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Economia

Gli ambasciatori dell’UE approvano l’accordo con il Mercosur in mezzo alla rivolta degli agricoltori

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Gli ambasciatori dei 27 Paesi membri presso l’Unione Europea hanno approvato a maggioranza, nella mattina del 9 gennaio, l’accordo commerciale tra l’UE e il Mercosur. Dopo il voto, i governi europei si sono divisi tra chi difende gli interessi dei propri agricoltori e chi appare più indifferente a tali preoccupazioni: tra i primi figurano Francia, Polonia, Irlanda, Ungheria e Austria; tra i secondi tutti gli altri.

 

Il Parlamento Europeo dovrà ora procedere alla ratifica dell’intesa.

 

Con Parigi sotto assedio da parte dei trattori, il presidente francese Emmanuel Macron aveva annunciato in mattinata che la Francia avrebbe votato contro l’accordo Mercosur, forse consapevole che il voto sarebbe stato perso comunque, ma deciso a guadagnare punti di immagine. Quella stessa mattina del 9 gennaio, circa 20 trattori (secondo le autorità) sono riusciti a forzare i blocchi della polizia e a raggiungere punti simbolici della capitale come la Torre Eiffel e l’Arco di Trionfo, bloccando strade e creando disagi nel centro città.

 

 

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L’Italia ha votato a favore, dopo che la Commissione Europea ha accolto la richiesta di Roma di abbassare da 8% a 5% la soglia per attivare meccanismi di salvaguardia sulle importazioni (vale a dire, indagini automatiche in caso di calo dei prezzi agricoli superiore al 5% rispetto alla media triennale). Gli agricoltori, tuttavia, ritengono insufficiente tale misura, poiché stanno già operando in perdita: aggiungere un ulteriore margine del 5% non rappresenta una vera soluzione.

 

Le mobilitazioni agricole continuano a intensificarsi in tutta Europa. A Milano, la mattina del 9 gennaio, oltre un centinaio di trattori (oltre 300 secondo gli organizzatori) hanno marciato verso il palazzo della Regione Lombardia in piazza Duca d’Aosta, davanti alla stazione Centrale. La protesta è stata promossa dal COAPI (Coordinamento Agricoltori e Pescatori Italiani) insieme al Movimento Riscatto Agricolo Lombardia.

 

 

 

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Il COAPI ha invitato tutti i cittadini a unirsi alla manifestazione, che avanza quattro principali richieste: no all’accordo Mercosur; no alla deregolamentazione della Politica Agricola Comune (PAC); sì alla sicurezza alimentare; sì a prezzi equi per i prodotti agricoli. Durante l’azione, gli agricoltori hanno versato tonnellate di latte sulla piazza, come documentato sulla pagina Facebook del COAPI.

 

In Germania, proteste decentrate hanno interessato diversi Länder: nel Brandeburgo, gli agricoltori hanno bloccato con i trattori varie strade di accesso alle autostrade a Nord-Ovest di Berlino e nel nord-ovest del land; azioni isolate sono state segnalate anche in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Sassonia-Anhalt, Turingia e Bassa Sassonia.

 

Lunedì 12 gennaio prenderà il via a Berlino la Grüne Woche (Settimana Verde), la principale fiera internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione. In quel contesto, sabato 17 gennaio si terrà una grande manifestazione organizzata dall’iniziativa «Wir haben es satt!» («ne abbiamo abbastanza») davanti alla Porta di Brandeburgo, con la partecipazione di circa 60 organizzazioni agricole e della società civile.

 

In Grecia, gli agricoltori proseguono nell’opposizione alle misure restrittive e hanno in programma per la prossima settimana un incontro con il primo ministro Kyriakos Mitsotakis. Nel fine settimana si terrà una riunione nazionale di coordinamento: le richieste principali riguardano interventi contro l’aumento dei costi di produzione, i ritardi nei pagamenti dei sussidi e altre criticità del settore.

 

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Economia

Lo Zimbabwe impone il divieto di esportazione del litio

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Lo Zimbabwe ha sospeso con effetto immediato le esportazioni di tutti i minerali grezzi e dei concentrati di litio, in un radicale mutamento di politica finalizzato a favorire la lavorazione locale e a rafforzare il controllo sul settore minerario del Paese dell’Africa meridionale.   Mercoledì il ministro delle miniere Polite Kambamura ha dichiarato ai giornalisti che il divieto, esteso anche alle spedizioni attualmente in transito, resterà «in vigore fino a nuovo avviso», precisando  che la misura è stata adottata nell’«interesse nazionale» e ha denunciato «pratiche scorrette diffuse e perdite nelle esportazioni» nel commercio di minerali grezzi.   «Queste misure vengono implementate… per aumentare il valore aggiunto e l’arricchimento dei minerali locali e per migliorare la responsabilità umana, promuovere i beneficiari locali e massimizzare la conservazione del valore all’interno del Paese», ha affermato Kambamura.

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Lo Zimbabwe rappresenta il principale produttore africano di litio, elemento essenziale per le batterie dei veicoli elettrici e per i sistemi di accumulo di energia rinnovabile. Nel 2025 il Paese ha esportato oltre 1,1 milioni di tonnellate di concentrato di spodumene contenente litio, la gran parte delle quali dirette in Cina, secondo quanto riportato da Reuters.   La nuova direttiva amplia i precedenti piani governativi volti a limitare le esportazioni di litio non lavorato, mentre le autorità spingono le compagnie minerarie a realizzare impianti di lavorazione sul territorio nazionale.   I prezzi del litio in Cina sono schizzati verso l’alto dopo l’annuncio. Il contratto sul carbonato di litio più scambiato sul Guangzhou Futures Exchange è salito di oltre il 6% giovedì, come riferito da Reuters. Le aziende cinesi, tra cui Zhejiang Huayou Cobalt e Sinomine – importanti investitori nei progetti di litio dello Zimbabwe – si erano in precedenza impegnate a costruire impianti di lavorazione locali.   Il ministero delle Miniere ha precisato che il blocco alle esportazioni sarà revocato solo qualora i minatori rispettino i requisiti imposti dal governo.   La decisione di Harare segue restrizioni analoghe adottate da altri Paesi vicini. Il Malawi ha vietato le esportazioni di minerali non lavorati lo scorso ottobre nel tentativo di stimolare gli investimenti nella capacità di lavorazione locale, mentre la Namibia ha proibito le esportazioni all’ingrosso di minerali grezzi nel 2023 per favorire l’arricchimento interno.   Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, tra i più convinti sostenitori continentali della lavorazione interna delle materie prime, ha ripetutamente invitato i governi africani a potenziare la capacità di raffinazione locale anziché esportare risorse grezze all’estero. Intervenendo dopo un vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, in Etiopia, il 15 febbraio, ha dichiarato che è giunto il momento per il continente di «smettere di esportare rocce, terra e polvere» senza trarre vantaggio dalla raffinazione e dalla produzione a valle.   Nell’ottobre 2024 un alto funzionario statunitense ha affermato che la Cina sta fornendo litio in eccesso al mercato globale e sta abbassando i prezzi per assicurarsi una posizione dominante nella fornitura di questo metallo essenziale. L’India, nel frattempo, ha permesso ai privati l’estrazione.   Come riportato da Renovatio 21, lo Zimbabwe aveva già iniziato la proibizione delle esportazioni di litio due anni fa.

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Grandi giacimenti sono stati trovati in Tailandia e Nordamerica. Nel 2022 la Camera dei Deputati del Messico e poi il Senato hanno approvato un disegno di legge del governo per riformare la legge mineraria per dichiarare che il litio «è un bene della nazione, e la sua esplorazione, sfruttamento, estrazione e utilizzo è riservato a favore del popolo del Messico».   Il materiale pare essere necessario anche alla tecnologia dei reattori per la fusione nucleare.   L’UE tuttavia quattro anni fa ha denunziato il litio come «tossico» per la riproduzione, mettendo a rischio i suoi stessi obbiettivi per la cosiddetta transazione energetica. Il principale produttore di litio in Europa si trovò quindi dinanzi all’opzione di chiudere l’impianto in territorio tedesco a causa delle regole di Brusselle.   Come riportato da Renovatio 21, la cosiddetta geopolitica del litio è un fenomeno che sta segnando profondamente questo decennio e con probabilità i prossimi a venire.

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Immagine di Diego Delso via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Economia

Trump aumenta i dazi globali al 15%

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un incremento dei suoi nuovi dazi sulle importazioni globali, portandoli dal 10% al 15%. La decisione è stata presa il giorno successivo alla sentenza con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato la maggior parte dei dazi da lui precedentemente imposti.

 

Venerdì, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977 non attribuisce a Trump l’autorità di applicare quelle che egli ha definito tariffe reciproche su quasi tutti i Paesi. Il presidente ha reagito introducendo immediatamente un’altra tariffa globale del 10%, avvalendosi di una legislazione distinta basata sul Trade Act del 1974.

 

Sabato, Trump ha dichiarato che avrebbe elevato la tariffa al «livello del 15% pienamente consentito e legalmente testato». Ha definito la decisione della corte «ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana».

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Trump ha affermato che il governo individuerà il modo di imporre «nuove tariffe legalmente ammissibili» nei prossimi mesi. In precedenza aveva promesso di avviare indagini su pratiche commerciali estere potenzialmente sleali, che potrebbero condurre a ulteriori dazi.

 

La legge del 1974 consente al presidente di applicare dazi per un periodo di 150 giorni, mentre qualsiasi proroga ulteriore richiede l’approvazione del Congresso. Interpellato sulla questione venerdì, Trump ha dichiarato ai giornalisti: «Abbiamo il diritto di fare praticamente quello che vogliamo».

 

Dopo essere rientrato alla Casa Bianca lo scorso anno, Trump ha imposto dazi del 25% sulle merci provenienti da Canada e Messico e, in seguito, ha annunciato dazi di base del 10% su numerosi altri paesi che ha accusato di «fregare» gli Stati Uniti, cercando di utilizzare tale misura come strumento di leva politica: all’inizio di quest’anno ha minacciato dazi aggiuntivi contro i Paesi europei e NATO che si oppongono al suo piano di annettere la Groenlandia alla Danimarca.

 

Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso Trump ha minacciato dazi al 100% per l’accordo di Ottawa con Pechino. Su quest’ultima, quattro mesi fa, aveva parlato di dazi al 500%.

 

Il biondo 47° presidente tre mesi fa aveva previsto una «catastrofe» qualora i nuovi dazi venissero aboliti. Egli ha previsto qualcosa come 1 trilione di dollari di entrate derivanti dai dazi.

 

Come riportato da Renovatio 21, alla base del progetto dei dazi c’è una sorta di pensiero di distributismo trumpiano, per cui sarebbero assegnati 2000 dollari alla maggior parte dei cittadini USA.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr


 

 

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Economia

La Cina supera gli Stati Uniti come principale partner commerciale della Germania

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La Cina ha superato gli Stati Uniti come principale partner commerciale della Germania, ha dichiarato l’Agenzia federale di statistica tedesca in un rapporto pubblicato venerdì. Il deficit commerciale della nazione con il paese asiatico ha raggiunto il livello record di 89,3 miliardi di euro (105 miliardi di dollari), secondo i dati dell’agenzia.   Dal 2015, la Cina è il principale fornitore di beni per la Germania, a testimonianza della profondità dei legami economici tra i due Paesi. Sebbene gli Stati Uniti l’abbiano temporaneamente superata come principale partner commerciale della Germania nel 2024, la Cina ha riconquistato il primato lo scorso anno. Le sue esportazioni verso la Germania sono aumentate dell’8,8%, portando il commercio bilaterale totale a 251,8 miliardi di euro.   Le esportazioni tedesche verso la Cina sono diminuite del 9,7% nello stesso periodo. Lo scorso anno, i dati indicano che le esportazioni cinesi verso la Germania valevano più del doppio di quanto la Germania stessa vendeva alla Cina.   Nel frattempo, le esportazioni di Berlino verso gli Stati Uniti, il maggiore importatore di beni tedeschi, sono diminuite del 9,4% nel 2025, riducendo il surplus commerciale tra le due nazioni da 69,6 miliardi di euro a 51,9 miliardi di euro, secondo l’agenzia di statistica.

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I dati mostrano che le esportazioni complessive sono aumentate di meno dell’1%, mentre le importazioni sono cresciute del 4,3% lo scorso anno. Il saldo commerciale del Paese è rimasto comunque positivo, attestandosi a 200,5 miliardi di euro.   L’economia tedesca, che dipendeva dalla Russia per il 55% del suo gas naturale, ha subito un duro colpo dopo che il Paese ha aderito alle sanzioni occidentali contro Mosca in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022.   Gli elevati prezzi dell’energia, conseguenza della decisione del governo di abbandonare le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, economicamente vantaggiose, sono stati ripetutamente citati dai media e dai funzionari tedeschi come uno dei fattori chiave del rallentamento economico. A metà gennaio, la Camera di Commercio e Industria del Paese ha collegato questo fattore a quello che ha definito un numero allarmante di fallimenti.   All’inizio di questo mese, l’Istituto economico tedesco ha riferito che il Paese ha perso più di 1.000 miliardi di dollari di PIL a causa di crisi successive, tra cui la pandemia di COVID-19 e il conflitto in Ucraina.

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