Arte
I 50 anni de «Il Padrino». Renovatio 21 recensisce la serie «The Offer»
Renovatio 21 ripubblica questo articolo apparso su Mondoserie.
Nel cinquantenario de Il padrino (di cui abbiamo scritto qui e parlato qui nel podcast) una serie, The Offer, parla delle incredibili vicende – umane, artistiche, economiche, politiche – dietro al capolavoro di Francis Ford Coppola.
La produce la Paramount, vetusta major hollywoodiana. Che così, in una spinta metacinematografica (meta-seriale) inusitata, produce contenuti per il lancio della sua nuova piattaforma di Streaming – Paramount+ – con un racconto di onestà encomiabile. L’azienda non nasconda di essere stata sull’orlo del baratro, ma ciò è funzionale all’apoteosi finale. Quella che vide The Godfather diventare, per qualche anno, il film di maggior incasso della Storia.
Per chi scrive, vi avvertiamo, questa è la serie dell’anno. Che abbiamo visto in anteprima per voi: in Italia dovrebbe arrivare in autunno, con il lancio anche qui della piattaforma Paramount+.
Un po’ di contesto storico-cinematografico
Hollywood, alla fine degli anni Sessanta, era in crisi. La formula dei kolossal, come quella dei filmetti leggeri di tutte le specie, aveva stancato il pubblico, con i gusti giovanili che si allontanavano con decisione dal mainstream a causa del successo della cosiddetta controcultura.
A salvare Hollywood fu una generazione di nuovi cineasti, i cosiddetti movie-brats (i ragazzacci del cinema), che cambiarono il modo di fare contenuti cinematografici in ogni genere possibile. Steven Spielberg, Martin Scorsese, Brian De Palma, John Milius, Paul Schrader, William Friedkin, George Lucas – e ovviamente il maggiore del gruppo, quello che aveva già vinto un Oscar (con il film Patton), Francis Ford Coppola.
Controintuitivamente, nella serie il Coppola – interpretato piuttosto bene da Dan Fogler – non è il personaggio principale. Il protagonista è l’uomo dietro alle quinte, che lontano dai riflettori ha reso possibile il capolavoro, dall’assicurarsi i talenti (così chiamano gli attori a Hollywood) al fare veri e propri accordi con la mafia: il produttore Albert S. Ruddy.
La Paramount era di proprietà della Gulf & Western, un conglomerato che risultava tra le prime 100 società degli USA. E che si occupava, tra le altre cose, delle piantagioni di zucchero a Puerto Rico, di industria di tabacchi nonché di minieri di zinco. La storia di The Offer è anche la storia di come l’azienda sia riuscita a salvare se stessa nonostante disastri e scandali di ogni sorta.
Si tratta di pezzi di storia – diciamo pure, storia dell’economia del cinema – da non sottovalutare. La serie mostra che l’idea del block booking (un sistema di vendita alle sale di più film come singole unità, così da intasare il canale con quello che vuole la major), ad esempio, fu inventata proprio da un manager della Gulf & Western, stimolato dal capo della Paramount: l’indimenticato Robert Evans.
Successo e difficoltà
Evans è l’uomo cui dobbiamo, oltre a Il padrino, Chinatown, Cotton Club, Il maratoneta, Urban Cowboy e tanti altri filmoni ricoperti di premi e di storia del cinema.
La Paramount veniva da un successo clamoroso, Love Story. Dove Evans, la quintessenza del produttore hollywoodiano, aveva piazzato la sua giovanissima moglie dell’epoca, Ali McGraw. Nonostante il film raggiunga incassi astronomici, la situazione della Paramount traballa. Come, parallelamente la love story tra l’ineffabile produttore geniale e cocainomane e la sua invidiatissima moglie. Che finirà tra le braccia di Steve McQueen ma realizzerà il sogno di Evans di arrivare alla prima de Il Padrino tenendo il braccio da una parte la McGraw e dall’altra Henry Kissinger («i russi possono aspettare…»).
Il padrino era l’all in di Evans e della major, che avevano per forza bisogno di un altro grande successo per rimanere a galla. Colpisce come tutto il retrobottega della Mecca del cinema dell’epoca – che in The Offer è riprodotto con perizia antropologica e scenografica di livello altissimo – fosse sinceramente interessato alla questione «artistica» del film. Riponendo fiducia nelle scelte estetiche dei registi e nelle performance degli attori di talento. Non sappiamo se oggi, tra algoritmi, ricerche marketing, social media e influencer, il cinema si faccia ancora così.
La scelta di Evans di affidare tutto ad uno sconosciuto, un tizio che faceva il programmatore di computer per la Rand Corporation (il grande think tank che analizza e forse decide le guerre degli USA), si rivela un’altra di quelle intuizioni umane che, a guardarle, ora ci sembrano impossibili in un mondo dominato dalle statistiche, dai curriculum, dall’Intelligenza Artificiale che corre tra Linkedin e i programmi di gestione economica delle aziende.
Ruddy e Puzo
Al Ruddy – l’effettivo produttore incaricato di portare a casa Il padrino, sul cui libro di memorie è costruita la serie (di fatto è produttore anche qui…) – è un personaggione mica male. Abbandona i segreti militari per la TV. Dove crea la serie Gli eroi di Hogan (la serie vista anche nelle reti Fininvest negli anni Ottanta, cui dicono Silvio Berlusconi si riferisse quando a Bruxelles diede del kapò al socialdemocratico tedesco Martin Schulz) grazie ad un pitch spettacolare.
La TV non gli basta, perché – come vediamo in una scena esplicativa – egli comprende la superiorità del film visto in sala come comunicazione che unisce ritualmente la collettività.
Il suo primo film, con Robert Redford, va così così. Evans lo mette sul Padrino sin dal principio. È lui che vola a Nuova York per la firma del contratto dell’autore del romanzo Mario Puzo, del quale, nei dieci episodi, viene raccontata lateralmente la parabola artistica. Puzo si mise a scrivere di mafia, senza saperne nulla, perché la sua carriera di scrittore era praticamente fallita, e aveva debiti di giuoco con dei tipacci (epperò meno problematici del suo diabete).
Dopo essere stato definito «traditore» dall’intera comunità italoamericana, il successo del film di Coppola – un successo permesso dal patto tra Ruddy e un boss della mafia della Grande Mela – lo porta alle stelle. «Mi hanno dato un milione di dollari per il trattamento di una pagina di Superman» lo si vede dire alla première, «volevano scritto “dall’autore de Il Padrino».
Risolto il lato artistico – con Coppola e Puzo che lavorano assieme alla sceneggiatura chiusi da Ruddy in una villa che comincia a puzzare – il problema con la produzione del film diventa essenzialmente di tipo politico. E criminale.
Un pezzo di storia della mafia
È stato giudicato non vero il passaggio della serie in cui Ruddy e la sua segretaria Betty McCartt (interpretata da Juno Temple, la figlia di Julian Temple) subiscono un attentato da Mickey Cohen, famigerato mafioso ebreo della Los Angeles dell’epoca. Cohen agisce in realtà per conto della mafia di Nuova York. Che in nessun modo vuole che esca un film che la riguarda in dettaglio.
I vecchi gangster-movie, con per lo più attori protagonisti ebrei, non preoccupano quanto questo romanzo di successo. Pieno di dettagli non divulgabili al pubblico dei cinema.
La mafia, racconta The Offer, continuerà la campagna di pressione per impedire che si giri il film, facendo trovare un topo morto nella suite dell’albergo di Evans (anche questa, scena contestata dai mafiologi di YouTube come Robert Franzese). Dietro a tutto questo, sembra significare con forza la serie, c’è Frank Sinatra. Il quale è qui dipinto con grande libertà come un uomo totalmente connivente con i boss. Noi aspettiamo il momento quando, con la stessa libertà, mostreranno che era uomo del possibile collegamento tra i Kennedy e la mafia, e di chissà cos’altro.
Perfino i politici italoamericani di Nuova York, che pare di capire hanno i loro rapporti oscuri con Cosa Nostra, si oppongono apertamente al film.
Qui Ruddy risolve tutto, affrontando, tremante, il boss incaricato di distruggere la produzione del padrino, Joe Colombo (interpretato da un sudaticcio, gonfio Giovanni Ribisi), tirandolo dalla propria parte, con la promessa che dal film sarebbe stata espunta la parola «mafia», che peraltro compariva una sola volta nel copione originale.
Le feroci guerre delle famiglie newyorchesi
Di qui parte l’integrazione, rappresentata in The Offer in termini piuttosto bonari, della mafia nell’economia realizzativa del film. Al punto che uno dei bodyguard di Colombo, Lenny Montana (interpretato dal grande fenomeno del culturismo Lou Ferrigno, indimenticato Incredibile Hulko della serie antica) diverrà attore con il ruolo di Luca Brasi.
Tra Ruddy e il boss Colombo – a capo della famiglia Colombo, ex Profaci – si apre un’amicizia nemmeno scalfita dal coma. Colombo infatti subirà un attentato devastante, secondo la vulgata maggioritaria orchestrato dal mafioso Crazy Joe Gallo, che verrà di conseguenza punito. Una scena vista, con sicari diversi, anche in The Irishman.
La serie ha il pregio di farci vedere piuttosto bene la dimensione storica in cui si sviluppò l’attentato, con Colombo che aveva iniziato un grande movimento chiamato Italian-American Civil Rights League. Tale esposizione – Colombo è ucciso sul palco di uno dei suoi comizi affollatissimi – non piaceva ai membri delle altre famiglie del crimine.
Non è sbagliato pensare che lo squilibrio portato da Gallo – esecutore della decisione di eliminare Colombo da parte degli altri boss – abbia portato a quella situazione di sospetto e instabilità che degenerò nella guerra di mafia negli anni Ottanta.
Si tratta di una dinamica di equilibrio criminale perduto che possiamo dire contenuta, se non preconizzata, proprio ne Il padrino.
Personaggi eccezionali
Bisogna dire che si guarda Matthew Goode (che avete visto nel film di Watchmen, in Match Point di Woody Allen, o negli spot dei Ferrero Rocher) con estrema voluttà. Vederlo incedere con passo felpato e occhiale da sole nei party a bordo piscina come nel bar dello Chateau Marmont (l’hotel dei divi) è fantastico.
La frase «let’s fuck this city in half», rende bene l’idea degli ardori di Evans, il cui vizio nasale non è nascosto dalla serie. Anche se (come per il crimine organizzato…) non se ne fa un dramma. Il suo monologo sulla necessità del cinema nella vita della società della Nazione è da applausi.
Evans, belloccio e lucidissimo, è un personaggio a cui si sono ispirati tutti: con la sua sicurezza di sé (relativa, come si vede qui) e i suoi modi precisi e persuasivi. Da Dustin Hoffman in Wag the Dog al Saul Goodman di Breaking Bad.
Miles Teller, protagonista di The Offer nel ruolo di Ruddy, rimane un grande mistero. Il suo volto inespressivo – forse per via, oltre che dell’occhietto fessurato, di ferite le cui cicatrici sono ancora ben visibili – non promette mai nulla di buono. E invece gliela fa sempre. Non c’è una performance di Teller (che, va detto, si fa trovare sempre in opere di spessore) che riusciamo a scartare. Non in Whiplash, non in Too Old to Die Young, nemmeno in War Dogs. Nel ruolo di Ruddy, macinatore di difficoltà produttive e personali, è perfetto.
Vogliamo ricordare qui come la serie mostri anche sua moglie, Francoise Glazer.
Padrona, grazie ad un divorzio precedente (beccò il marito con Tura Satana, popputissima attrice nippoamericana di Russ Meyer), proprio dello Chateau Marmont dove incontrerà Ruddy. Anche questa, figura fuori dagli schemi: parigina sopravvissuta all’Olocausto, separatasi dal marito produttore, diverrà Ma Prem Hasya, una dei capi del movimento di Osho visibile nella serie documentaria Wild Wild Country.
In The Offer, la Glazer-Ruddy è interpretata con eleganza e beltà consistenti dalla cantante ed attrice francese Nora Arnezeder.
Perché The Offer è la serie dell’anno
Questa per chi scrive è la serie dell’anno. Affermazione impegnativa. Ma che mi sento di fare, e provare a spiegare.
Questa serie non assomiglia a quelle che vediamo ora. Non c’è sofisticazione nella trama, né nelle immagini, negli effetti visivi, etc. Detta in maniera semplice, non c’è lavoro per il cervello guardando questa serie. Abbiamo scoperto che questa è una feature potentissima, rarissima: il nostro cerebro, sfinito da ore di lavoro ed esistenze quotidiane assortite, ringrazia.
Sappiamo già come andrà a finire: con un successo senza precedenti. I personaggi sono abbastanza monodimensionali, come in quei filmetti anni Sessanta che alla fine proprio Il Padrino contribuì a spazzare via.
Attenzione: non stiamo dicendo che si tratta di un contenuto piatto, stupido. Al contrario: abbiamo dimostrato quale profondità storica e microstorica esso sottenda. La facilità con cui si consumano gli episodi è piuttosto dovuta ad un’altra cosa: una regolarità assoluta di tutto l’impianto.
In The Offer uomini sono uomini. In quegli anni, facevano cose, risolvevano problemi, passavano meno tempo possibile dentro ai loro dolori (che pure, c’erano). Perché assorbiti in un disegno più grande.
In The Offer, gli italiani sono italiani. Gli ebrei sono ebrei. I mafiosi sono mafiosi. I cinematografari sono i cinematografari (e tutti gli altri sono «civili», come dice in una tirata notevole la direttrice casting). La storia è una storia, che va raccontata, tutta dritta, tutta di fila. Senza buchi neri narrativi e artifici da spacciatori di dopamina (i cliffhanger, che magari pure ci sono, non danno effetti disforici).
Credetemi, realizzare questa cosa, nell’Anno del Signore MMXII, ha qualcosa di straniante, ma che ha reso la serie l’opera che con più gusto ho veduto nel 2022, e forse nel 2021.
Abbiamo scoperto che, arrivati dove siamo, questa sorta di «regressione» intellettuale – pure nel mantenimento di un alto livello cine-estetico – ci dà tanta lietitudine, tanta. Fino alle capriole ad ogni episodio. Sì, è possibile fare intrattenimento senza stressare lo spettatore, consegnando visioni eccezionali.
Perché è eccezionale vedere le cose che faceva – e non faceva – Marlon Brando. È eccezionale vedere il disprezzo iniziale che gli studios avevano per Al Pacino. Che a teatro, però, esaltava chiunque. È sempre bello vedere qualche mafioso non capire nulla ma poi picchiare come un fabbro gente a caso. O premere grilletti con allegria contagiosa. Tutto questo secondo verità, e senza i carichi mentali che gli sceneggiatori di oggi mettono in ogni secondo filmato.
Ebbasta. Lasciateci vivere, mostrateci piuttosto le grandezze di cui erano capaci gli uomini (assai meno chiusi nella loro mente) del passato recente.
Ecco, questa sarebbe un’offerta che non potremmo rifiutare.
Giudizio: limpido, lineare, irresistibile. Rilassante.
Articolo previamente apparso su Mondoserie.it
Immagine di alexcherrypicks via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)
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La Sagrada Família raggiunge il cielo
Con l’installazione della croce monumentale in cima alla torre di Gesù Cristo, la Sagrada Família (Barcellona, Spagna) raggiunge ora un’altezza di 172,5 metri, detronizzando la Cattedrale di Ulm e diventando il santuario cristiano più alto del mondo.
La pazienza è una virtù catalana? Probabilmente sì, considerando i 144 anni che ci vollero perché il capolavoro di Antoni Gaudí raggiungesse il suo apice. Febbraio 2026 sarà ricordato per sempre come il mese in cui il sogno architettonico più audace della cristianità cessò di essere una promessa e divenne una realtà tangibile.
Con l’innalzamento dell’ultimo pezzo della torre di Gesù Cristo, i costruttori della Sagrada Família non solo completarono una struttura, ma regalarono alla Spagna e al mondo un nuovo punto di riferimento mondiale.
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Il tetto della cristianità
Finora, il titolo di chiesa più alta del pianeta apparteneva alla guglia della Cattedrale di Ulm, in Germania (161,5 metri). Ma con i suoi 172,5 metri, la basilica di Barcellona supera ora la sua rivale tedesca di ben undici metri.
Questa torre centrale, dedicata a Cristo, costituisce l’epicentro del complesso progettato da Gaudí. È sormontata da una monumentale croce a quattro braccia, una struttura massiccia ma traslucida in vetro e acciaio, che sembra catturare la luce divina e ridistribuirla sulla capitale della Catalogna.
L’erezione di questa croce alta 17 metri non è solo un’impresa tecnica; è un’apoteosi artistica. All’interno, la torre è progettata per essere inondata di luce, a simboleggiare il passo del Vangelo: «Io sono la luce del mondo».
Un dialogo tra l’uomo e Dio
Eppure, nonostante questa corsa verso le nuvole, Antoni Gaudí non cercò mai di sfidare il Creatore. Il maestro catalano aveva stabilito che la sua opera non avrebbe mai dovuto superare la collina di Montjuïc, che si erge a 173 metri. «L’opera dell’uomo non deve superare quella di Dio», amava ripetere. Il suo desiderio fu rispettato, con un margine di appena cinquanta centimetri.
Questo passo cruciale giunge mentre la Spagna si prepara a commemorare, il prossimo giugno, il centenario della morte dell’architetto. Mentre i lavori di decorazione e di realizzazione della scalinata della facciata della Gloria continueranno ancora per qualche anno, la struttura architettonica stessa è ormai completata. La sagoma della basilica, a lungo circondata da gru, rivela finalmente la sua forma definitiva.
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Un simbolo di fede e generosità
Fin dalla posa della prima pietra nel 1882, la Sagrada Família è sopravvissuta a guerre, crisi economiche e pandemie. La sua sopravvivenza e il suo completamento sono visti da molti come un miracolo di perseveranza. Finanziata esclusivamente dalle donazioni dei fedeli e dalla vendita dei biglietti dei visitatori, incarna una fede costruita nel tempo, ben lontana dall’immediatezza della nostra epoca moderna.
Oggi, mentre la luce si riflette sulla croce monumentale, Barcellona non vede più la Sagrada Família solo come un cantiere infinito, ma come un faro per la cristianità. La chiesa più alta del mondo è finalmente in piedi, anche se ci vorrà senza dubbio del tempo prima che la pratica religiosa riacquisti tale slancio in Spagna e in tutta Europa.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Jopparn via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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Dall’officina della musica italiana alle arpe laser. Renovatio 21 intervista Maurizio Carelli
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L’Ucraina metterà al bando la letteratura russa: parla il ministro della Cultura di Kiev
Le autorità ucraine stanno preparando un progetto di legge volto a rimuovere dalla circolazione tutti i libri in russo e di autori russi, come dichiarato dal ministro della Cultura ucraino Tatyana Berezhnaya in un’intervista rilasciata a Interfax-Ucraina e pubblicata giovedì scorso.
Mosca ha più volte indicato nelle politiche discriminatorie di Kiev nei confronti della minoranza russa etnica, nonché nella repressione della lingua e della cultura russa, alcune delle cause profonde del conflitto in corso.
Secondo la Berezhnaya, l’autorità ucraina per i media (in particolare il Comitato statale per la televisione e la radio) sta elaborando un disegno di legge per vietare i libri russi, con il sostegno del suo ministero. Non ha chiarito se la misura si limiterà alla rimozione dai punti vendita o includerà anche la confisca da collezioni private o biblioteche.
Già nel 2016, sotto la presidenza di Petro Poroshenko – il predecessore di Volodymyr Zelens’kyj uscito dal golpe di Maidan del 2014 –, era stata vietata l’importazione di libri dalla Russia e dalla Bielorussia, ben prima dell’escalation del conflitto nel 2022. Da allora, Kiev ha progressivamente eliminato la letteratura russa dai programmi scolastici statali e ha accelerato la rimozione di monumenti, memoriali e iscrizioni legate alla storia russa o sovietica.
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Inoltre, sono state introdotte restrizioni severe sull’uso della lingua russa nella sfera pubblica, nei media e in ambito professionale. Nonostante ciò, il russo resta la lingua madre o principale per una parte significativa della popolazione ucraina, specialmente nelle grandi città e nelle regioni orientali.
A dicembre, il parlamento ucraino ha revocato la protezione della lingua russa prevista dalla Carta europea delle lingue regionali o minoritarie. In quell’occasione, la Berezhnaya aveva affermato che la decisione avrebbe «rafforzato l’ucraino» come lingua di Stato.
Mosca ha sottolineato che tali misure repressive sono state largamente ignorate dai sostenitori occidentali di Kiev. «I diritti umani, che l’Occidente proclama inviolabili, devono valere per tutti. In Ucraina assistiamo al divieto totale della lingua russa in ogni ambito della vita pubblica e alla messa al bando della Chiesa ortodossa ucraina canonica», ha dichiarato mercoledì il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, criticando l’Unione Europea e la Gran Bretagna per non aver affrontato la questione nelle loro proposte di pace.
Il destino della cancellazione culturale per motivi geopolitici è inflitto anche allo storico balletto Lo Schiaccianoci del compositore Pëtr Il’ič Tchaikovskij, un grande classico internazionale per le famiglie che vanno a teatro prima di Natale.
Come riportato da Renovatio 21, la campagna dell’Ucraina contro la musica russa in tutto il mondo coinvolge anche cantanti di altissimo livello, come il soprano Anna Netrebko, la cui presenza è stata contestata in varie città europee.
Il livello più grottesco è stato forse toccato all’inizio del 2024, quando la direttrice Keri-Lynn Wilson, moglie del direttore generale del Metropolitan Opera di Nuova York Peter Gelb, ha annunciato che la sua «Ukrainian Freedom Orchestra» avrebbe modificato la famosa nona sinfonia di Beethoven (conosciuta anche come An die Freude, cioè Inno alla gioia) sostituendo nel testo la parola «Freude» con «Slava». «Slava ukraini» o «Gloria all’Ucraina» era il famigerato canto delle coorti ucraine di Hitler guidate dal collaborazionista Stepan Bandera durante la Seconda Guerra Mondiale. Da allora è stato conservato come canto di segnalazione dalle successive generazioni di seguaci di Bandera, i cosiddetti «nazionalisti integrali», chiamati più semplicemente da alcuni neonazisti ucraini o ucronazisti.
Vi è poi stata la vicenda dell’artista australiano Peter Seaton, costretto a cancellare un suo grande murale soprannominato «Peace Before Pieces», che mostrava un soldato russo e uno ucraino che si abbracciano, dopo le pressioni della comunità ucraina locale e dell’ambasciatore in Australia che aveva bollato il lavoro come «offensivo».
Come riportato da Renovatio 21, la censura ucraina si è vista anche in Italia: è il caso del Teatro Comunale di Lonigo, dove due anni fa, dopo lo scoppio della guerra ucraina, doveva andare in scena Il lago dei cigni, altro capolavoro di Tchaikovskij.
La furia censoria ucraina ha pure spinto le piattaforme di streaming ad eliminare gli episodi della quarta stagione di Game of Thrones (in italiano noto come Il trono di spade) che includono l’attore russo Yurij Kolokolnikov, la cui fama internazionale è cresciuta negli ultimi anni.
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Immagine di I, Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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