Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

I BRICS annunciano l’espansione con sei nuovi membri

Pubblicato

il

Il BRICS si allarga, ufficialmente, introducendo nel consesso nuovi Paese dall’Africa, dall’Asia e dall’America.

 

In una conferenza stampa tenutasi questa mattina presto a Johannesburg, alla quale hanno partecipato quattro leader dei paesi BRICS: il presidente cinese Xi Jinping, Lula da Silva del Brasile, il primo ministro indiano Narendra Modi, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, Modi ha annunciato che i leader dei cinque Paesi membri hanno concordato all’unanimità di accogliere sei nuove Nazioni che diventeranno membri a pieno titolo dei BRICS: Argentina, Egitto, Arabia Saudita, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti (EAU). La loro adesione entrerà in vigore il 1° gennaio 2024.

 

In particolare, Modi e Xi sono stati visti chiacchierare mentre entravano insieme nella stanza e avevano un breve incontro bilaterale a margine del vertice. Nelle sue osservazioni, Modi ha annunciato che il gruppo ha concordato «i principi guida, gli standard, i criteri e le procedure per l’espansione dei BRICS» e ha sottolineato che la modernizzazione e l’espansione dei BRICS dovrebbero servire da modello per tutte le istituzioni globali che hanno bisogno di riformare in tempi che cambiano.

 

L’India ha sempre favorito l’espansione dei BRICS, ha affermato, sottolineando che questa nuova espansione fornirà energia e direzione al gruppo. Dopo aver dato il benvenuto ai sei nuovi membri, ha aggiunto che per gli altri paesi che hanno espresso interesse ad aderire ai BRICS, l’India lavorerà per costruire un consenso in modo che queste nazioni possano partecipare ai BRICS «come Paesi partner», cosa che sarà discussa al il prossimo vertice dei BRICS a Kazan, in Russia, nell’ottobre 2024.

 

Xi Jinping ha detto ai giornalisti che i cinque membri «hanno concordato all’unanimità» di invitare le sei nuove nazioni ad aderire, e ha definito l’espansione «storica», poiché mostra la determinazione dei BRICS a perseguire «unità e cooperazione» con il più ampio Sud del mondo.

 

L’espansione rappresenta un nuovo punto di partenza per la cooperazione BRICS, ha affermato. Porterà «nuovo vigore» al meccanismo di cooperazione dei BRICS e rafforzerà ulteriormente il movimento verso la pace e lo sviluppo nel mondo. «Finché lavoriamo insieme», ha aggiunto, «c’è molto che la cooperazione BRICS può ottenere, e il futuro sarà luminoso».

 

In una dichiarazione rilasciata dalla presidenza egiziana, il presidente Abdel Fattah el-Sisi ha affermato: «Apprezziamo la fiducia accordataci da tutti gli Stati membri del blocco [BRICS], con i quali condividiamo solidi legami, e attendiamo con impazienza una fruttuosa collaborazione con loro nel prossimo periodo, così come con i Paesi invitati». Ciò avviene allo scopo di raggiungere gli obiettivi del gruppo di rafforzare la cooperazione economica tra gli Stati membri, ha affermato, aggiungendo che il gruppo intende sostenere la voce delle nazioni del Sud nell’affrontare diverse questioni di sviluppo in un modo che supporti i diritti e gli interessi dei Paesi in via di sviluppo.

 

Il presidente emiratino Mohammed bin Zayed ha twittato che «Rispettiamo la visione della leadership dei BRICS e apprezziamo l’inclusione degli Emirati Arabi Uniti come membro di questo importante gruppo. Attendiamo con impazienza un impegno continuo di cooperazione per la prosperità, la dignità e il beneficio di tutte le nazioni e le persone in tutto il mondo».

 

Il primo ministro Abiy Ahmed ha salutato quello che ha definito «un grande momento» per il suo Paese. “L’Etiopia è pronta a cooperare con tutti per un ordine globale inclusivo e prospero”, ha twittato Abiy.

 

Il presidente Ebrahim Raisi, a Johannesburg, ha definito «encomiabile» la decisione di espandere i BRICS e ha affermato che l’adesione dell’Iran avrà vantaggi «che faranno la storia».  «I BRICS possono aiutare a risolvere i problemi della comunità internazionale”, ha rimarcato, sottolineando che “la fiducia globale nell’efficacia dei BRICS è in aumento». Inoltre, «la Repubblica Islamica dell’Iran sostiene con grande risolutezza gli sforzi riusciti dei BRICS in linea con la de-dollarizzazione delle interazioni commerciali ed economiche tra i membri e anche utilizzando le valute locali».

 

Il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, ha dichiarato da Johannesburg che «non vediamo l’ora di sviluppare questa cooperazione per creare nuove opportunità di sviluppo ed economiche ed elevare le nostre relazioni al livello desiderato». Secondo Al Jazeera, il principe ha detto al canale saudita Al Arabiya che il Regno ha accolto con favore l’invito ma avrebbe rivisto i dettagli per prendere una «decisione appropriata» prima della data del 1° gennaio per l’adesione.

 

In un messaggio alla Nazione questa mattina, il presidente Alberto Fernández ha sottolineato che l’appartenenza ai BRICS «ci rafforza» e «apre un nuovo scenario per l’Argentina». Adesso «saremo protagonisti di un destino comune in un blocco che rappresenta oltre il 40% della popolazione mondiale. Continueremo a rafforzare relazioni fruttuose, autonome e diversificate con le altre nazioni del mondo», poiché «i BRICS rappresentano per l’Argentina una nuova opportunità. … Proiettare una nazione pacifica, amichevole, realistica e dignitosa verso il mondo è al centro della nostra politica estera», ha affermato, riportato dalla testata di Buenos Aires Página 12.

 

Come riportato da Renovatio 21, oltre ai nuovi membri, anche Bolivia e Algeria aveva detto di voler divenire parte dei BRICS. Il Messico, per bocca del presidente Andres Manuel Lopez Obrador (AMLO) due settimane fa ha dichiarato invece che il suo Paese non intende entrare nei BRICS.

 

L’ingresso dell’Arabia Saudita in un blocco dove sono presenti Russia e Cina, è un dato che indica un cambiamento di portata storica, in quanto l’Arabia Saudita, o meglio, la Casa dei Saud, è un alleato di ferro degli USA dai tempi del patto stipulato tra re Abdulaziz ibn Saud e Franklin Delano Roosevelt sul Lago Amaro, che garantiva la protezione della famiglia reale in cambio dell’uso del dollaro negli scambi internazionali di petrolio (il celebre petrodollaro).

 

Quale possa essere, a questo punto, la reazione degli USA – che hanno tranquillamente fischiettato, ad esempio, sul fatto che 15 dei 19 dirottatori dell’11 settembre fossero sauditi… – di fronte a tale trasformazione è tutto da vedere.

 

Come riportato da Renovatio 21, i rapporti tra l’uomo forte di Riyadh Mohammed bin Salman e Biden sono pessimi; i sauditi si sono fatti guidare dai cinesi nella pace con l’Iran e hanno ripetuto che sono pronti a vendere il greggio in yuan, cosa ribadita pubblicamente perfino durante l’ultimo World Economic Forum di Davos.

 

Come reagirà Washington?

 

O meglio: c’è a Washington qualcuno che ha ancora una mente sufficientemente lucida per capire cosa sta succedendo?

 

 

 

 

 

Immagine di Press Information Bureau / Prime Minister’s Office via Wikimedia pubblicata su licenza Government Open Data License – India (GODL)

 

 

 

Continua a leggere

Economia

Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano

Pubblicato

il

Da

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.

 

Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».

 

Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».

 

«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.

 

Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».

 

Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.

 

All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».

 

Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.

 

Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

Continua a leggere

Geopolitica

Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione

Pubblicato

il

Da

Alla vigilia del vertice BRICS di Nuova Delhi, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso quella che presenta come la realtà della crisi strategica in corso. Lo riporta EIRN.   Ancora prima dell’apertura dei lavori, l’11 settembre, rispondendo a una domanda dei media sulla Germania, aveva già impostato il quadro, avvertendo che l’Occidente sembrerebbe intenzionato a riscrivere la storia della sconfitta del nazismo nella Seconda guerra mondiale. «Ora parlano di contemplare l’invio di truppe in territorio ucraino. Ciò significherebbe una guerra con la Russia», ha detto senza ambiguità.   Putin ha evitato di entrare nelle vicende politiche interne tedesche e ha offerto una lettura strategica secca. «Tutto ciò che sta accadendo ora in tutta Europa è la conseguenza di errori sistemici commessi dal cosiddetto Occidente, o, per essere più precisi, dai circoli globalisti occidentali, in ambito politico, di sicurezza ed economico».   Secondo Putin l’errore si è radicato «in seguito alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Unione Sovietica; si consideravano in cima all’«Olimpo» e, evidentemente, conclusero che, in primo luogo, potevano fare tutto e, in secondo luogo, che loro stessi erano incapaci di sbagliare. Da quel momento in poi, questi errori iniziarono ad accumularsi e a ingigantirsi».

Sostieni Renovatio 21

Sul piano della sicurezza, ha sostenuto che fu lanciata un’offensiva per frammentare e indebolire la Russia, prima «attraverso l’uso di terroristi nel Caucaso e di separatisti, poi con altri metodi e ora, per mezzo del regime neonazista in Ucraina… Non appena il regime fu rovesciato, ripeto, con un sanguinoso colpo di Stato, l’obiettivo di far entrare l’Ucraina nella NATO fu immediatamente messo in moto, e questo, di fatto, è diventato la causa principale dei tragici eventi odierni in Ucraina».   Si è poi soffermato su energia ed economia: «Abbiamo fornito gas all’Europa a un prezzo di 150 dollari – anzi, 180 dollari – per 1.000 metri cubi… ‘No’, insistevano, ‘i prezzi devono essere fissati in borsa’. Li abbiamo avvertiti che il gas non è una merce di mercato, o almeno non una merce di mercato classica; questo approccio non porterà a nulla e i prezzi non faranno altro che aumentare».   «E così è stato: ora i prezzi sono a 1.000 dollari o euro per 1.000 metri cubi. E potrebbero benissimo salire ancora… E perché? Chi si occupa di trading in borsa non si preoccupa delle condizioni tecniche di questi impianti di stoccaggio e dei volumi fisici coinvolti. Credono che oggi sia più vantaggioso estrarre gas da depositi acquistati a prezzi inferiori, e per quanto riguarda il futuro, beh, vedremo».   Quelle élite, ha aggiunto il presidente russo, cercano ora di allarmare l’opinione pubblica con «una mitica minaccia russa, che risalirebbe all’epoca sovietica. Ma una simile minaccia non esiste e non è mai esistita. Noi non minacciamo, né intendiamo minacciare, i paesi europei…».   «Ciononostante, persistono su questa strada, chiedendo determinati cambiamenti. Ma quali cambiamenti cercano? Stanno forse tentando di rivedere gli esiti della Seconda Guerra Mondiale? A quale scopo stanno conducendo i loro popoli? Verso la guerra con la Federazione Russa? Ora parlano di valutare l’invio di truppe in Ucraina. Ciò significherebbe una guerra con la Russia. E presumo che i cittadini europei capiscano cosa sta succedendo».  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);  
Continua a leggere

Geopolitica

Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese

Pubblicato

il

Da

Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.

 

Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.

 

«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.

Sostieni Renovatio 21

Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».

 

Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.

 

La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.

 

Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.

 

Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.

 

La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.

 

Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.

 

Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.

Iscriviti al canale Telegram

I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.

 

Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.

 

Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.

 

In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.

 

Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.

 

Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.

 

Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.

 

In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.

 

Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».

 

Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.

Aiuta Renovatio 21

Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.

 

Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.

 

La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International

 

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari