Intelligence
Cinque segreti contenuti nei documenti trapelati dal Pentagono
La «gola profonda» dei documenti trapelati dal Pentagono parrebbe essere stato catturato: si tratta di un 21enne militare in forza all’Aviazione USA, Jack Texeira.
Si tratta di oltre 100 pagine fotografate di documenti datati tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo ed etichettati come «Segreto», «Top Secret» e «NOFORN» (non per la visione da parte di cittadini stranieri) relativi alla guerra per procura NATO-Russia in corso in Ucraina
Il ragazzo, che aveva condiviso i documenti sui server di Discord – un servizio popolare tra amanti di videogiuochi e di altre sottoculture –, è stato preso forse con metodi di sorveglianza illegale. E pare pure che la cattura abbia avuto anche l’aiuto del Washington Post e del New York Times.
The FBI has arrested a suspect in the Pentagon leak, according to Fox News.
Earlier, a Pentagon spokesman said the United States had concluded that the leak of classified documents was intentional. pic.twitter.com/rZkkPlXfbr
— Spriter (@Spriter99880) April 13, 2023
Un tempo i giornali parteggiavano per gli informatori (come Daniel Ellsberg, che trafugando i famosi Pentagon Papers rese noto al pubblico americano che, differentemente da quel che dicevano i politici, gli USA non stavano vincendo la guerra in Vietnam), ora invece sono complici della repressione del potere sulla libera informazione e sulla trasparenza.
Quali sono i contenuti principali dei documenti? Proviamo ad elencarne cinque.
1) Carenze ucraine, corruzione, armi
Una pagina segnata come «Top Secret» di febbraio evidenzia apparenti gravi «carenze di generazione e mantenimento della forza» all’interno delle forze armate ucraine e avverte che Kiev sarebbe in grado di garantire solo «modesti guadagni territoriali» se decidesse di lanciare la tanto annunciata offensiva di primavera.
La valutazione è significativa perché evidenzia il contrasto tra la cupa valutazione interna del Pentagono e il sentimento entusiasta, tutto è fantastico espresso dai funzionari di Washington e Bruxelles, e dal discorso sfacciato del presidente Joe Biden sulle impressionanti capacità di Kiev di condurre operazioni offensive su larga scala con il sostegno degli Stati Uniti.
I documenti sollevano anche interrogativi su dove siano finite le decine di miliardi di dollari in assistenza alla sicurezza degli Stati Uniti e della NATO a Kiev, date le crescenti preoccupazioni per le armi occidentali inviate in Ucraina che in qualche modo spuntano nelle mani di bande europee e ribelli africani e mediorientali e gruppi terroristici, mentre il valore in dollari delle forniture di armi all’Ucraina si avvicina all’equivalente dell’intero budget annuale della Russia per la difesa.
2) Attacchi fin dentro alla Russia
Un documento, anch’esso risalente a febbraio, evidenzia la raccomandazione del presidente Volodymyr Zelens’kyj che le forze ucraine effettuino attacchi di droni in massa contro «luoghi di schieramento russi nell’oblast’ di Rostov in Russia» e si lamenta che Kiev non abbia le necessarie capacità missilistiche a lungo raggio per tali colpi.
Questa informazione è significativa perché evidenzia l’apparente disperazione e prontezza del presidente Zelens’kyj all’escalation, attaccando direttamente la Russia nonostante gli avvertimenti di alcuni dei suoi finanziatori della NATO che così facendo potrebbero togliere il loro sostegno a Kiev.
3) 6 soldati ucraini uccisi per ogni russo ammazzato
I documenti sfidano la granitica narrativa del Pentagono e dell’esercito ucraino (poi propalata dai media mainstream) sulle vittime del conflitto. Un documento classificato «Top Secret» chiamato «Stato del Conflitto il 1° marzo 2023» stima che le perdite totali russe potrebbero essere fino a 16.000-17.500 uccise in azione e 61.000-71.500 da parte ucraina. Per ogni russo ucciso ci sarebbero almeno 6 morti ucraini.
Vi è quindi un abisso dalla valutazione del presidente del Joint Chiefs Mark Milley a novembre, che stimava «ben oltre» 100.000 soldati russi morti, così come le cifre del «personale eliminato» di 180.050 (cioè quasi corrispondenti alle 190.000 truppe in totale che l’Intelligence occidentale stimava fossero vicino al Donbass nel febbraio 2022 prima dell’escalation della crisi).
Funzionari ucraini e media occidentali hanno cercato di minimizzare le cifre del documento, accusando la Russia di «falsificare» le statistiche e assicurando che le vittime russe siano molto più alte e quelle ucraine molto più basse. Ovunque stia la verità, tali rivelazioni minano la fiducia nell’esercito ucraino, sostenuto ed equipaggiato dalla NATO.
4) La NATO è presente fisicamente su suolo ucraino con truppe delle forze speciali
Un’altra rivelazione chiave riguarda l’entità del coinvolgimento della NATO. Mentre i funzionari dell’alleanza hanno costantemente assicurato che nessuna forza occidentale è sul campo a combattere contro la Russia, un documento «Top Secret» datato 23 marzo indica che quasi una mezza dozzina di potenze della NATO hanno effettivamente «stivali a terra» nella forma delle truppe delle forze speciali.
Questi includono Gran Bretagna (50 soldati), Lettonia (17), Francia (15), Stati Uniti (14) e Paesi Bassi (1). Non è chiaro cosa stiano facendo esattamente queste forze in territorio ucraino, il documento non lo dice.
Apparentemente rendendosi conto delle gravi implicazioni di queste informazioni, il ministero della Difesa britannico ha respinto in toto i documenti trapelati, assicurando in un tweet martedì che «la fuga di notizie ampiamente segnalata di presunte informazioni classificate statunitensi ha dimostrato un grave livello di inesattezza» e che «i lettori dovrebbero essere cauti nel prendere per oro colato accuse che hanno il potenziale per diffondere disinformazione».
In response to the leak of alleged classified US information: pic.twitter.com/WWFLOhbeeU
— Ministry of Defence ???????? (@DefenceHQ) April 11, 2023
5) Difesa antiarea finita
Altre rivelazioni emerse riguardano lo Stato delle difese aeree dell’Ucraina. Una valutazione del Pentagono datata 28 febbraio prevedeva che le scorte di Kiev di sistemi missilistici Buk e S-300 di fabbricazione sovietica, che costituiscono quasi il 90% delle difese aeree del paese, sarebbero state «completamente esaurite» entro metà aprile e 3 maggio, rispettivamente. Una seconda diapositiva di una valutazione del 23 febbraio prevede che la protezione in prima linea delle forze ucraine sarà «completamente ridotta» entro il 23 maggio.
Ciò potrebbe confermare il fatto che «gli Stati Uniti e i suoi alleati stanno finendo il tempo per rafforzare la protezione della difesa aerea del loro cliente prima che la Russia ottenga una superiorità aerea totale simile a quella di cui godeva la sua Air Force nell’operazione antiterrorismo in Siria, o il tipo che hanno tipicamente gli Stati Uniti e i loro alleati quando decidono di bombardare un Paese del Terzo Mondo», scrive la testata russa Sputnik.
Gli Stati Uniti avevano promesso di fornire all’Ucraina il loro sistema missilistico Patriot e di aumentare le consegne di altre armi antiaeree, ma gli osservatori hanno espresso preoccupazione per la capacità del complesso militare-industriale statunitense di aumentare la produzione abbastanza rapidamente e si sono chiesti se Washington sarà disposta a inviare ulteriore sofisticato hardware di difesa aerea in una zona di conflitto in cui le perdite significherebbero un colpo significativo per i produttori di armi statunitensi qualora l’equipaggiamento andasse perso.
La presenza di truppe NATO in Ucraina conferma le affermazioni di lunga data fatte da alti funzionari russi, tra cui il presidente Vladimir Putin e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, secondo cui gli Stati Uniti e i loro alleati stanno conducendo una «guerra totale» contro la Russia .
Inoltre, la situazione potrebbe fungere da pericoloso apripista per un futuro di guerre per procura. Come reagirebbero, ad esempio, gli Stati Uniti se la Russia o la Cina dispiegassero truppe delle forze speciali per combattere le forze della NATO in Iraq, Afghanistan, Libia o Jugoslavia?
Non c’è tuttavia conferma del fatto che i documenti siano autentici, e che non si tratti invece – come dicono alcuni analisti – di una grande operazione di inganno per confondere i comandi russi riguardo ai veri obiettivi di una controffensiva ucraina in arrivo.
«Non abbiamo una posizione», ha detto a Sputnik il viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov quando gli è stato chiesto delle fughe di notizie. «Forse è una falsa, deliberata disinformazione».
Rjabkov ha spiegato che dal momento che Washington è una parte chiave nel conflitto ucraino e sta conducendo una guerra ibrida contro la Russia, i documenti potrebbero essere uno stratagemma per fuorviare la parte russa. «Non sto confermando nulla, ma capisco che qui sono possibili vari scenari».
In America alcuni invece sostengono che la colossale fuga di notizie potrebbe essere un tentativo da parte di «dissidenti» e «realisti» all’interno dell’establishment dello Stato di sicurezza statunitense di fornire a Washington una necessaria via di uscita dal conflitto in continua escalation, prima che si trasformi in una guerra mondiale.
Immagine di mariordo59 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
Intelligence
L’ex capo dell’MI6 Dearlove alimenta le fiamme della guerra tra sciiti e sunniti in Medio Oriente.
Sir Richard Dearlove, che come capo del Servizio Segreto britannico (SIS) fu profondamente coinvolto nell’organizzazione dell’invasione anglostatunitense dell’Iraq nel 2003, ha affermato il 16 ottobre che la questione più «profonda, a lungo termine, in Medio Oriente» è la lotta per il potere tra le leadership sunnite e sciite, e che oggi «siamo» vicini al punto decisivo di questo conflitto.
«Mi aspetto che l’Arabia Saudita imponga la sua posizione» in questo conflitto finale, e che la «teocrazia sciita» in Iran cadrà, ha dichiarato il Dearlove. La battaglia sarà «molto costosa per i Paesi della regione», ma a lungo termine ne trarranno beneficio, ha aggiunto con ottimismo.
La «previsione» dell’ex alto funzionario dello spionaggio– è stata fatta a Tom Burges Watson, conduttore del programma Global News Tonight dell’emittente statale saudita Al Arabiya, durante un’intervista di mezz’ora. Il Dearlove, formalmente «in pensione», ha sostenuto che il Regno Unito dovrebbe assumere una posizione più proattiva nel fornire supporto militare all’Arabia Saudita contro gli Houthi; il Regno Unito ha già utilizzato la Royal Air Force per bombardare lo Yemen e potrebbe farlo di nuovo.
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Allo stesso modo, l’ex alto funzionario dello spionaggio britannico è ansioso di vedere l’Egitto coinvolto in questo conflitto, affermando che l’Egitto, con le sue «formidabili» capacità militari, ha «un ruolo cruciale da svolgere… Non mi aspetto che restino a guardare a lungo», ha dichiarato.
Il capo 007 ha affermato di credere che il presidente Trump non abbia fornito supporto militare statunitense all’Arabia Saudita perché un altro attacco congiunto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran è imminente, e quindi Trump non vuole dividere le forze statunitensi. Bombardare un Paese di 90 milioni di persone fino alla sottomissione non funzionerà come strategia, ha affermato Dearlove, ma l’azione «cinetica» (cioè, sempre i bombardamenti) può supportare la strategia che, a suo dire, porterà alla caduta del regime iraniano: strangolare e isolare la sua economia, come il segretario del Tesoro USA Scott Bessent sta facendo, a suo avviso, con grande efficacia.
Il Dearlove ha suggerito per ben due volte che impadronirsi dell’isola di Kharg, o distruggerla, danneggerebbe «enormemente» l’economia iraniana, già in «gravissime difficoltà», insistendo ripetutamente sul fatto che il governo iraniano sia più debole di quanto si dica («più in difficoltà di quanto molti credano»), odiato dal suo popolo e con capacità militari ampiamente degradate, e che quindi possa essere rovesciato: una previsione che ha ripetuto negli ultimi anni con la stessa frequenza con cui ha tristemente assicurato al mondo che Vladimir Putin era gravemente malato e sarebbe morto da un momento all’altro, commenta EIRN.
Nonostante questa menzogna, ha affermato che «significative violenze» saranno comunque necessarie prima di poter raggiungere il successo. Dearlove ha previsto che, dopo la «sconfitta» del presidente Trump alle elezioni di metà mandato, questi si concentrerà sul consolidare la sua «eredità», ovvero quella di essere stato il presidente che ha rovesciato i «regimi» venezuelano e cubano (considera quest’ultimo un affare concluso, da un giorno all’altro) e il regime sciita iraniano.
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Intelligence
Palantir: l’Europa dovrà accettare di divenire dipendente da noi
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Geopolitica
«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia
Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.
Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.
Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.
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Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.
L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.
Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.
La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.
Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.
L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.
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Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».
Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.
Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.
Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine
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Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.
Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.
Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.
Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.
Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.
Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.
Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.
Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.
Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.
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La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.
Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.
Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).
Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.
Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.
Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.
Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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