Essere genitori
In Norvegia i bambini vengono tolti alle famiglie e il Parlamento Europeo se n’è accorto
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di The Public Discourse.
Nelle ultime settimane è emerso che le autorità norvegesi hanno preso in custodia permanente tre bambini di nazionalità americana, sottraendoli alla famiglia di fede cristiana.
Come dice la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la famiglia è «l’unità fondamentale» della società. Chiunque la minacci sta attaccando le fondamenta della società e la fonte di una grande ricchezza e diversità
Natalya Shutakova, cittadina americana, e il marito, cittadino lituano Zigintas Aleksandravicius, possono vedere i figli tre volte l’anno. Purtroppo, non è una notizia particolarmente scioccante per chi lavora nel campo della tutela dei diritti genitoriali in Europa.
È degno di nota che questo accada in un paese che vanta un ruolo di eccellenza nella tutela dei diritti umani. Attraverso l’Agency for Development Cooperation, la Norvegia destina oltre 400 milioni di dollari l’anno alle sue aree principali, tra cui la protezione dei diritti umani. Appare ironico che, nonostante gli sforzi a tutela dei diritti umani, una simile violazione che doveva rimanere nascosta sia stata resa pubblica nel mondo.
La sottrazione dei bambini Bodnariu
Comunque, la storia inizia nel 2015 con la sottrazione dei cinque bambini della famiglia Bodnariu – di età compresa tra i nove anni e i tre mesi – per mano del Barnevernet, l’agenzia norvegese per la tutela dei minori.
La prima volta che ne sono venuti a contatto è stato quando due automobili scure si sono avvicinate alla loro fattoria. Un assistente sociale ha comunicato che le figlie erano state prelevate direttamente da scuola e portate in un luogo protetto, invitando i genitori a presentarsi alla stazione di Polizia per rispondere ad alcune domande. A quel punto anche i figli maschi sono stati prelevati.
Il giorno seguente, le auto scure sono tornate, questa volta per il più piccolo. I genitori erano accusati di punizioni corporali (illegali in Norvegia) ma, e la cosa è più preoccupante, il crimine dei genitori era il tentativo di crescere i figli in accordo alla loro fede cristiana.
Il crimine dei genitori era il tentativo di crescere i figli in accordo alla loro fede cristiana
I servizi sociali erano preoccupati soprattutto che i genitori insegnassero ai figli che Dio punisce il peccato – un travisamento della credenza cristiana nel perdono e nella salvezza. Secondo la famiglia, questo argomento era stato segnalato al Barnevernet dal preside della scuola frequentata dalle figlie.
L’idea che la fede cristiana potesse essere sufficiente al Barnevernet per piombare a scuola e sottrarre i bambini ha scatenato le proteste fuori dalle ambasciate norvegesi di una dozzina di città nel mondo, da Barcellona a Washington.
Il clamore suscitato ha spinto altri a raccontare la propria esperienza. Ad ADF International siamo stati presi d’assalto dalle persone che volevano rendere noti casi simili. Dopo accurate ricerche, ci siamo convinti che il caso Bodnariu era sintomatico di un grave problema nel funzionamento del Barnevernet.
Fino a quel punto, a livello internazionale, la Corte Europea dei Diritti Umani aveva costantemente rigettato ogni causa contro la Norvegia che coinvolgeva il Barnevernet, perciò quella strada sembrava bloccata. Abbiamo dovuto scavare in profondità in quello che stava accadendo e porre domande scomode. Abbiamo girato le informazioni ad alcuni parlamentari europei che siedono al Consiglio Europeo.
L’assemblea ha accolto il caso e stilato un rapporto dettagliato. Il relatore si è quindi recato in Norvegia, dove ha incontrato i membri del Parlamento. Alla fine, il rapporto è stato presentato al Parlamento, che ne ha votato l’adozione.
Un altro caso
Nel periodo in cui il rapporto era allo studio, la Corte Europea dei Diritti Umani ha deciso di accettare una serie di casi provenienti dalla Norvegia. Mentre il caso Bodnariu occupava le prime pagine dei quotidiani, un altro caso stava suscitando scalpore.
Alla Camera Bassa, la Corte Europea aveva emesso una sentenza contro Ms. Trude Strand Lobben, ma la Grande Camera ha accettato di riesaminare il caso, preparando il terreno alla resa dei conti. Il caso riguarda una giovane madre che si era rivolta alle autorità in cerca di aiuto quando era incinta. Le venne offerto un posto sicuro in una famiglia. Alcune settimane dopo il parto, espresse il desiderio di andarsene; questo mise in moto una serie di eventi che hanno portato alla sottrazione del figlio, il diritto di visita ridotto a otto ore l’anno e, da ultimo, la decisione di dare il bambino in adozione.
Una giovane madre che si era rivolta alle autorità in cerca di aiuto quando era incinta. Le venne offerto un posto sicuro in una famiglia. Alcune settimane dopo il parto, espresse il desiderio di andarsene; questo mise in moto una serie di eventi che hanno portato alla sottrazione del figlio, il diritto di visita ridotto a otto ore l’anno e, da ultimo, la decisione di dare il bambino in adozione
L’udienza presso la Corte Europea dei Diritti Umani si è tenuta a Strasburgo nell’ottobre 2018. Da una parte dell’aula, la signora Strand Lobben con il suo avvocato, dall’altra il governo norvegese rappresentato niente meno che dal Procuratore Generale coadiuvato da otto consiglieri; non esattamente quello che si dice uno scontro ad armi pari. La signora Strand Lobben ha atteso la sentenza per quasi un anno.
Questo mese ha ottenuto la sua rivincita dalla Grande Camera, che ha sancito che la Norvegia non ha fatto alcuno sforzo per riunire la famiglia, come avrebbe invece dovuto.
Nella sentenza era anche menzionato il rapporto che era stato adottato dal Parlamento norvegese solo quattro mesi prima dell’udienza. È la terza che la Norvegia viene giudicata colpevole della violazione della Convenzione Europea – approvata da tredici giudici su diciassette.
La tragedia è che questa “vittoria” arriva dopo ben dieci anni dalla sottrazione del bambino alla signora Strand Lobben. La decisione non ha come effetto quello di riunire madre e figlio, né il giudizio o la piccola somma a titolo di risarcimento possono rimediare il danno fatto alla famiglia.
La Norvegia a processo
I fatti esposto in questo caso seguono un modello ben strutturato – e tragico.
Un bambino viene tolto alla famiglia secondo una specifica ragione e i genitori sfidano le autorità. Quello che dovrebbe rappresentare un atto di amore per il figlio viene poi usato contro di loro come prova del rifiuto di collaborare con le autorità. Questo diventa dunque un mezzo per prolungare l’allontanamento fino a nascondere la ragione iniziale. In questo modo, è trascorso abbastanza tempo da permettere alle autorità di affermare che il bambino è ormai ben inserito nella nuova famiglia adottiva, dove dovrebbe risiedere permanentemente. Abbiamo visto questo schema ripetersi più e più volte.
Fortunatamente, la Grande Camera è intervenuta.
Un bambino viene tolto alla famiglia secondo una specifica ragione e i genitori sfidano le autorità. Quello che dovrebbe rappresentare un atto di amore per il figlio viene poi usato contro di loro come prova del rifiuto di collaborare con le autorità. Questo diventa dunque un mezzo per prolungare l’allontanamento fino a nascondere la ragione iniziale. In questo modo, è trascorso abbastanza tempo da permettere alle autorità di affermare che il bambino è ormai ben inserito nella nuova famiglia adottiva, dove dovrebbe risiedere permanentemente. Abbiamo visto questo schema ripetersi più e più volte
E non è solo la Corte Europea dei Diritti Umani a essersene accorta. Recentemente, la Norvegia è stata sottoposta a una revisione dei suoi rapporti degli ultimi quattro anni sui diritti umani presso la sede delle Nazioni Unite a Ginevra. Molti stati e ONG hanno espresso preoccupazione e avanzato raccomandazioni sul modus operandi del Barnevernet.
La Norvegia, colpita dalla condanna internazionale, ha accolto ogni singola raccomandazione fatta per proteggere i bambini dall’allontanamento arbitrario per opera del Barnevernet e per assicurare un’adeguata tutela delle famiglie.
Ma accettare le raccomandazioni non è sufficiente. Bisogna mettere in campo azioni concrete per assicurare una migliore tutela delle famiglie.
Sebbene chiunque sia d’accordo nell’asserire che in certi casi lo Stato debba intervenire per proteggere i bambini, questi devono essere limitati e basarsi su prove certe ed evidenti che il bambino sia esposto a un grave pericolo.
E anche dopo l’allontanamento, il dovere dello Stato- come ha chiarito la Corte Europea dei Diritti Umani – è lavorare incessantemente per riunire la famiglia.
I diritti genitoriali sotto attacco
Anche se queste rivelazioni riguardano la Norvegia, non si tratta dell’unico caso in cui vengono attuate pratiche che attaccano i genitori e l’unità famigliare.
In Germania, l’ormai consolidato divieto di istruire i figli a casa (passibile di conseguenze penali in alcune regioni) è stato supportato dalla Corte Europea dei Diritti Umani a inizio anno. Nel caso in questione, i quattro figli della famiglia Wunderlich sono stati prelevati dalla loro abitazione da oltre trenta agenti della polizia in un raid all’alba. Sono stati trattenuti per tre settimane e sottoposti a esami per valutare il loro livello di istruzione. I risultati ottenuti erano nella norma ma hanno potuto tornare a casa solo dopo la promessa dei genitori di iscriverli alla scuola pubblica. Questo trattamento, secondo la Corte Europea dei Diritti Umani, «non è stato applicato in modo particolarmente severo né insolito».
In Svezia, intanto, l’istruzione domiciliare è, in teoria, permessa.
Ma è necessario richiedere l’autorizzazione che viene concessa solo in «circostanze straordinarie». Il che significa praticamente mai. È la decisione del Ministero dell’Infanzia e dell’Istruzione svedese nel caso della famiglia Petersen.
I genitori, con doppia cittadinanza statunitense e svedese, hanno istruito la figlia di sette anni a domicilio nel corso di una trasferta durata tre mesi. I risultati sono stati eccellenti, ben al di sopra di quelli ottenuti dai coetanei. Volendo continuare con l’istruzione domiciliare, hanno presentato richiesta che è stata rifiutata.
Il solo modo di proseguire con l’istruzione domiciliare, che ritenevano l’opzione migliore nell’interesse della figlia, è stato vendere tutto e trasferirsi negli Stati Uniti. Ovviamente, non è una scelta alla portata di tutti, per questo ADF [un’organizzazione internazionale che intende proteggere legalmente «le libertà fondamentali e la dignità dell’essere umano», ndr] internazionale ha accolto con gioia la notizia che la Corte Europea dei Diritti Umani ha accettato di ascoltare il caso alcuni mesi fa.
Più di recente, proprio questo mese, il governo scozzese ha annunciato che a ogni bambino istruito a domicilio verrà assegnato un garante nominato dallo Stato che supervisioni il suo benessere e il livello d’istruzione.
Questo modello è stato criticato su ogni fronte dalla Corte Suprema del Regno Unito che, nell’estate 2016, ha dichiarato che viola l’articolo 8 della Convenzione Europea.
In un passaggio chiave i giudici hanno scritto: «Diversi metodi educativi producono persone diverse. La prima cosa che un regime totalitario tenta di fare è arrivare ai bambini, allontanarli dalle influenze sovversive delle famiglie, e indottrinarli secondo la loro visione da dominatori del mondo. Entro certi limiti, le famiglie devono poter crescere i figli a modo loro».
Per oltre due anni dopo il giudizio, il governo scozzese si è aggrappato a questa iniziativa, suggerendo che l’elenco dei garanti potesse essere modificato per diventare legittimo. Alla fine hanno ceduto. Ciononostante i genitori inglesi non possono dormire sonni tranquilli perché il Parlamento, separatamente, ha approvato la norma che prevede l’insegnamento obbligatorio di “educazione alla sessualità e alle relazioni” nelle scuole inglesi a partire da settembre 2020.
I genitori possono ritirare i figli dalle lezioni di educazione sessuale prima del compimento dei 16 anni, ma non possono mai rifiutare le lezioni di educazione alle relazioni.
La battaglia continua
I genitori di tutto il mondo sono consapevoli di quale grande responsabilità e privilegio sia avere e crescere un figlio. E i governi conoscono l’immenso potere delle famiglie e delle comunità contro gli eccessi dello Stato.
Come dice la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la famiglia è «l’unità fondamentale» della società. Chiunque la minacci sta attaccando le fondamenta della società e la fonte di una grande ricchezza e diversità.
La maggiore interpretazione di questi attacchi è che le politiche, apparentemente destinate a difendere i bambini, sono ben intenzionate, ma deviate. Bisogna anche stare in guardia contro chi, tentato dal potere del controllo, vede un’opportunità per forzare la propria visione utopistica della generazione futura nell’esautorazione dei genitori e, infine, nella disgregazione della famiglia.
Bisogna stare in guardia contro chi, tentato dal potere del controllo, vede un’opportunità per forzare la propria visione utopistica della generazione futura nell’esautorazione dei genitori e, infine, nella disgregazione della famiglia
Uno dei filoni comuni a questa serie di minacce è l’esame legale utilizzato per valutare lo stato di benessere dei bambini.
L’analisi dice che le azioni devono essere giudicate in base a quello che è «il miglior interesse del minore». Mentre può suonare positivo – chi vorrebbe agire contro l’interesse dei bambini? – questa frase così poetica non fornisce una guida per i tribunali chiamati a dirimere una disputa tra due parti che dicono di agire nel miglior interesse del bambino.
Le parti contrapposte potrebbero essere i genitori; ma vediamo spesso i genitori da un lato e lo Stato dall’altro. È stato il caso dei genitori Bodnariu, dei genitori di Charlie Gard, e della signora Strand Lobben.
Se bisogna restaurare il ruolo dei genitori e proteggere la famiglia, dobbiamo rivedere questo standard. Le conseguenze per le persone coinvolte nei procedimenti a tutela dei minori potrebbero essere più serie e durature di quelle coinvolte nelle cause penali. Gli standard non devono essere meno rigorosi.
L’intervento delle autorità deve essere l’ultima risorsa, e deve basarsi su prove certe e verificate che il bambino si trovi in serio pericolo. Inoltre, nei casi in cui è necessario l’allontanamento, gli appelli dei genitori devono avere priorità assoluta, dato che lo status quo potrebbe velocemente diventare la nuova normalità.
Tornando alla Norvegia, le cose sono ben lontane dalla soluzione. Natalya Shutakova e Zigintas Aleksandavicius hanno fatto ricorso in appello, e il caso Bodnariu, presentato nel dicembre , è in attesa dell’udienza.
Sembra, con ogni probabilità, che si prepari un’altra giornata nera per la Norvegia, ma un tanto atteso spiraglio di sole per i genitori e le famiglie di tutta Europa e non solo.
Robert Clarke
Questo articolo è originariamente apparso su Public Discourse: The Journal of Witherspoon Institute. È stato tradotto e ripubblicato con il permesso.
Essere genitori
Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema
Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.
Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».
È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.
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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.
Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.
A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.
Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.
Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.
Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.
Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.
Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.
E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.
Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.
La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.
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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.
Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.
Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.
La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.
Elisabetta Frezza
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L’allattamento al seno è meglio del latte artificiale, ma le mamme devono limitare l’esposizione alle sostanze chimiche: studio
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- Una maggiore esposizione ai ritardanti di fiamma polibromurati è stata associata a punteggi più bassi nei test di sviluppo di Bayley , che misurano il pensiero, il movimento e lo sviluppo socio-emotivo nei neonati e nei bambini piccoli.
- Numerosi pesticidi organoclorurati presenti nel latte materno sono stati associati a peggiori risultati cognitivi e linguistici durante l’infanzia, e alcuni di essi sono stati associati a un rischio maggiore di ADHD.
- Secondo l’Infant-Toddler Social and Emotional Assessment, i bambini le cui madri presentavano livelli più elevati di ritardanti di fiamma nel latte materno avevano 3,3 volte più probabilità di avere comportamenti più orientati verso l’esterno (esternalizzanti), come l’impulsività.
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- I bisfenoli (come il BPA), utilizzati nei rivestimenti delle lattine per alimenti, nei contenitori di plastica e nelle ricevute termiche, sono stati rilevati in tutto il mondo. Queste sostanze chimiche possono imitare gli ormoni e altri studi hanno collegato l’esposizione precoce al BPA a un aumento del rischio di malattie cardiache, ictus, diabete di tipo 2 e obesità in età adulta.
- I pesticidi organoclorurati, molti dei quali utilizzati in agricoltura e nel controllo dei parassiti e persistenti nel suolo e negli alimenti, sono stati rilevati frequentemente, tra cui 36 diverse sostanze chimiche in 11 studi. Ricerche precedenti hanno collegato l’esposizione a tumori infantili, disturbi neurologici, infertilità, parto prematuro e problemi metabolici e riproduttivi.
- I ritardanti di fiamma polibromurati, utilizzati in schiume per mobili, componenti elettronici e tessuti, e i policlorobifenili (PCB), un tempo utilizzati in apparecchiature elettriche e materiali industriali e ancora presenti nel suolo, nell’acqua e negli alimenti, sono stati rilevati in tutti i 10 studi che li hanno valutati. L’esposizione è stata associata a punteggi più bassi nello sviluppo infantile, a un maggiore rischio di problemi comportamentali e a squilibri ormonali tiroidei.
- Sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS, o «sostanze chimiche perenni»), utilizzate in pentole antiaderenti, tessuti antimacchia, imballaggi alimentari e processi industriali, sono state comunemente rilevate, tra cui PFOA e PFOS. Lo studio suggerisce che queste sostanze chimiche potrebbero essere più concentrate nel latte materno. L’esposizione è stata associata a cancro, malattie della tiroide, danni al fegato, indebolimento del sistema immunitario e problemi di sviluppo.
- Gli ftalati, comunemente presenti nella plastica, nei prodotti per la cura della persona e negli imballaggi alimentari, sono stati rilevati frequentemente, con metaboliti come MEHP, MiBP e MnBP che sono comparsi in tutti gli studi. Sebbene gli ftalati vengano eliminati rapidamente dall’organismo, sono ampiamente presenti nei beni di consumo. L’esposizione precoce è stata collegata a problemi riproduttivi, malattie metaboliche e problemi dello sviluppo neurologico.
- I parabeni, conservanti comuni utilizzati in lozioni, cosmetici, shampoo e alcuni alimenti confezionati, sono stati identificati in 10 studi, e il metilparabene è presente in tutti. In quanto interferenti endocrini, i parabeni possono essere collegati a problemi riproduttivi, cancro al seno, obesità e disturbi della tiroide.
- Gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), un tipo di inquinante atmosferico prodotto dalla combustione di combustibili fossili, dai gas di scarico del traffico, dal fumo di tabacco e dalle emissioni industriali, sono stati rilevati frequentemente. L’esposizione agli IPA è stata associata a problemi metabolici, respiratori, riproduttivi e dello sviluppo.
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Essere genitori
Livelli pericolosamente elevati di metalli tossici nei giocattoli di plastica per bambini
Un recente studio brasiliano ha rilevato concentrazioni allarmanti di metalli tossici nei giocattoli per bambini commercializzati nel Paese. Lo riporta Science Daily.
Ricercatori di due università brasiliane hanno esaminato un vasto campionario di giocattoli di plastica, sia di produzione nazionale che importati, conducendo l’indagine più completa mai realizzata sulla contaminazione chimica di questi articoli.
Il dato più inquietante riguarda il bario: in molti campioni la sua concentrazione è risultata fino a 15 volte superiore al limite di sicurezza previsto dalla normativa brasiliana. L’esposizione prolungata al bario è associata a gravi danni cardiaci e neurologici, inclusa la paralisi.
«Sono state rilevate anche elevate quantità di piombo, cromo e antimonio. Il piombo, associato a danni neurologici irreversibili, problemi di memoria e riduzione del QI nei bambini, ha superato il limite nel 32,9% dei campioni, con alcune misurazioni che hanno raggiunto quasi quattro volte la soglia accettata» scrive Science Daily. «L’antimonio, che può scatenare problemi gastrointestinali, e il cromo, un noto cancerogeno, erano presenti al di sopra dei livelli accettabili rispettivamente nel 24,3% e nel 20% dei giocattoli».
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Attraverso la spettrometria di massa al plasma, lo studio ha identificato ben 21 elementi tossici: argento (Ag), alluminio (Al), arsenico (As), bario (Ba), berillio (Be), cadmio (Cd), cerio (Ce), cobalto (Co), cromo (Cr), rame (Cu), mercurio (Hg), lantanio (La), manganese (Mn), nichel (Ni), piombo (Pb), rubidio (Rb), antimonio (Sb), selenio (Se), tallio (Tl), uranio (U) e zinco (Zn).
«Questi dati rivelano uno scenario preoccupante di contaminazione multipla e mancanza di controllo. Tanto che nello studio suggeriamo misure di controllo più severe, come analisi di laboratorio regolari, tracciabilità dei prodotti e certificazioni più stringenti, soprattutto per i prodotti importati», ha dichiarato uno degli autori principali della ricerca.
Gli studiosi hanno inoltre calcolato i tassi di rilascio delle sostanze: la percentuale che effettivamente passa dal giocattolo al bambino durante l’uso normale (inclusa la pratica di portarli alla bocca). I valori oscillano tra lo 0,11% al 7,33%, quindi solo una piccola parte del contaminante viene assorbita. Tuttavia, le elevatissime concentrazioni iniziali e l’esposizione quotidiana prolungata (per mesi o anni) rendono il rischio sanitario comunque significativo.
I ricercatori ritengono che i metalli pesanti entrino nei giocattoli soprattutto durante la produzione, in particolare con le vernici e i pigmenti utilizzati. Le correlazioni tra gli elementi rilevati suggeriscono, in molti casi, una fonte comune di contaminazione.
In studi precedenti, lo stesso gruppo aveva già documentato la presenza nei giocattoli di interferenti endocrini (sostanze che alterano l’equilibrio ormonale), associati a problemi di fertilità, disturbi metabolici e aumento del rischio oncologico.
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