Economia
COVID-19, Banca mondiale: 100 milioni di persone di nuovo in «estrema povertà»
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews.
Gli esperti rivedono al rialzo le stime: dagli iniziali 60 milioni, la pandemia potrebbe ora colpire in modo grave fra 70 e 100 milioni. E il dato può «crescere ancora di più» se l’emergenza persiste. Per questo è «imperativo» per i creditori ridurre il debito dei Paesi poveri. Pronti 160 miliardi in finanziamenti a 100 nazioni entro giugno 2021.
Gli esperti rivedono al rialzo le stime: dagli iniziali 60 milioni, la pandemia potrebbe ora colpire in modo grave fra 70 e 100 milioni. E il dato può «crescere ancora di più» se l’emergenza persiste
La pandemia di nuovo coronavirus potrebbe aver riportato fino a 100 milioni di persone al di sotto della soglia di estrema povertà. È quanto ha sottolineato ieri il presidente della Banca Mondiale David Malpass, mentre cresce al contempo il dato relativo alla disoccupazione, soprattutto fra i giovani, come confermano gli esperti dell’Organizzazione internazionale del lavoro e della Banca asiatica per lo sviluppo.
In passato gli analisti dell’ente con sede a Washington avevano stimato sui 60 milioni il dato relativo ai nuovi poveri.
La diffusione inarrestabile dell’emergenza COVID-19 e le conseguenze sul piano economico hanno spinto gli esperti a rivedere le stime, tanto che oggi sono fra i 70 e i 100 milioni gli individui che potrebbero cadere in uno stato di «estrema povertà». E il dato, avvertono, potrebbe «crescere ancora di più» se la pandemia persiste in futuro.
Il dato relativo all’estrema povertà – fissato al di sotto della soglia di 1,9 dollari al giorno – è in continua crescita
La situazione attuale rende «imperativo»per i creditori la riduzione del debito verso i Paesi poveri e a rischio, andando ben oltre il solo impegno di sospendere i pagamenti sottolinea Malpass in una intervista all’Afp. Inoltre, sempre più nazioni saranno obbligate a «ristrutturare» il loro debito.
«Le vulnerabilità legate al debito – avverte il presidente della Banca mondiale – sono alte» e vi è l’imperativo «sostanziale» di trovare «nuovi investitori».
La Banca Mondiale intende stanziare 160 miliardi di dollari in finanziamenti a 100 nazioni entro il giugno 2021, per garantire una risposta immediata all’emergenza. Ciononostante, il dato relativo all’estrema povertà – fissato al di sotto della soglia di 1,9 dollari al giorno – è in continua crescita.
Secondo Malpass il deterioramento è legato a una combinazione di fattori, che vanno dalla perdita inarrestabile di posti di lavoro durante la pandemia, fino alla crisi della catena alimentare che ha reso sempre più difficile l’accesso al cibo. Maggiore è il tempo di durata della crisi, aggiunge il presidente, più grande sarà il numero di persone che torneranno in condizioni di «estrema povertà».
Una combinazione di fattori, che vanno dalla perdita inarrestabile di posti di lavoro durante la pandemia, fino alla crisi della catena alimentare che ha reso sempre più difficile l’accesso al cibo
Carmen Reinhart, neo-capo economista della Banca mondiale, ha definito la crisi economica una «depressione pandemica».
Malpass sembra meno preoccupato della definizione terminologica, affermando che «possiamo iniziare a chiamarla depressione», ma l’obiettivo resta quello di «aiutare i Paesi a essere resilienti» invertendo la rotta e andando «dall’altro lato della sponda».
Economia
L’oro batte un nuovo record
Il prezzo dell’oro ha toccato nuovi massimi storici, mentre gli investitori cercano rifugio in un clima segnato da crescenti tensioni geopolitiche e da persistenti incertezze economiche.
I future sull’oro hanno proseguito la loro corsa al rialzo: il contratto Comex di febbraio 2026 ha segnato un picco record a 5.600 dollari l’oncia troy giovedì mattina, per poi ritracciare intorno ai 5.550 dollari, secondo i dati di borsa.
Anche i future sull’argento hanno prolungato il loro apprezzamento, con il contratto Comex di marzo 2026 che ha superato i 119 dollari l’oncia troy prima di un lieve ripiegamento.
Nell’ultimo anno sia l’oro sia l’argento hanno registrato rialzi spettacolari, confermando il ruolo di beni rifugio in fasi di turbolenza finanziaria. L’oro ha guadagnato oltre il 60% nel corso del 2025, spinto soprattutto dalle preoccupazioni legate alle tensioni globali e alla volatilità economica. L’argento ha segnato un balzo ancora più accentuato, con un incremento del 127% nello stesso periodo, alimentato dalla robusta domanda degli investitori e dagli acquisti difensivi.
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Gli analisti indicano come principale motore del recente rally l’escalation delle tensioni internazionali, tra cui l’ultimatum lanciato mercoledì dal presidente statunitense Donald Trump all’Iran affinché torni al tavolo dei negoziati sul nucleare, sullo sfondo delle minacce di ritorsione da parte di Teheran contro Stati Uniti, Israele e i loro alleati.
Un ulteriore sostegno all’oro è arrivato dall’annuncio di Tether di destinare il 10-15% del proprio portafoglio all’oro fisico, decisione confermata mercoledì dall’amministratore delegato Paolo Ardoino.
Nel frattempo la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi di interesse mercoledì, in linea con le attese. Il presidente Jerome Powell ha rilevato che l’inflazione di dicembre dovrebbe attestarsi nettamente al di sopra dell’obiettivo del 2% della banca centrale.
L’analista di Marex Edward Meir ha spiegato a Reuters che l’aumento del debito pubblico statunitense e l’incertezza derivante dalla frammentazione del sistema commerciale globale in blocchi regionali – anziché rimanere centrato sugli Stati Uniti – stanno spingendo gli investitori verso l’oro.
L’attuale impennata ha generato guadagni inattesi per la Russia, stimati in una cifra paragonabile al valore degli asset sovrani congelati in Occidente, circa 300 miliardi di dollari. A differenza di questi ultimi, le riserve auree russe possono essere vendute o utilizzate come collaterale, restituendo a Mosca una notevole capacità finanziaria.
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Economia
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Economia
Parlamentare tedesca spinge per il rimpatrio dell’oro dagli Stati Uniti
Berlino dovrebbe far rientrare le proprie riserve auree conservate negli Stati Uniti, ha sostenuto venerdì un deputato tedesco in un’intervista rilasciata al Der Spiegel, indicando come motivazione principale le preoccupazioni per le politiche «imprevedibili» del presidente statunitense Donald Trump.
Marie-Agnes Strack-Zimmermann, esponente del Partito Liberale Democratico (FDP), ha spiegato che il rimpatrio delle riserve contribuirebbe a diminuire il rischio strategico in un periodo di crescente instabilità globale.
Negli ultimi quattro anni il valore dell’oro è schizzato alle stelle, registrando un incremento di quasi il 70% solo nel 2025, spinto dalla massiccia acquisizione da parte delle banche centrali, dalle ansie inflazionistiche e dalle tensioni geopolitiche in corso. Questa settimana i contratti future sull’oro hanno segnato un nuovo record storico, superando i 4.860 dollari l’oncia, a seguito delle recenti minacce di dazi pronunciate da Trump contro i Paesi europei contrari al suo progetto di acquisizione della Groenlandia, minacce in seguito parzialmente ritrattate.
«In un contesto di crescenti incertezze a livello mondiale e di politiche statunitensi imprevedibili sotto la presidenza Trump, non è più sostenibile che circa il 37% delle riserve auree tedesche, pari a oltre 1.230 tonnellate, rimanga custodito a New York», ha dichiarato Strack-Zimmermann.
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La Bundesbank mantiene attualmente 1.236 tonnellate d’oro, per un controvalore di 178 miliardi di dollari, presso la Federal Reserve di New York. Per decenni una parte considerevole delle riserve tedesche è stata depositata all’estero per ragioni storiche e legate alle condizioni di mercato.
Strack-Zimmermann ha precisato che tale intesa poteva risultare logica durante la Guerra Fredda, ma appare ormai inadeguata allo scenario geopolitico attuale. La «semplice fiducia» nei «partner transatlantici» non può più essere considerata un sostituto adeguato della piena sovranità in ambito economico e di sicurezza, ha argomentato.
Fin dal periodo del miracolo economico post-bellico la Germania ha custodito parte delle sue riserve all’estero; tra il 2013 e il 2017 ha proceduto a un parziale rimpatrio dell’oro da Nuova York e Parigi. Oggi circa la metà delle riserve è conservata in territorio nazionale, mentre la quota restante si trova a New York e Londra.
La forte domanda di oro da parte delle banche centrali di tutto il mondo ha rappresentato uno dei principali motori della corsa al rialzo dei prezzi, con i Paesi che cercano di proteggersi dalla svalutazione monetaria e da altre incertezze.
Secondo un recente articolo di Bloomberg, l’incremento delle riserve auree russe ha compensato in misura rilevante il valore degli asset congelati dall’Occidente, Stati Uniti inclusi, generando un plusvalore stimato di circa 216 miliardi di dollari da febbraio 2022.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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