Bioetica
Genetica e superbambini OGM
Riflessioni sull’editing genetico, ovvero perché il taglia e cuci del DNA non è moralmente lecito (come qualcuno vorrebbe farci credere).
La distinzione tra enhancement e terapia è stata il criterio guida dei bioeticisti cattolici per la valutazione etica della biotecnologia CRISPR, (forbici molecolari in grado di tagliare il DNA per rimuovere geni indesiderati e inserirne di nuovi a piacimento).
Non la pensa così Padre Nicanor che, a differenza di altri autori della rivista The National Catholic Bioethics Quarterly, ci propone una distinzione terapia vs non-terapia, per convincerci del fine terapeutico dello stesso enhancement! Contraddizione in termini che nasconde un’opinabile morale del tipo «Il fine giustifica i mezzi». Peccato che qui, nemmeno il fine si salva! Volerci ri-creare superuomini é forse moralmente lecito?
Perfettamente sani, perfettamente buoni
di Dr.ssa Martina Collotta (Medico)
C’era una volta l’imperfezione.
C’era una volta la malattia.
C’era una volta chi credeva che l’umano soffrire fosse parte della nostra vita di esseri finiti e limitati e che l’imperfezione fosse parte della nostra creaturalità.
A qualcuno deve davvero sembrare tutta una favola questa invenzione dell’accettazione della sofferenza umana e della ricerca di una perfezione non solo fisica, anche attraverso la via della Croce.
Ma c’è stato una volta anche chi voleva essere come Dio.
E questa volta non è una favola!
C’è stato e c’è ancora chi vuole essere come Dio… certo i mezzi sono cambiati, sono diventati raffinati, si nascondono sotto la presunzione di essere scienza che migliora le nostre vite, ma altro non sono che ambizioni serpentesche.
Non è difficile individuare quali siano questi mezzi attraverso cui l’uomo crea l’uomo a immagine e somiglianza del suo sogno di onnipotenza.
Non è difficile individuare quali siano questi mezzi attraverso cui l’uomo crea l’uomo a immagine e somiglianza del suo sogno di onnipotenza.
Pensiamo alle tecniche di diagnosi prenatale ai fini dell’aborto selettivo, di fecondazione artificiale, di selezione embrionaria.
Pensiamo all’eugenetica negativa che elimina gli imperfetti.
Ma pensiamo anche all’eugenetica positiva che i perfetti li crea su misura, migliorandoli fino a fare dell’uomo un superuomo.
Eugenetica ed enhancement sono due facce della stessa medaglia, entrambi nichilistici desideri di mettersi al posto di Dio, mascherando tutto questo con giustificazioni umanitarie ed umanitaristiche.
Pensiamo anche all’eugenetica positiva che i perfetti li crea su misura, migliorandoli fino a fare dell’uomo un superuomo.
Purtroppo, tra chi giustifica tutto questo, non mancano i cattolici… un Sacerdote cattolico in particolare, Sacerdote domenicano, microbiologo e bioeticista, il cui articolo sul gene editing mi ha spinto a queste riflessioni.
Sono rimasta a bocca aperta di fronte alle parole del Rev. P. Nicanor Austriaco, che afferma che, in fin dei conti, «Gene editing to make patients healtier than healty should be allowed», ovvero, la manipolazione del genoma umano per rendere i pazienti «più sani del sano» dovrebbe essere permessa (nel senso di moralmente lecita).
Qualcosa in questa affermazione non mi convinceva… Innanzitutto, perché parliamo di paziente sano? Mi sembra una contraddizione di termini!
Oppure la salute che non ha conosciuto enhancement, la salute dei «comuni mortali» è da considerarsi malattia? E allora paziente, ovvero malato bisognoso di cure, lo è chiunque non abbia ancora fatto il «salto di qualità» verso il miglioramento delle sue prestazioni, delle sue performance, fisiche o cognitive?
Mi vorrei soffermare sull’esempio che Padre Nicanor ha fatto: l’uso dei farmaci per ridurre il colesterolo. A suo dire abbassare il colesterolo «cattivo» (LDL) a livelli al di sotto di quelli della specie umana (sotto il 70 mg/dL contro i valori normali di 70-130 mg/dL), costituirebbe un beneficio per la nostra salute, riducendo significativamente il rischio di malattie cardiovascolari.
Apparentemente, nulla da dire. Se non che, allora, potrei desiderare non solo di avere i livelli di colesterolo di un babbuino (già, perché i valori da Padre Nicanor raccomandati sono quelli di un babbuino, per sua stessa ammissione), ma di anche nutrirmi solo di erba come un bovino (con buona pace degli ecologisti!), perché, alla fine, non importa che la mia natura sia quella umana, se posso prendere qualcosa dalle altre specie e farlo mio, a mio uso e consumo. Mi sembrava che queste cose si chiamassero chimere… ma se sono farmacologiche poco importa, a quanto pare… E poi, se il fine è quello di migliorare la nostra salute, importa ancora meno…
Padre Nicanor, infatti, giustifica la sua posizione dicendo che dovrebbe essere moralmente lecito migliorare le nostre capacità biologiche a scopo terapeutico.
Padre Nicanor pensi alla salute alla maniera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: salute non è semplice assenza di malattia, ma uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. È il soggettivismo relativista della salute.
Anche qui qualcosa non torna… La terapia ha a che fare con il trattamento di una situazione patologica, non con il presunto miglioramento di una normale condizione di salute! Mi sembra di intuire che Padre Nicanor pensi alla salute alla maniera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: salute non è semplice assenza di malattia, ma uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale.
È il soggettivismo relativista della salute.
Le affermazioni di Padre Nicanor tradiscono, nemmeno troppo velatamente, una morale dell’intenzione in cui il fine giustifica i mezzi.
La cosa che mi sconcerta non è tanto l’idea che il mio colesterolo cattivo, artificiosamente abbassato ai livelli di un babbuino possa essere un beneficio per la mia salute, ma è il fatto che questo esempio è portato a giustificazioni degli interventi sul genoma umano che dovrebbero avere lo scopo terapeutico di «migliorarmi»!
E, ancora una volta, ci troviamo di fronte a parole che stridono. Terapia allo scopo di migliorare… Terapia per migliorare le mie condizioni di salute…
Sarò banale, ma ridurre il colesterolo e manipolare il DNA non mi sembrano la stessa cosa…
Vediamo di fare chiarezza.
Prima di tutto è necessario capire cosa sia il gene editing, ovvero la tecnica che permette di manipolare il DNA per «migliorarci».
Il gene editing (di cui è un esempio la tecnica CRISPR di cui molti avranno sentito ultimamente parlare) consiste nella rimozione di un gene malato o nella sua sostituzione con un gene sano, attraverso l’uso di «forbici molecolari» capaci di andare a tagliare in un punto preciso del DNA.
La tecnica è stata elogiata proprio per la sua precisione, perché le nuove “forbici” che abbiamo a disposizione ora (come la citata CRISPR), sono capaci di tagliare il genoma solo là dove serve, non casualmente.
Padre Nicanor riporta due esempi di applicazioni terapeutiche del gene editing a mezzo CRISPR: quello della «cura» dell’anemia falciforme mediante la riparazione del gene malato, e quella della «cura» dell’HIV mediante l’introduzione di una modifica nel gene che codifica per il recettore dei virus per rendere le cellule impenetrabili al virus.
Chi di noi, di fronte a questo, non esclamerebbe: Ottima cosa questo gene editing!
Rischiamo di inseguire un’illusione di perfezione che non fa che renderci meno umani.
Rischiamo di credere nell’uomo a una dimensione (e Marcuse ringrazia!), quella fisica, quella del riduzionismo genetico.
Rischiamo di inseguire il “gene della felicità” e l’illusione che l’uomo fisicamente perfetto possa anche essere moralmente perfetto.
Rischiamo di cadere nel materialismo.
Peccato che, come sempre, esiste l’altra faccia della medaglia, prima di tutto il rischio che le nostre precisissime forbici (che precise al 100% non lo sono affatto!) taglino qua e là il genoma, magari causando malattie ancora più gravi di quella da curare per cui sono state disegnate. Non è così improbabile danneggiare il DNA trasformando la cellula sana in una cellula tumorale…
Un altro problema, non da poco, è che i geni tra loro interagiscono.
Se io vado a «toccare» un gene, rimuovendolo, cambiandolo, alterandone l’espressione, tutti gli altri geni che interagiscono con lui saranno influenzati a loro volta da questo cambiamento in una sorta di effetto domino che sconvolge l’intera cellula.
Si può certo obiettare che, dato che il mio intervento mira a togliere o riparare il gene malato, questo non potrà che portare ad interazioni positive, ma non è così!
Un gene che causa una patologia può avere anche i suoi lati positivi! Pensiamo proprio all’esempio di Padre Nicanor riguardo all’anemia falciforme.
Rispondiamogli pure alla Darwin, giusto per non sembrare retrogradi antievoluzionisti…
Perché mai quel gene si è conservato nel tempo e la selezione naturale non lo ha eliminato dato che era causa di malattia? Risposta elementare: perché è un’arma di difesa naturale contro la malaria.
Conosciamo tutti il l’anemia mediterranea, diffusa proprio in quelle aree geografiche, spesso paludose, dove la malaria imperversava. Avere il tratto falciforme, in quelle zone, preservava dal contagio.
Conosciamo tutti il l’anemia mediterranea, diffusa proprio in quelle aree geografiche, spesso paludose, dove la malaria imperversava. Avere il tratto falciforme, in quelle zone, preservava dal contagio.
Ammettiamo anche di poter creare delle forbici precisissime, ammettiamo anche che l’uso sia strettamente regolamentato, prendiamo per dato che, in linea con il Magistero della Chiesa Cattolica e perfino in linea con il parere degli scienziati “laici” non si debbano toccare le cellule della linea germinale, i gameti e gli embrioni…
Ammettiamo pure tutto questo per soffermarci solo sul punto: è lecito o meno tagliuzzare il DNA, rimuovere e sostituire geni, manipolare il genoma per curare… e per migliorare?
Ma soprattutto, perché mai dovremmo essere più sani del sano?
Non stiamo facendo altro che parlare di transumanesimo, di human enhancement, mascherato sotto una falsa dizione di terapia.
Non stiamo facendo altro che parlare di transumanesimo, di human enhancement, mascherato sotto una falsa dizione di terapia.
Curare il sano per renderlo più sano ancora non significa forse migliorarlo, potenziarlo, renderlo un super-sano?
E il super-sano, non sarà forse un superuomo?
Siamo di fronte al superuomo nietzscheano, geneticamente editato, manipolato per essere più sano, più forte, più intelligente.
Siamo di fronte ad un uomo che può decidere di farsi migliore attraverso gli strumenti della scienza e della tecnica, agendo proprio in quell’angolo della sua biologia in cui è scritta la sua identità (certo quella biologica e non antropologica, ma pur sempre identità): il DNA.
Siamo di fronte alla libertà di autodeterminarsi come migliori, alla ricerca di una perfezione fisica in cui non ha spazio né la malattia né il più piccolo dei difetti.
Siamo di fronte alla libertà di autodeterminarsi come migliori, alla ricerca di una perfezione fisica in cui non ha spazio né la malattia né il più piccolo dei difetti.
Sappiamo bene che superuomo e volontà di potenza hanno a che fare con il fatto che Dio sia morto… o sbaglio?
L’immagine che mi viene in mente è quella della torre di Babele.
Salire sempre più in alto, fino a toccare il cielo, fino a toccare le vette della perfezione, per poi crollare sotto il peso delle macerie dei danni fatti alla natura stessa dell’uomo. Errori nell’uso delle forbici, cellule che crescono impazzite, nuove e imprevedibili malattie genetiche… ma soprattutto l’intolleranza e l’incapacità di accettare la propria limitatezza.
L’immagine che mi viene in mente è quella della torre di Babele.
Salire sempre più in alto, fino a toccare il cielo, fino a toccare le vette della perfezione, per poi crollare sotto il peso delle macerie dei danni fatti alla natura stessa dell’uomo. Errori nell’uso delle forbici, cellule che crescono impazzite, nuove e imprevedibili malattie genetiche… ma soprattutto l’intolleranza e l’incapacità di accettare la propria limitatezza.
È il sogno della società dei perfetti, una società intollerante nei confronti della più piccola imperfezione, una società che insegue senza sosta il miraggio di una meta che sposta sempre un poco più avanti, discriminando quelli che prima erano i perfetti, ma ora sono “solo” i migliori di fronte ad una nuova classe di più perfetti che si è affermata e che, a sua volta, è destinata a perdere la sua supremazia quando nuovi più perfetti dei più perfetti faranno la loro comparsa.
Rischiamo di inseguire un’illusione di perfezione che non fa che renderci meno umani.
Rischiamo di credere nell’uomo a una dimensione (e Marcuse ringrazia!), quella fisica, quella del riduzionismo genetico.
Rischiamo di inseguire il “gene della felicità” e l’illusione che l’uomo fisicamente perfetto possa anche essere moralmente perfetto.
Rischiamo di cadere nel materialismo.
Non posso essere d’accordo con Padre Nicanor nel sostenere che la suddivisione che lui propone, quella tra terapia e non-terapia, è migliore di quella tra terapia ed enhancement, perché il suo concetto di terapia ingloba anche quello dell’enhancement!
Se la terapia smette di essere solo cura, se quella che Padre Nicanor chiama prevenzione – e per questo, a suo dire, terapia – è in realtà miglioramento dato dall’introduzione nell’uomo di caratteri estranei alla sua propria natura solo perché capaci di portare benefici… siamo di fronte all’enhancement.
A mio parere, questo concetto di terapia è alquanto utilitarista.
È il sogno della società dei perfetti, una società intollerante nei confronti della più piccola imperfezione, una società che insegue senza sosta il miraggio di una meta che sposta sempre un poco più avanti, discriminando quelli che prima erano i perfetti, ma ora sono “solo” i migliori di fronte ad una nuova classe di più perfetti che si è affermata e che, a sua volta, è destinata a perdere la sua supremazia quando nuovi più perfetti dei più perfetti faranno la loro comparsa.
Non serve nascondersi dietro il principio di proporzionalità tra rischi e benefici, caro Padre Nicanor!
Non può dirci che, in fin dei conti, vale la pena modificare le nostre caratteristiche, anche genetiche, se questo porta dei vantaggi!
Non può citare le parole di Dignitas personae, dimenticando Veritatis splendor!
Non ci nascondiamo dietro la morale dell’intenzione. Il fine non giustifica mai i mezzi!
E, lasciatemi dire, nemmeno il fine, qui, è realmente buono!
La perfezione che inseguono i sostenitori dello human enhancement non ha nulla a che vedere con la perfezione dell’uomo, creatura di Dio. La perfezione del transumanesimo è prometeica tentazione di essere padroni del destino dell’umanità.
Stiamo dimenticando che la perfezione a cui è chiamato l’uomo è un’altra!
Non cadiamo nel materialistico inganno che l’uomo fisicamente perfetto è anche buono. Saremmo nel determinismo più assoluto!
Saremmo di fronte a una «fisiognomica del genoma» sulla scia di Lombroso: se il tuo genoma è senza errori, sei buono; ma se il tuo genoma è «malato» o anche solo imperfetto, delinquente sei e delinquente resterai.
Ricostruirmi un genoma perfetto, farà di me una donna più sana dei sani, una donna felice e, perfino, una donna santa! Perché fisicamente a posto, significa moralmente a posto.
Triste conclusione, ma il parallelo con il presente Magistero è per me inevitabile. Risolvere i mali sociali delle disuguaglianze economiche e della discriminazione, renderà l’umanità santa e perfetta!
Editiamo la società allora.
Fermiamoci all’illusione che cambiare la materia, cambierà lo spirito. Ma, mi sembra, che sul rapporto tra atto e potenza, forma e materia, Aristotele e San Tommaso la pensassero diversamente.
Mi dispiace, P. Nicanor, ma io scelgo di stare con un altro domenicano.
Bioetica
La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».
Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.
E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.
Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.
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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.
Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.
Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.
Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi.
Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?
A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.
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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.
Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.
È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica.
Riguarda la verità.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
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Bioetica
Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale
La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.
Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?
Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile.
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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.
Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.
La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?
La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.
In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.
Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.
Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.
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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.
Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.
Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta.
Alfredo De Matteo
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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