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I centri per le truffe online smantellati dall’esercito birmano. «Solo una messinscena»
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Dopo l’operazione in grande stile al KK Park, nell’area di Myawaddy al confine con la Thailandia, un migliaio di persone forzatamente impiegate in queste attività illecite si sono riversate oltre confine. Lo scetticismo di alcune fonti locali: «operazione dimostrativa legate alle minacce di sanzioni emerse anche durante il vertice dell’ASEAN. Ma le reti criminali restano radicate e godono di coperture politiche».
L’esercito del Myanmar ha condotto la settimana scorsa un’operazione di alto profilo contro i centri per le truffe informatiche situati al KK Park, un complesso localizzato al confine tra Myanmar e Thailandia, nei pressi di Myawaddy, di fronte alla città thailandese di Mae Sot, nella provincia di Tak. L’operazione è avvenuta in seguito all’aumento delle pressioni internazionali, comprese le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il vertice ASEAN, che ha criticato la giunta militare del Myanmar per aver favorito reti di traffico di droga e truffe informatiche transfrontaliere.
Il 24 ottobre, l’esercito birmano ha fatto esplodere edifici utilizzati per le truffe informatiche all’interno del KK Park, provocando esplosioni udite fino al territorio thailandese e una densa coltre di fumo sull’area. Le incursioni miravano ufficialmente a smantellare operazioni di cybercriminalità su larga scala che frodano vittime in tutto il mondo e vengono realizzate attraverso «nuovi schiavi» reclutati con il traffico di esseri umani. Secondo numerosi rapporti, queste attività sarebbero sostenute da reti criminali cinesi e milizie locali alleate del governo birmano.
Nel caos successivo all’operazione, oltre un migliaio di persone, tra cui stranieri provenienti in maggioranza da India, Cina e Vietnam, sono fuggite dal complesso verso la Thailandia. Le autorità di frontiera a Mae Sot hanno risposto chiudendo l’accesso ai furgoni provenienti dal Myanmar e rafforzando i controlli ai confini per gestire l’afflusso. Circa 1.200 persone sono state sottoposte a controlli per accertare eventuali casi di tratta di persone o altri reati; molti di loro sarebbero vittime costrette a lavorare per bande di truffatori.
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Nonostante l’esercito del Myanmar affermi di aver smantellato efficacemente le operazioni criminali, osservatori locali e vittime hanno definito il blitz «per lo più una messinscena» volta a placare l’attenzione internazionale. Particolare scetticismo deriva dal fatto che altri centri di truffe informatiche, come quello di Shwe Kutkku, vicino al confine, restano pienamente operativi. I dubbi sono aumentati con le voci secondo cui l’azione militare sarebbe stata motivata dal timore di nuove sanzioni statunitensi e dalle minacce di Trump durante il vertice ASEAN del 26-27 ottobre.
Offrendo una prospettiva locale, Benedict, un giovane Karenni che frequenta un master all’Assumption University di Bangkok, commenta ad AsiaNews: «puntano a dimostrare a Trump e alla comunità internazionale che stanno facendo qualcosa, più che a estirpare davvero queste reti criminali radicate. Le organizzazioni criminali storiche continuano a operare sotto la protezione delle guardie di frontiera (BGF) controllate dall’esercito del Myanmar».
I centri per le truffe informatiche lungo il confine tra Thailandia e Myanmar sono ormai una sfida persistente alla sicurezza regionale. Questi centri sfruttano lavoratori vittime di tratta o costretti con la forza per gestire truffe sofisticate dal valore di miliardi di dollari. Gli sforzi internazionali – tra cui le sanzioni statunitensi contro aziende e individui coinvolti – cercano di interrompere i flussi di finanziamento, ma una repressione su vasta scala resta difficile a causa delle complessità politiche e del controllo esercitato dalle milizie locali nella regione.
Il governo thailandese ha ribadito il proprio impegno per la sicurezza delle frontiere e per l’assistenza umanitaria, ma le recenti incursioni hanno evidenziato la sfida persistente rappresentata dalle reti criminali transfrontaliere che sfruttano l’instabilità politica del Myanmar.
La situazione rimane sotto stretta osservazione, mentre la regione si prepara a ulteriori sviluppi.
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YouTube censura Emir Kusturica
Il regista serbo Emir Kusturica ha accusato YouTube di aver intrapreso una «guerra» contro le persone che pensano in modo indipendente e «dicono la verità», dopo che la piattaforma di proprietà di Google ha eliminato il suo canale senza alcun preavviso.
Secondo diverse fonti giornalistiche, YouTube ha rimosso mercoledì il canale «My Life» di Kusturica, senza fornire spiegazioni pubbliche sulla decisione. Il progetto, realizzato in collaborazione con il servizio serbo della testata governativa russa Sputnik (proibita anche quella sul sito video di Google), conteneva oltre 200 video e contava circa 30.000 iscritti. Alcuni video erano dedicati al destino della Jugoslavia, allo scontro di civiltà e alla contrapposizione tra valori cristiani e occidentali.
Commentando il blocco, Kusturica ha dichiarato all’agenzia di stato TASS che dietro la decisione c’è «una società totalitaria», aggiungendo che «per loro è normale che abbiano chiuso il canale su YouTube. Sono in guerra con noi, con le persone che pensano, che dicono la verità e la portano alle masse».
Inoltre, ha affermato che «non vogliono in quel coro nessuno che non canti una canzone in cui gli algoritmi riflettano ciò che vogliono i vertici, le persone più ricche del mondo, più i servizi segreti».
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Nato a Sarajevo nel 1954, Kusturica è uno dei cineasti più premiati d’Europa. Ha vinto la Palma d’Oro a Cannes per Papà… è in viaggio d’affari (1985) e di nuovo per il capolavoro Underground nel 1995, mentre il film hollywoodiano (con Johnny Depp e Jerry Lewis) Il valzer del pesce freccia (1993) e Gatto nero, gatto bianco (1998) hanno consolidato la sua reputazione di regista di cinema balcanico surreale e politicamente impegnato.
Segnaliamo al pubblico di Renovatio 21 il film Tempo di gitani, che racconta lucidamente la filiera dei campi nomadi dai balcani all’Italia, con scene che descrivono il racket dei bambini elemosinanti, i furti nelle case degli italiani, gli stupri delle ragazzine da avviare.
Consigliamo altresì di evitare il documentario Maradona di Kusturica (2008), realizzato in piena boria non global, se non per vedere il campione argentino che canta riguarda se stesso e tratta Kusturica malissimo.
Kusturica ha appoggiato la posizione di Mosca sulla crisi ucraina, sostenendo che il conflitto era stato «preparato da tempo con l’assistenza del Pentagono» e che si trattava di «una guerra contro l’ortodossia», definendo al contempo il governo ucraino «filo-nazista».
Come riportato da Renovatio 21, il regista serbo due anni fa ha presentato un documentario sui crimini di Kiev contro la Chiesa Ortodossa Ucraina (UOC).
Nel 2022 il Kusturica dichiarò di stare con i serbi del Kosovo, una posizione che non sorprende chi ricorda come si schierò con il presidente Slobodan Milosevic durante le manifestazioni di protesta di fine anni Novanta, ora riconosciute come il terreno di prova delle rivoluzione colorate sorosiane (in particolare, il segno del pugno, «otpor», poi veduto in molte altre rivolte fomentate dallo Stato profondo USA e dai suoi soci.
Va ricordato che altresì Kusturica è responsabile – assieme all’establishment culturale goscista che, allora, lo venerava – dell’iniezione nel nostro sistema della musica balcanica, che come giustamente detto in una canzone di denuncia di Elio e le Storie Tese, «ha rotto i coglioni».
Il suo partner musicale balcanizzante, Goran Bregovic, ha avuto anche lui i suoi problemi, venendo bandito dalla Moldavia per via delle sue posizioni filorusse.
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Immagine di Medija centar Beograd via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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