Spirito
Cosa c’è nel libro del cardinale Müller?
In un libro-intervista pubblicato in italiano da Solferino, il 27 gennaio 2023, intitolato In buona fede, scritto a quattro mani con la giornalista del quotidiano italiano Il Messaggero Franca Giansoldati, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto di la Congregazione per la dottrina della fede, critica il modo in cui papa Francesco affronta alcuni temi delicati, ed è preoccupato per la «confusione dottrinale» che regna intorno al sinodo sulla sinodalità.
L’agenzia romana I.Media ripresa da cath.ch il 29 gennaio, cita diversi estratti del libro. Innanzitutto il cardinale Müller nega di essere un «avversario» di Francesco: «Chi fa critiche costruttive è accusato […] di essere un nemico di Francesco».
Tuttavia, «se ci sono cose da segnalare per migliorare la situazione generale, l’unico modo è parlare chiaro», dice, prendendo l’esempio di santa Caterina da Siena che ebbe «parole durissime contro i papi, ma mai contro il papato».
Certo, l’ex prefetto della Congregazione della Fede riviene sul suo brutale licenziamento avvenuto il 30 giugno 2017, come un «fulmine a cielo sereno», ma le sue critiche più aspre prendono di mira i più stretti consiglieri del Papa. Deplora l’esistenza di un «cerchio magico che gravita attorno a Santa Marta, formato da persone […] non preparate dal punto di vista teologico».
Ritiene che in Vaticano «sembra che ormai le informazioni circolino in modo parallelo, da una parte sono attivi i canali istituzionali purtroppo sempre meno consultati dal pontefice, e dall’altra quelli personali utilizzati persino per le nomine dei vescovi o dei cardinali».
Il cardinale Müller indica il caso di mons. Gustavo Zanchetta, «controverso, perché godeva di uno status privilegiato di amico del Papa». Quest’ultimo, condannato per abusi ai danni di seminaristi nel suo Paese, era stato impiegato per diversi anni dal Papa nella banca vaticana.
Più in generale, il porporato tedesco denuncia il trattamento di favore riservato ai sacerdoti italiani condannati per abusi. Questi, afferma, beneficiano dell’intercessione di «amici influenti» a Santa Marta che «i chierici di nazionalità polacca, americana o di altra nazionalità non hanno», e che sono condannati dalla giustizia della Chiesa.
Autoritarismo e clientelismo
Non è certo, ci sembra, che questa influenza ufficiosa sia all’origine di tutte le disgrazie e le decisioni arbitrarie che il cardinale Müller denuncia.
Dice così di non comprendere l’intervento del Papa nella diocesi di Tolone: il Papa ha vietato a mons. Dominique Rey di ordinare quattro futuri sacerdoti «perché appartenevano alla categoria dei conservatori».
Pur riconoscendo di non sapere se ci siano altri problemi dietro questa vicenda, ritiene che il Papa abbia usurpato le prerogative del vescovo in carica. Anche la diocesi di Tolone sarà oggetto di una visita canonica nei prossimi mesi.
Il cardinale Müller cita anche il caso di un vescovo del centro Italia che sarebbe stato «licenziato» perché aveva espresso il suo disaccordo con «alcune misure anti-COVID» prese dal Governo. «Il Papa non avrebbe dovuto poterlo mettere sotto accusa», insiste, ricordando che può farlo solo se il vescovo mette a rischio la fede cattolica o l’unità della Chiesa.
Infine, il presule tedesco deplora la sostituzione, per ragioni ideologiche, di mons. Livio Melina alla guida del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Quest’ultimo è stato sostituito da mons. Vincenzo Paglia «che non ha competenze specifiche in questo campo», un affronto – secondo lui – al principio della «libertà accademica».
Fallimento della riforma della Curia
Quanto alla riforma della Curia romana, l’ex prefetto è molto severo contro la nuova costituzione apostolica Prædicate Evangelium. Secondo lui, questa riforma ridurrebbe la Curia romana «a una corporazione che lavora per fornire assistenza ai “clienti”, le conferenze episcopali».
Sottolinea anche il paradosso dell’annunciato «decentramento», visto che al contrario «si sono rafforzate le maglie dell’accentramento». Attribuisce il «difetto di fabbrica» di questa riforma al «sentimento antiromano» del conclave che ha eletto papa Francesco nel 2013. La riforma, sostiene, sarebbe stata chiesta dai «cardinali latinoamericani» che intendono «costruire una Chiesa a loro immagine».
Al tempo stesso, rileva che l’Annuario pontificio ora cita «Vicario di Cristo e successore di Pietro» come titoli «storici» (e quindi più effettivi) del Papa, segno per lui di «una forma latente di negazione del fondamento petrino del papato».
Deplora, inoltre, una Curia dove «i controlli esterni, le verifiche» prendono il sopravvento sull’aspetto spirituale. Sul tema dell’evangelizzazione, si allarma per la mancata reazione alla scristianizzazione in Europa, considerando che il «nichilismo strisciante» che sta colpendo oggi il Vecchio Continente ne mette in pericolo la sopravvivenza.
Ben lungi dall’essere un tradizionalista, il porporato non si oppone comunque ad alcuna riforma. Prevede anche la nomina di laici e donne a posti importanti della Curia. Cita in particolare quelle del segretario di Stato, del sostituto, del presidente del Governatorato della Città del Vaticano o anche dei nunzi.
Vicino alla teologia della liberazione
Il magistero di papa Francesco è criticato in modo più sfumato: il Documento sulla fratellanza umana [cofirmato con il Grande Imam di Al-Azhar, 4 febbraio 2019] manifesta ai suoi occhi una «buona intenzione», ma sembra anche a lui «elitario», il che gli fa dubitare di poter «penetrare nella massa dei fedeli musulmani». Sottolinea anche l’attualità della Laudato si’ [24 maggio 2015], ma invita a difendere la vita umana dal suo inizio alla sua fine, tanto quanto la natura.
Sul piano economico e sociale, il cardinale tedesco, che ricorda la sua vicinanza alla teologia della liberazione del suo «caro amico» Gustavo Gutiérrez, deplora le conseguenze del «supercapitalismo» e difende la sovratassazione dei più ricchi.
Denuncia la tentazione antidemocratica che spinge i ricchi, accusandoli di incoraggiare un Grande Reset – grande ripristino –, a controllare ancora di più le masse, soprattutto dopo la crisi pandemica. A differenza di Francesco, si dice contrario all’idea di un salario universale, ma giustifica la posizione del Papa con le situazioni di estrema povertà che esistono in America Latina.
Timori sulla sinodalità
A proposito di sinodalità, il teologo tedesco ritiene che il termine sinodo promosso dal Pontefice sia diventato «un termine generico». Vede nel suo impiego il segno che una «democratizzazione, una protestantizzazione de facto» sarebbe «in corso» nella Chiesa cattolica. Critica in particolare le proposte «teologicamente insostenibili» del Cammino sinodale tedesco aperto nel 2019, di fronte alle quali, secondo lui, la Santa Sede si è mostrata compiaciuta.
In Germania, a suo avviso, la Chiesa sta affrontando una situazione «molto peggiore di uno scisma» perché la Chiesa locale si sta volontariamente separando da Roma, abbandonando le fondamenta del cristianesimo. «Si tratta dunque di apostasia», assicura, attaccando in particolare la promozione dell’intercomunione che «cambia il senso dell’Eucaristia». Afferma che «il rischio è la fine del cristianesimo in Germania».
Inoltre, il cardinale Müller si rammarica dell’ambiguità di papa Francesco sulla questione dell’omosessualità o del suo «sostanziale silenzio» su quella dell’indissolubilità del matrimonio. Deplora anche le contraddizioni sull’aborto, soprattutto quando il Papa ha riconosciuto al presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il diritto di fare la comunione.
La questione liturgica
Il porporato tedesco denuncia gli «effetti negativi» del Traditionis custodes, contro la liberalizzazione della messa tridentina voluta da Benedetto XVI. Per lui dietro questa decisione ci sono i membri della Pontificia Università Benedettina Sant’Anselmo di Roma, «più ideologi che teologi», che hanno «manipolato» il Papa.
Ritenendo questa decisione non solo «ingiusta» ma «fonte di inutili tensioni», afferma che il problema principale resta la difesa del sacramento dell’Eucaristia, che a suo dire è sempre meno vissuto o compreso dai cristiani.
Sulla questione dell’ordinazione sacerdotale delle donne, il cardinale Müller si dice contrario, affermando che non c’è bisogno di parlarne. D’altra parte, riferisce di aver scritto diversi libri sulla possibilità del diaconato femminile, e si dice aperto alla discussione su questo punto.
Critiche alla diplomazia vaticana con la Cina
Il cardinale tedesco si dice particolarmente preoccupato per il pericolo rappresentato dalla Cina nella società odierna, paragonando Xi Jinping a Benito Mussolini, Adolf Hitler e Stalin. «Con il diavolo non si può scendere a patti», ha detto a proposito dell’accordo segreto firmato nel 2018 tra Santa Sede e Pechino sulla nomina dei vescovi.
Secondo lui, il Vaticano ha facilitato il lavoro della Cina, che vuole che i sacerdoti cinesi diventino agenti della sua propaganda. Afferma di aver consultato «una lettera inviata dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, che autorizzava i sacerdoti cinesi a firmare una carta che impone [dei] corsi di indottrinamento».
«La Chiesa cattolica cinese non deve diventare una sorta di chierichetto dello Stato», dice l’alto presule, riferendosi alle analoghe critiche mosse da Francesco al Patriarca Cirillo al quale ha rimproverato di aver benedetto la guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina.
Il porporato deplora il trattamento riservato dalla Santa Sede e dal Papa al cardinale Joseph Zen, grande oppositore di Pechino.
Si rammarica in particolare che il Vaticano non abbia preso una posizione chiara per difenderlo durante il suo arresto lo scorso maggio, e critica aspramente il silenzio della Santa Sede su Taiwan e Hong Kong. «Con i regimi illiberali [come quello di Pechino] la Chiesa non deve scendere a compromessi», insiste.
Denuncia del rapporto CIASE
Interrogato sulla crisi degli abusi nel clero, il porporato denuncia i «grossolani errori» commessi dal CIASE in Francia, mettendo in discussione il metodo utilizzato che ha portato a un «numero di vittime anomalo, esagerato, manifestamente gonfiato».
Si è anche detto sfavorevole alle commissioni d’inchiesta istituite dai governi, che gli sembravano avere «l’unico scopo di paralizzare la Chiesa e non quello di analizzare un fenomeno aberrante da schiacciare».
Il cardinale Müller sostiene che il rapporto dell’arcidiocesi di Monaco sugli abusi del gennaio 2022 sia stato «uno strumento di propaganda per indebolire la figura del papa emerito in Germania», dove ha rappresentato un freno al cammino sinodale tedesco. Il presule tedesco, però, disapprova la scelta del defunto papa di dimettersi nel 2013. Per lui l’esistenza di un papa emerito ha creato confusione e diviso la Chiesa cattolica in due fazioni.
La missione del prossimo Papa
Contrario a una rinuncia di Francesco, il cardinale Müller ritiene che alcuni incoraggino l’attuale Papa a dimettersi «per orientare meglio il prossimo conclave e individuare, chissà, un giovane candidato vicino alle riforme che nel frattempo sono state avviate».
Critica i «tentativi di tanti gruppi di pressione» che mirano a influenzare i voti, citando la Comunità di Sant’Egidio, i gesuiti, i salesiani o anche i cardinali africani. Farlo, dice, è «ontologicamente proibito».
«Il prossimo conclave dovrà necessariamente riportare la Chiesa alla sua essenza», ha detto. Il successore di Francesco dovrà fare i conti in particolare con il fatto che ci sono «sempre più vescovi nel mondo che agiscono come se avessero dimenticato di essere pastori interessati alla vita eterna e alla difesa dei principi morali».
Secondo l’alto presule, il futuro pontefice dovrà anche difendere i «valori non negoziabili» della Chiesa sulla sessualità oltre ad affrontare i rischi che comporta l’apparizione di un’ideologia «post-umana». In quanto tale, si dice particolarmente preoccupato «dalla corrente transumanista».
In definitiva, l’opera appare come un’accusa a tutto campo, ma il cardinale Müller rimane ancora legato al Concilio e alle riforme postconciliari. Deplora energicamente gli eccessi – fin troppo visibili sotto il governo di Francesco – senza però risalire alle cause profonde.
Attacca vigorosamente i sintomi, senza toccare la fonte del male. Non vuole una Chiesa allineata servilmente allo spirito del mondo moderno, senza mettere in discussione il Concilio che ha promosso questa apertura.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Immagine di michael_swan via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-ND 2.0)
Spirito
Iran, il cardinale Mathieu evacuato d’urgenza
Il Cardinale Dominique Joseph Mathieu, Arcivescovo latino di Teheran-Isfahan, è arrivato sano e salvo a Roma l’8 marzo, dopo una partenza d’emergenza dall’Iran. Questa partenza, che equivaleva a un’evacuazione su vasta scala, avviene nel contesto della guerra aperta che attanaglia la regione dal 28 febbraio 2026.
L’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran segna l’inizio di un conflitto di vasta portata in Medio Oriente. Di fronte a questa escalation, le autorità vaticane e italiane non hanno avuto altra scelta che organizzare la partenza dell’alto prelato, nonché di tutto il personale dell’ambasciata italiana a Teheran.
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Un’evacuazione legata alla chiusura dell’ambasciata italiana
La sede dell’arcidiocesi cattolica latina, che comprende la Cattedrale della Consolata e la residenza arcivescovile, si trova infatti all’interno del complesso dell’ambasciata. Avendo l’Italia temporaneamente chiuso la sua missione diplomatica per motivi di sicurezza, il suo personale è stato trasferito in Azerbaigian.
In una dichiarazione al quotidiano belga Cathobel, il cardinale Mathieu ha espresso la sua profonda tristezza: «sono arrivato ieri a Roma, non senza rammarico e dolore per i nostri fratelli e sorelle in Iran, nell’ambito della completa evacuazione dell’ambasciata italiana, sede dell’arcidiocesi. Finché non potrò tornarvi, pregate per la conversione dei cuori verso la pace interiore».
Questa partenza, dettata dall’intensità dei bombardamenti, sottolinea la vulnerabilità delle minoranze religiose nel Paese. Con il moltiplicarsi dei raid aerei – che hanno portato alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei e innescato rappresaglie iraniane – la piccola comunità cattolica si ritrova ora senza una guida spirituale, esposta alle insidie del conflitto.
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Un prelato isolato in un Paese in guerra
Nominato arcivescovo di Teheran-Isfahan nel 2021 da papa Francesco e creato cardinale nel dicembre 2024, Dominique Mathieu è stato il primo cardinale residente nella storia iraniana. A 62 anni, ha svolto il suo ministero in condizioni estremamente precarie. Secondo le statistiche vaticane, l’arcidiocesi aveva solo tre sacerdoti nel 2024 e il cardinale era l’unico responsabile del servizio alle cinque parrocchie di Teheran.
La comunità cattolica latina in Iran resta molto piccola: le stime più prudenti stimano il numero intorno ai 3.500 fedeli (di cui 1.300 di rito latino), mentre altre fonti parlano di un totale di 22.000 cristiani, pari allo 0,03% della popolazione.
In un Paese in cui i cristiani sono ufficialmente riconosciuti come minoranza religiosa, sono comunque sottoposti a stretta sorveglianza. La distribuzione di Bibbie in persiano e qualsiasi forma di evangelizzazione sono severamente vietate.
Le autorità effettuano regolarmente arresti per accuse come blasfemia, «inimicizia contro Dio» o mancato rispetto del codice di abbigliamento islamico. Storicamente, la presenza cattolica in Iran risale al XIII secolo, ma il loro numero è costantemente diminuito a causa dell’emigrazione e delle pressioni politiche. Oggi, la guerra minaccia direttamente la continuità della vita sacramentale per coloro che rimangono.
L’evacuazione del cardinale Mathieu mette in luce l’estrema vulnerabilità dei cristiani in un Medio Oriente dilaniato dalla guerra. In attesa del suo ritorno in diocesi, il prelato invita a pregare per la vera pace, quella che scaturisce dalla conversione dei cuori.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Elmju via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
Spirito
Libano: di fronte all’escalation del conflitto, i patriarchi lanciano l’allarme
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Prevenire la conflagrazione totale
Il testo, firmato il 5 marzo 2026 dai quattro Grandi Patriarchi – il cardinale maronita Béchara Boutros Raï, il patriarca melchita Youssef Absi, il patriarca siriaco Ignatius Joseph III Jonas e il patriarca armeno Raphael Benit XXI – denuncia fermamente la logica della forza che sembra prevalere su quella del diritto. «La giustizia è la via sicura per una pace stabile e duratura», insiste il documento. Per i vescovi, il Libano non deve tornare a essere un campo di battaglia per potenze straniere. Invitano le autorità libanesi e la comunità internazionale a compiere ogni sforzo per impedire una conflagrazione totale, ribadendo che la tutela della dignità umana deve avere la precedenza su tutte le considerazioni geopolitiche. Questa presa di posizione avviene in un clima di estrema tensione. I vescovi sottolineano i «blocchi interni» e le «influenze esterne» che stanno soffocando il Paese, già indebolito da anni di crisi finanziaria. Esortano i leader politici a superare le divisioni per garantire l’unità nazionale, unico scudo contro la minaccia del collasso.Solidarietà con gli sfollati libanesi
Uno dei punti chiave della dichiarazione riguarda la crisi umanitaria dei civili sfollati a causa dei recenti bombardamenti a sud di Beirut. Per i presuli, accogliere questi «fratelli e sorelle sfollati» è essenziale affinché «la testimonianza dell’amore resti più forte della logica della violenza», sottolinea il testo.Sulle orme di Papa Leone XIV
Questo appello fa seguito alla storica visita di papa Leone XIV in Libano lo scorso dicembre. Durante la sua visita ad Harissa nel 2025, il Santo Padre esortò i libanesi a non cedere alla disperazione e a rimanere nella loro patria. Questa nuova dichiarazione dei vescovi rafforza questo messaggio, aggiungendo al contempo una dimensione di urgenti preoccupazioni per la sicurezza. Il testo si conclude con questa preghiera: «Mettiamo il Libano, la nostra regione e il mondo intero sotto la protezione della Provvidenza, chiedendo a Dio di concedere al nostro mondo travagliato una pace giusta e duratura, di condurre i cuori alla riconciliazione e di confermare i passi del nostro popolo libanese sui sentieri della fraternità e dell’armonia in uno spirito di sincero patriottismo, per intercessione della Vergine Maria, Regina della Pace».Iscriviti al canale Telegram ![]()
Supporto internazionale praticamente assente
Mentre il Libano attraversa una delle fasi più critiche della sua storia moderna, la voce della Chiesa rimane uno dei pochi pilastri di stabilità in un paese dilaniato dalla corruzione e le cui autorità non sono state in grado di disarmare gli Hezbollah filo-iraniani, ricevendo scarso aiuto in questa impresa dall’Occidente, in particolare dalla Francia, il cui sostegno è ben lungi dai legami secolari che uniscono i due Paesi. Ma non c’è dubbio che questa terra profondamente cristiana, un tempo conosciuta come la Francia del Levante, troverà i mezzi per rialzarsi da questa dura prova, mentre la Francia dell’Occidente, l’Esagono, fa onore al suo nome, apparendo ben lontana da qualsiasi risveglio religioso, morale o politico. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Mons. Schneider afferma che la scomunica della FSSPX sarebbe invalida
Il vescovo Athanasius Schneider ha dichiarato che qualsiasi scomunica eventualmente imposta alla Fraternità San Pio X in relazione alle sue programmate consacrazioni episcopali non sarebbe valida secondo il diritto canonico. Lo riporta LifeSite.
Monsignor Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ed ex visitatore apostolico della Santa Sede presso la Fraternità San Pio X, ha affermato lunedì che un’eventuale scomunica della Fraternità a seguito delle consacrazioni episcopali previste per il 1° luglio risulterebbe invalida, poiché la dirigenza della FSSPX non ha intenzione di compiere un atto scismatico.
«Penso che, se la scomunica venisse applicata, sarebbe in qualche modo non valida perché non c’è alcuna intenzione di compiere un atto scismatico da parte della Fraternità San Pio X, e non si può essere puniti quando non si ha l’intenzione di farlo, secondo il diritto canonico», ha detto Schneider.
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Le osservazioni di Schneider sono state espresse durante un recente incontro privato della Confraternita di Nostra Signora di Fatima. I commenti sono stati in seguito pubblicati dal vaticanista Michael Haynes con il permesso del vescovo.
Secondo il prelato kazako, l’elemento decisivo per valutare la situazione canonica delle consacrazioni previste riguarda l’intenzione dei vescovi coinvolti. «Non c’è alcuna intenzione da parte dei vertici della FSSPX di separarsi da Roma», ha affermato Schneider.
A suo parere, un’approvazione papale potrebbe favorire una maggiore collaborazione tra la Società e il resto della Chiesa e facilitare le discussioni teologiche sulle questioni dottrinali emerse negli ultimi decenni.
Schneider ha anche commentato la partecipazione dei fedeli alle liturgie della FSSPX. Ha rilevato che le Messe della Fraternità includono preghiere per il Papa e per il vescovo ordinario locale, presentandolo come prova del fatto che la Fraternità continua a riconoscere l’autorità della Santa Sede.
«Durante la Messa pregano per il papa», ha detto Schneider. «Se non pregassero per il Papa, allora non dovrebbero partecipare, ma pregano sempre per il Papa, e persino per il vescovo locale dove si celebra la Messa».
Nei commenti scritti inviati via e-mail a Haynes, Schneider ha inoltre sostenuto che alcuni alti prelati si oppongono con forza all’integrazione della Società nella vita più ampia della Chiesa.
«Non è un segreto che ai nostri giorni ci siano membri del clero di alto rango molto influenti, che semplicemente odiano tutto ciò che è autentica tradizione cattolica nella dottrina e nella liturgia», ha scritto, e queste persone «sarebbero felici se la FSSPX potesse essere semplicemente scomunicata, mentre allo stesso tempo mostrano la massima tolleranza possibile verso tutto ciò che è ambiguo ed eretico nella dottrina e nella liturgia, come nel caso del cosiddetto Cammino sinodale tedesco».
Monsignor Schneider ha sottolineato che per i cardinali e i vescovi neo-modernisti attualmente al potere – che, a suo avviso, sostengono «sacrilegi ed eresie» – anche una «minima integrazione ecclesiale della FSSPX sarebbe inaccettabile», poiché sono «codardi collaboratori dell’agenda delle élite ideologiche mondiali». Qualsiasi accordo con la Fraternità, ha sostenuto, «smaschererebbe il loro tradimento di Cristo e alimenterebbe una riconquista della vera cattolicità nella vita della Chiesa ai nostri giorni».
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La FSSPX ha giustificato le consacrazioni previste invocando l’attuale stato di emergenza nella Chiesa. Padre Gerald Murray ha di recente contestato tale argomentazione, sostenendo che l’esistenza di altre comunità sacerdotali che celebrano la Messa tradizionale latina implica che tale stato di emergenza non sussista più.
Monsignor Schneider ha respinto tale valutazione. «Siamo ancora in una situazione di emergenza e di crisi straordinaria nella Chiesa», ha affermato, «dove purtroppo anche a Roma – Roma promuove ancora in qualche modo questa tendenza al modernismo, al relativismo e alla mancanza di chiarezza, e questa è la situazione».
Monsignor Schneider ha avuto un coinvolgimento diretto con la Società in passato, avendo ricoperto il ruolo di Visitatore Apostolico ufficiale della Santa Sede presso i due seminari della FSSPX a Ecône (Svizzera) e Zaitzkofen (Germania) durante il pontificato di Papa Francesco nel 2015. La sua esperienza in tale ruolo lo ha reso uno dei vescovi più competenti riguardo alla vita interna della Fraternità.
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