Geopolitica
I Paesi arabi rifiutano la proposta di Trump sui profughi di Gaza
Un gruppo di Paesi arabi si è espresso contro la proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di trasferire i palestinesi di Gaza nei vicini Egitto e Giordania.
Trump ha affermato la scorsa settimana che Gaza è stata trasformata in «letteralmente un sito di demolizione» dai combattimenti tra Israele e Hamas, e che la soluzione migliore è «semplicemente ripulire tutto», promettendo di «coinvolgere alcune nazioni arabe e costruire alloggi per la popolazione in un luogo diverso dove penso che potrebbero forse vivere in pace per una volta».
Secondo il presidente degli Stati Uniti, il trasferimento «potrebbe essere temporaneo» o «a lungo termine». La popolazione gazana conta circa di 2,3 milioni di persone.
A seguito di un incontro dei massimi diplomatici tenutosi al Cairo sabato, Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, l’Autorità Nazionale Palestinese e la Lega Araba hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, affermando di «respingere fermamente… lo spostamento dei palestinesi attraverso l’espulsione diretta o la migrazione forzata».
Tali azioni «minaccerebbero la stabilità della regione, rischierebbero di espandere il conflitto e comprometterebbero le prospettive di pace e coesistenza tra i suoi popoli», si legge nella dichiarazione.
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Le nazioni arabe hanno affermato di non vedere l’ora di lavorare con Trump per «raggiungere una pace giusta e globale in Medio Oriente, basata sulla soluzione dei due Stati» tra Israele e palestinesi, chiedendo alla comunità internazionale di contribuire a un piano di ricostruzione globale per Gaza, per garantire la permanenza dei palestinesi lì.
La scorsa settimana, il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sissi ha sottolineato che il trasferimento dei palestinesi «non potrà mai essere tollerato o consentito». Anche il ministro degli esteri giordano, Ayman Safadi, ha espresso la «ferma e incrollabile» opposizione del suo Paese a tale mossa.
Poco dopo l’escalation tra Israele e Hamas nell’ottobre 2023, la precedente amministrazione del presidente statunitense Joe Biden suggerì che l’Egitto accogliesse i palestinesi di Gaza, ma le nazioni arabe respinsero l’idea.
Circa 47.500 palestinesi sono stati uccisi e oltre 111.500 sono rimasti feriti durante i 15 mesi di attacchi israeliani a Gaza, secondo gli ultimi dati del ministero della Salute dell’enclave. I dati delle Nazioni Unite suggeriscono che il 90% della popolazione di Gaza è stata sfollata a causa dei combattimenti.
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Immagine del 2014 di United Nations Photo via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Geopolitica
Netanyahu porta all’ONU un cercapersone assassino
Netanyahu: “Remember the beepers (pagers)? Hezbollah certainly remembers” pic.twitter.com/W11O0YdjeR
— Israel National News – Arutz Sheva (@ArutzSheva_En) September 24, 2026
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Netanyahu ha tenuto un tono di sfida per tutto il discorso, definendo «codardi morali» i delegati che se ne sono andati e attaccando diversi critici regionali e internazionali di Israele, definendo il presidente turco Recep Tayyip Erdogan un «tiranno» e accusando il Qatar di tentare di «fare il lavaggio del cervello» ai giovani americani e ha predetto che il governo iraniano alla fine cadrà. Il premier dello Stato Giudaico ha inoltre alzato un terminale Starlink, dicendo che lo avrebbe lasciato a disposizione della delegazione iraniana perché lo usasse quando i suoi membri «inevitabilmente disertassero». Nel novembre 2024 Netanyahu confermò pubblicamente il ruolo di Israele nell’attacco con i cercapersone, mentre il suo portavoce dichiarò che il primo ministro lo aveva approvato personalmente. Due ex alti funzionari del Mossad rivelarono in seguito alla CBS che l’agenzia di Intelligence israeliana aveva impiegato anni a preparare l’operazione, usando società di comodo per inserire di nascosto gli esplosivi nella catena di approvvigionamento di Hezbollah. Durante un incontro alla Casa Bianca nel febbraio 2025, Netanyahu ha donato al presidente degli Stati Uniti Donald Trump un cercapersone placcato in oro e uno normale, in riferimento all’attentato. Secondo quanto riportato, Trump lo definì «una grande operazione». Molti, tuttavia, videro nel gesto una tracotante, e neanche tanto celata, minaccia da parte del vertice dello Stato Ebraico a quello americano.Delegations from more than 70 countries walked out of the United Nations General Assembly hall.
No one wants to listen to the words of a war criminal and a killer of the children of #Gaza. pic.twitter.com/UWSwxeOmen — Iran in India (@Iran_in_India) September 24, 2026
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Geopolitica
«Annientare» l’Iran: la minaccia nel discorso all’ONU di Trump
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di «annientare» l’Iran nel caso in cui i negoziati fallissero, sostenendo di trovarsi di fronte a una «decisione importante» e prevedendo che nessun accordo con Teheran arriverà prima delle elezioni di medio termine americane di novembre.
Martedì, parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, Trump ha difeso il conflitto che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran e ha accusato Teheran di far slittare volutamente un’intesa.
«Ma devo prendere una decisione importante. Si raggiungerà un accordo con l’Iran che permetta loro di ricostruire e creare un Paese di gran lunga più grande di quanto non sia mai stato prima?», ha chiesto Trump, prima di indicare l’alternativa: «Oppure anniento la Repubblica islamica, e lo faccio in fretta?».
«Dovrei forse condurli all’inferno, senza alcuna possibilità di sopravvivenza e senza speranza di grandezza futura o di generazioni a venire?», ha proseguito.
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Trump ha comunque detto di ritenere che un accordo sarebbe stato raggiunto «subito dopo le elezioni». Più avanti nel discorso ha aggiunto che Washington e Teheran «ci sarebbero sicuramente riuscite… in un modo o nell’altro».
Il presidente americano ha invitato altri Paesi a unirsi agli Stati Uniti nell’imporre il «completo isolamento economico» dell’Iran finché Teheran non accetterà le condizioni poste da Washington.
I membri della delegazione iraniana hanno lasciato l’aula dell’Assemblea Generale, restando seduto un solo delegato di rango inferiore, mentre Trump giustificava il conflitto in corso da quasi sette mesi e accusava Teheran di voler dotarsi di armi nucleari, di sostenere il terrorismo e di colpire navi mercantili.
Qualche ora dopo, tuttavia, Trump ha assunto un tono più conciliante, rivelando che i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner avevano avuto un «incontro molto produttivo» con i rappresentanti iraniani. Witkoff ha spiegato che i mediatori si sono alternati tra le delegazioni americana e iraniana per l’intera giornata e hanno chiuso una serie di colloqui che Washington sperava si rivelassero «costruttivi e promettenti».
I media di Stato iraniani hanno confermato che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha incontrato i negoziatori statunitensi a margine dell’Assemblea Generale, su richiesta di Washington. Secondo quanto riferito, Teheran ha usato l’incontro per avanzare le proprie condizioni per la riapertura dello Stretto di Ormuzzo, tra cui la fine del blocco navale americano e lo sblocco dei beni iraniani congelati.
Nel frattempo l’esercito iraniano ha risposto con tono di sfida alle parole di Trump, avvertendo che un’ulteriore escalation da parte degli Stati Uniti o di Israele sarebbe stata contrastata con attacchi di rappresaglia più duri.
Come riportato dai Renovatio 21, in settimana era emerso che Trump stava valutando la possibilità di «far saltare in aria» l’Iran, dicendo di essere disposto a parlare con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian..
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Geopolitica
L’Iran offre la riapertura di Ormuzzo
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