Spirito
Intervista con il Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X don Davide Pagliarani
Intervista del 1° novembre 2024 pubblicata nella rivista The Angelus, novembre-dicembre 2024
1. The Angelus: Reverendo Padre, come spiegherebbe il ruolo della Fraternità San Pio X nel 2024? Più che una Chiesa parallela, come alcuni sostengono, è soprattutto una testimonianza della Tradizione? Uno sforzo missionario in tutto il mondo, come i Padri dello Spirito Santo un tempo? O qualcos’altro?
Don Davide Pagliarani: Il ruolo della Fraternità nel 2024 non è fondamentalmente diverso da quello che ha svolto fin dalla sua fondazione e che è chiarito nei suoi statuti quando affermano: «Lo scopo della Fraternità è il sacerdozio e tutto ciò che vi è connesso, e nient’altro».
La Fraternità è prima di tutto una società sacerdotale dedicata alla santificazione dei sacerdoti, e quindi alla santificazione delle anime e della Chiesa nel suo insieme attraverso la santità del sacerdozio. Come affermano anche i nostri statuti, «la Fraternità è essenzialmente apostolica perché anche il sacrificio della Messa lo è».
Fin dalla sua fondazione, la Fraternità ha esercitato questo ruolo nel particolare contesto di una crisi senza precedenti che ha colpito il sacerdozio, la Messa, la fede e tutti i tesori della Chiesa. In questo senso, è un richiamo alla realtà di questi tesori e alla loro necessità per la restaurazione di tutto.
Senza aver scelto di farlo, la Fraternità vive come testimone privilegiato della Tradizione in una situazione in cui la Tradizione è eclissata. È un fatto che la Fraternità, in questo senso, si trova ad essere un segno di contraddizione a favore della Tradizione della Chiesa. La forza della sua difesa è unica, in quanto il suo rifiuto di tutte le riforme liberali non è negoziabile e non ammette compromessi. E così la sua posizione è una risposta diretta e completa a ciò di cui la Chiesa ha bisogno nella situazione attuale.
Ciò che forse è stato nuovo negli ultimi anni è il modo in cui i cattolici perplessi guardano alla Fraternità. Agli occhi di molti, la Fraternità ha cessato di essere demonizzata. Non è più vista come una chiesa parallela, scismatica o in procinto di diventarlo, né come un piccolo gruppo che reagisce alla modernità, chiuso nei suoi schemi arretrati e incapace di stare al passo con i tempi.
Oggi la sua situazione è spesso invidiata e i suoi tesori ambiti. In breve, è un punto di riferimento per molti.
I fedeli che la scoprono sono attratti dalla sua predicazione, dalla sua liturgia, dalla carità dei suoi sacerdoti, dalla qualità delle sue scuole, dall’atmosfera delle sue cappelle. E sempre più la Fraternità permette ai fedeli e ai sacerdoti di riscoprire i tesori della Chiesa. Questo è molto incoraggiante.
2. Che cosa ha la Fraternità San Pio X da offrire ai cattolici di oggi che non sia offerto dalle comunità Ecclesia Dei?
Le comunità un tempo legate alla Commissione Ecclesia Dei, che non esiste più come tale, offrono la liturgia tradizionale al loro livello e nel complesso dispensano un catechismo tradizionale. In apparenza, si potrebbe pensare che poco le distingua dalla Fraternità. Tuttavia, esse stesse insistono nel distinguersi dalla Fraternità, soprattutto in termini di obbedienza. Descrivono la Fraternità come animata da uno spirito tinto di sedevacantismo, che vive come se non dovesse rendere conto a nessuno, costituendo così un pericolo per l’unione ecclesiale e la fede dei suoi fedeli. Secondo loro, per semplificare un po’ le cose, pretendono di fare «dentro la Chiesa» quello che la Fraternità cerca di fare «fuori dalla Chiesa».
Ciò che esse non dicono è che in realtà hanno una libertà limitata. Hanno solo lo spazio concesso loro da una gerarchia più o meno benevola, più o meno ispirata da principi personalisti e liberali, e comunque incapace di riconoscere il posto necessario e primordiale della Tradizione della Chiesa. Di conseguenza, il loro apostolato e la loro influenza sono frenati, ostacolati e compromessi, così che la questione della loro sopravvivenza pratica diventa sempre più preoccupante.
Ma c’è di più: il significato stesso del loro attaccamento alla Tradizione sta diventando impercettibile. Questa libertà limitata viene concessa loro in nome del carisma loro proprio, della propria preferenza liturgica o della propria sensibilità. Ciò comporta diverse conseguenze estremamente gravi.
In primo luogo, la Tradizione non viene più difesa come l’unico elemento necessario e indispensabile con diritti imprescrittibili nella Chiesa. Viene rivendicata come un bene preferibile. Si rivendica il diritto di usufruire della liturgia tradizionale, senza ricordare chiaramente che la liturgia moderna è inaccettabile perché corrompe la fede. Si rivendica il diritto di usufruire della dottrina tradizionale, senza ricordare chiaramente che questa Tradizione è l’unica garante dell’integrità della fede, escludendo qualsiasi orientamento che se ne discosti.
La Tradizione non può essere difesa come bene particolare di questa o quella comunità, che chiede solo il diritto di viverla per sé, a preferenza di qualche altro bene. La Tradizione deve essere difesa come bene comune di tutta la Chiesa e rivendicata come esclusiva per ogni cattolico. D’altra parte, al di là della precarietà della loro situazione, queste comunità sono condizionate nell’espressione pubblica della loro fede.
In particolare, è impossibile per loro opporsi a qualsiasi forma di liberalismo. E tuttavia non si può difendere efficacemente la Tradizione senza condannare allo stesso tempo gli errori che vi si oppongono. Tacendo su questi errori, dunque, si finisce per non percepirne più la nocività, assimilandoli a poco a poco senza rendersene conto.
Naturalmente, non stiamo giudicando qui il bene che questo o quel sacerdote può fare in questa o quella situazione, né lo zelo che può animarlo personalmente al servizio delle anime. Ma notiamo che la precarietà di queste comunità, e il condizionamento a cui sono state sottoposte nella pratica fin dalla loro fondazione, le priva oggettivamente della piena libertà di servire incondizionatamente la Chiesa universale.
Da parte sua, non lasciandosi intimidire da minacce o sanzioni, e dando alla Fraternità i mezzi per continuare la sua lotta per la Chiesa, Mons. Lefebvre ha risolutamente fornito alla Fraternità una vera libertà: non la falsa libertà di una desiderata indipendenza da ogni autorità umana, ma la vera libertà di lavorare solidamente e senza condizionamenti per la restaurazione della fede, del sacerdozio e della Messa.
Ai cattolici di oggi, la Fraternità offre una verità senza compromessi, predicata senza condizionamenti, con i mezzi per viverla appieno, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa.
3. Secondo Lei, qual è l’ostacolo maggiore per chi è restio a partecipare alle Messe della Fraternità?
Il motivo che indubbiamente frena i fedeli attratti dalla liturgia tradizionale è l’apparente illegalità della nostra situazione canonica, il fatto che non siamo ufficialmente riconosciuti dall’autorità ecclesiastica. E questo ci riporta alla questione dell’obbedienza, accennata sopra.
Quello che dobbiamo capire è che, mentre essere riconosciuti e approvati dalle autorità è sempre auspicabile per un’opera della Chiesa, ci sono situazioni eccezionali in cui ciò non è assolutamente necessario.
La situazione della Fraternità dipende dalla situazione della Chiesa in generale, che da alcuni decenni sta vivendo una crisi senza precedenti. Lo stesso Papa Paolo VI ha parlato di autodemolizione della Chiesa. Purtroppo, ciò si spiega con l’incoraggiamento dato dalle massime autorità della Chiesa agli errori moderni, che all’epoca del Concilio Vaticano II, e nelle riforme successive, sono penetrati profondamente in tutta la Chiesa e hanno portato innumerevoli masse di fedeli ad abbandonare la fede. Tanto che, invece di preservare il deposito della fede per la salvezza delle anime e il bene comune di tutta la Chiesa, il Papa usò la propria autorità per demolire la Chiesa.
Mons. Lefebvre ha avuto l’immenso merito di rifiutare questa autodemolizione e di preservare con coraggio la Tradizione della Chiesa, rifiutando le novità distruttive e continuando a offrire alle anime i beni soprannaturali della dottrina, della Messa e dei sacramenti. Eppure fu proprio per questo motivo che l’autorità ecclesiastica decise di sanzionarlo, di sopprimere la sua opera e quindi di privarlo del riconoscimento canonico.
La posta in gioco in quel momento era niente meno che la salvaguardia della fede cattolica e della liturgia, espressione di questa fede. Di fronte a questo abuso di autorità, Mons. Lefebvre non poteva accettare di cessare il suo lavoro. Farlo sarebbe stato abbandonare i fedeli, che sarebbero stati privati della sana dottrina e della liturgia tradizionale, e lasciati senza guida agli errori moderni.
Monsignore comprese che la soppressione della Fraternità era un abuso di autorità, che comprometteva seriamente il bene della Chiesa. L’autorità è data al Papa per preservare il bene della Chiesa, non per comprometterlo. E l’obbedienza gli è dovuta quando si tratta di collaborare al bene della Chiesa, non quando si tratta di collaborare alla sua rovina.
Di conseguenza, e suo malgrado, Mons. Lefebvre ha avuto il coraggio di non obbedire… per obbedire. Egli, ricordando che per volontà di Nostro Signore Gesù Cristo la salvezza delle anime è la prima legge della Chiesa, dalla quale dipendono tutte le altre leggi canoniche, ha preferito obbedire a questa prima legge, a rischio di essere respinto dalla sua gerarchia, piuttosto che disobbedire ad essa sottomettendosi ai divieti che gli piombavano addosso. «Dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini».
Purtroppo, la situazione è ancora oggi la stessa e la Fraternità continua a mettere al primo posto il bene delle anime e il bene della Chiesa, senza preoccuparsi di intimidazioni o critiche. Sarebbe molto felice di essere approvata dall’autorità suprema: sarebbe un segno che l’autorità abbia ritrovato il senso della sua missione e capisca qual è il vero bene della Chiesa.
E sarebbe molto felice di poter continuare a servire la Chiesa nella legalità canonica. Ma finché il prezzo di questa legalità è l’accettazione dell’inaccettabile, degli errori che demoliscono la Chiesa e della liturgia che corrompe la fede, preferisce continuare a lavorare sotto l’ingiusta disapprovazione che la colpisce, piuttosto che tradire la Chiesa e le anime che trovano rifugio nelle sue cappelle.
4.Qual è il modo migliore per le famiglie di beneficiare di ciò che la Fraternità San Pio X ha da offrire?
Le famiglie sono una preoccupazione particolare per la Fraternità, perché in esse nascono e crescono le vocazioni e, in esse, nascono coloro che formeranno le famiglie di domani. Stabilendosi vicino ai nostri priorati, le famiglie beneficiano di una ricca vita parrocchiale, nutrita dai sacramenti, scandita dalla preghiera e animata da molte altre famiglie, che formano un confortante tessuto di aiuto reciproco e di carità cristiana.
Più una famiglia è coinvolta nella vita di una cappella o di un priorato, più essa diventa forte e luminosa. L’altare diventa naturalmente un punto di riferimento per loro e la fonte della loro vita spirituale; la devozione che dimostrano permette loro di crescere in generosità; e a poco a poco la vita liturgica e sacramentale li distacca dallo spirito del mondo e favorisce il fiorire delle virtù cristiane.
Naturalmente, vanno menzionate anche le scuole gestite dalla Fraternità o dalle comunità ad essa legate, dove si cerca di formare uomini e donne completi, sia dal punto di vista intellettuale e fisico, sia da quello morale e soprannaturale. Queste scuole, anche se imperfette come tutte le opere umane, sono comunque delle vere e proprie benedizioni per le famiglie.
Infine, vorrei menzionare il Terz’Ordine della nostra Fraternità, che offre, soprattutto alle famiglie, un quadro spirituale molto solido per guidare i genitori nei loro vari doveri, e in particolare nella loro missione educativa. Attraverso questa affiliazione più diretta, i fedeli beneficiano di tutte le grazie della Fraternità acquisite attraverso le preghiere e i meriti dei suoi membri, e la sostengono spiritualmente nella sua lotta per la Chiesa. Questo, aggiunto alla loro personale fedeltà agli impegni molto semplici della loro regola, è un grande sostegno per la loro santificazione personale e per quella di tutta la loro famiglia.
5. Qual è il pericolo più grande che i cattolici tradizionali devono affrontare oggi? Dove sono più vulnerabili?
La prima cosa che mi viene in mente è la minaccia dello spirito del mondo, fatto di comodità, materialismo, sensualità e mollezza. I nostri fedeli, e gli stessi membri della Fraternità, sono uomini come tutti gli altri, feriti dal peccato originale, ed è importante non sottovalutare ingenuamente la possibile corruzione della vita cristiana nell’anima di ogni cattolico, sia per il rispetto umano, sia per l’indifferenza, l’egoismo o l’impurità.
Dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere noi stessi, e in particolare i giovani, da questa corruzione. Ciò significa studiare i problemi concreti che dobbiamo affrontare oggi, in particolare a causa dell’accesso diffuso a Internet, che troppo spesso è una cloaca morale e ideologica.
L’invasione degli schermi e il loro uso incontrollato devono essere oggetto di uno studio serio, affinché ci sia la consapevolezza dei problemi che pone e la messa in atto di reazioni sane per limitare i danni e prevenirli ulteriormente.
Un altro punto da sottolineare, forse, tra i fedeli da sempre tradizionalisti, è il rischio di addormentarsi nella comodità di una situazione acquisita grazie agli sforzi dei più anziani. Si tratta del pericolo del rilassamento. A me sembra che, al contrario, gli sforzi dei nostri anziani ci obblighino ad essere più generosi.
Le maggiori possibilità che abbiamo oggi di accedere ai tesori della Messa e della Tradizione ci sono date per permetterci di viverli sempre più pienamente. Non per rilassarci e riposare sugli allori. Ci sono ancora tante anime da salvare e la lotta per salvarle è più forte e necessaria che mai. Il tempo e le strutture a nostra disposizione devono incoraggiarci a lavorare ancora più intensamente alla nostra santificazione e allo sviluppo delle opere apostoliche.
Abbiamo bisogno di una grande generosità in questo senso e soprattutto di un modo di essere apostoli assolutamente e risolutamente soprannaturale.
Forse l’ultimo pericolo è quello di vivere nella comodità intellettuale di chi sa di avere ragione e arriva a giudicare con disprezzo «quelli che hanno torto». Da un lato, il bisogno di educazione è universale, e spesso sbagliamo a credere che non abbiamo più nulla da imparare.
Al contrario, è essenziale continuare a imparare su argomenti importanti, dove ogni cattolico ha il dovere di essere illuminato per illuminare gli altri. D’altra parte, è sempre deleterio giudicare gli altri come inferiori con il pretesto che hanno ricevuto meno.
Al contrario, un cattolico degno di questo nome e animato da autentica carità dovrebbe avere a cuore di accogliere con benevolenza chi è nell’ignoranza, per poterlo aiutare a progredire nella scoperta della vera fede. Una carità vissuta, benevola e paziente, fa molto di più per diffondere la fede di un discorso erudito che è irto di critiche sgradevoli e disdegnose.
6.Lei è già a metà del suo mandato di Superiore Generale. Quali sono le sue riflessioni sui sei anni trascorsi?
Una delle cose che mi ha colpito di più degli ultimi sei anni è la generosità dimostrata dai nostri sacerdoti nel loro apostolato, e che hanno saputo dimostrare in particolare durante la crisi pandemica del COVID. Con prudenza, hanno saputo correre alcuni rischi appropriati, a volte con grande inventiva, per rispondere nel miglior modo possibile ai bisogni delle anime.
Questo periodo ha mostrato la capacità della Fraternità di trovare risposte proporzionate a una situazione eccezionale, mettendo al primo posto il bene spirituale dei fedeli. È stata una bella illustrazione del principio sopra ricordato: «la salvezza delle anime è la prima legge della Chiesa».
Il motu proprio Traditionis custodes è stata un’altra importante lezione degli ultimi anni. Questo testo, che si inserisce logicamente nella prospettiva dell’attuale pontificato, ha dimostrato ancora una volta, e in modo definitivo, la grande prudenza e la profonda saggezza della decisione presa da Mons. Lefebvre nel 1988: procedendo alle consacrazioni nonostante l’assenza di un mandato pontificio, egli ha davvero dato alla Fraternità i mezzi per perseguire la sua missione di «custode della Tradizione».
Oggi, l’attualità di questa scelta è indiscutibile. Dove saremmo senza i nostri vescovi? Dove sarebbe la Tradizione nella Chiesa? E chi altro oggi ha la libertà che abbiamo noi di vivere pienamente i tesori della Chiesa? Senza dubbio la crescita del nostro apostolato si spiega alla luce di questa constatazione.
7. Lei parla dei nostri vescovi e credo che tutti abbiamo in mente la triste scomparsa di Mons. Tissier de Mallerais. Cosa significa questa dipartita per la Fraternità? Può dirci quali conseguenze ha sui mezzi a disposizione della Fraternità per perseguire la sua missione? In altre parole, tornando al fatto che Lei è arrivato alla metà del suo mandato, come vede i prossimi sei anni?
La morte di Mons. Tissier de Mallerais è uno degli eventi più significativi della storia della Fraternità. Un’intera pagina della nostra storia viene voltata ed entra nell’eternità. Ma che pagina magnifica! Mons. Tissier è stato presente fin dall’inizio, fin dalle prime ore dell’epopea di Mons. Lefebvre. Ha vissuto intimamente con il nostro fondatore, condividendo con lui le gioie e i dolori che hanno accompagnato la crescita della Fraternità, fino a quando è stato scelto come uno dei quattro vescovi che gli sono succeduti.
E tutta la sua vita è stata una vita di fedeltà ardente e coraggiosa alla battaglia per la fede, alla missione della Fraternità. Per la Chiesa, per le anime, fino alla fine. Andò persino oltre le sue forze. La sua generosità e il suo zelo lo portavano più lontano di quanto potessero fare i suoi passi. Aveva anche una passione unica per parlarci di Mons. Lefebvre e della storia della Fraternità. Ci manca la sua presenza. Ma siamo fieri di Mons. Tissier de Mallerais. Fieri del nostro vescovo e dell’esempio che ci lascia.
È evidente che la Provvidenza ci parla attraverso questo evento. È chiarissimo che questa morte solleva la questione della continuità dell’opera della Fraternità, che ora ha solo due vescovi, e la cui missione per le anime sembra più necessaria che mai, nei tempi di terribile confusione che la Chiesa sta vivendo oggi. Ma la questione può essere affrontata solo nella calma e con la preghiera. Seguendo l’esempio di Mons. Lefebvre, la Fraternità si lascia guidare dalla Provvidenza, che ha sempre indicato chiaramente le strade da seguire e le decisioni da prendere.
Oggi, come in passato, questa Provvidenza ci guida. Il futuro è nelle sue mani, quindi seguiamola con fiducia. Quando sarà il momento, sapremo assumerci in tutta coscienza le nostre responsabilità. Di fronte alle anime e ai membri della Fraternità. Di fronte alla Chiesa. Di fronte a Dio. Restiamo in pace e affidiamoci semplicemente alla Madonna.
Per quanto riguarda il futuro, più in generale, spero vivamente che i prossimi anni vedano sacerdoti e fedeli attribuire maggior importanza a una questione vitale: le vocazioni. Non solo per ciò che riguarda i mezzi per attirare sempre più nuove leve al servizio di Cristo, sia nella vita sacerdotale che in quella religiosa, ma anche riguardo ai mezzi per garantire la perseveranza delle vocazioni.
E credo che dobbiamo capire in particolare che dobbiamo pregare di più. Sì, pregare. Pregare perché Dio mandi operai nella sua messe, perché essa è abbondante e gli operai invece sono pochi. E pregare per ringraziare delle vocazioni già ricevute, perché gli ultimi anni sono stati molto incoraggianti da questo punto di vista.
L’ideale della santità deve attirare sempre più anime consacrate, ed essere sempre più allettante per i nostri giovani. Le anime aspettano. Hanno sete. Hanno bisogno di legioni di apostoli. E questi apostoli, pastori o anime contemplative, solo Dio può suscitarli.
Perciò dobbiamo pregare Dio che chiami, e che le anime generose siano aperte alla sua voce e rispondano fedelmente. Chiediamo questa grazia soprattutto alla Vergine Immacolata, a Nostra Signora della Compassione, madre dei sacerdoti e modello delle anime religiose.
Dio vi benedica.
Don Davide Pagliarani
Superiore Generale della FSSPX
The Angelus, novembre-dicembre 2024
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Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
Spirito
«Machismo» sistemico nella Chiesa: la nuova illusione del Sinodo
Contesto di questo Gruppo di Studio
Con una lettera del 17 febbraio 2024, papa Francesco aveva deciso di affidare alcuni temi evidenziati durante la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo a gruppi di studio assegnati ai dicasteri della Curia Romana. Il coordinamento sarebbe stato garantito dalla Segreteria del Sinodo dei Vescovi. Il 22 febbraio, Francesco delineava dieci temi: 1) Rapporti con le Chiese Orientali; 2) Il grido dei poveri e degli emarginati; 3) La missione nell’era digitale; 4) Sacerdoti, formazione e relazioni; 5) Ministeri e ruolo delle donne; 6) Vita consacrata e movimenti ecclesiali; 7) Vescovi, figura e funzioni; 8) Il ruolo dei nunzi; 9) Temi «controversi»; 10) Dialogo ecumenico. Nel documento intitolato «Percorsi per la fase di attuazione del Sinodo 2025-2028», pubblicato lunedì 7 luglio, con l’obiettivo di avviare una nuova fase sinodale, si afferma che papa Leone XIV ha istituito due nuovi gruppi di studio su «La liturgia in prospettiva sinodale» e su «Lo status delle Conferenze episcopali, delle Assemblee ecclesiali e dei Concili particolari». A inizio marzo, la Segreteria del Sinodo ha pubblicato la relazione finale del Gruppo 3, sulla missione nell’ambiente digitale, e quella del Gruppo 4, sulla revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis da una prospettiva missionaria sinodale. Il 10 marzo è stata pubblicata la relazione finale del Gruppo 5.Aiuta Renovatio 21
Valore di queste relazioni
La Segreteria Generale del Sinodo ha sottolineato in una nota che questi documenti «devono essere considerati documenti di lavoro» e non costituiscono legislazione né orientamenti magisteriali definitivi. Papa Leone XIV ne ha ordinato la pubblicazione e ha chiesto ai dicasteri competenti di presentargli proposte operative da valutare sulla base di tali documenti. In altre parole, questi documenti sono di natura provvisoria, ma aprono un ampio dibattito teologico e canonico senza risolvere le questioni fondamentali, lasciando ai dicasteri competenti il compito di tradurre i propri orientamenti in proposte concrete per papa Leone XIV. Ciononostante, la relazione del Gruppo 5 rimane sorprendente.Struttura della relazione
La relazione finale del Gruppo 5 è strutturata in tre parti. La prima parte illustra il metodo di lavoro: «Il Dicastero si è basato principalmente sul contributo continuo dei suoi consulenti. (…) L’obiettivo era quello di attuare un processo di ascolto vivace e dinamico, di adottare un approccio ‘dal basso verso l’alto’ piuttosto che ‘dall’alto verso il basso’ (…) e di ricercare il consenso tra posizioni spesso in contrasto». La seconda parte offre una sintesi dei temi emersi durante lo studio sinodale. Il rapporto evidenzia l’esistenza di strutture clericali che limitano la partecipazione delle donne alla vita della Chiesa e propone che la Chiesa evolva verso una concezione di tale partecipazione fondata sulla dignità del battesimo. La terza parte comprende sei appendici: figure femminili nell’Antico e nel Nuovo Testamento, figure di spicco nella storia della Chiesa, testimonianze contemporanee di donne nel governo della Chiesa, i principi mariano e petrino, il potere ecclesiastico e i contributi dei papi Francesco e Leone XIV sul ruolo delle donne nella leadership della Chiesa.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La società atea come quadro teologico attraverso i «segni dei tempi»
Ciò che colpisce dalla lettura è la considerazione data all’evoluzione della società – una società decristianizzata – come fonte di ispirazione dottrinale o disciplinare, anche se il testo lo nega esplicitamente: «È altresì necessario assicurarsi che la questione della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa non sia ridotta a una prospettiva puramente sociologica, culturale, filosofica o storica, avulsa da un quadro teologico complessivo» (n. 12). Così, il testo osserva che «l’ingresso delle donne nella vita pubblica (…) è un fenomeno che continua a interessare sia la società civile che la Chiesa. Più di sessant’anni fa, san Giovanni XXIII poteva già descrivere questo fatto come un “segno dei tempi”» (n. 1). Questo fenomeno sociale ha generato una «consapevolezza» che «ha creato un disagio specifico in molte donne riguardo alla loro partecipazione alla vita delle comunità a cui appartengono, soprattutto se confrontat la realtà ecclesiastic con relazioni sociali con la società civile in molti dei paesi in cui vivono» (n. 3). Il testo invita quindi a «riflettere sul fatto che un numero crescente di donne, di tutte le età e provenienti da diverse parti del mondo, non si sentono più ‘a casa’ nella casa del Signore, fino al punto di abbandonarla completamente». E chiede alla Chiesa di non «subire le trasformazioni sociali», ma di «diventare un agente proattivo del proprio cambiamento» (n. 10). La Chiesa «non può quindi rimanere indifferente alle preoccupazioni – che provengono anche dalla società civile – che esprimono un’autentica ricerca di significato alla quale la Chiesa è chiamata a rispondere» (n. 9), e cita la questione dell’accesso al sacramento dell’Ordine sacro, la possibilità di istituire nuovi ministeri, la possibilità di pronunciare l’omelia nelle celebrazioni comunitarie e il governo di una comunità o di alcuni uffici diocesani (n. 3). La parte centrale del documento presenta considerazioni «frutto del processo di ascolto» che favoriscono «un approccio dal basso verso l’alto». Si ispirano «al principio che “la realtà è più importante delle idee”» (n. 7).Aiuta Renovatio 21
Clericalismo e maschilismo «sistemici»
Una delle caratteristiche più evidenti di questo rapporto del Gruppo 5 è l’affermazione secondo cui «nella mentalità ecclesiale contemporanea» si è riscontrato un modello di pensiero e di comportamento identificabile come «clericalismo» o «machismo» (n. 4). Queste due accuse provengono direttamente da papa Francesco. Il clericalismo è definito dal testo come «la tendenza a trasferire automaticamente l’autorità e il ruolo peculiare che spettano propriamente al sacerdote nella celebrazione dell’Eucaristia a tutti gli altri ambiti della vita comunitaria» (ibid.). Il maschilismo è discriminazione di genere. Queste deviazioni sono descritte come «sistemiche» nell’Allegato VI: «Alcuni hanno riferito di esperienze di esclusione dalle opportunità e di sottovalutazione sistemica, sia per il genere, nel caso del maschilismo, sia per la non appartenenza allo stato clericale, nel caso del clericalismo» (n. 32).Il potere dell’Ordine sacro e il potere di governo
In questo contesto, il documento cerca di ripensare il sacramento dell’Ordine sacro andando oltre «una logica puramente funzionale o sostitutiva, riconoscendo invece che le donne hanno diritto [al governo della Chiesa] in quanto battezzate e portatrici di carismi» (n. 14). È proprio da qui che emerge la questione del potere di governo e della partecipazione delle donne ad esso.Il ruolo di papa Francesco
Il ruolo svolto dal defunto papa è considerevole in questa evoluzione. In primo luogo, i termini clericalismo e machismo sono apparsi nel discorso papale solo negli scritti del papa argentino. Tutti i riferimenti magisteriani su cui si basa il documento risalgono a lui, a parte qualche accenno ai suoi immediati predecessori. La possibilità «che una donna possa ricoprire la carica di capo di un dicastero o di altro ufficio vaticano» si fonda sulla costituzione Praedicate evangelium e sulla particolare dottrina che essa sviluppa in materia di potere giurisdizionale, la quale, a dir poco, non trova le sue radici nella Tradizione. Inoltre, a parte alcuni paragrafi riguardanti papa Leone XIV, l’unica fonte si trova negli insegnamenti e negli atti amministrativi riguardanti le donne – in particolare le nomine alla Curia – del papa proveniente dal Sud America.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Conclusione
Questa relazione finale del Gruppo 5 è un vero e proprio manifesto femminista che, utilizzando un metodo rivoluzionario – come fa la teologia della liberazione – svela le tendenze di una società che ha rifiutato Dio per due secoli, nel tentativo di introdurle nella dottrina cattolica. Come sottolinea InfoCatolica, il documento «eleva il “disagio” sociologico di alcune donne occidentali al rango di segno dei tempi in senso fortemente teologico (n. 10: “è anche lo Spirito Santo che parla attraverso di lui”)». Il discernimento tra verità ed errore è del tutto assente. In questo senso, il documento si limita a seguire il percorso tracciato dal Cammino sinodale tedesco. La questione del potere di governo, fondata sul sacramento del battesimo, ignora la dottrina bimillenaria della tradizione ecclesiale, che rende coloro che detengono il potere dell’ordine soggetti ordinari di tale potere di governo. In altre parole, il documento opera una dissezione, basata su una particolare idea di papa Francesco, il quale, per inciso, si oppone al Concilio Vaticano II. E per citare InfoCatholica: «espressioni come “la realtà è superiore all’idea” (n. 7, citando Evangelii Gaudium 233) o il costante ricorso alle “esperienze concrete” come punto di partenza teologico, evidenziano un capovolgimento metodologico». Mentre la teologia e il Magistero tradizionale interpretano i dati dell’esperienza alla luce della dottrina rivelata, il metodo che «parte dal basso», secondo la dottrina modernista, richiede che tale esperienza venga incorporata nella dottrina rivelata. Ciò porta ad un attacco al sacramento dell’Ordine sacro, istituito da Gesù Cristo, affibbiandogli prima epiteti infamanti. Cosa farà papa Leone XIV con questo manifesto femminista prodotto dal Dicastero per la Dottrina della Fede? Questo è un punto che dovrà essere esaminato attentamente. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Mons. Strickland: cattolici ingiustamente accusati di antisemitismo per aver difeso gli insegnamenti della Chiesa
L’arcivescovo emerito di Tyler, Texas, monsignor Joseph Strickland ha pubblicato su X un accorato appello contro la montante forza anti-cattolica in USA, dove soprattutto i tradizionalisti sono ora accusati di antisemitismo. Il messaggio di Strickland sembra raccogliere la richiesta di aiuto di Carrie Prejean Boller, ex miss California che è stata espulsa dalla Commissione sulla libertà religiosa di Trump – unica donna cattolica della compagine – per il suo rifiuto di vedersi imposto il sionismo al credo religioso cattolico.
Quando il mondo richiede compromessi
In questi giorni di grande confusione, molti cattolici fedeli si sentono turbati – alcuni persino scossi – dall’intensità della pressione politica, dalle accuse pubbliche e dalla crescente ostilità verso coloro che semplicemente si attengono all’insegnamento perenne della Chiesa cattolica.
Permettetemi di parlare con chiarezza, come un pastore di anime: se senti che la terra sotto i tuoi piedi trema, non è perché la verità è cambiata, ma perché molti, senza saperlo, si sono ancorati a cose che non possono reggere.
I partiti politici non possono salvarci. I governi non possono definire la verità. E nessun movimento terreno, per quanto potente, può sostituire la regalità di Gesù Cristo.
Il nostro fondamento non si trova a Washington, né in alcuna amministrazione, né in alcuna identità politica. Il nostro fondamento è Gesù Cristo.
Come dichiara il Signore stesso: «Perchè chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato all’uomo saggio, che si è fabbricato la casa sulla roccia» (Mt 7, 24).
Quella Roccia non è un partito. Quella Roccia non è un’ideologia. Quella Roccia non è un’agenda geopolitica. Quella Roccia è Cristo, e solo Cristo.
WHEN THE WORLD DEMANDS COMPROMISE
In these days of great confusion, many faithful Catholics are feeling unsettled – some even shaken – by the intensity of political pressure, public accusations, and the growing hostility toward those who simply hold to the perennial teaching of… pic.twitter.com/Rst1Hed59Q
— Bishop Joseph Strickland @ Pillars of Faith (@BishStrick) March 18, 2026
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Sulle false accuse e sulla confusione
Stiamo assistendo a una tendenza preoccupante: i cattolici fedeli vengono etichettati come «antisemiti» semplicemente per essersi rifiutati di adottare determinate posizioni teologiche o politiche, in particolare quelle legate a forme di sionismo cristiano moderno.
Vorrei essere assolutamente chiaro: la Chiesa cattolica rifiuta l’odio verso qualsiasi popolo, compreso il popolo ebraico. L’antisemitismo è un peccato. È ingiusto. È contrario al Vangelo. Tuttavia è altrettanto ingiusto accusare i cattolici di odio semplicemente perché non accettiamo posizioni teologiche estranee alla fede cattolica.
La Chiesa non insegna che la ricostruzione di un tempio o l’adesione a un particolare programma politico siano necessarie per il ritorno di Cristo. Nostro Signore ha già adempiuto l’alleanza.
Il popolo di Dio non è definito dall’etnia, né dalle alleanze politiche, ma dalla fede in Gesù Cristo e dall’obbedienza alla sua volontà.
Sulla guerra, la sofferenza e la dignità umana
La Chiesa cattolica non plaude alla guerra. Non santifica la violenza. Non ignora la sofferenza degli innocenti, in nessun luogo. Che sia a Gaza, in Israele o in qualsiasi altra parte del mondo, ogni vita umana è sacra.
Parlare della sofferenza, piangere la perdita di vite innocenti, invocare giustizia: questo non è odio. È Vangelo. Il nostro Signore disse: «Beati i pacifici, perchè saranno chiamati figli di Dio.» (Mt 5,9).
La coscienza cattolica non deve mai essere messa a tacere dalle pressioni politiche o dalla paura di essere accusati.
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La nostra idolatria politica
Molti cattolici oggi vivono un periodo di grande turbamento perché la loro identità si è legata troppo strettamente a un partito o a un movimento politico. Questo è un errore pericoloso. Nessun partito politico rappresenta pienamente la verità del Vangelo. Nessun governo è il Regno di Dio.
Quando ci ancoriamo alla politica, prima o poi verremo scossi, perché la politica è in continua evoluzione. Ma quando siamo ancorati a Cristo, rimaniamo saldi, anche quando il mondo trema.
Una parola ai fedeli
Se ti senti insicuro…
Se ti senti sotto pressione…
Se ti senti accusato o frainteso…
Ascolta bene: non ti trovi in una situazione instabile se resti con Cristo. Ti senti scosso solo se le tue fondamenta sono altrove.
Ritornate a Lui. Rimanete in Lui. Rimanete saldi nella verità della Sua Chiesa.
Esortazione finale
Non è tempo di paura. È tempo di chiarezza. Dobbiamo respingere l’odio. Dobbiamo respingere le false accuse. Dobbiamo respingere ogni tentativo di costringere la Chiesa a conformarsi alle ideologie mondane.
E dobbiamo proclamare, senza compromessi:
GESÙ CRISTO È IL SIGNORE.
Non Cesare. Non alcun partito. Non alcun movimento. Solo Cristo.
Perciò, rimanete saldi in Lui. Non lasciatevi scuotere, non lasciatevi mettere a tacere e non lasciatevi sviare. Rimanete fedeli, rimanete radicati e tenetevi saldi alla verità, a qualunque costo.
+ Joseph
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Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Germania, perdita di oltre mezzo milione di fedeli cattolici nel 2025
307.000 abbandoni: il dato più basso dal 2020
Nel 2025 sono state registrati 307.117 abbandoni formali, il dato più basso dal 2020 e in linea con il calo iniziato dopo il record di oltre 520.000 abbandoni del 2022. Tuttavia, questa cifra rimane elevata: l’ultima volta che è scesa al di sotto di questo livello è stato nel 2019, con circa 270.000 abbandoni. Le differenze regionali sono significative. I maggiori cali nel numero di abbandoni si sono registrati nelle diocesi di Eichstätt (-15%), Aquisgrana e Limburgo (-9% in entrambi i casi). Al contrario, cinque diocesi hanno visto un aumento: Speyer (+1,8%), Paderborn (+2,3%), Magdeburgo (+3%), Görlitz (+4,8%) e Passau (+9,1%). A questi dati vanno aggiunti 203.000 decessi, portando la perdita netta, tenendo conto di battesimi, nuove iscrizioni e riammissioni, a 549.636 membri. I cattolici rappresentano ora il 23% della popolazione totale del Paese, con 19.219.601 persone registrate come membri della Chiesa.Sostieni Renovatio 21
Partecipazione alla Messa: la percentuale aumenta, il numero effettivo diminuisce.
Il tasso di partecipazione alla Messa domenicale è salito dal 6,6% al 6,8%, ma questo aumento percentuale maschera una leggera diminuzione: 1,304 milioni di fedeli nel 2025 rispetto a 1,306 milioni dell’anno precedente. Ciò si spiega con il fatto che la popolazione cattolica totale è diminuita più rapidamente della partecipazione effettiva. La cifra rimane ben al di sotto del 9,1% registrato prima della pandemia nel 2019.Battesimi in calo
I battesimi sono diminuiti da poco più di 116.000 a circa 109.000, con una diminuzione di oltre 7.000 unità. Le prime comunioni (152.300) e le cresime (105.000) sono rimaste stabili, con lievi aumenti. I matrimoni canonici, invece, sono diminuiti da 22.500 a 19.500. Le nuove iscrizioni e i rinnovi delle iscrizioni sono stati 7.700, con un aumento di 1.100 rispetto all’anno precedente. L’87% dei nuovi membri proviene dalla Chiesa evangelica.Solo 25 ordinazioni sacerdotali in tutta la Germania
Uno dei dati più sorprendenti di queste statistiche riguarda le ordinazioni sacerdotali: appena 25 in tutta la Germania entro il 2025, una cifra paragonabile a quella dell’Austria, un paese considerevolmente più piccolo. Alcuni non hanno esitato ad attribuire la responsabilità di questo crollo al Cammino sinodale. Mons. Heiner Wilmer, presidente della Conferenza episcopale tedesca (DBK) e vescovo di Hildesheim, ha commentato questi dati, lodando «l’impegno dei professionisti della nostra Chiesa e la qualità della cura pastorale». Ha descritto il lieve aumento della partecipazione alle funzioni religiose come «un buon segno» e ha considerato «positivo» il fatto che il numero di persone che si sono accostate alla Prima Comunione e alla Cresima sia rimasto stabile. Tuttavia, ha lamentato «l’elevato numero di persone che abbandonano la Chiesa», affermando che «ogni abbandono ci ferisce». Wilmer ha sottolineato che il calo del numero di cristiani in Germania non impedisce loro di «testimoniare la nostra fede con un forte impegno personale». Ha esortato a «non nascondere la testa sotto la sabbia, ma a guardare al futuro e a cercare insieme, anche nell’ambito dell’unione ecumenica, modi per essere cristiani e godere di una maggiore accettazione nella società odierna». Questo commento del progressista vescovo di Hildesheim sottolinea, ancora una volta, la cecità delle autorità ecclesiastiche, che continuano a credere che le direzioni sbagliate intraprese dal Concilio Vaticano II siano quelle giuste, nonostante i risultati negativi che le condannano. Dovremo forse aspettare che non ci siano più fedeli cattolici in Germania prima che i vescovi di quel paese aprano finalmente gli occhi? Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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