spirito Santo: in particolare, i doni dell’intelletto e della sapienza le permettono di contemplare le Verità divine in un grado superiore a quello dei Serafini e dei Cherubini. Ella è la Sede della Sapienza.

 

A motivo della sua pienezza di grazia, la sua anima si trova così in una situazione assolutamente privilegiata e unica. Il peccato e l’errore sarebbero due realtà che ostacolerebbero, in un modo o nell’altro, la sua perfetta contemplazione e, di conseguenza, la sua perfetta unione con Dio e la sua santità. Ora, come la sua anima non può essere sfiorata non solo dalla minima ombra di peccato, ma nemmeno dalla minima imperfezione, così la sua intelligenza non potrebbe essere sfiorata dalla minima ombra di errore.

 

Questa perfetta adesione di Maria alla Verità permette di comprendere anche l’incomparabile perfezione della sua libertà. «La Verità vi renderà liberi» (Gv 8, 32): mai questa parola di Nostro Signore trova, in una semplice creatura, una realizzazione tanto perfetta quanto in sua madre. Perché la vera libertà non consiste nella possibilità di allontanarsi dal bene, ma nella capacità di muoversi in esso senza impedimenti.

 

Non essendo la sua volontà ostacolata da alcuna inclinazione al peccato, essendo la sua conoscenza della Verità e la sua adesione al Bene senza ostacoli, la sua stessa libertà raggiungeva una perfezione unica. Lungi dal diminuire il suo libero arbitrio, la sua impeccabilità le conferiva, secondo l’espressione di padre Garrigou-Lagrange, «la piena libertà nell’ordine del bene senza alcuna deviazione verso il male» (3). La sua libertà era così, sull’esempio di quella del suo divino Figlio, un’immagine purissima della libertà di Dio.

La Madre di Dio, contemplatrice del Verbo incarnato

Occorre tenere presente che la contemplazione di cui parliamo, essendo un mezzo con cui Dio comunica la sua stessa vita, non si limita all’osservazione e all’ammirazione delle verità contemplate: questa contemplazione stessa trasforma a poco a poco le anime secondo il modello di ciò che contemplano. In altre parole, mediante la contemplazione cristiana, Dio assimila progressivamente le anime e le trasforma a immagine di Gesù Cristo. È in questo senso preciso che san Paolo insegna che «il giusto vive di fede» (Rm 1, 17).

 

Ora, l’anima che, più di ogni altra, ha vissuto costantemente sotto l’influsso della fede nella contemplazione di Nostro Signore, è quella della santissima Vergine Maria. Perché la capacità unica e singolare dell’Immacolata di penetrare il Vero attraverso la contemplazione non dipende soltanto dai doni senza pari che ha ricevuto, e che la dispongono a una capacità intuitiva superiore a quella degli angeli. Un altro elemento, altrettanto importante, la pone in una situazione assolutamente privilegiata: la sua relazione diretta e unica con l’umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, in ragione della maternità divina.

 

«La santissima Vergine Maria è tanto più intimamente unita all’oggetto stesso della sua contemplazione in quanto questo Verbo incarnato è veramente suo Figlio e lei è veramente sua madre».

 

Non dimentichiamo che questa umanità, unita al Verbo, è il mezzo con cui il Padre ha scelto di compiere la pienezza della Rivelazione. Ora, la santissima Vergine Maria è tanto più intimamente unita all’oggetto stesso della sua contemplazione in quanto questo Verbo incarnato è veramente suo Figlio e lei è veramente sua madre.

 

Questa prossimità è portata a un grado assolutamente incomparabile dal fatto che l’umanità di Nostro Signore, nel suo elemento materiale, è fornita esclusivamente dalla santissima Vergine Maria. Di conseguenza, non è mai esistita e non esisterà mai nella storia un’affinità più profonda tra una madre e suo figlio di quella che unisce Maria e Gesù.

 

Senza rischio di esagerare, possiamo qui stabilire un parallelo piuttosto impressionante tra la generazione eterna del Verbo e la generazione nel tempo di Nostro Signore. Come il Padre, nell’eternità, contemplando il Verbo, gli dice: «Oggi ti ho generato» (Salmo 2, 7) – dove l’oggi significa l’eternità stessa –; così la Madonna, contemplando Nostro Signore, può dirgli senza posa: «Sono tua madre, ti ho generato nel tempo». Parafrasando il Credo, san Leone Magno riassume l’affinità unica tra l’umanità di Nostro Signore e Maria con un’espressione molto bella e piuttosto originale: «consustanziale a sua Madre» (Sermone 30, 6).

 

Inoltre, Maria ha avuto per trent’anni sotto gli occhi questa umanità unita al Verbo, come una finestra divina spalancata davanti alla sua anima. Sappiamo tutti che Nostro Signore ha voluto trascorrere trent’anni della sua vita nell’oscurità per farci cogliere il primato della vita contemplativa sulla vita attiva. Ma una seconda ragione, altrettanto profonda, illumina questi lunghi anni di Nazaret: offrire a Maria l’agio di contemplare, in un’intimità senza pari, il Verbo incarnato di cui era la madre. Perché? Perché fosse sempre più santificata e trasformata a sua immagine, certamente. Ma anche perché, nutrita dalla contemplazione della Verità fatta carne, potesse poi farne vivere la Chiesa.

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Maria comunica alle anime la vita che ha ricevuto

Infatti, questa incomparabile conoscenza del Verbo incarnato non era destinata a restare il privilegio personale della Vergine Maria. La pienezza di grazia che ha ricevuto era ordinata anche alla sua missione di Mediatrice universale: colei che ha ricevuto Cristo e lo ha dato al mondo resta associata, in piena dipendenza dal Figlio, alla comunicazione alle anime dei frutti della Redenzione.

 

Di conseguenza, poiché la vita soprannaturale comincia quaggiù con la conoscenza di Dio sotto il velo della fede, è in primissimo luogo in questo ambito che si esercita la mediazione di Maria. Avendo conosciuto Gesù Cristo come nessun’altra creatura, ella genera i suoi figli alla vita della fede: introduce le anime alla conoscenza di suo Figlio, le conferma nella Verità che egli rivela e insegna loro a penetrarne sempre più i misteri.

 

«La sua vocazione non è soltanto di essere un modello di vita cristiana, ma di essere anche la madre che comunica questa vita alle anime e la protegge nel suo sviluppo».

 

La Madonna doveva così comunicare alla Chiesa nascente, non soltanto il frutto della sua contemplazione, ma in un certo senso l’esercizio stesso – potremmo dire il metodo – di questa contemplazione, chiamata a costituire il principio interiore della vita della Chiesa. Infatti, che sia spirituale, liturgica o dottrinale, l’attività della Chiesa si riconduce sempre a un medesimo atto di contemplazione, la cui finalità è santificare le anime e prepararle alla visione beatifica. Nostra Signora doveva diventare, in questa prospettiva, l’archetipo dell’anima cristiana.

 

Ma la missione materna di Maria non si ferma qui: poiché il suo scopo è far nascere la fede nelle anime, ella non può restare indifferente alla necessità di difendere la Verità. Incaricata di condurre le anime alla Vita conducendole a suo Figlio, deve anche preservarle assolutamente da ciò che oscura la loro conoscenza di Gesù Cristo e le allontana da lui. Perché l’errore in questo ambito, interponendosi tra l’intelligenza e la Verità divina, colpisce la vita soprannaturale alla sua stessa fonte.

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L’errore è nemico della contemplazione e, di conseguenza, della santificazione

È importante cogliere bene la necessità della contemplazione come fondamento della vita spirituale. Nella concezione modernista, l’atto di fede è ridotto essenzialmente a un’esperienza interiore e personale di Dio che, in pratica, prescinde dal contenuto esteriore della Rivelazione: una tale concezione rende incomprensibile e inutile tutto ciò che abbiamo appena descritto.

 

«Incaricata di condurre le anime alla Vita conducendole a suo Figlio, deve anche preservarle assolutamente da ciò che oscura la loro conoscenza di Gesù Cristo e le allontana da lui».

 

Illustriamo questa difficoltà con un esempio concreto. Se non credo più, in termini chiari e senza equivoci, che la santa Messa è il rinnovamento del sacrificio della Croce reso presente sull’altare, la mia contemplazione e la mia percezione di questo sacramento ne risulteranno modificate. Di conseguenza, anche il mio modo di pregare, di celebrare la Messa o di assistervi cambierà.

 

A lungo andare, cambierà anche la mia concezione dello stesso sacrificio della Croce, perché l’atto che lo rinnova sarà stato, in un certo modo, snaturato nel suo significato e nella comprensione che posso averne. Per finire, lo stesso concetto di Redenzione ne risulterà trasformato, soprattutto nella sua dimensione espiatoria e propiziatoria.

 

Lo stesso meccanismo si ritrova ogni volta che una verità rivelata viene oscurata o indebolita: la contemplazione ne risulta colpita, poi la vita cristiana stessa. Di fatto, ciò corrisponde a quanto è accaduto nella Chiesa universale con il rito riformato. E l’esempio potrebbe essere facilmente esteso alla perdita della fede nella regalità di Cristo e nei suoi diritti pubblici imprescindibili, o ancora nella necessità assoluta di passare per Nostro Signore per essere salvati, dando luogo oggi alla pratica generalizzata di un ecumenismo deleterio.

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Madre delle nostre anime, la Vergine Maria è fondamentalmente antiecumenica

Appare dunque chiaramente che la santissima Vergine Maria, archetipo dell’anima cristiana e madre della vita soprannaturale, aborrisce l’errore come aborrisce il peccato. La sua vocazione non è soltanto di essere un modello di vita cristiana, ma di essere anche la madre che comunica questa vita alle anime e la protegge nel suo sviluppo.

 

Da che cosa deve proteggerla? Da tutto ciò che le fa ostacolo, la ferisce o la distrugge: l’eresia e il peccato. Comprendiamo allora più profondamente che cosa significa schiacciare la testa del Serpente, di colui che è «omicida fin da principio» (Gv 8, 44) e nemico della Vita. Là dove Satana diffonde la morte con la menzogna e con il peccato, Maria protegge la vita conducendo le anime alla Verità e alla grazia.

 

Schiacciare la testa del Serpente significa dunque anche distruggere le sue menzogne: tutti quegli errori che impediscono alle anime di conoscere nella sua pienezza la Verità divina, di contemplarne la Bellezza e di prepararsi a possederla per l’eternità. Perché Satana persegue, attraverso tutte le sue opere, un medesimo disegno: separare l’intelligenza dalla Verità per separare l’anima da Dio.

 

In nessun modo la santissima Vergine può tollerare che suo Figlio, Verità incarnata, sia considerato una via tra le altre per andare al Padre; in nessun modo potrebbe tollerare che la Verità e l’errore siano trattati sullo stesso piano, in nome della dignità umana e della libertà menzognera di scegliere tra il vero e il falso. Nessuno come la Madonna è consapevole che lasciare le anime scegliere tra Gesù e Barabba significherebbe ingannarle e disprezzarle.

 

Nessuno come la Vergine può fare propria la risposta di Nostro Signore ai Giudei: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6, 29). A quest’opera è associata in modo unico come Madre di Dio: è per mezzo di lei che il Figlio inviato dal Padre entra nel mondo.

 

Ecco perché è la grande assente degli incontri ecumenici: dà fastidio, non può essere invitata. È portatrice di un messaggio incompatibile con lo spirito di Assisi: il richiamo inflessibile dei diritti esclusivi di suo Figlio, Cristo Re, su tutte le anime – in altri termini, i diritti della Verità di fronte all’errore e le prerogative della Chiesa di fronte alle altre religioni. Se potesse prendervi la parola, ricorderebbe necessariamente agli uomini, in quanto Madre e Regina, che s’impone una scelta: «O mio Figlio o gli altri!».

 

«Schiacciare la testa del Serpente significa dunque anche distruggere le sue menzogne».

 

Ecco perché, tra i titoli più belli e gloriosi che la liturgia – e dunque la Chiesa – attribuisce a Maria, figura questo: «Colei che, da sola, schiaccia tutte le eresie». Questo titolo si addice in modo mirabile a colei che ha ricevuto la missione e il mezzo di far nascere in noi la vita divina – Nostro Signore stesso – e di condurci alla santità.

 

È dunque lei sola che, nella confusione attuale di un modernismo trionfante, può ottenere alle nostre anime di essere preservate dall’errore e dall’indifferenza – quest’ultima essendo talvolta ciò che conduce all’errore, talvolta ciò che ne deriva: il frutto più maturo e più pernicioso dello spirito di Assisi.

 

È la Vergine sola che può ricondurre di nuovo le intelligenze verso la Verità eterna, e convertirle permettendo loro di conoscere Dio e di adorarlo «in spirito e verità» (Gv 4, 24).

 

È soltanto lei, infine, che può ridare agli uomini di Chiesa lo zelo dei papi, dei martiri e dei confessori, pronti a tutto per difendere la Fede cattolica e manifestarne al mondo la purezza: riflesso, nel tempo e nella storia, della purezza stessa della Verità eterna.

 

Dio vi benedica.

Don Davide Pagliarani

 

Menzingen, 4 novembre 2026

 

NOTE

1) La verità è la perfetta conformità dell’intelligenza alla realtà che essa conosce. Ora, in Dio la potenza della sua intelligenza è infinita, così come la realtà a cui si applica: l’Essere stesso di Dio. Per questa ragione, Dio è la Verità suprema.

2) Il Vero è l’Essere in quanto conosciuto dall’intelligenza; il Bene è l’Essere in quanto desiderato o posseduto dalla volontà.

3) Réginald Garrigou-Lagrange, o.p., La Mère du Sauveur et notre vie intérieure, prima parte, cap. II, art. III, «Marie a été exempte de toute faute, même vénielle?», Paris, Éditions du Cerf, 1948.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Spirito

Il cardinale indiano Gracias contro il divieto della Messa in latino se il Concilio Vaticano II non verrà respinto

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Il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo emerito di Bombay, ha dichiarato in un’intervista di essere contrario alle restrizioni sulla celebrazione della Messa tradizionale in latino (TLM) finché tale celebrazione non indichi un «rifiuto» del Concilio Vaticano II da parte dei fedeli. Lo riporta LifeSite.   In un’intervista rilasciata alla testata vaticanistica AdVaticanum e pubblicata il 2 novembre, il cardinale Gracias, membro chiave del Consiglio cardinalizio di Papa Francesco, ha osservato di aver permesso la celebrazione della Messa in rito tridentino in tre parrocchie di Bombay, poiché alcuni dei suoi fedeli ritenevano di poter «pregare meglio» in questa forma di celebrazione.   Il proporato indiano ha sottolineato di essere contrario al divieto di celebrare la Messa tridentina, purché ciò non implichi un rifiuto del Concilio Vaticano II. «Ho trovato alcuni laici che sentivano sinceramente di poter pregare meglio con quel rito. Non sarei favorevole a proibirne la diffusione, a patto che non indichi un rifiuto del Concilio Vaticano II. C’è valore nell’attuale approccio di maggiore apertura a questa celebrazione», ha dichiarato il cardinale alla testata.   Il prelato indico ha aggiunto che è necessario salvaguardare sia la «riforma del Concilio Vaticano II», sia il «legittimo desiderio di continuità con la tradizione liturgica della Chiesa», sia la necessità di una «genuina partecipazione attiva dei fedeli».   L’intervista di Gracias è arrivata poco più di una settimana dopo che ai pellegrini che partecipavano al Summorum Pontificum del 2026 era stato negato non solo il permesso di assistere alla Messa all’interno, ma anche di entrare in processione e pregare all’interno della Basilica di San Pietro. La scorsa settimana alcune foto diventate virali sui social media mostravano pellegrini cattolici a cui veniva fisicamente impedito di attraversare Piazza San Pietro per entrare nella Basilica.   ; La guerra del papato contro la Messa antica sembra quindi non solo continuare sotto Leone, ma perfino acuirsi. Al centro vi sono gli sforzi di alcuni membri della gerarchia, come il cardinale britannico Arturo Roche.   Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno era emerso sulla stampa cattolica un documento riservato del Roche contro ma Messa tradizionale distribuito ai cardinali durante il Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio.   Le posizioni del documento del cardinale Roche contro la Messa di sempre erano state demolite dal vescovo Athanasius Schneider.   Secondo alcune voci, il Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino sotto Bergoglio, fu colui che guidò l’attacco del defunto pontefice contro la Messa tradizionale e impose delle restrizioni alla stessa.   Nel 2024 il cardinale germanico Gerardo Müller aveva osservato che «un alto rappresentante» dell’ufficio di Roche era rimasto costernato nell’apprendere della popolarità del pellegrinaggio di Chartres con Messa in latino, dovuta unicamente alla celebrazione della Messa tradizionale.  

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Immagine di UK in Holy See via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0; immagine tagliata
 
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