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Geopolitica

«Dobbiamo porre fine alla guerra il prima possibile»: Zelens’kyj incontra il segretario di Stato vaticano Parolin

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L’Ucraina vorrebbe che i combattimenti con la Russia terminassero il più presto possibile per porre fine alla perdita di vite umane, ha affermato il presidente ucraino Volodyrmyr Zelens’kyj.

 

Il leader ucraino stava parlando con il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano in visita a Kiev. Lo Zelens’kyj ha ringraziato la Santa Sede per un «forte segnale» di sostegno all’Ucraina.

 

Il cardinale Segretario di Stato «ha ribadito la vicinanza del Papa e l’impegno a trovare una pace giusta e duratura per la martoriata Ucraina», ha scritto la segreteria di Stato Vaticana su X.

 

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«Penso che tutti noi capiamo che dobbiamo porre fine alla guerra, il prima possibile ovviamente, per non perdere vite umane», ha dichiarato lo Zelens’ky in lingua inglese, secondo il video pubblicato sul suo canale Telegram.

 

La scorsa settimana, lo Zelens’kyj ha detto alla BBC che sperava di porre fine alla «fase calda» della guerra «entro la fine di quest’anno» e che nessuno voleva che il conflitto continuasse «per altri dieci anni o più».

 

Nella stessa intervista, tuttavia, ha chiarito che la sua soluzione era che gli alleati dell’Ucraina in Occidente concordassero di sostenere la sua cosiddetta «formula di pace» e la presentassero alla Russia come un blocco unito.

 

Tale «formula di pace» è un elenco di richieste di Zelensky rivelate per la prima volta nel novembre 2022, che vanno dal ritiro della Russia da tutti i territori che l’Ucraina rivendica come propri, tra cui Crimea e Donbass, al pagamento delle riparazioni, ai processi per crimini di guerra per la leadership russa e all’adesione dell’Ucraina alla NATO. Mosca l’ha respinta come una proposta delirante.

 

Un mese prima di pubblicare la sua «formula», lo Zelensky aveva pure firmato un decreto che vietava qualsiasi negoziazione con la Russia finché il presidente Vladimir Putin fosse rimasto al potere.

 

L’improvviso interesse dello Zelens’kyj nel porre rapidamente fine al conflitto ha rappresentato un netto cambiamento di tono rispetto a marzo, quando Papa Francesco aveva esortato Kiev a mostrare «il coraggio della bandiera bianca» e a negoziare con Mosca.

 

«La nostra bandiera è gialla e blu», rispose allora il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba. «Non innalzeremo mai altre bandiere».

 

Papa Francesco aveva fatto due offerte per mediare nel conflitto con la Russia l’anno scorso, solo per essere respinte da Kiev entrambe le volte. L’ultimo rifiuto è arrivato a giugno, appena prima della grande offensiva ucraina che si è rivelata un fallimento totale e ha causato vittime ingenti.

 

Poi  nel giugno 2023 ci fu inflitto lo spettacolo disarmante della visita, fatta con espressione timida e testa un po’ china, del cardinale Zuppi a Kiev, dove si è trovato di fronte la faccia di bronzo di Zelens’kyj – il cui Paese perseguita i monaci ortodossi e mette a tacere i sacerdoti cattolici che osano pregare per la pace – che non è, come dire, intenzionato a servirsi del canale della Santa Sede, e nemmeno vede nella religione uno strumento necessario al potere.

 

Lo Zelens’kyj potrebbe cambiare la sua retorica a causa del timore che l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump possa tornare alla Casa Bianca e modificare la politica di Washington di sostegno incondizionato a Kiev, ha affermato lunedì l’esperto polacco di relazioni internazionali Witold Sokala.

 

La Russia ha ripetutamente affermato di essere disposta a negoziare la fine delle ostilità con l’Ucraina. Il mese scorso, Putin ha elencato una serie di termini per un cessate il fuoco, tra cui la rinuncia ufficiale di Kiev alle aspirazioni NATO, il ritiro dalle regioni russe e la revoca di tutte le sanzioni occidentali alla Russia.

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Lo scorso settembre Mikhailo Podolyak, uno dei principali consiglieri del presidente Zelens’kyj, aveva dichiarato che Kiev non avrebbe accettato la mediazione di Papa Francesco nel conflitto con Mosca, perché il pontefice «filo-russo» tradirebbe l’Ucraina. Lo stesso, in una focosa intervista al Corriere della Sera, aveva definito il Papa uno «strumento della propaganda russa» a causa delle affermazioni del pontefice secondo cui i cattolici in Russia sono eredi di una grande tradizione storica.

 

Sempre secondo il controverso Podolyak, il papa «ha dimostrato di non essere un esperto di politica e continua a ridurre a zero l’influenza del cattolicesimo nel mondo».

 

Si tenga presente che a inizio conflitto Bergoglio aveva pure baciato pubblicamente, durante un’udienza dello scorso anno, la bandiera di una «centuria» del golpe di Maidan. A sua volta, il patriarca greco-cattolico ucraino, in comunione con Roma, si è scagliato, come altri prelati ucraini, contro il documento filo-omosessualista Bergogliano Fiducia Supplicans.

 

Lo scorso maggio lo Zelens’kyj, che ha spinto per la persecuzione della Chiesa Ortodossa d’Ucraina (UOC), aveva proclamato che gli ucraini sono il popolo eletto di Dio. La portavoce degli Esteri del Cremlino Maria Zakharova aveva replicando parlando di «overdose di droga».

 

La repressione dalla chiesa ortodossa potrebbe essersi spostata a quella cattolica: come riporta Renovatio 21, un sacerdote greco-cattolico (cioè in comunione con il papa, ma di rito bizantino) della diocesi della città dell’Ucraina occidentale Uzhgorod è stato costretto a scusarsi dopo un’omelia in cui invocava il Signore per avere la pace tra il popolo russo e quello ucraino.

 

Come riportato da Renovatio 21, i sacerdoti cattolici – come le donne, i malati di mente e i sieropositivi HIV – non sono risparmiati dalla leva militare obbligatoria nella guerra contro la Russia, mentre i circensi sono esentati.

 

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Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

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Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.   Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.   Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.   Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.   «Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».   «Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.   «È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».   «Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».   «Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.   «È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».  

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Gli USA bombardano l’Iran. Trump promette di «picchiare a sangue»

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Gli Stati Uniti hanno lanciato un «potente» raid aereo contro l’Iran dopo che il presidente americano Donald Trump aveva avvertito che «era il nostro turno di colpirli», in seguito all’attacco missilistico balistico di Teheran contro le forze americane in Giordania la notte precedente.

 

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato che i nuovi attacchi sono iniziati mercoledì alle 20:00 ora della costa orientale.

 

«Gli attacchi rappresentano una risposta decisa ai tentativi di attacco iraniani di ieri contro le forze statunitensi di stanza in Medio Oriente», ha annunciato il CENTCOM.

 

Il comando non ha immediatamente identificato gli obiettivi, non ha rivelato quanti aerei o missili fossero coinvolti, né ha specificato quanto tempo si prevedeva che l’operazione sarebbe durata.

 

I media iraniani hanno riportato esplosioni in diverse regioni meridionali poco dopo l’inizio dell’operazione statunitense. Press TV ha affermato che le aree intorno alla città sud-occidentale di Abadan sono state colpite da missili, mentre esplosioni sono state udite anche sull’isola di Qeshm e nella città portuale meridionale di Bushehr. Non ci sono state segnalazioni immediate di vittime né dettagli sugli obiettivi dell’operazione.

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Mercoledì, Trump aveva avvertito che l’Iran stava per subire una dura risposta, dichiarando a Fox News: «Li faremo a pezzi». L’espressione originale, non facilmente traducibile, è più profana: «beat the fucking shit out of them», cioè picchiare persico sino a provocarne l’incontinenza. Si tratta di un modo di dire equivalente al nostro più contenuto «picchiare a sangue».

 

Parlando in seguito alla Casa Bianca, Trump ha affermato che l’Iran aveva lanciato cinque missili contro le forze americane e ha attribuito ai sistemi di difesa aerea Patriot statunitensi il merito di averli intercettati tutti. «Li colpiremo duramente perché ora tocca a noi colpirli», ha aggiunto.

 

Il CENTCOM ha descritto il lancio missilistico di martedì come un tentativo di «attacco a sorpresa», affermando che tutti i proiettili in arrivo erano stati intercettati. Inizialmente il comando non ha menzionato la Giordania, limitandosi a dire che i missili avevano come obiettivo le forze statunitensi «di stanza in Medio Oriente».

 

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (i pasdarani) ha successivamente rivendicato la responsabilità dell’attacco. Le Guardie Rivoluzionarie hanno affermato di aver agito in risposta alle «azioni aggressive» dell’esercito statunitense e hanno avvertito che le loro operazioni sarebbero continuate finché Washington avesse persistito in quelle che hanno definito «azioni illegali e maliziose» contro gli interessi iraniani.

 

I rinnovati bombardamenti statunitensi hanno posto fine a una breve pausa iniziata dopo che Trump aveva sospeso, venerdì scorso, una campagna di attacchi durata 13 notti per consentire lo svolgimento dei negoziati con Teheran. Aveva tuttavia avvertito che l’azione militare sarebbe ripresa in caso di fallimento della diplomazia.

 

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Americani e sauditi attaccano le milizie filo-iraniane in Iraq

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Aerei da guerra americani e sauditi hanno condotto attacchi congiunti contro presunte postazioni di milizie filo-iraniane nell’Iraq orientale. Lo ha comunicato il il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM).   Il raid aereo ha preso di mira diverse strutture logistiche e depositi di armi utilizzate da gruppi presumibilmente diretti dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (i pasdaran), ha dichiarato martedì il CENTCOM.   «Il Comando Centrale degli Stati Uniti e le Forze Armate saudite hanno condotto attacchi di precisione in Iraq il 28 luglio contro terroristi filo-iraniani che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche aveva incaricato di attaccare le forze statunitensi e le infrastrutture energetiche saudite», ha dichiarato il comando.  

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Il ministero della Difesa saudita ha confermato di aver coordinato le proprie azioni con il CENTCOM per condurre «attacchi precisi e mirati» contro le milizie irachene presumibilmente coinvolte negli attacchi alle infrastrutture energetiche del Regno avvenuti all’inizio di questa settimana.   «Il Regno sottolinea di non voler inasprire le tensioni, ma di voler rispondere a qualsiasi aggressione subita», ha dichiarato il portavoce, il maggiore generale Turki Al-Maliki, citando il diritto all’autodifesa sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.   Filmati diffusi online mostrerebbero le conseguenze di un attacco aereo contro una base delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) nella provincia irachena di Wasit. I media iracheni hanno anche riportato diverse esplosioni nelle zone di Al-Deir e Al-Haritha, nella provincia meridionale di Bassora, sebbene l’entità completa dei danni e il numero di vittime non siano ancora chiari.  

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La rara operazione congiunta si è svolta nel contesto di un più ampio confronto tra l’Arabia Saudita e le forze filo-iraniane in tutta la regione.   Come riportato da Renovatio 21, sabato una coalizione a guida saudita ha colpito presunte postazioni militari degli Houthi nel governatorato di Hodeidah, nello Yemen, dopo che il gruppo aveva attaccato navi di proprietà saudita nel Mar Rosso e dichiarato un blocco navale del Regno.   Poco dopo gli attacchi sauditi, la città industriale di Jazan sarebbe stata presa di mira in quella che sembra essere una rappresaglia degli Houthi, con un vasto incendio scoppiato in un impianto gestito dalla compagnia petrolifera statale Aramco. Gli Houthi hanno anche rivendicato attacchi contro due petroliere saudite, una delle quali ha preso fuoco, mentre l’altra ha riportato lievi danni allo scafo.   L’Arabia Saudita aveva già guidato un intervento militare in Yemen nel 2015 contro gli Houthi, che avevano conquistato la capitale Sana’a. Tuttavia la campagna di bombardamenti, durata anni, non è riuscita a sconfiggere il gruppo e ha solo aggravato la crisi umanitaria in Yemen.   Gli attacchi in Iraq sono seguiti anche alle accuse del consigliere per la sicurezza nazionale iracheno Qasim al-Aboudi, secondo cui le autorità avrebbero smantellato diverse cellule militanti i cui membri avrebbero confessato di lavorare per l’Ucraina e di aver compiuto attacchi sotto falsa bandiera. Al-Aboudi non ha identificato tali strutture né ha collegato i detenuti agli attacchi contro l’Arabia Saudita. Kiev ha respinto le accuse definendole «infondate e prive di prove».   L’Arabia Saudita ha attribuito i recenti attacchi con droni contro i suoi impianti petroliferi a milizie legate all’Iran che operano dal territorio iracheno. La Resistenza islamica in Iraq, un’organizzazione che riunisce diversi gruppi filo-iraniani, ha negato qualsiasi coinvolgimento e ha accusato Riad di tentare di distogliere l’attenzione dagli attacchi perpetrati dagli Houthi, avvertendo che un’azione militare saudita contro le fazioni irachene provocherebbe ritorsioni.   Washington due settimane fa aveva appoggiato attacchi sauditi contro lo Yemen, dove era stato bombardato il principale aeroporto della capitale.   Come riportato da Renovatio 21, Trump ha detto che gli USA sono pronti a consentire ai sauditi l’arricchimento dell’uranio, epperò in cambio di un riconoscimento dello Stato di Israele.

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