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Forma e significato della messa di «rito maya»

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Come riportato di recente, in Messico si sta preparando un rito «maya» della messa. Lo studio è già avanzato ed è emerso un progetto. Un gruppo di vescovi messicani si è infatti riunito per lavorarvi nella diocesi di San Cristóbal de las Casas con Mons. Aurelio Garcia Macias, sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

 

Preparato a febbraio, il progetto sarà sottoposto ai vescovi messicani prima di essere inviato a Roma a maggio. Prima di leggere il testo, è utile conoscere il contesto.

 

Diocesi di San Cristóbal de las Casas

La diocesi è stata per decenni sotto l’occhio vigile di Roma. In gioco c’è il sincretismo, il processo decisionale comunitario, l’attivismo politico di sinistra e l’ordinazione di centinaia di diaconi permanenti, con le loro mogli, per realizzare una «chiesa indigena».

 

Mons. Samuel Ruiz Garcia, vescovo della diocesi dal 1960 al 2000, è stato all’origine del movimento. Mons. Felipe Arizmendi Esquivel, creato cardinale nel 2020, vescovo della diocesi dal 2000 al 2017, ha proseguito nella linea del suo predecessore, che ha sollevato non poche preoccupazioni a Roma.

 

Il caso dei diaconi permanenti associati alle loro mogli

Nel 2000 il Vaticano ha chiesto che, al momento dell’ordinazione dei diaconi permanenti, il vescovo non imponesse le mani sul capo della moglie, come era prassi. Nel 2005 la Congregazione per il Culto Divino ha sospeso «le ordinazioni diaconali permanenti fino a quando non sarà risolto il problema ideologico di fondo» e che il concetto di celibato sacerdotale fosse rafforzato.

 

Inoltre «la formazione dei candidati al diaconato permanente doveva essere interrotta». La diocesi contava allora 340 diaconi permanenti sposati e un quarto di questo numero di sacerdoti: le parrocchie erano gestite principalmente da diaconi permanenti e dalle loro mogli.

 

Nel 2007 Roma ha chiesto di togliere dal direttorio diocesano l’indicazione che questi diaconi potessero diventare preti sposati.

 

L’incoraggiamento di papa Francesco

Il cardinale Arizmendi racconta come, già nel 2013, fosse incoraggiato dal nuovo Papa. Francesco gli disse che il diaconato permanente sarebbe potuto essere una soluzione molto opportuna nelle comunità indigene e che sarebbe dovuto essere incoraggiato. Lo raccomanda Querida Amazonia, n°92.

 

Pochi mesi dopo il presule ha spiegato che «siamo stati autorizzati a continuare queste ordinazioni». Francesco ha così incoraggiato un diaconato indigeno permanente con mogli considerate co-diaconesse, ma sostenne anche lo sviluppo di un rito indigeno.

 

Gli elementi generali alla base del nuovo progetto

Diversi elementi compaiono nel Sinodo amazzonico del 2019: rafforzamento del ruolo liturgico delle donne (verso un diaconato femminile), ruolo preponderante dei diaconi indigeni sposati (verso i sacerdoti sposati) e un’inculturazione liturgica mista a elementi idolatrici (cfr. culto della Pachamama).

 

Per quanto riguarda l’antica religione maya, essa è intrisa di politeismo, animismo, credenza nella comunicazione con gli antenati, persino sacrifici umani.

 

Il rito «maya» così com’è già praticato nella diocesi di San Cristóbal de las Casas

C’è già una avanzata inculturazione dei riti maya, approvata dal vescovo locale.

 

Alcuni di questi elementi devono essere integrati nel progetto attuale.

 

Incensazione dell’altare da parte delle donne

È un’antica funzione delle donne maya incensare oggetti come l’altare maya; questa funzione si ripete durante la messa, con lo stesso tipo di incensiere: le donne incensano l’altare in momenti diversi durante la messa con un incensiere maya.

 

Le danze rituali

La cultura maya utilizza danze rituali: queste sono previste alla fine della messa. Si ritiene che queste danze siano mezzi per comunicare con divinità e spiriti. Il sito web di World History spiega: «i rituali di danza venivano praticati per comunicare con gli dei. Le danze prevedevano sontuosi costumi raffiguranti i volti delle divinità. (…) I Maya pensavano che vestendosi e comportandosi come un dio, potessero comunicare con lui».

 

La Terra, «dea madre»

Spiega il cardinale Arizmendi: «nella “teologia indiana” la terra è essenziale, la conoscono come la Dea Madre. Ha la sua personalità. Lei è sacra. Lei è il soggetto con cui parliamo e che veneriamo. La terra è fertilità divina. Le piante, in particolare il mais, sono la carne degli dei data all’uomo per il sostentamento».

 

Sincretismo e indifferentismo religioso

La rinascita delle pratiche e dei simboli maya è vista come un ritorno alle tradizioni «precolombiane», cioè pagane. Ma per la teologia indiana non c’è contraddizione con il Cattolicesimo.

 

Un autore scrive che: «mons. Ruiz ha sottolineato che il Dio venerato nella teologia indiana non era diverso dal Gesù venerato nel cattolicesimo».

 

Lo stesso autore descrive l’incorporazione di antichi riti religiosi nei riti cattolici: «alcuni hanno incorporato elementi come l’acqua, il fuoco, i colori ancestrali, che non hanno nulla a che fare con le preghiere della Chiesa cattolica: rimandiamo non solo a un Dio cristiano, ma anche alla terra, le montagne, l’acqua, la luna, il sole, tra gli altri…»

 

Il ruolo liturgico delle donne

Si manifesta nell’inclusione delle mogli nell’ordinazione dei diaconi permanenti. La sposa, scrive Mons. Arizmendi, «rimane accanto al diacono durante tutta la cerimonia, e unisce la sua mano a quella del marito nel momento della promessa di obbedienza». Inoltre «riceve, insieme al marito, il libro dei Vangeli. Assiste come ministro straordinario della comunione. E nelle celebrazioni ordinarie incensa l’altare, i Vangeli, le immagini, i ministri e i fedeli».

 

Inoltre, “abbiamo autorizzato due donne ad amministrare il battesimo e a presiedere la celebrazione del matrimonio quando non ci sono altri ministri»: una delle esigenze del Cammino sinodale…

 

L’altare maya

È un altare dedicato agli dei e alle credenze della religione maya. Questi altari si trovano già nelle chiese della regione e durante molte cerimonie religiose. Scrive Mons. Arizmendi: «in alcuni luoghi è consuetudine fare, davanti all’altare, l’“altare maya”, con fiori e candele colorate, secondo le quattro direzioni dell’universo, con i frutti della terra».

 

Ogni colore ha un significato specifico, quattro dei quali rappresentano i punti cardinali. Ad un certo punto, la congregazione si inchina verso il centro dell’altare che presenta due candele che si ritiene rappresentino Cristo, sebbene queste candele abbiano anche altri significati.

 

Mons. Arizmendi spiega: «abbiamo favorito l’inculturazione dell’adorazione del Santissimo Sacramento presso l’“altare maya””. Ci sono “simboli su questo “altare” della presenza eucaristica di Gesù”. Nella cultura maya, “Dio è invocato come Cuore del Cielo e Cuore della Terra”; tuttavia, spiega il porporato: “Gesù unisce il cielo e la terra, perché è Dio e uomo».

 

Accensione di candele

«Il sacerdote che presiede la celebrazione annuncia alla comunità che la preghiera universale sarà fatta seguendo il metodo di accensione delle candele secondo la tradizione degli antenati» scrive mons. Arizmendi. Secondo la tradizione Maya, è possibile comunicare in questo modo con i propri antenati. Prima dell’inizio della messa viene preparato un posto davanti all’altare dove verranno accese le candele.

 

Il numero di candele varia a seconda dello scopo della preghiera. Il direttore – sempre laico – invita alla preghiera, mentre la musica tradizionale viene suonata con arpa, violino e chitarra. Tutti i partecipanti si inginocchiano. Una donna incensa le candele, poi l’officiante le accende. Il sacerdote sta davanti al luogo dove sono le candele, si inginocchia e prega con il capo.

 

Danza rituale

«Al termine dell’omelia, scrive il porporato, si può eseguire una danza rituale. È un leggero movimento del corpo e dei piedi che può essere eseguito in una o tre danze».

 

Alcuni di questi elementi erano presenti nella messa papale del 15 febbraio 2016, celebrata da Francesco durante la sua visita alla diocesi di San Cristóbal de las Casas: Papa Francesco ha incensato l’altare con due mogli diaconali, entrambe con incensieri maya in mano, sotto lo sguardo dei loro mariti, due diaconi permanenti autoctoni. C’è stata anche una danza rituale.

 

Il lettore rimarrà forse sbalordito di fronte a questa disordinata inculturazione che introduce gli elementi di una cultura profondamente pagana e che non può che – quanto meno – mantenere una deleteria confusione, ma piuttosto tende, quale che sia l’intenzione degli autori, a un rito che non ha più nulla di cattolico e che è solo puro sincretismo.

 

I punti chiave

Gli elementi centrali del progetto sono: l’incenso durante la messa da parte di laici, uomini o donne; preghiere guidate da un laico dotato di una nuova funzione liturgica: il «principale»; danze maya; l’«altare maya», il cui «contenuto è custodito, sotto il nome di offerta maya».

 

La diocesi vuole quindi istituire due nuove funzioni liturgiche, occupate da un laico, uomo o donna, scelto dalla comunità parrocchiale con l’assenso del vescovo. La prima di queste funzioni è quella di «principale», la seconda quella di «incensatore».

 

Il «principale» o «anziano»

Il principale, posto accanto al sacerdote, dirige le preghiere comunitarie durante la messa. Questo ruolo sminuisce notevolmente l’importanza del sacerdote. Questa funzione è di grande importanza.

 

Così «l’ufficio liturgico di principale è conferito alla persona, uomo o donna, che è autorità morale nella comunità, che guida il suo popolo nella preghiera e nella fede. Veglia su coloro che hanno un ministero nella comunità. Nella liturgia guida il popolo, su invito di chi presiede la celebrazione, nei momenti di preghiera comunitaria».

 

Il progetto pone il principale al di sopra del diacono permanente e di sua moglie: «il principale o l’anziano, rappresentante della comunità ecclesiale indigena, è un agente formativo molto importante. Accompagna il diacono permanente e la sua sposa con i suoi consigli, la sua esperienza e la sua saggezza, assicurando che siano radicati nella comunità, secondo la loro cultura».

 

L’incensatore

Deve incensare in momenti diversi durante la Messa, il che sminuisce ulteriormente il ruolo del sacerdote. Il progetto parla di «incensazione della croce e dell’altare e, ove opportuno, delle immagini di Maria e dei santi».

 

Questa nuova funzione liturgica può essere esercitata da un uomo o da una donna:

 

«Si propone che, presso i popoli originari della diocesi, l’ufficio liturgico di incensare resti nelle mani di persone, maschi o femmine, nominate dalla comunità e approvate dall’Ordinario. Queste funzioni, principale e incensatore, esistono già per approvazione episcopale».

 

Preghiera comunitaria secondo la cultura maya

Le radici di questa cultura sono pagane. Nonostante la spiegazione del cardinale Arizmendi – «i riti che proponiamo hanno una base cattolica, ma sono stati sviluppati da questi popoli di origine maya che si sono allontanati dagli antichi maya» – rimane il timore del sincretismo. Il progetto afferma che le pratiche maya sono essenziali affinché i nativi entrino in relazione con Dio:

 

«Pregare ad alta voce e in comunità, guidati dal principale, ci permette di entrare in un rapporto diretto con Dio. Senza questo elemento il cuore non è disposto a partecipare. Così questa preghiera comunitaria è un elemento essenziale da inserire nella Messa celebrata con i popoli della diocesi. Senza di essa non si entrerebbe adeguatamente in una relazione personale con Dio».

 

In altre parole, senza questo antico modo di pregare, accompagnato dall’accensione di candele poste a terra davanti all’altare – pratica derivata dai riti pagani del popolo Maya – la grazia del sacrificio della Messa sembra essere diminuito. Secondo il progetto: «c’è anche un elemento storico, poiché era il modo proprio di queste culture di vivere il rapporto con Dio».

 

«In questo modo, la celebrazione dell’Eucaristia e il modo proprio di pregare di questi popoli non restano estranei o separati, ma si fanno insieme, in armonia, anche con il creato». Per un cattolico, l’armonia con il creato si raggiunge attraverso Dio, e quindi attraverso Gesù Cristo…

 

L’accensione di ceri o candele

La necessità di questa pratica è così spiegata: «La preghiera comunitaria con l’accensione delle candele è stata una delle forme di preghiera più frequentemente utilizzate dagli indigeni, con la quale esprimono tutte le richieste che la comunità ha nel cuore. (…) Questo modo di pregare è uno dei mezzi a disposizione di questi popoli per esprimere con più forza la loro fiducia in Dio».

 

Gli autori del progetto sembrano dire che il rito dell’accensione delle candele sia, per gli indigeni, un mezzo di unione con Dio più potente della Messa, o almeno necessario per la sua piena efficacia.

 

La Madre Terra e gli Antenati

La cerimonia dell’accensione, che è accompagnata dall’inchino del capo, dal contatto con il suolo e dal canto, ha lo scopo di entrare in contatto non solo con Dio, ma anche con gli antenati e con la madre Terra, ponendo così Dio sullo stesso piano della terra o gli antenati. Vediamo come il culto di Dio sembra essere posto sullo stesso piano del culto degli idoli.

 

L’altare maya

L’accensione delle candele è legata all’allestimento di un altare maya, denominato «offerta maya» dal documento, che così lo descrive: deve essere collocato all’interno della chiesa, vicino all’altare, e secondo i colori simbolici maya: rosso, nero, bianco e giallo, nonché i punti cardinali. I colori «cardinali» hanno un significato derivato dall’antica religione politeista.

 

«Vicino all’altare sono poste piante, fiori, frutti e semi della regione, e candele del colore che rappresentano i punti cardinali: a est, rosso; a ovest, nero; a nord, bianco; e a sud, giallo. Vicino alle candele vengono posti frutti o fiori dello stesso colore. Al centro, un crocifisso, una Bibbia, una candela blu e una verde, oltre all’acqua, alla terra e alla chiocciola».

 

Danza liturgica: «I piedi accarezzano il volto della Madre Terra»

Secondo il progetto, «il ringraziamento può essere espresso attraverso una danza». È un «grazie collettivo: nella danza i piedi accarezzano il volto della Madre Terra, compiendo leggeri movimenti. Il volto di Dio viene salutato muovendosi nelle quattro direzioni dell’universo. È il momento di sentire la vicinanza dei nostri fratelli e sorelle, che danzano insieme, sullo stesso essere».

 

«Dio danza in mezzo a noi. (…) È anche sentire la presenza di Gesù, dei santi, dei nostri antenati, che danzano con noi, non come un’immaginazione forzata, ma come una presenza spirituale reale, in una comune armonia».

 

Il testo afferma quindi che gli antenati sono «realmente presenti spiritualmente» in questa danza rituale, cosa che non può essere esatta secondo la dottrina cattolica. Questa danza è «parte integrante dell’azione liturgica»: è una liturgia danzata, e non «una danza nella liturgia».

 

Una parola sugli autori del progetto

L’autore principale è un gesuita, padre Felipe Jaled Ali Modad Aguilar, già impegnato nella preparazione del Sinodo amazzonico. È coordinatore della commissione diocesana per il nuovo rito indigeno in Chiapas, molto attento alla comunicazione con gli antenati.

 

Un altro membro, padre Víctor Manuel Pérez Hernández è parroco della parrocchia di San Juan Chamula, una parrocchia nota per i sacrifici di animali e altre pratiche di culto pagano. Diversi turisti raccontano le loro esperienze in questa chiesa. Ecco un esempio.

 

«Dall’esterno la chiesa assomiglia a tutte le chiese messicane: una facciata luminosa e colorata, con un’architettura molto semplice. Si pagano 25 pesos per entrare, ma è vietato fare foto o video». All’interno «i fedeli praticano rituali unici che coinvolgono santi cattolici, liquori di contrabbando e sacrifici di animali».

 

«Il visitatore è sopraffatto dall’odore dell’incenso di resina di copale e dal fumo di migliaia di candele. Le pareti sono fiancheggiate da statue di santi ornate di specchi per allontanare il male. Non ci sono panchine; freschi aghi di pino ricoprono il terreno. Ogni famiglia spazza uno spazio libero e attacca le candele sulle piastrelle».

 

«I fedeli lasciano che le candele si consumino completamente durante e dopo le loro cerimonie personali. Pregano ad alta voce in tzotzil, a volte piangono e spesso si fanno il segno della croce. Bevono Coca-Cola e “pox” – il distillato regionale; ruttano con l’intenzione di evacuare gli spiriti maligni».

 

«A volte alla famiglia si unisce un curandero [sciamano] che può imporre le mani sui malati, assorbire le loro malattie in un uovo di gallina o guarirli agitando un pollo vivo sopra la loro testa. La gallina viene quindi sacrificata». E la «messa» viene regolarmente celebrata in questa chiesa dal parroco Hernández…

 

Conclusione

Sembra abbastanza ovvio che l’adattamento di elementi culturali e riti di origine maya per la diocesi di San Cristóbal de las Casas non eviti il ​​sincretismo.

 

(…)

 

Se vescovi e sacerdoti possono distinguere le cose, ma per i fedeli è un’altra cosa. Inoltre, che bisogno c’è di immergere il discepolo di Cristo in questi elementi che possono solo turbarlo, lasciandolo legato a pratiche quantomeno superstiziose, se non addirittura idolatre.

 

Quanta responsabilità nello stabilire questo rito paganizzato!

 

 

 

 

Articoli previamente apparsi su FSSPX.news.

 

 

Immagine da FSSPX.news 

 

 

 

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Leone XIV aumenta gli stipendi nella Curia

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Sarebbe più corretto affermare che Papa Leone XIV, con un motu proprio pubblicato il 14 settembre 2026, ha abrogato una misura di austerità salariale vaticana adottata da Francesco durante la pandemia. Circa 5.000 dipendenti potranno nuovamente rivendicare la propria anzianità e alcuni stipendi saranno aumentati.

 

Papa Francesco ha pubblicato il motu proprio «Un futuro sostenibile» il 23 marzo 2021, nel pieno della pandemia, a causa della situazione economica e del deficit strutturale. Ha così avviato una politica di austerità nei confronti del bilancio vaticano. Alcuni stipendi – quelli di cardinali, funzionari, sacerdoti e religiosi che lavorano nella Curia – sono stati ridotti.

 

Inoltre, il pontefice aveva decretato il congelamento dell’anzianità, che era stato mantenuto negli ultimi cinque anni. Tale misura aveva incontrato una notevole resistenza. Il nuovo motu proprio rivela che Leone XIV aveva già annullato la decisione del suo predecessore il 16 giugno 2025, attraverso un rescritto che abrogava la riduzione salariale del 3% per i sacerdoti e i religiosi della Curia romana che non ricoprivano incarichi di alto rango.

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Ripristino dell’anzianità

Il nuovo motu proprio abroga completamente quello di Francesco, affermando la stabilità delle istituzioni economiche della Santa Sede. La decisione di ripristinare il precedente motu proprio è stata presa previa consultazione con la Segreteria per l’Economia, ma l’abrogazione non ha effetto retroattivo.

 

Ciò significa che i dipendenti riceveranno nuovamente un bonus di anzianità ogni due anni, adeguamento all’inflazione. Ad esempio, un dipendente di livello 6 può aspettarsi un bonus di circa quaranta euro ogni due anni.

 

Aumento salariale

Si prevede un aumento degli stipendi di cardinali, prefetti e alti funzionari della Curia. Tuttavia, Leone XIV non revocherà la seconda riduzione di “poche centinaia di euro” imposta ai cardinali da Francesco nel 2024. Secondo alcune fonti, un cardinale che lavora presso la Curia percepisce attualmente tra i 4.500 e i 5.000 euro al mese.

 

Dalla sua elezione, Leone XIV ha abrogato diverse leggi emanate da Francesco I in materia finanziaria. In un’intervista del settembre 2025, ha respinto ogni allarmismo riguardante l’economia. Se c’è un ambito in cui l’operato di Leone XIV si differenzia da quello del suo predecessore, è certamente quello economico.

 

L’Associazione dei Dipendenti Laici del Vaticano (ADLV), che conta circa 850 dipendenti su un totale di circa 5.000 nel piccolo Stato, ha chiesto a Leone XIV, in un comunicato, una qualche forma di risarcimento per le perdite causate dalle misure di austerità adottate da Francesco durante la pandemia di COVID-19.

 

Spiega che «per i dipendenti, questa abrogazione non è accompagnata dal riconoscimento retroattivo dei livelli di inquadramento non acquisiti, né da una forma specifica di risarcimento per le conseguenze economiche causate da tali disposizioni».

 

L’associazione conclude aggiungendo: «sarebbe possibile tenere conto dei sacrifici compiuti dai dipendenti durante gli anni di crisi, considerando, qualora non fosse possibile rimborsare integralmente gli importi trattenuti dagli stipendi, forme di riconoscimento una tantum o misure compensative?»

 

Infine, un dipendente ha dichiarato a IMedia che la questione delle pensioni è per lui molto più preoccupante. Papa Francesco, infatti, aveva lanciato l’allarme su questo tema al termine del suo pontificato.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Lula Oficial via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

 

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Mons. Strickland chiede di riesaminare il Concilio: «c’è una casa da ricostruire»

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Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Joseph Strickland apparse su LifeSiteNews. Riteniamo che monsignore sottovaluti il ruolo del Concilio nella catastrofe del cattolicesimo attuale, tuttavia non sbaglia se pensa che quest’albero maligno ha radici profonde e rami che danno i loro frutti perversi lontani dal tronco.   So che alcuni di voi credono che io sia cambiato. Alcuni temono che io sia passato «dall’altra parte». Alcuni si chiedono se, dopo anni passati a parlare apertamente e coraggiosamente della crisi nella Chiesa, a difendere la liturgia romana tradizionale, a mettere in discussione ciò che è stato fatto in nome del Concilio Vaticano II e a parlare apertamente dell’arcivescovo Marcel Lefebvre, io stia ora rinnegando queste convinzioni. Alcuni di voi potrebbero persino sentirsi traditi. Quindi, prima di dire altro, voglio dire questo chiaramente: non mi sono spostato.   Le parole che Cristo rivolse a San Francesco a San Damiano – «Va’ e ripara la mia casa, che, come vedi, sta cadendo in rovina» – mi sono rimaste impresse nel cuore.   Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla Chiesa. Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla sacra liturgia, alla catechesi cattolica, alla vita religiosa, alla formazione sacerdotale o alla trasmissione della Fede. Non ho dimenticato gli altari che sono stati rimossi, i santuari che sono stati spogliati, il latino che è scomparso, le sacre tradizioni che sono state abbandonate, o le generazioni di cattolici a cui è stato insegnato a considerare gran parte della propria eredità come qualcosa da cui la Chiesa doveva essere liberata.   Non ho mai smesso di difendere la liturgia romana tradizionale. Non ho mai smesso di credere che molto sia stato abbandonato inutilmente e debba essere ripristinato. Non ho mai smesso di credere che la Sacra Scrittura debba essere letta all’interno della Sacra Tradizione e secondo la fede perenne della Chiesa. Non ho mai smesso di credere che nessun papa, concilio, vescovo, sacerdote, teologo o generazione abbia l’autorità di creare una nuova fede cattolica.   E non ho mai smesso di credere che permangano seri interrogativi riguardo al Concilio Vaticano II e all’enorme sconvolgimento che ne è seguito.   Non sono diventato meno disposto a dire la verità. Cerco solo di dirla con maggiore precisione.

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Per molti anni, ai cattolici sono state spesso presentate due spiegazioni della crisi. Una afferma: «il Concilio Vaticano II ha causato tutto questo». L’altra afferma: «non c’era niente di sbagliato nel Concilio Vaticano II; il problema è stato solo la sua attuazione». Non credo più che nessuna delle due risposte, presa singolarmente, sia sufficiente.   Qualcosa è successo. Qualcosa è successo al culto cattolico. Qualcosa è successo all’identità cattolica. Qualcosa è successo alla catechesi. Qualcosa è successo alla vita religiosa e al sacerdozio. Qualcosa è successo al modo in cui i cattolici interpretano la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, l’autorità, l’evangelizzazione e persino la Chiesa stessa. Non possiamo seriamente negarlo.   Ma dopo più di 60 anni, non basta più indicare la devastazione e dire: «c’è stata una rottura». Dobbiamo determinare dove si è effettivamente verificata la rottura.   È stata la rottura nel Concilio stesso? In particolari passaggi di particolari documenti? Nelle ambiguità che hanno aperto la porta a interpretazioni contrarie a quanto la Chiesa aveva precedentemente insegnato? Nelle commissioni e nelle riforme che ne sono seguite? Nella loro attuazione? In un’ideologia che si è appellata allo «spirito del Concilio Vaticano II» anche quando le parole del Concilio dicevano qualcosa di diverso?   Oppure la rottura si è verificata a livelli diversi, in modi diversi e in momenti diversi?   Queste domande non rappresentano una ritirata da quanto ho affermato in precedenza. Sono il passo successivo necessario.   C’è un momento in cui il coraggio richiede a un vescovo di presentarsi di fronte a una crisi e dire: «qualcosa è andato terribilmente storto». Ma alla fine il coraggio richiede qualcosa di più. Un pastore deve entrare tra le macerie e capire cosa è andato storto, dove è andato storto, come è andato storto e cosa ora deve essere riparato. Questo è ciò che sto cercando di fare.   Per troppo tempo, quasi tutto ciò che è accaduto alla Chiesa dopo il Concilio è stato racchiuso in un unico contenitore etichettato «Vaticano II». Voglio aprire quel contenitore. Voglio sapere cosa ha detto realmente il Concilio. Voglio sapere cosa non ha detto. Voglio sapere cosa è successo dopo. Voglio sapere cosa è stato fatto in suo nome. E voglio sapere dove qualcosa si è discostato da ciò che la Chiesa aveva ricevuto.   Papa Benedetto XVI comprese che l’interpretazione del Concilio Vaticano II si trovava al centro del problema. Nel suo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, contrappose quella che definì un’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» a un’«ermeneutica della riforma», del rinnovamento nella continuità dell’unica Chiesa donataci da Cristo. Questa distinzione è essenziale.   Non esisteva una Chiesa cattolica prima del Concilio e un’altra dopo. La Chiesa non è ricominciata nel 1962. Il Concilio Vaticano II non aveva l’autorità di inventare una nuova fede cattolica. Nessun concilio possiede tale autorità.   Ogni concilio deve collocarsi all’interno della Fede che lo ha preceduto: la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, i Padri e i Dottori, i concili precedenti e il Magistero perenne.   Benedetto XVI lo ha chiarito in modo particolare durante i suoi sforzi per sanare la frattura che aveva coinvolto la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Non accettava l’idea che il magistero della Chiesa potesse essere semplicemente cristallizzato al 1962. Ma non permetteva nemmeno che il Concilio Vaticano II venisse separato da tutto ciò che lo aveva preceduto. Le radici non si possono recidere dall’albero. Questo è un principio fondamentale per il lavoro che ci attende.   Ma vorrei aggiungere un aspetto altrettanto importante: la continuità non può essere semplicemente affermata. Deve essere dimostrata.   Il mio principio è semplice. Se c’è continuità, dimostriamola. Se c’è ambiguità, identifichiamola. Se c’è rottura, localizziamola.   E se qualcosa non può davvero reggere perché non è conciliabile con la fede che la Chiesa ha ricevuto, allora la Chiesa deve avere il coraggio di affrontarla.   Questo mi porta a un uomo il cui nome non può essere facilmente separato da questa storia: l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Ho già parlato favorevolmente dell’arcivescovo Lefebvre in passato e non ritratto quelle parole. Credo che la storia giudicherà quest’uomo e il suo ruolo nella crisi della Chiesa in modo molto diverso da come è stato spesso giudicato.   In effetti, ho affermato di ritenere possibile che la Chiesa un giorno riconosca la sua santità. Tale giudizio spetta alla Chiesa, non a me. Ma mi è consentito riconoscere quelle che credo siano state virtù straordinarie in un vescovo che si è trovato ad affrontare circostanze che pochi vescovi nella storia hanno dovuto affrontare.   Dovremmo essere cauti nell’ipotizzare, decenni dopo, di poter giudicare con facilità la coscienza di un uomo che si trovava nel mezzo di un terremoto ecclesiastico. L’arcivescovo Lefebvre credeva che qualcosa di prezioso fosse in pericolo di andare perduto. Credeva che il sacerdozio cattolico fosse in pericolo. Credeva che la liturgia romana tradizionale fosse in pericolo. Credeva che la trasmissione della Fede fosse in pericolo. E agì secondo ciò che riteneva fosse sua responsabilità, di fronte a Dio, in quanto vescovo.

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Qualunque giudizio si possa esprimere sulle singole decisioni da lui prese, è difficile immaginare la storia della liturgia romana tradizionale nell’ultimo mezzo secolo senza riconoscere l’enorme ruolo svolto dall’arcivescovo Lefebvre e da coloro che gli erano associati nella sua preservazione.   Ci sono momenti in cui la Provvidenza suscita un uomo con il compito di preservare qualcosa, mentre quasi tutti intorno a lui sembrano pronti ad abbandonarla. Forse questa era la vocazione particolare dell’arcivescovo Lefebvre. Sono grato che ciò che avrebbe potuto andare perduto sia stato preservato. Ma la gratitudine per la vocazione di un altro uomo non mi impone di credere che Dio mi abbia dato esattamente la stessa. La sua vocazione non deve necessariamente essere la mia.   Forse l’arcivescovo Lefebvre fu chiamato, in un momento di tremendo sconvolgimento, ad aggrapparsi a una riva che sembrava scomparire. Forse la mia responsabilità in questo momento è quella di contribuire a costruire un ponte da quella riva. Ma lasciatemi dire una cosa: il ponte non è un compromesso.   Vorrei essere molto chiaro su ciò che intendo. Non sto costruendo un ponte tra la verità e l’errore. Non può esserci compromesso tra la verità cattolica e la falsità. Non sto cercando una comoda posizione intermedia tra la Tradizione e il modernismo. Non sto chiedendo ai cattolici tradizionalisti di rinunciare a ciò che è stato tramandato affinché tutti possano semplicemente andare d’accordo. Questa non sarebbe unità.   Il ponte di cui parlo attraversa qualcos’altro: le ferite, i sospetti, le accuse, i malintesi e le divisioni che hanno separato i cattolici per oltre mezzo secolo.   Da una parte ci sono i cattolici che hanno visto gran parte della loro eredità svanire e hanno imparato, spesso attraverso esperienze dolorose, a diffidare di chiunque parlasse favorevolmente del Concilio Vaticano II. Dall’altra parte ci sono i cattolici a cui è stato insegnato che la fedeltà al Concilio Vaticano II imponeva loro di guardare con sospetto a gran parte di ciò che lo ha preceduto. Entrambi hanno ereditato ferite. Entrambi hanno ereditato preconcetti. Ed entrambi hanno bisogno della verità.   Il ponte non si costruisce fingendo che non sia successo nulla. Si costruisce solo scoprendo cosa è realmente accaduto. E quel ponte deve avere delle fondamenta. Le sue fondamenta devono essere la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione. I suoi pilastri devono essere l’insegnamento perenne della Chiesa. La sua meta deve essere Gesù Cristo.   Se qualcosa non può reggersi su tali fondamenta, allora non può essere portato avanti semplicemente in nome della riconciliazione.   Alcuni di voi potrebbero pensare: leggere Dei Verbum è una cosa. Leggere Sacrosanctum Concilium è un’altra. Ma cosa succederà quando arriveremo ai documenti più difficili del Concilio Vaticano II? È una domanda legittima. La mia risposta è semplice: li leggeremo anche quelli.   Sono ben consapevole che esistono documenti del Concilio che presentano questioni ben più complesse riguardo al loro rapporto con la precedente dottrina cattolica. Non li eviteremo.   Li collocheremo accanto alla Sacra Scrittura. Li collocheremo accanto alla Sacra Tradizione. Li collocheremo accanto ai Padri e ai Dottori. Li collocheremo accanto al precedente Magistero.   E ci chiederemo: può questo essere compatibile con la fede che la Chiesa ha sempre ricevuto?   Se la risposta è sì, dovremmo dire sì. Se è necessario un chiarimento, dovremmo dirlo. Se un’apparente contraddizione può essere risolta interpretando correttamente un testo all’interno della Tradizione, allora dimostriamolo. Ma se qualcosa non è conciliabile, non dobbiamo creare una continuità artificiale solo perché riconoscere il problema sarebbe difficile.   Non stiamo esaminando la Tradizione alla luce del Concilio Vaticano II. Stiamo esaminando il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione. Ed è proprio questo che fa la differenza.   Nessuno di noi che oggi serviamo la Chiesa ha creato la crisi degli anni Sessanta e Settanta. Non abbiamo scritto i documenti conciliari. Non ne abbiamo supervisionato l’attuazione. Non abbiamo ideato le riforme che ne sono seguite. Non abbiamo preso molte delle decisioni le cui conseguenze la Chiesa subisce ancora oggi.   Ma un vescovo non può semplicemente dire: «io non c’ero». Io sono qui ora. La Chiesa che ho ereditato è la Chiesa che ho la responsabilità di guidare.   Un padre che scopre gravi danni alla casa di famiglia non dice: «non è colpa mia» e se ne va. I suoi figli vivono lì. Deve esaminare le fondamenta. Deve scoprire quali pietre sono state rimosse. Deve stabilire cosa è stato modificato inutilmente. Deve identificare qualsiasi elemento introdotto che non appartenga alla casa. Deve preservare ciò che è rimasto intatto. Deve restaurare ciò che è andato perduto. E deve riparare ciò che è stato rotto. È così che intendo la responsabilità episcopale in questo momento.

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Non sono stato io a infliggere queste ferite. Ma sono un vescovo nella Chiesa che le porta. Pertanto, in una certa misura, ora sono anche una mia responsabilità. I ​​vescovi di oggi non possono rimandare indefinitamente queste questioni ai vescovi di domani. A un certo punto, qualcuno deve pur iniziare.   E a voi che temete di essere stati traditi, so perché siete cauti. Molti di voi hanno sofferto semplicemente perché desideravano ciò che le generazioni di cattolici che vi hanno preceduto avevano ricevuto senza controversie. Alcuni sono stati derisi. Alcuni sono stati emarginati. Alcuni sono stati trattati come disobbedienti perché amavano l’antica liturgia. Alcuni hanno visto i propri figli perdere la fede, pur essendo rassicurati sul fatto che la Chiesa stesse vivendo una nuova primavera.   Non vi chiederò di fingere che quelle cose non siano accadute. Non vi chiederò di rinunciare alla Tradizione per attraversare questo ponte. Vi chiedo invece: portate con voi la Tradizione. Portate la Sacra Scrittura. Portate i Padri. Portate i Dottori della Chiesa. Portate i concili. Portate le encicliche. Portate i catechismi. Portate San Tommaso. Portate la liturgia romana tradizionale. Portate tutto ciò che la Chiesa ci ha tramandato. Ne avremo bisogno di tutto.   Esaminiamo dunque ciò che è accaduto. Se il Concilio Vaticano II è in linea con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo. Se qualcosa di fatto in seguito contraddice quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo neanche in questo caso. E se nel Concilio stesso incontriamo qualcosa che non è conciliabile con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo nasconderci da questo.   La verità non ha nulla da temere dall’essere esaminata.   E a coloro che difendono il Concilio, chiedo qualcosa anche a voi. Non trattate le questioni serie come atti di disobbedienza. Non rispondete alle prove con slogan. Non chiedete ai cattolici tradizionalisti di rinnegare ciò che hanno visto. Non invocate il Concilio Vaticano II per giustificare qualcosa, a meno che il Concilio Vaticano II non l’abbia effettivamente affermato.   Se qualcosa di prezioso è stato scartato inutilmente, contribuisci a restituirlo. Se una riforma è andata oltre quanto richiesto dal Concilio, riconoscilo. Se una formulazione conciliare necessita di chiarimenti alla luce del precedente insegnamento cattolico, non aver paura nemmeno di questo.   E non pensiamo che l’amore per la Chiesa ci imponga di fingere che gli ultimi sessant’anni non abbiano rivelato problemi profondi. La Chiesa non è protetta dal nostro rifiuto di esaminare le sue ferite. La Chiesa è protetta da Gesù Cristo.   Forse è qui che l’opera dell’arcivescovo Lefebvre e la mia vocazione si incontrano. Forse la Provvidenza ha richiesto che qualcuno, in una generazione precedente, dicesse: «Non permetterò che questo scompaia».   Forse Papa Benedetto XVI è stato chiamato a ricordare alla Chiesa che la risposta non poteva risiedere nella rottura, ma in un’autentica riforma all’interno della continuità dell’unica Chiesa. E forse noi che oggi serviamo come vescovi abbiamo ereditato un’altra parte di quest’opera.   Forse la nostra responsabilità è tornare indietro. Esaminare. Distinguere. Recuperare. Correggere. Restaurare. E ricostruire.   Una generazione può custodire le pietre. Un’altra può essere chiamata a ricostruire la casa. Una generazione può difendere la riva. Un’altra può essere chiamata a costruire il ponte. Queste vocazioni non devono necessariamente essere in conflitto. L’una può dipendere dall’altra.   Non si può restaurare ciò che nessuno ha preservato. E non si può costruire un ponte su una riva scomparsa.   Onoro coloro che hanno difeso la costa. Onoro coloro che hanno sofferto per preservare ciò che era stato tramandato. Onoro coloro che hanno lanciato l’allarme quando l’allarme era impopolare. Ma forse è giunto il momento anche di costruire.   E così ritorno al punto di partenza. Non mi sono mosso.   Non mi sono allontanato dalla Sacra Scrittura. Non mi sono allontanato dalla Sacra Tradizione. Non mi sono allontanato dal Magistero perenne. Non mi sono allontanato dal Santo Sacrificio della Messa. Non mi sono allontanato dalla Fede tramandata dagli Apostoli. Non mi sono allontanato dalla mia convinzione che la Chiesa abbia subito una profonda crisi e che molto di ciò che è andato perduto inutilmente debba essere recuperato.   E non mi sono mai sottratto alla mia responsabilità di vescovo di dire la verità con chiarezza e coraggio, a qualunque costo.   Ma rimanere saldi non significa che il lavoro sia finito. Ci sono domande a cui bisogna rispondere. Ci sono ferite da guarire. Ci sono errori da correggere. Ci sono tesori da recuperare. C’è una casa da ricostruire. E c’è un ponte che qualcuno deve essere disposto ad attraversare.   Ho intenzione di attraversare quel ponte. Non perché non sia sicuro di dove mi trovo, ma proprio perché so dove mi trovo.

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Percorrerò quel ponte portando con me la Fede che la Chiesa ci ha tramandato. Non rinuncerò alla verità cattolica per rendere più facile l’attraversamento. Non inventerò una continuità laddove non può essere dimostrata. Non difenderò ciò che non può reggere solo perché qualcuno vi ha apposto il nome del Concilio Vaticano II. Cercherò la verità ovunque essa conduca.   E lo farò come un vescovo che sa che un giorno dovrò comparire davanti a Gesù Cristo e rendere conto di ciò che mi è stato affidato. Quel giudizio conta più dell’approvazione di una delle due parti.   Vi chiedo dunque: camminate con me. Non verso una nuova Chiesa. Non verso una Chiesa compromessa. Non verso una Chiesa inventata negli anni ’60. E non verso una Chiesa immaginaria che può semplicemente cancellare 60 anni di storia come se non fossero mai esistiti.   Camminate con me verso la pienezza della fede cattolica che abbiamo ricevuto. Preserviamo ciò che è vero. Recuperiamo ciò che è perduto. Individuiamo ciò che è sbagliato. Correggiamo ciò che non può essere mantenuto. Guariamo ciò che è stato ferito. E ricostruiamo ciò che è stato spezzato.   Non con rabbia. Non con paura. Non come fazioni opposte. Ma come cattolici che amano la Chiesa a tal punto da cercare la verità su ciò che le è accaduto.   La Chiesa non ci appartiene. Appartiene a Gesù Cristo. Lui non l’ha abbandonata. E nemmeno noi lo faremo.   La Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci mantenga fedeli al suo Divin Figlio. I Santi Pietro e Paolo ci rafforzino nella Fede apostolica. San Giuseppe, Protettore della Santa Chiesa, ci custodisca nell’opera che ci attende.   E che Dio Onnipotente ci conceda la saggezza di riconoscere la verità, il coraggio di difenderla, l’umiltà di correggere ciò che deve essere corretto e la carità di ricostruire insieme ciò che è stato ferito.   Non mi sono mosso.   Ma partendo dal fondamento della Sacra Tradizione, credo che sia giunto il momento di iniziare l’opera di ricostruzione.   Vescovo Joseph E. Strickland Vescovo emerito

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Spirito

Scoperti due sermoni inediti di Sant’Agostino

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Nel 2024, il professor Christian Tornau, titolare della cattedra di filologia classica all’Università di Erbipoli, in Germania, è stato contattato da Paul Nebauer, membro dell’associazione del monastero cistercense di Bad Doberan (Germania settentrionale), per decifrare un manoscritto del XII secolo.

 

Originariamente appartenuto all’abbazia di Bad Doberan, questo manoscritto fu in seguito conservato presso l’abbazia cistercense di Pelplin, in Polonia, filiale dell’abbazia di Doberan. Contiene sei sermoni attribuiti a Sant’Agostino d’Ippona; ulteriori analisi hanno rivelato che «due dei sei sermoni sono scritti inediti di Sant’Agostino», afferma il professor Tornau.

 

«Il codice fu scritto in Doberan nel XII secolo. Potrebbe essere stato copiato da un manoscritto perduto dell’abbazia di Amelungsborn, nella Bassa Sassonia, ma al momento non è possibile ricostruirne la storia fino alle sue origini», spiega l’accademico tedesco.

 

In effetti, un catalogo di questo monastero menziona un testo con gli stessi titoli e la stessa sequenza di contenuti del manoscritto Pelplin. Sfortunatamente, la biblioteca dell’abbazia di Amelungsborn fu distrutta durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), rendendo impossibile confermare con certezza il collegamento.

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Il professor Tornau prosegue: «la convinzione della loro autenticità è il risultato di un’approfondita analisi filologica durata quasi due anni. Parte di questo lavoro è stata svolta durante una scuola estiva organizzata dal Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (CSEL) a Vienna nel 2025, con un gruppo di dottorandi e ricercatori post-dottorato».

 

Al termine di questo intenso periodo di lettura e analisi, il gruppo di ricercatori è giunto alla conclusione che non vi fossero obiezioni sostanziali a tale attribuzione.

 

I due sermoni riscoperti si concentrano su un passo delle Sacre Scritture: la visita del re Saul alla Pizia di Endor prima della battaglia contro i Filistei (Primo Libro di Samuele, capitolo 28). Il racconto biblico narra di come Saul, non ricevendo risposta da Dio, consulti un negromante per evocare il profeta Samuele. Questa scena solleva un interrogativo teologico: Samuele apparve davvero grazie a una straordinaria autorizzazione divina, oppure fu un atto di origine demoniaca?

 

La prima di queste omelie fu pronunciata durante la Messa domenicale e si conclude con la presentazione delle varie interpretazioni possibili. La seconda, predicata il mercoledì successivo, sviluppa e confronta queste spiegazioni senza imporre un’unica risposta.

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Immagine: Philippe de Champaigne (1602–1674) , Sant’Agostino (1645-1650 circa), Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

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