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Politica

Costantinopoli, arresti, divieti e blocco a internet. Erdogan «oscura» la protesta del partito di opposizione

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Continua la stretta delle autorità turche sul principale partito di opposizione. Commissariati i vertici della metropoli commerciale, i giudici potrebbero azzerare anche quelli nazionali. Almeno 14 persone fermate nei giorni scorsi per aver incitato alla protesta di piazza. Blocchi e restrizioni a internet, divieti di manifestazione, volantinaggio e sit-in.

 

Lo sconfinamento di droni russi in Polonia, parte dell’Alleanza Atlantica e che avvicina sempre più il conflitto fra Mosca e Kiev all’Europa, e il raid di Israele a Doha contro i vertici di Hamas, stanno oscurando una emergenza democratica in atto all’interno di un altro Paese Nato: nei giorni scorsi, e nel silenzio internazionale, la magistratura – col benestare del governo – ha di fatto azzerato – e commissariato – i capi del Partito Popolare Repubblicano (CHP), principale movimento di opposizione del Paese, a Istanbul.

 

Inoltre si contano diversi arresti fra quanti sono scesi in piazza a dimostrare, oltre al blocco di internet e il divieto di manifestazioni nel tentativo di «oscurare» dissenso e malcontento fra la popolazione contraria alla deriva autoritaria impressa dal presidente Recep Tayyip Erdogan.

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Il 9 settembre le autorità hanno arrestato tre persone per alcuni post sui social network che incitavano la popolazione a radunarsi davanti alla sede CHP a Istanbul, dopo che la polizia aveva circondato l’edificio in ottemperanza alla sentenza del tribunale per la sostituzione dei vertici eletti. La Procura generale ha pure avviato un’indagine su 24 account con l’accusa di «istigazione a commettere un reato», norma del codice penale utilizzata contro gli appelli alla protesta di piazza. Le forze dell’ordine hanno fermato un totale di 14 persone, nove delle quali deferite alla corte.

 

I magistrati hanno ordinato la detenzione cautelare in carcere in attesa di processo per la scrittrice Nur Betül Aras e il politologo Abdullah Esin (il terzo non è stato ufficializzato); gli altri sono stati rilasciati in libertà vigilata e condizionata, che può includere l’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità o limitazioni agli spostamenti. Altre dieci persone risultano ricercate. Secondo altre fonti, Aras dovrebbe anche rispondere di «insulto al presidente», un campo di imputazione che il suo avvocato ha definito infondata.

 

I giudici hanno ristretto gli accessi a piattaforme e social fra i quali X (ex Twitter), YouTube, Instagram, Facebook, TikTok e WhatsApp come riferiscono gli esperti di Netblocks, un monitor globale della rete.

 

Limitazioni e blocchi sarebbero collegati alla richiesta di manifestazioni e proteste invocate dal Chp, dopo che la polizia ha allestito barricate attorno alla sede a Istanbul per facilitare l’ingresso dei «nuovi vertici».

 

Nessun commento, invece, dall’Unione turca dei provider, primi responsabili dell’attuazione delle pesanti restrizioni imposte dalle autorità. Al contempo, l’ufficio del governatore ha disposo dal 7 al 10 settembre il divieto di raduni pubblici in diversi distretti tra cui Besiktas, Beyoglu, Eyupsultan, Kagithane, Sariyer e Sisli per «motivi di ordine pubblico». Il bando riguarda dichiarazioni stampa, riunioni, manifestazioni, allestimento di tende, sit-in, campagne di firme, commemorazioni, volantinaggio, affissione di striscioni o poster.

 

Il partito e la sua ala giovanile avevano invitato i sostenitori a radunarsi fuori dall’edificio. Secondo i pubblici ministeri, i post sui social media oggetto dell’inchiesta incoraggiavano le persone a partecipare ai raduni nonostante i divieti. Il CHP, partito politico più antico della Turchia, amministra le municipalità delle principali città tra cui Istanbul, metropoli di oltre 16 milioni di abitanti e centro economico del Paese. A scatenare la protesta la decisione del tribunale civile di annullare il congresso provinciale del partito del 2023 e destituire la leadership locale eletta per presunte irregolarità. Il tribunale ha nominato un consiglio di amministrazione provvisorio composto da cinque persone; in risposta, il partito ha espulso il politico di lungo corso Gürsel Tekin dopo che questi ha accettato la nomina.

 

Gli arresti fanno parte di una più ampia campagna che si è intensificata dopo le schiaccianti vittorie dell’opposizione nelle elezioni locali del marzo 2024. Dall’ottobre dello scorso anno i pubblici ministeri e la polizia hanno condotto indagini su corruzione e terrorismo che hanno portato a centinaia di arresti, tra cui quello, avvenuto a marzo, del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, la personalità più importante dell’opposizione. Almeno 15 sindaci CHP sono stati incarcerati in attesa di processo, con ripercussioni anche sul piano economico con turbolenze sui mercati e preoccupazione degli investitori stranieri.

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Intanto il partito ha cambiato l’indirizzo della sede provinciale, indicando la ex sede di Sarıyer come ufficio di lavoro del presidente Özgür Özel.

 

Infine, la procura di Ankara ha avviato in contemporanea un altro procedimento civile che contesta la validità del congresso nazionale CHP del novembre 2023, che ha eletto lo stesso Özel alla guida del partito fondato da Mustafa Kemal Atatürk.

 

La sentenza è prevista per il prossimo 15 settembre: se il tribunale dovesse annullare il congresso, i giudici potrebbero invalidare il voto e azzerare – sostituendoli – anche i leader nazionali con figure più «accondiscendenti» verso il governo e lo stesso Erdogan. Da qui la richiesta del partito di indire un congresso straordinario il 21 settembre per consentire ai delegati di esprimere un nuovo voto indipendentemente dai tempi del tribunale; tuttavia, la richiesta deve prima essere approvata da una commissione elettorale locale.

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Immagine di BSRF via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

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Cina

Pechino respinge le accuse di Trump di interferenze elettorali

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La Cina ha respinto l’affermazione del presidente statunitense Donald Trump secondo cui Pechino avrebbe orchestrato il furto di 220 milioni di schede elettorali americane per interferire nelle elezioni del 2020. Le dichiarazioni esplosive di Trump sono giunte alla vigilia della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista per la fine di settembre, e nel contesto di una tregua commerciale provvisoria tra i due Paesi.   In un discorso alla nazione trasmesso in prima serata giovedì, Trump ha accusato i servizi segreti cinesi di aver acquisito illegalmente 220 milioni di file di elettori contenenti nomi, indirizzi, numeri di telefono e affiliazioni politiche, affermando che Pechino ha incaricato un’unità specifica di sfruttare tali dati.   Il presidente americano definito la presunta violazione «un incubo senza precedenti per la sicurezza elettorale» e la «più grande violazione» dei dati elettorali nella storia degli Stati Uniti.   Il presidente ha anche sostenuto che le agenzie di Intelligence statunitensi avrebbero rilevato la presunta raccolta di dati da parte della Cina nel 2020, ma l’avrebbero intenzionalmente nascosta a lui e al Congresso. Non ha tuttavia annunciato alcun piano di ritorsione contro Pechino.   Liu Chang, portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, ha respinto le accuse, dichiarando: «La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti».

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Secondo il New York Times, gli sforzi della Cina per raccogliere dati sugli elettori sono «ampiamente noti da anni». Le informazioni sugli elettori, in molti casi, possono essere scaricate o acquistate gratuitamente, ha affermato il giornale, aggiungendo che il possesso di tali dati potrebbe fornire informazioni sugli elettori americani, ma non consentirebbe di per sé a nessuno di manipolare i voti.   I dati declassificati dalla Casa Bianca contengono anche una serie di promemoria del funzionario di alto livello dell’Intelligence informatica Chris Porter, il quale sosteneva che la Cina avesse intrapreso «almeno alcune iniziative esplorative di basso livello» per minare le possibilità di Trump contro l’allora candidato democratico Joe Biden. Nonostante ciò, Porter concordava con la conclusione generale dell’intelligence secondo cui «non vi erano informazioni che suggerissero un tentativo da parte della Cina di interferire con i processi elettorali».   La clamorosa accusa di Trump arriva poche settimane prima della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista intorno al 24 settembre. Secondo il South China Morning Post, Pechino invierà la prossima settimana a Washington il viceministro degli Esteri Ma Zhaoxu per contribuire a preparare il terreno per il viaggio.   L’agenzia Reuters ha avvertito che le accuse di Trump potrebbero incrinare i rapporti tra Stati Uniti e Cina e destabilizzare la fragile tregua commerciale. Denis Simon del Quincy Institute, un think tank di Washington, ha dichiarato al South China Morning Post che il discorso era significativo perché elevava la presunta interferenza cinese nelle elezioni a «una narrazione centrale per la sicurezza nazionale», aggiungendo tuttavia che sebbene le osservazioni di Trump possano gettare dubbi sulla visita di Xi, «una retorica aspra non impedisce automaticamente la diplomazia del vertice», e la questione chiave è se «i due governi possano continuare a compartimentalizzare, mantenendo i canali di negoziazione e allo stesso tempo accusandosi reciprocamente di minacce alla sicurezza sempre più gravi».   Trump si è recato in Cina a maggio, ma i colloqui di alto livello con Xi non hanno portato a una svolta sul fronte commerciale. La Cina si è impegnata ad aumentare gli acquisti di soia statunitense e ad acquistare 200 aerei Boeing, anche se il numero effettivo si è rivelato molto inferiore alle aspettative.   Trump ha anche affermato di aver discusso con Xi della vendita di armi a Taiwano. La sua amministrazione ha poi dichiarato che le spedizioni verso l’isola, che Pechino considera territorio sovrano, erano state sospese.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 era emerso che il presidente Biden aveva venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter.   Ora alcuni osservatori sostengono che, con la guerra iraniana, ad essere colpito gravemente è proprio l’approvigionamento del petrolio da parte della Cina – e quindi sarebbe Pechino, e non Teheran, il vero fine della guerra scatenata da Trump.  

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Politica

Il sindaco islamo-socialista di Nuova York giustifica l’aumento degli stupri

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Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, autoproclamatosi «socialista democratico», ha provocato polemiche per aver ricondotto il recente aumento delle denunce di stupro a un’interpretazione più ampia del reato.

 

In un’intervista rilasciata a PIX11 News e pubblicata lunedì, a Mamdani è stato chiesto un commento sulle statistiche recentemente diffuse dalla polizia di Nuova York riguardo alle denunce di stupro.

 

«Gran parte dell’aumento degli stupri deriva anche da una definizione più ampia di ciò che viene considerato stupro, nonché dal fatto che le vittime si fanno avanti per denunciare atti avvenuti anni prima», ha affermato. Non ha fornito ulteriori dettagli in merito.

 

L’affermazione di Mamdani sulla «definizione ampliata» si riferisce probabilmente alla legge «Rape is Rape Act» dello Stato di Nuova York del 2024, che ha esteso la definizione di stupro a qualsiasi rapporto sessuale forzato. Prima di tale provvedimento, la definizione era limitata alla penetrazione vaginale non consensuale con il pene.

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Secondo le statistiche sulla criminalità pubblicate la scorsa settimana dal dal dipartimento di Polizia di Nuova York, le denunce per stupro sono aumentate del 6,6% dall’inizio dell’anno. I dati si riferiscono al periodo da gennaio a luglio 2026, il che significa che l’aumento si è verificato ben dopo l’entrata in vigore della legge del 2024.

 

Le dichiarazioni mamdaniane hanno suscitato critiche da parte di numerose persone online, tra cui Susan Zhuang, membro del consiglio comunale neoeboraceno.

 

«Ampliare la definizione legale di stupro è stato un passo importante… ma non dovrebbe mai essere usato per distogliere l’attenzione dalla responsabilità di ridurre la violenza sessuale. Le vittime meritano leadership, azioni concrete, responsabilità e giustizia. Non meritano di essere distolte da questo compito», ha scritto su X in risposta a un estratto dell’intervista.

 

Mamdani, un outsider politico che si dichiara apertis verbis socialista, ha basato la sua campagna elettorale su un programma incentrato su alloggi a prezzi accessibili, proprietà pubblica dei servizi di pubblica utilità e tassazione patrimoniale. È stato eletto lo scorso anno nonostante lo scarso entusiasmo dei suoi colleghi democratici e la forte opposizione dei repubblicani, incluso il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

Inizialmente Trump aveva definito Mamdani un «comunista» e aveva avvertito che i newyorkesi sarebbero presto fuggiti dalla città sotto la sua guida, ma ha moderato la sua retorica dopo aver incontrato di persona il democratico lo scorso novembre.

 

Tuttavia, nel suo discorso del 4 luglio a Mount Rushmore, Trump ha messo in guardia contro quella che ha definito «una rinascita della minaccia comunista» negli Stati Uniti. Il comunismo è «una minaccia mortale per la libertà americana», ha affermato.

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Immagine di Metropolitan Transportation Authority via Flickr pubblicata su licenza CC BY 4.0

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Cina

Trump accusa la Cina di «interferenze elettorali» nel voto 2020

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pronunciato un discorso serale alla Casa Bianca dedicato alla sicurezza elettorale, annunciando il rilascio di documenti di intelligence declassificati che illustrano nel dettaglio presunte vulnerabilità nel sistema di voto.   «Ogni americano merita di sapere che quando esprime il proprio voto, questo verrà conteggiato correttamente», ha dichiarato Trump, sostenendo che il sistema attuale «è catastroficamente inadeguato» e risulta pericolosamente esposto agli attacchi informatici.   Trump ha accusato la Cina di aver compiuto «la più grande violazione di dati elettorali della storia», affermando che Pechino ha ottenuto informazioni su 220 milioni di elettori statunitensi, compresi nomi, indirizzi, numeri di telefono e preferenze politiche.

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Il presidente statunitense ha inoltre sostenuto che i operatori del Deep State all’interno delle agenzie di intelligence statunitensi «hanno lavorato attivamente per sopprimere e minimizzare le informazioni sulla portata delle sinistre interferenze cinesi nelle elezioni».   «Le agenzie di spionaggio statunitensi hanno iniziato a venire a conoscenza della violazione dei registri elettorali nel 2020», ha affermato Trump, accusando i funzionari di aver occultato la presunta violazione sia al presidente sia al pubblico.   La Casa Bianca ha reso disponibili quattro pacchetti di documenti scaricabili in coincidenza con il discorso presidenziale. Il primo include valutazioni dell’intelligence e altri rapporti datati tra gennaio 2020 e giugno 2026, che, secondo l’amministrazione, dimostrano «che gli avversari degli Stati Uniti, tra cui almeno Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, nonché gruppi non statali, hanno la capacità di compromettere le infrastrutture elettorali statunitensi».   La documentazione individua come particolarmente vulnerabili i database centralizzati di registrazione degli elettori, i registri elettorali elettronici e i siti web ufficiali delle elezioni. Cita inoltre informazioni di intelligence su un presunto complotto venezuelano per alterare digitalmente i risultati elettorali durante le elezioni del 2020 in quel paese.   La seconda serie di documenti riguarda la presunta acquisizione e lo sfruttamento da parte della Cina delle informazioni sugli elettori americani. La Casa Bianca sostiene che i dati di decine di milioni di elettori in 18 stati sono stati acquistati, rubati e hackerati, e che Pechino ha incaricato un’unità specializzata di utilizzarli.   Tuttavia, le informazioni relative alla registrazione degli elettori sono spesso pubbliche o reperibili commercialmente in molti stati, e il semplice possesso di tali dati non dimostra di per sé che le schede o i conteggi dei voti siano stati modificati.   Il terzo comunicato riguarda un’indagine sulla registrazione degli elettori a Muskegon, nel Michigan. La Casa Bianca afferma che gli incaricati hanno ammesso di aver firmato moduli a nome di altre persone, di aver presentato registrazioni per individui fittizi e di aver ricevuto buoni regalo in base al numero di domande raccolte.   Trump ha dichiarato che al direttore dell’FBI Kash Patel è stato ordinato di assicurare che il caso venga indagato a fondo e che eventuali reati sospetti siano deferiti alla magistratura.

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Il documento conclusivo cita una revisione del Dipartimento per la Sicurezza Interna che avrebbe individuato circa 278.000 non cittadini iscritti nelle liste elettorali federali.   La Casa Bianca non ha precisato quanti di essi, se ve ne sono stati, abbiano effettivamente votato, e non ha sostenuto che i risultati elettorali statunitensi siano stati alterati durante le elezioni del 2020.   I Biden avevano diversi interessi con la Cina, con un libro – Red-Handed: How American Elites Get Rich Helping China Win – che sostiene che avrebbero guadagnato diecine di milioni di dollari da personaggi «con legami diretti con gli apparati cinesi di spionaggio». Vi sarebbero, secondo alcuni, affari diretti con il giro del presidente cinese Xi Jinpingo. Secondo certuni dissidenti cinesi che hanno lanciato accuse prima delle elezioni 2020, l’uomo del Delaware sarebbe stato un pupazzo di Pechino.   Sull’origine del capitale del fondo internazionale di Hunter Biden fece un’ammissione un professore pechinese ad una conferenza pubblica appena dopo le elezioni 2020.     «Ora vediamo che Biden è stato eletto. L’élite tradizionale, l’élite politica, l’establishment sono molto vicini a Wall Street, giusto? Trump ha detto che il figlio di Biden ha una sorta di fondo globale. Lo avete sentito? Chi lo ha aiutato a mettere in piedi il fondo?» dice Di Dongsheng, un professore all’Università Renmin di Pechino, nel discorso finito in TV.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 era emerso che il presidente Biden aveva venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter.  

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