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Il Vaticano afferma che 4 documenti papali emanati sotto Leone XIV fanno parte del «mandato» di Papa Francesco

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Nel corso della presentazione della nota dottrinale sul matrimonio, Una Caro, presso la Sala Stampa della Santa Sede il 25 novembre, padre Armando Matteo, segretario del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha affermato che i due documenti pubblicati questo mese – insieme ai due di prossima uscita – sono da considerarsi parte dell’eredità di papa Francesco. Lo riporta LifeSite.

 

«Insieme alla nota sui titoli mariani e alla nota sulla monogamia», ha detto il segretario, «il dicastero sta attualmente portando avanti un altro studio sul tema della trasmissione della fede, e sta poi completando la relazione finale del noto Gruppo di studio n. 5 sulla partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa, che sarà consegnata direttamente alla Segreteria del Sinodo, che a sua volta la consegnerà a papa Leone».

 

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Don Matteo ha poi precisato che «in questo modo, con questi quattro documenti, si conclude il mandato che papa Francesco ci aveva dato due anni fa. Il dicastero attende ora un incontro ufficiale e completo con Papa Leone a gennaio, per ricevere le istruzioni per i prossimi documenti».

 

Il funzionario vaticano ha riconosciuto che la nota dottrinale sui titoli mariani era stata concepita sotto il pontificato di Papa Francesco e da lui voluta, sebbene la questione fosse già da tempo nota ufficiosamente ai frequentatori degli ambienti vaticani.

 

Il rapporto finale sul ruolo delle donne nella vita e nel governo della Chiesa tenterà di concludere lo studio condotto dal cosiddetto Gruppo di Studio 5 del Sinodo pluriennale sulla Sinodalità. Questo è uno dei punti più dibattuti e controversi del lavoro sinodale degli ultimi anni.

 

Nel corso del pontificato di Bergoglio sono emersi numerosi segnali che dimostrano l’intenzione del gesuita argentino di studiare e giustificare teologicamente la possibilità di introdurre le donne agli Ordini Sacri.

 

Dal 2016 in poi, Francesco ha introdotto diversi gesti e iniziative che hanno aperto il dibattito sul ruolo della donna nella Chiesa: dalla modifica del rito del Giovedì Santo per includere la lavanda dei piedi alle donne, all’istituzione di una commissione di studio sul diaconato, fino ai passaggi di Amoris laetitia che criticano le culture patriarcali e promuovono la dignità della donna.

 

Sempre nel 2016, il quotidiano vaticano L’Osservatore Romano pubblicò articoli a sostegno della predicazione femminile, mentre nel 2017 la rivista gesuita Civiltà Cattolica rilanciò la questione dell’ordinazione femminile. Successivamente, nel 2019, il vescovo Erwin Kräutler – sostenitore del sacerdozio femminile – scrisse l’ Instrumentum laboris per il Sinodo sull’Amazzonia, e nello stesso anno una riunione privata di cardinali e vescovi discusse esplicitamente l’ordinazione femminile. Infine, l’Instrumentum laboris per il Sinodo dell’ottobre 2024 riprese il tema, invitando la Chiesa a riconoscere ministeri ufficiali per le donne, soprattutto nel contesto amazzonico.

 

Durante la prima assemblea del Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità, nell’ottobre 2024, accanto ai gruppi di studio ufficiali, era stata segnalata l’esistenza di un gruppo di lavoro riservato – identificato precisamente come Gruppo 5. Questo gruppo, i cui membri non sono stati resi noti, era stato incaricato di affrontare questioni particolarmente delicate.

 

Ufficialmente, nel marzo 2024, il Vaticano ha presentato il Gruppo 5 come un gruppo di studio su «questioni teologiche e canoniche riguardanti specifiche forme ministeriali», come il ruolo delle donne nella Chiesa e «la possibile ammissione delle donne al diaconato».

 

La natura segreta di questo gruppo di studio suscitò l’indignazione di diversi delegati sinodali, che chiedevano chiarezza sulla trasparenza dell’intero processo. La percezione diffusa era quella di un laboratorio strategico in cui si discutevano questioni con un potenziale impatto strutturale sulla Chiesa.

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Il rapporto che presto sarà consegnato «direttamente nelle mani della Segreteria del Sinodo», e successivamente nelle mani di Papa Leone, conterrà le tesi finali di questo gruppo di studio segreto.

 

La Chiesa cattolica insegna infallibilmente che è impossibile ordinare le donne a uno qualsiasi degli ordini sacri. Nella sua lettera apostolica del 1994 Ordinatio Sacerdotalis, Giovanni Paolo II scriveva «la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».

 

Nel 2018, l’allora prefetto della CDF, il cardinale Luis Ladaria Ferrer, SJ, aveva difeso l’insegnamento di Ordinatio Sacerdotalis come portatore del marchio di «infallibilità», con Giovanni Paolo II che aveva «confermato formalmente e ha reso esplicito, al fine di togliere ogni dubbio, ciò che il Magistero ordinario e universale ha considerato lungo tutta la storia della Chiesa come appartenente al deposito della fede».

 

Come scritto da Renovatio 21più che tramite le «diaconesse» e le donne preteipotesi squalificata dallo stesso prefetto Dicastero per la dottrina della fede cardinale Victor Manuel «Tucho» Fernandez – è da ritenersi che il Vaticano bergogliano e post-bergogliano voglia scardinare la sessualità naturale e la gerarchia attraverso la promozione sempre più aperta del transessualismo.

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La Chiesa aperta e il suo nemico

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Resa popolare da Karl Popper e ripresa da George Soros con la sua Open Society, l’idea di una società aperta non manca mai di trovare i suoi detrattori. Che dire allora della «Chiesa aperta» nata dal Concilio Vaticano II e del ruolo che essa riserva alla Tradizione?   George Soros e la sua Open Society Foundation vengono spesso denunciati per il ruolo sovversivo che svolgono nelle società occidentali. Il nome stesso della fondazione deriva da un’opera del celebre filosofo Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, pubblicata nel 1945. In questo titolo, Popper faceva riferimento diretto a Henri Bergson, di cui ammirava il pensiero, e a una delle sue ultime opere, Le due fonti della morale e della religione, pubblicata nel 1932.   Quest’opera letteraria di pregevole fattura (il cui autore ricevette il Premio Nobel per la Letteratura nel 1927) contrappone società aperte e società chiuse, ciascuna governata da due principi morali distinti: uno aperto fino al misticismo, l’altro vincolato da obblighi restrittivi. Il corollario di questi due sistemi morali è, naturalmente, due diversi tipi di religione: una religione dinamica e una statica. Bergson evita di usare il termine «religione aperta».   Bergson riteneva che il cristianesimo fosse la religione più aperta. Frédéric Worms, professore di filosofia all’ENS (École Normale Supérieure), ha riassunto il suo punto di vista in una trasmissione del 2021 su RCF radio (1): «La religione aperta e la religione chiusa si distinguono per la loro moralità. Una religione è aperta a tutti, mentre una religione esclude, diventando la religione di alcuni e non di altri, o addirittura contraria ad altri». Worms riassume quindi la posizione di una religione chiusa: «Se esclude qualcuno, è chiusa».   Si può affermare con certezza che il Concilio Vaticano II, nel suo spirito, mirava a trasformare la religione cattolica in una religione aperta. Si possono facilmente trovare nelle dichiarazioni del periodo conciliare e in tutte le metafore sulla vita, il rinnovamento e l’apertura che dimostrano la pertinenza del confronto tra il concetto bergsoniano di religione aperta e la religione concepita nello spirito del Vaticano II.   Il problema è che questo dinamismo implica l’abbandono di ciò che è rigido, di ciò che è esclusivo. Eppure, all’interno della Chiesa cattolica ci sono molte persone che si aggrappano alle definizioni, alle distinzioni tra bene e male. Quindi, dal Concilio Vaticano II, il principio per superare questa resistenza è semplice: aggirare, relativizzare, promuovere l’apertura e denunciare la chiusura mentale, il dogmatismo e la rigidità. Al centro, viene posto un Dio personale d’amore, in opposizione a una religione di dogmi e comandamenti, fonte di proibizione ed esclusione.

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Il giorno in cui Roma ricordò seriamente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X il suo profondo disaccordo e denunciò lo scisma che si sarebbe prolungato con nuove consacrazioni, uscì un libro, con la prefazione del Cardinale Arcivescovo di Algeri, Monsignor Vesco, il cui titolo non lascia dubbi: Homos et Cathos, L’Eglise à l’épreuve du réel («Omosessuali e cattolici. La chiesa alla prova del reale»).   Nella prefazione, due donne cofondatrici dell’associazione «Reconnaissance», un’associazione di genitori cattolici i cui figli sono inclini alla direzione descritta nel libro, scrivono queste righe:   «Questa singolarità non rappresenta forse un’opportunità per rivisitare l’edificio di una morale affettiva e sessuale che, col tempo, si è impercettibilmente allontanato dal corso del mondo, dall’esperienza vissuta dalle persone, dal progresso delle scienze umane e persino dalla chiamata di Cristo ad incontrare il prossimo? Non siamo forse invitati a riscoprire le condizioni per l’esercizio di una coscienza illuminata, “il centro più segreto dell’uomo, il santuario dove egli è solo con Dio e dove la sua voce si fa sentire”(2)? A tornare alle fondamenta della nostra fede?»   Per questo motivo prendiamo l’iniziativa di riesaminare una dottrina che, troppo spesso, per usare le parole di Papa Francesco, si limita a «riproporre in modo astratto formule e schemi del passato» (3), senza adattarla alla realtà in tutta la sua diversità. Per intraprendere questo percorso, rispondiamo al suo invito: nel novembre 2023, nella sua riforma della Pontificia Accademia Teologica, Francesco ha auspicato lo sviluppo di una «teologia fondamentalmente contestuale», «capace di leggere e interpretare il Vangelo nella vita quotidiana di uomini e donne, in diversi contesti geografici, sociali e culturali». (4)   Vediamo chiaramente l’invito ad aprire questo libro. Certo, l’attuale papa ha chiuso la porta a ulteriori sviluppi, ma ricordiamo che questa chiusura è in qualche modo temporanea, e le parole del papa dello scorso settembre non lo contraddicono:   «Si riferisce alla Fiducia Supplicans, sottolineando che il messaggio essenziale di questo documento è: “Certamente, possiamo benedire tutti, ma non dobbiamo cercare di ritualizzare alcun tipo di benedizione”. Il Santo Padre aderisce senza dubbio al messaggio di Francesco di accoglienza di “tutti, tutti, tutti”: “Tutti sono invitati”, non in virtù di una “specifica identità”, ma perché tutti sono figli di Dio. Ciò non implica, tuttavia, un cambiamento di dottrina: “ Ritengo altamente improbabile , certamente nel prossimo futuro [sottolineiamo questo preciso lasso di tempo], che la dottrina della Chiesa [cambi] riguardo a ciò che insegna sulla sessualità, su ciò che insegna sul matrimonio”, afferma. Vale a dire, “ una famiglia composta da un uomo e una donna”, “benedetta nel sacramento del matrimonio”». (5)   Tutti devono comprendere che, sin dal Concilio Vaticano II, l’autorità ecclesiastica è stata agente di apertura e inclusione. Tutti coloro che desiderano avere un posto nella Chiesa devono accettare questo principio, che in definitiva è l’unico che conta. Papa Francesco riteneva che aggrapparsi alla vecchia forma del rito significasse rimanere stagnanti, intrappolati in una religione chiusa. Leone XIV potrebbe essere più conciliante nei confronti dei tradizionalisti, a patto che questi accettino di abbracciare questa visione aperta della Chiesa e della religione in perpetuo dinamismo.   Bergson riteneva che religione dinamica e religione statica fossero inconciliabili: «Dalla società chiusa alla società aperta, dalla città all’umanità, non si passerà mai per via di un’espansione. Non sono della stessa essenza. […] La religione dinamica che ne deriva si oppone alla religione statica, che scaturisce dalla funzione di fabulazione, così come la società aperta si oppone alla società chiusa». (6)

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C’è forse da meravigliarsi che l’arcivescovo Lefebvre e, dopo di lui, la Fraternità Sacerdotale San Pio X, abbiano preteso invano il rispetto della Tradizione? La Tradizione è considerata un peso. Poco importa che essa costituisca il fondamento stesso dell’autorità del successore di Pietro. In questa prospettiva evoluzionistica, la religione è semplicemente una forza dinamica che pretende di abbracciare tutti, a patto che questo mondo si trovi al di fuori delle mura della Chiesa, delle sue definizioni e del suo contenuto morale. In quest’ottica, tutto è uguale! Bergson stesso riconosceva implicitamente che l’apertura esclude coloro che si chiudono in se stessi, coloro che rimangono statici.   Il titolo del libro di Popper sulla società aperta è inequivocabile: una società aperta ha sempre dei nemici. Chi è il nemico di questa religione dinamica? Abbiamo già parzialmente risposto a questa domanda: la Tradizione. Non la Fraternità Sacerdotale San Pio X, non i suoi membri né i fedeli che frequentano le sue funzioni. Essi non sono la Tradizione; intendono difenderla, richiamarla alla memoria pur sapendo di esserne pallidi testimoni. La Tradizione come deposito intangibile di dogmi e morale: ecco l’ostacolo, ecco l’incarnazione di una morale chiusa, di una religione statica. E la Fraternità Sacerdotale San Pio X e tutti coloro che gravitano attorno ad essa vengono accusati di disobbedire a una direttiva, a un dinamismo guidato dall’autorità, ma contrario al mandato ricevuto dall’Alto.   Chi è dunque il nemico di questa religione, nuova nei principi, dinamica nella sua essenza? Cristo nella sua verità, nella sua immutabile realtà. È proprio ciò che l’arcivescovo Lefebvre ha sempre affermato fin da quando si è scontrato frontalmente con le autorità. Certo, tutte le autorità, e persino i cattolici come le donne che abbiamo menzionato, pretendono di riscoprire un vero Cristo che la Tradizione avrebbe distorto. Ma che lo vogliano o no, Cristo non è semplicemente un amore vago e tollerante. Al peccatore che ha appena salvato dalla lapidazione dice: «Va’ e non peccare più!».   Il Cristo che ci viene presentato in questa religione dinamica è un Cristo sfigurato e distorto, una caricatura più vile di quelle che i giornali lo insultano sfacciatamente. In effetti, i vignettisti che bestemmiano non pretendono di raffigurare il vero Gesù Cristo; lo deridono. Ma coloro che promuovono una visione di Cristo presumibilmente positiva e autentica allontanano i loro ascoltatori dal Salvatore, e questa è la base del nostro rifiuto.   Abate Renaud di Sainte-Marie   NOTE 1) https://www.rcf.fr/articles/vie-spirituelle/henri-bergson-penseur-de-la-religion 2) Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel tempo presente Gaudium et Spes, 1965, n. 16. 3) Lettera apostolica in forma di Motu Proprio Ad theologiam promovendam, 1 novembre 2023. 4) Ibidem. 5) Riassunto dell’intervista di Leone XIV a Elise Ann Allen, a cura del sito web Vatican News, vedi www.vaticannews.va/fr/pape/news/2025–09/pape-leon-chine-polorisation-ponts-eglise-femmes-saint-siege.html 6) Le due fonti della moralità e della religione , IV.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News    

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Mons. Schneider: le generazioni future rimpiangeranno le scomuniche della FSSPX

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Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Athanasius Schneider pubblicato per la prima volta il 4 giugno dalla vaticanista Diane Montagna sul suo Substack.

 

La questione centrale riguardante la Compagnia di San Pio X

 

Le questioni e i problemi relativi alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) sono stati oggetto di un dibattito in gran parte infruttuoso per oltre cinquant’anni e sono ora culminati nelle consacrazioni episcopali annunciate, che non sono ancora state approvate dalla Santa Sede. La discussione è stata alimentata dalle emozioni – spesso letteralmente «cum ira et studio» – ed è frequentemente condotta da individui che non hanno familiarità diretta con i documenti pertinenti o esperienza personale della FSSPX. In molti casi, la loro conoscenza è superficiale e influenzata da pregiudizi. Di conseguenza, il dibattito assomiglia spesso a un dialogo tra sordi, in cui gli stessi argomenti vengono ripetuti all’infinito senza alcun progresso significativo.

 

Inoltre, il dibattito elude in gran parte la questione centrale sollevata dalla FSSPX. Questa lacuna deriva da un errore metodologico fondamentale e dalla mancanza di una giustificazione basata sui fatti riguardo alle ambiguità dottrinali e liturgiche oggettive che sono al centro della controversia. In sostanza, il conflitto ruota attorno alla questione della verità.

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1. Il Concilio Vaticano II nel contesto degli altri venti concili ecumenici

Il primo errore consiste nel trattare un concilio pastorale – in questo caso, il Concilio Vaticano II – come se fosse interamente dogmatico, presumendo che tutte le sue affermazioni debbano essere considerate definitivamente proposte e vincolanti per tutti i cattolici. Chi agisce in tal modo trascura che lo stesso Paolo VI affermò: «C’è chi si chiede quale autorità, quale qualificazione teologica il Concilio intendesse dare ai suoi insegnamenti, sapendo che ha evitato di emanare solenni definizioni dogmatiche che implicassero l’infallibilità del Magistero ecclesiastico.

 

La risposta è nota a chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare, in modo straordinario, dogmi dotati di nota di infallibilità» (Udienza generale, 12 gennaio 1966). Ciò vale anche per le due costituzioni «dogmatiche» del Concilio, Dei Verbum e Lumen gentium, poiché l’aggettivo «dogmatico» possiede un significato più ampio e non si limita ai dogmi intesi come insegnamenti dotati di infallibilità.

 

Tra gli altri venti concili ecumenici, si trovano numerose dichiarazioni e documenti pastorali o disciplinari che oggi non sono più applicabili (ad esempio, il decreto del Concilio Lateranense IV che afferma: «se un signore temporale trascura di purificare il suo territorio dalla sporcizia eretica, sarà vincolato dal vincolo della scomunica»), così come dichiarazioni dottrinali non definitive (ad esempio, sulla materia e la forma del sacramento dell’Ordine sacro del Concilio di Firenze) che sono state successivamente corrette dal Magistero della Chiesa. Non si può assolutizzare ogni concreta forma storica di leadership della Chiesa, perché così facendo si eliminerebbe la necessaria distinzione tra, da un lato, le immutabili e durature verità della fede (Depositum Fidei) e, dall’altro, le diverse modalità con cui tali verità vengono trasmesse (ad esempio, una dichiarazione pastorale, una dichiarazione dottrinale non definitiva o una definizione ex cathedra), ognuna delle quali ha un diverso grado di autorità e forza vincolante.

 

Oggi, tuttavia, per essere in piena comunione con la Santa Sede, è necessario accettare quelle affermazioni e quegli insegnamenti del Concilio Vaticano II che sono pastorali e certamente non definitivi nella loro natura magisteriale. Ciò solleva un interrogativo importante: perché l’accettazione incondizionata dei testi del Vaticano II viene presentata come una conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede, mentre non esiste un requisito analogo per quanto riguarda gli insegnamenti pastorali, disciplinari o non definitivi dei venti concili ecumenici precedenti?

 

Tra gli insegnamenti non definitivi del Concilio Vaticano II ve ne sono diversi – in particolare quelli riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la collegialità – le cui formulazioni sono ambigue e difficili da conciliare con le dottrine insegnate in modo coerente dal Magistero dall’epoca dei Padri della Chiesa fino al periodo immediatamente precedente il Concilio.

 

Si pone inoltre la questione delle carenze rituali e dottrinali del Novus Ordo Missae. Tali preoccupazioni non possono più essere liquidate con leggerezza, come dimostra, ad esempio, la testimonianza dell’Archimandrita Bonifacio Luykx nel suo libro A Wider View of Vatican II: Memories and Analysis of a Council Consultor (Angelico Press, Brooklyn, Nuova York, 2025). I difetti del Novus Ordo Missae restano oggetto di seria discussione e non possono essere semplicemente ignorati. Ciononostante, la Santa Sede chiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare non solo la validità, ma anche la legittimità e la bontà della riforma liturgica introdotta dal Novus Ordo Missae.

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2. Due eccessi moderni nella vita della Chiesa: il legalismo e il papalcentrismo

La risoluzione della questione della Fraternità Sacerdotale San Pio X è ostacolata non solo dalla riluttanza ad affrontare, con onestà intellettuale, le questioni dottrinali di fondo e a riconoscere l’esistenza di ambiguità dottrinali che necessitano di correzione, ma anche da una mentalità malsana che si è sviluppata all’interno della Chiesa negli ultimi secoli: ovvero, il primato del legalismo o positivismo giuridico, unitamente a un eccessivo papalcentrismo che rasenta la quasi divinizzazione sia dell’ufficio che della persona del papa.

 

Queste esagerazioni moderne distorcono e limitano la vita della Chiesa, subordinando il primato della purezza e della chiarezza della fede e della liturgia alle esigenze del legalismo e del papatocentrismo, un fenomeno estraneo ai Padri della Chiesa e alla grande tradizione. In questa forma esagerata di papatocentrismo, il papa e il suo magistero, anche quando non sono strettamente dogmatici o definitivi, tendono ad essere trattati come se possedessero un carattere assoluto e quasi divino. Il clima ecclesiale è stato spesso plasmato, almeno implicitamente, da presupposti che si avvicinano a tali atteggiamenti.

 

La maggior parte dei commentatori sulla controversia in corso relativa alle consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X rimane, spesso inconsapevolmente, influenzata dagli eccessi di legalismo e dall’esagerato papalismo che caratterizzano gran parte della vita ecclesiale contemporanea. La legge secondo cui le consacrazioni episcopali effettuate senza autorizzazione papale – o contrarie alla volontà espressa del Papa – costituiscono un atto scismatico, era estranea all’epoca dei Padri della Chiesa. Infatti, questa legge è entrata in vigore solo nel secondo millennio.

 

Il canone 1387 del Codice di Diritto Canonico del 1983, che proibisce la consacrazione di un vescovo senza mandato pontificio, è classificato tra le «offese contro i Sacramenti», piuttosto che tra le «offese contro la fede e l’unità della Chiesa«, dove lo scisma è sanzionato (can. 1364). Se la consacrazione episcopale senza mandato pontificio fosse intrinsecamente scismatica, sarebbe collocata tra le offese «contro l’unità della Chiesa». Il canone corrispondente nel Codice del 1917 fu ugualmente incluso tra i «Delitti nell’amministrazione e nella ricezione degli ordini e degli altri sacramenti» (Titolo XVI), anziché tra i «Delitti contro la fede e l’unità della Chiesa» (Titolo XI).

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3. Lo straordinario stato di crisi, e persino di emergenza, nella Chiesa

Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha vissuto un clima di generale ambiguità, vaghezza e incertezza riguardo a dottrine importanti come l’unicità di Cristo Redentore, l’unicità della Chiesa cattolica, la struttura monarchica della Chiesa divinamente stabilita (a livello universale e locale) e il carattere sacrificale della Santa Messa. È inequivocabilmente evidente che coloro che hanno detenuto il potere amministrativo nella Santa Sede negli ultimi decenni, e che tuttora lo detengono, esigono dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X come condizione sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede, l’accettazione del clima di fatto di ambiguità dottrinale e liturgica e di relativismo, che ha raggiunto il suo apice con l’attuale, estremamente confuso, processo sinodale in tutta la Chiesa.

 

Dal Concilio, con alcuni dei suddetti insegnamenti ambigui, è in corso un processo per istituire, con l’autorità del Romano Pontefice, una cosiddetta «Chiesa del Vaticano II» o «Chiesa conciliareù. Questa tendenza, oggi denominata «Chiesa sinodale», mira fondamentalmente a essere una religione relativista adattata al mondo. I tentativi di mascherare questa nuova tendenza verso una forma ambigua, relativistica e mondana della Chiesa cattolica attraverso un’ermeneutica della continuità sono disonesti e poco convincenti.

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4. Il dilemma di coscienza della Fraternità Sacerdotale San Pio X

La Santa Sede richiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare dottrine formulate in modo ambiguo e non definitive come conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede e per ricevere la regolarizzazione canonica. Tra queste figurano insegnamenti riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso (inclusa, ad esempio, l’affermazione della Lumen Gentium 16 secondo cui i musulmani, insieme ai cattolici, «adorano l’unico e misericordioso Dio»), la collegialità episcopale (intesa in un modo che sminuisce la struttura monarchica della Chiesa divinamente istituita) e le riforme liturgiche associate al Novus Ordo Missae.

 

La Santa Sede richiede inoltre alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di riconoscere formalmente le dichiarazioni e gli insegnamenti dei papi post-conciliari che appartengono al cosiddetto magistero autentico e quotidiano. Tra questi, ad esempio, alcune affermazioni contenute in Amoris Laetitia che minano seriamente e addirittura contraddicono la Divina Rivelazione; il permesso formale di papa Francesco per le persone divorziate e risposate di ricevere la Santa Comunione; e la Dichiarazione sulle benedizioni per le coppie dello stesso sesso, Fiducia Supplicans .

 

Se si esamina con onestà intellettuale la straordinaria crisi che ha afflitto la Chiesa dal Concilio in poi, insieme alle ambiguità e al relativismo dottrinale, liturgico e pastorale che l’hanno accompagnata, allora l’esistenza e l’attività della Fraternità Sacerdotale San Pio X possono essere viste, in una prospettiva di lungo termine e alla luce della storia bimillenaria della Chiesa, come un’opera della divina provvidenza e come una fonte di aiuto per la Chiesa durante una crisi di portata senza precedenti.

 

Nella lettura dei recenti documenti pubblicati dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, padre Davide Pagliarani, in particolare la Dichiarazione di Fede Cattolica e il suo Messaggio alla Fraternità e ai suoi fedeli (allegati qui di seguito), non si può non notare uno spirito profondamente cattolico, permeato da una vera fede nel primato papale e da una devozione filiale verso la persona del sommo pontefice.

 

Il problema che la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova ad affrontare non è difficile da comprendere. La Santa Sede richiede che la Fraternità accetti, senza obiezioni sostanziali, alcuni insegnamenti oggettivamente ambigui e non definiti del Concilio Vaticano II, affermazioni ambigue del magistero papale post-conciliare e oggettive lacune dottrinali e rituali nel Novus Ordo. Eppure Dio non ha mai richiesto l’accettazione di dottrine poco chiare o formulate in modo ambiguo, e nel corso della sua storia la Chiesa ha sempre agito di conseguenza.

 

La Fraternità Sacerdotale San Pio X considera uno dei suoi scopi essenziali quello di invocare, con parrhesia , un ritorno all’assoluta chiarezza e purezza dottrinale che la Chiesa ha sempre cercato di preservare nel corso dei secoli. In passato, i pontefici romani hanno sopportato persecuzioni, martiri e persino scismi piuttosto che tollerare la minima ambiguità nell’espressione della fede.

 

Tra gli esempi più significativi si annoverano il rifiuto del termine ambiguo homoiousios; il rifiuto dell’Henotikon, che, pur non essendo formalmente eretico, minava la chiarezza della dottrina cristologica e facilitava la diffusione del monofisismo; e il rifiuto delle ambigue formulazioni cristologiche di papa Onorio I (+638). Diversi papi condannarono Onorio I postumo, non per eresia, ma per ambiguità dottrinale e per aver favorito la diffusione dell’eresia. L’unità non è, di per sé, il criterio ultimo di verità. La storia della Chiesa conosce numerose situazioni in cui sono esistite tensioni tra la tradizione e l’effettivo esercizio dell’autorità ecclesiastica.

 

Il fatto stesso che certi insegnamenti del Concilio Vaticano II, unitamente alla riforma liturgica, abbiano dato luogo – e continuino a dare luogo, sia in teoria che in pratica – a un indebolimento della chiarezza dottrinale, obbliga il papa, seguendo l’esempio di molti dei suoi eroici predecessori, a chiarire e, ove necessario, emendare tali insegnamenti. Ciò deve essere fatto con una rinnovata precisione e chiarezza dottrinale tale da non lasciare spazio ad interpretazioni ambigue o erronee.

 

A questo proposito, il seguente principio, che da tempo guida i romani pontefici, rimane più attuale che mai: «In un Sinodo (Concilio) non si può mai tollerare l’ambiguità, la cui gloria principale consiste soprattutto nell’insegnare la verità con chiarezza ed escludere ogni pericolo di errore» (Pio VI, Auctorem fidei).

 

La tragedia della situazione attuale è che la Santa Sede richiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare l’attuale stato di ambiguità dottrinale e liturgica come conditio sine qua non per la piena comunione e la regolarizzazione canonica. Durante la controversia monotelita, quando papa Onorio I adottò una posizione ambigua, il santo Patriarca Sofronio di Gerusalemme inviò a Roma il suo suffraganeo, Stefano, vescovo di Dor, con l’incarico di recarsi alla Sede Apostolica, dove si trovano i fondamenti della dottrina ortodossa, e di non cessare di pregare e supplicare finché le autorità non avessero esaminato e condannato il nuovo errore. Il vescovo Stefano rimase a Roma per dieci anni, perseverando in questa missione fino a quando non assistette alla condanna dell’eresia da parte di papa Martino I al Concilio Lateranense del 649.

 

In un certo senso, la Fraternità Sacerdotale San Pio X sta svolgendo oggi un ruolo simile, sollecitando incessantemente la Santa Sede a porre fine alla situazione di ambiguità e incertezza dottrinale e liturgica. La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha ripetutamente dichiarato di non avere altro scopo se non quello di formare le anime affidate alla sua cura pastorale affinché diventino buoni cristiani e veri figli e figlie della Chiesa Romana. In definitiva, si dovrebbe essere grati alla Fraternità San Pio X per questo ruolo, e certamente lo saranno i futuri papi.

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5. La soluzione pastorale del papa al problema della Fraternità Sacerdotale San Pio X

La Santa Sede dovrebbe tenere in debita considerazione la Dichiarazione di Fede Cattolica e il Messaggio ai Fedeli emanati dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, e riconoscere tali documenti e atti come sufficienti e conformi alle condizioni minime per la comunione ecclesiale. Una scomunica in questo momento aprirebbe una nuova, inutile e evitabile ferita nel Corpo Mistico di Cristo.

 

Alla luce di questi documenti e atti della FSSPX, il papa, con il suo cuore paterno, potrebbe fare un’eccezione e permettere le consacrazioni episcopali attraverso un gesto pastorale di vera generosità. Imponendo la scomunica ai vescovi consacranti e consacrati, il sommo pontefice punirebbe implicitamente anche i fedeli della FSSPX – una parte del suo gregge – che lo amano e lo riconoscono sinceramente, ma che, a causa di quello che percepiscono come un autentico dilemma di coscienza, non vedono altra alternativa se non quella di continuare ad essere assistiti pastoralmente dalla FSSPX, per la cui esistenza l’episcopato rimane indispensabile, in particolare per l’amministrazione dei sacramenti dell’Ordine sacro e della Confermazione.

 

Pertanto, unicamente per il bene delle anime e per il bene della Chiesa, la Fraternità Sacerdotale San Pio X chiede al sommo pontefice di mostrare comprensione, nelle circostanze attuali, per la sua necessità di avere vescovi e di consentire le consacrazioni episcopali. Purtroppo, nonostante quello che considera un oggettivo dilemma di coscienza, la Fraternità Sacerdotale San Pio X è, per la maggior parte, caratterizzata come scismatica e orgogliosa.

 

Con spirito di magnanimità, il sommo pontefice, da vero padre, potrebbe costruire un ponte verso la Fraternità Sacerdotale San Pio X, questa parte del suo gregge, e consentire le consacrazioni episcopali in via eccezionale, al fine di favorire un clima in cui, attraverso una maggiore fiducia reciproca, si possa trovare con pazienza e gradualità una soluzione alle questioni dottrinali e ai corrispondenti assetti giuridici.

 

La Chiesa sinodale dei nostri giorni dovrebbe essere capace di tale ampiezza e generosità pastorale. Alla luce delle numerose e generose dichiarazioni e iniziative ecumeniche degli ultimi decenni, dovrebbe altresì dimostrare la sua capacità di affrontare un grave problema ecclesiale attraverso il dialogo, la pazienza e la comprensione all’interno della Chiesa cattolica.

 

Di recente, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha affermato che, riguardo alle deviazioni dei vescovi tedeschi, la Santa Sede non desidera che le divisioni degenerino in misure punitive, sottolineando che i problemi all’interno della Chiesa dovrebbero, ove possibile, essere risolti pacificamente.

 

Perché questo approccio non dovrebbe essere applicato anche alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, che non rinnega alcun dogma, riconosce il primato del papa, prega per lui e gli professa devozione filiale, pur conservando solo ciò che la Chiesa ha creduto e celebrato universalmente fino al Concilio?

 

Allo stesso tempo, il Cammino Sinodale Tedesco ha avanzato chiare deviazioni dottrinali che promuovono di fatto eresie e persino posizioni blasfeme. Perché, dunque, si dovrebbe dare importanza alla riconciliazione e al dialogo paziente in un caso e non nell’altro?

 

Se quest’anno il papa dovesse pronunciare una scomunica, un nuovo anatema, nei confronti dei vescovi consacranti e consacrati, ciò passerebbe alla storia della Chiesa come un errore di eccessiva severità pastorale. Le generazioni future e i futuri papi se ne pentirebbero.

 

Perché il papa dovrebbe fare oggi ciò che le generazioni future potrebbero rimpiangere domani? Non dovremmo forse imparare dalla storia?

 

Il papa, in quanto sommo pontefice, non è forse chiamato soprattutto a essere costruttore di ponti?

 

+ Athanasius Schneider

vescovo

 

Allegati

1) Intervista al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 5 febbraio 2026.

2) Un messaggio ai fedeli e agli amici della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 7 marzo 2026.

3) Dichiarazione di fede cattolica indirizzata a Sua Santità Papa Leone XIV da Padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Società Sacerdotale di San Pio X, del 14 maggio 2026.

 

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Immagine di Fr Lawrence Lew, OP, via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

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Spirito

Mons. Aguer elogia la rinascita della Messa in latino tra i giovani e dice: l’inventore della Messa nuova era massone

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Héctor Agüer, vescovo emerito di La Plata, Argentina, apparso sul sito Rorate Coeli.   I media e, soprattutto, i social network segnalano che in diversi paesi europei, in particolare tra i giovani, la «Messa tradizionale» viene vissuta con fervore, accompagnata da numerose processioni e pellegrinaggi. Le folle giovanili che hanno fatto rivivere il tradizionale pellegrinaggio Parigi-Chartres hanno attirato grande attenzione, con un’età media di 22 anni. Si tratta di un recupero della tradizione cattolica, soffocata in quei paesi dal liberalismo, dal progressismo e dall’ateismo.   La «Messa Tradizionale» può essere definita tale perché risale al VII e VIII secolo [in realtà, al IV e V secolo, ndt] e rimase in vigore per secoli almeno fino al Concilio di Trento, che la rivide e la ripubblicò affinché giungesse fino ai giorni nostri. Essenziale per essa è la sua identificazione con il Sacrificio della Croce, istituito come Sacramento del Sacrificio durante l’Ultima Cena di Gesù con i suoi Apostoli.   Questo Sacramento è il mistero della Passione e Resurrezione, consacrato dallo Spirito Santo. La Messa è rivolta alla Gloria del Dio Trino, al quale offre il Sacrificio di Gesù. Nella Chiesa Cattolica, viene offerta come oblazione di pane e vino, che, attraverso le immutabili parole della Consacrazione, diventano il Corpo e il Sangue di Gesù, cibo di immortalità per i fedeli.

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La Messa ha definito il Cattolicesimo dal Concilio di Trento al Concilio Vaticano II. Durante il pontificato di Paolo VI (Giovanni Battista Montini), successore del breve pontificato di Giovanni XXIII (che aveva convocato il Concilio Ecumenico), venne creata una nuova Messa. Si sarebbero potute apportare alcune modifiche alla «Messa Tradizionale», come era stato fatto durante la sua esistenza plurisecolare. Ma no; il Vaticano II cercò di rinnovare tutto, e una nuova Messa doveva nascere dal suo spirito. Sempre valida, certamente; ma non priva di ambiguità che furono lasciate alla discrezione dei celebranti.   L’autore della nuova messa fu l’arcivescovo Annibale Bugnini, riconosciuto come massone secondo documenti inconfutabili, sebbene in segreto, in accordo con la natura stessa della massoneria. In essa, il sacerdote si pone di fronte al popolo; le letture bibliche sono moltiplicate e, nel tempo, sono state autorizzate diverse Preghiere Eucaristiche, che ricreano il Canone Unico della «Messa Tradizionale». Sembrerebbe che nella messa di Paolo VI e di Bugnini, il sacerdote che celebra il rito debba sforzarsi di rivolgersi a Dio e di assicurarsi che i fedeli non si confondano.   Gli scopi della Messa sono molteplici, ma quello latreutico – l’adorazione e la lode di Dio – è il primario; senza dubbio, la preghiera e la comunione arricchiscono il Popolo di Dio. Questa è la Messa che celebro, nella quale sono stato ordinato quasi 54 anni fa; lo faccio con la massima devozione possibile. Ricordo però che da bambino, da chierichetto, partecipavo regolarmente alla «Messa Tradizionale», un rito che non è mai stato invalidato e che ha accompagnato quello di Paolo VI fino ad oggi, e che, come ho detto all’inizio, viene riscoperto con entusiasmo dai giovani.   Pellegrinaggi come quello di Parigi-Chartres, e quelli di Rawson-Luján (Argentina), Oviedo-Covadonga (Spagna), Roma-Subiaco (Italia), e altri che stanno nascendo qua e là, ci parlano di qualcosa di innegabile: l’ortodossia e la Tradizione godono di buona salute e sono una garanzia per il futuro.   Bisognerebbe prendere esempio da un certo vescovo che è entrato in Messa su uno skateboard, o da alcuni sacerdoti che si travestono da clown durante le celebrazioni. Tali oltraggi possono solo innescare un effetto domino.   Come giustamente insegna la Chiesa, «nessuno, neanche se sacerdote, può aggiungere, togliere o cambiare nulla» di ciò che è stabilito nei libri liturgici.   Non si tratta di creatività, ma di fedeltà.   +Héctor Agüer Emerito di La Plata, Argentina   1° giugno 2026 Festa di San Giustino, martire.

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