Politica
Il leader FPO accusa il presidente austriaco di ignorare la volontà popolare
Il Partito della Libertà d’Austria (FPÖ) ha fatto importanti progressi elettorali domenica 13 ottobre, classificandosi secondo alle elezioni regionali nel Vorarlberg, la regione più occidentale dell’Austria. Il partito ha raccolto più di un quarto dei voti, il 28,2%, il suo miglior risultato di sempre nello stato, raddoppiando i suoi numeri rispetto al 2019.
Il vincitore è stato il Partito Popolare Austriaco (ÖVP), il cui sostegno è sceso di cinque punti percentuali rispetto alle ultime elezioni; ha ottenuto il 38,4% dei voti. È una delusione per il partito che ha subito il suo peggior risultato di sempre nella regione, che ha governato ininterrottamente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Anche se è probabile che l’ÖVP continuerà a governare in una coalizione con i Verdi, arrivati terzi con il 12,3%, le elezioni sono un ulteriore segnale che l’equilibrio di potere nella politica austriaca si sta spostando verso destra e, al momento, è il FPÖ ad avere maggiore slancio.
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Solo due settimane fa, l’FPÖ ha vinto le elezioni nazionali per la prima volta nella sua storia, conducendo una campagna incentrata sul rafforzamento delle politiche di asilo e sul blocco dell’immigrazione illegale. Il partito ha rivendicato il suo diritto a formare un governo, ma non ha la maggioranza in parlamento e gli altri partiti non sono disposti a collaborare con lui.
Il presidente austriaco Alexander Van der Bellen ha dichiarato la scorsa settimana che, contrariamente alla tradizione, non avrebbe dato all’FPÖ il mandato di formare un governo, dichiarando:
«È una situazione del tutto nuova quella in cui nessun altro partito vuole governare con un vincitore delle elezioni».
Il presidente ha chiesto ai leader dei tre partiti più grandi (FPÖ, ÖVP al governo e i Socialdemocratici (SPÖ), al terzo posto all’opposizione) di provare a rompere da soli la «situazione di stallo».
Herbert Kickl (FPÖ), il cancelliere Karl Nehammer (ÖVP) e Andreas Babler (SPÖ) si incontreranno martedì per avviare i negoziati.
Parlando in una conferenza stampa lunedì, Kickl ha sostenuto che era «chiarissimo» che il suo partito aveva vinto le elezioni nazionali e che avrebbe dovuto ricevere il compito di cercare di formare una coalizione.
Kickl ha criticato il presidente per aver infranto una tradizione decennale non affidando all’FPÖ la formazione del governo e ignorando la volontà degli elettori, che vogliono una «solida coalizione di centro-destra» con l’FPÖ al timone e l’ÖVP come partner minore.
Se Van der Bellen fosse stato davvero convinto che il Partito della Libertà non avesse alcuna possibilità di far parte del prossimo governo, il presidente avrebbe potuto immediatamente incaricare il Partito Popolare, secondo in classifica, di avviare i negoziati per la coalizione, ha sostenuto Kickl.
I tentativi di mettere da parte il suo partito sembrano aver irritato gli elettori e spinto molti di loro a schierarsi a sostegno dell’FPÖ. Secondo gli ultimi sondaggi d’opinione, l’FPÖ, ha ora il sostegno del 33% dell’elettorato, cinque punti percentuali in più rispetto al risultato di due settimane fa.
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Il Kickl è uno stretto alleato del primo ministro ungherese Vittorio Orban, un altro estremista dell’immigrazione e oppositore degli aiuti militari all’Ucraina. L’FPO, il partito Fidesz di Orban e il partito di opposizione ceco ANO hanno formato un’alleanza al Parlamento Europeo a giugno. Orban ha giurato che il gruppo, chiamato Patrioti per l’Europa, «diventerà molto rapidamente la fazione più grande della destra europea».
Come riportato da Renovatio 21, l‘FPO vuole nominare un commissario per la remigrazione degli immigrati irregolari in Austria.
Due anni fa l’ex vice cancelliere austriaco Heinz-Christian Strache aveva dichiarato che le sanzioni alla Russia stavano producendo «insolvenze e fallimenti di massa» in Europa.
Il Kickl ha assunto una posizione rigida contro la risposta draconiana del governo di Vienna alla pandemia di COVID-19, opponendosi alla vaccinazione e partecipando alle proteste anti-lockdown. È stato criticato da alcuni suoi compagni di partito per il suo rifiuto di indossare una maschera nel Consiglio nazionale.
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Immagine di Ivan Radic via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Politica
L’Iran sceglie il successore di Khamenei: chi erano i candidati?
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Immagine Tasnim News Agency via Wikimedia CC BY-SA 4.0
Mojtaba Khamenei
Il principale candidato e secondogenito del defunto leader, Mojtaba, è stato ora ufficialmente dichiarato nuovo leader supremo del Paese. Ha studiato teologia a Qom e ha combattuto come giovane volontario durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta. Si ritiene che Mojtaba abbia stretti legami con figure di spicco della Guardia Rivoluzionaria. Tuttavia, esperti russi hanno sottolineato che il defunto aiatollà era contrario alla nomina del suo secondo figlio come successore, sottolineando che ciò contraddiceva i principi fondamentali della Repubblica Islamica. Inoltre, Mojtaba non possiede un rango teologico sufficientemente elevato, requisito obbligatorio per diventare il nuovo leader.
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Alireza Arafi
Al di fuori degli ambienti clericali iraniani, l’ayatollah Alireza Arafi non è un nome molto noto, ma, in quanto alto esponente del clero profondamente radicato nelle istituzioni religiose iraniane, merita maggiore attenzione, come sottolineano gli esperti. Nato nel 1959, Arafi proviene da una famiglia ecclesiastica della provincia centrale iraniana di Yazd. Si dice che gli Arafi fossero zoroastriani convertiti all’Islam solo nel XIX secolo. Alireza Arafi è stato nominato membro giurista del Consiglio direttivo dell’Iran, l’organismo incaricato di svolgere il ruolo di guida suprema dopo la morte di Khamenei, ruolo che ricoprirà finché l’Assemblea degli esperti non eleggerà un nuovo leader. Membro religioso del Consiglio dei Guardiani, Arafi è entrato a far parte del Consiglio direttivo temporaneo insieme al presidente Masoud Pezeshkian e al giudice capo Gholamhossein Mohseni Ejei.
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Sadeq Larijani
Un altro potenziale candidato era il fratello di Ali Larijani, Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. L’ayatollah Sadeq Larijani, ex capo della magistratura, non è un personaggio di spicco come altri religiosi, ma ha ricoperto la carica di presidente della Corte Suprema e ha fatto parte di organi chiave come il Consiglio dei Guardiani (che esamina la legislazione e approva i candidati) e il Consiglio per il Discernimento delle Opportunità (che risolve le controversie tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani e fornisce consulenza alla Guida Suprema in materia di politiche).Aiuta Renovatio 21

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Hassan Khomeini
Un candidato degno di nota per la sua discendenza era Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini. Il cinquantatreenne ricopre un ruolo simbolicamente importante in quanto custode del mausoleo del nonno nel sud di Teheran. Non ha mai ricoperto incarichi governativi. Era percepito come un moderato per la sua associazione con i riformisti, sempre più emarginati dal potere sotto Khamenei. Khomeini ha stretti legami con i riformisti, tra cui gli ex presidenti Mohammed Khatami e Hassan Rouhani, che hanno entrambi perseguito politiche di dialogo con l’Occidente durante il loro mandato.
Immagine Tasnim News Agency via Wikimedia CC BY-SA 4.0
Mehdi Mirbagheri
Anche il religioso estremista Mohammad Mehdi Mirbagheri, figura di spicco dell’Assemblea degli esperti composta da 88 membri, sarebbe stato un possibile candidato, a causa del suo allineamento ideologico con le fazioni più conservatrici del sistema politico iraniano.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Politica
Mojtaba Khamenei nominato prossimo leader supremo dell’Iran
Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah Ali Khamenei, è stato designato come prossimo leader supremo dell’Iran.
Ali Khamenei ha guidato l’Iran dal 1989 fino al momento della sua morte, verificatasi durante la prima ondata di attacchi americani e israeliani su Teheran, il 28 febbraio.
L’Assemblea degli esperti iraniana, organo responsabile di valutare e scegliere la Guida suprema, ha comunicato lunedì che Mojtaba Khamenei è stato selezionato «dopo deliberazioni precise e approfondite».
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L’assemblea ha rivolto un invito «alla nobile nazione dell’Iran, in particolare alle élite e agli intellettuali dei seminari e delle università, a giurare fedeltà» al nuovo leader, al quale spetta il compito di sostenere il sistema di governo islamico che ha preso il posto dello scià dopo la rivoluzione del 1979.
Nato nel 1969, Mojtaba è il secondo dei sei figli di Ali Khamenei. In gioventù ha partecipato come volontario alla guerra Iran-Iraq negli anni ’80 e in seguito ha intrapreso studi religiosi a Qom, una delle città più sacre dell’Iran e importante polo della teologia sciita.
La sorella di Mojtaba e diversi altri familiari sono rimasti uccisi nel medesimo attacco aereo in cui ha perso la vita il padre. Secondo i media israeliani, Mojtaba sarebbe rimasto ferito durante quell’attacco.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (I pasdaran), tramite il suo organo mediatico Sepah, ha espresso fedeltà al nuovo leader supremo.
Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, ha ringraziato l’Assemblea degli esperti per essersi riunita nonostante i persistenti attacchi aerei, tra cui quello avvenuto la settimana scorsa contro la sede centrale dell’assemblea a Qom, dichiarando che la scelta del nuovo leader supremo si è svolta in maniera rapida e ordinata, malgrado «gli inganni dei nemici che speravano in una situazione di stallo» dopo la scomparsa di Ali Khamenei.
La nomina di Mojtaba Khamenei giunge in un momento in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che non vi sarà alcun accordo con l’Iran per porre fine alla guerra se non attraverso la resa incondizionata.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Politica
Trump caccia Tucker Carlson dal MAGA
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