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Geopolitica

Cina, varata una legge per agire contro chiunque nel pianeta

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Secondo una disposizione celata nella nuova legge, il PCC può agire contro chiunque sul pianeta ne contesti il regime. .

 

Questa prospettiva apre alla realtà mostruosa di possibili exatrordinary rendition cinesi, da eseguirsi su tutto il mondo, senza confini possibili – in ispecie in Paese come il nostro dove al governo ci sono forze filocinesi. Le rendition sono quei rapimenti a scopo di estradizione con seguente prigionia (e, nei casi CIA emersi, financo tortura) perpetrate dagli USA del dopo 11 settembre  (caso Abu Omar, detto anche «caso dell’Imam rapito»).

 

Pensare a dei rapimenti da parte delle forze cinesi ci preoccupa assai; tuttavia la Cina sotto il presidente Xi ha già dato prova di poter effettuare azioni su cittadini anche stranieri al di fuori dei propri confini: è il caso dei librai-editori di Hong Kong, spariti mentre si trovavano fuori dal territorio della Repubblica Popolare Cinese, come è avvenuto per il cittadino svedese Gui Minhai  portato via mentre dal treno era in compagnia di diplomatici di Stoccolma.

Secondo una disposizione celata nella nuova legge, il PCC può agire contro chiunque sul pianeta ne contesti il regime

 

«In base a questa norma, la Cina, o meglio il PCC, rivendica la giurisdizione su ogni essere umano su questo pianeta e forse anche su altri».

 

Renovatio 21 pubblica questo articolo del professor Massimo Introvigne, giù apparso sul sito Bitter Winter – Libertà religiosa e diritti umani in Cina. «Il nostro lavoro funziona grazie a qualche centinaio di reporter cinesi, una cinquantina dei quali sono stati arrestati e una trentina ancora in prigione – ci ricorda il professor Introvigne– Nessuno di loro è retribuito e continuano a fare uscire notizie e fotografie inedite a rischio della galera».

 

 

Questa prospettiva apre alla realtà mostruosa di possibili exatrordinary rendition cinesi

 

Molto è già stato scritto a proposito della nuova Legge della Repubblica popolare cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong, di cui ora è disponibile il testo completo.

 

La legge estende a Hong Kong le disposizioni anti-sovversione vigenti nella Cina continentale, rendendo di fatto crimine qualsiasi forma di critica nei confronti del PCC ed eliminando le garanzie precedentemente esistenti per la libertà di parola e una certa indipendenza dei tribunali di Hong Kong.

 

Secondo alcuni commentatori della nuova legge imposta da Pechino Hong Kong il controllo è diventato più severo e repressivo che nella Cina continentale

La legge istituisce inoltre una nuova agenzia, l’Ufficio per la salvaguardia della sicurezza nazionale (维护 国家 安全 公署), cui ne è demandata l’applicazione nei casi ritenuti particolarmente gravi. L’Ufficio lavorerà prevalentemente in segreto e potrà trasferire, di fatto estradare, gli accusati nella Cina continentale dove saranno processati.

 

Tutte le disposizioni della nuova legge sono già state ampiamente commentate da studiosi e osservatori specializzati, e alcuni di loro hanno notato che a Hong Kong il controllo è diventato più severo e repressivo che nella Cina continentale. Vi è però una disposizione che non ha ricevuto sufficiente attenzione e che è veramente straordinaria.

 

Si tratta dell’Articolo 38, che recita: «Questa Legge si applica ai reati ai sensi della presente legge commessi contro la Regione amministrativa speciale di Hong Kong al di fuori della regione stessa da un soggetto che non risieda permanente della regione».

Vi è una disposizione che non ha ricevuto sufficiente attenzione e che è veramente straordinaria

 

Bisogna leggerlo due volte prima di concludere che, in base a questa norma, la Cina, o meglio il PCC, rivendica la giurisdizione su ogni essere umano su questo pianeta e forse anche su altri.

 

Il sottoscritto non risiede permanente a Hong Kong, ma credo di infrangere «questa Legge» quotidianamente.

 

Violo l’Articolo 20 perché, scrivendo spesso a sostegno del diritto all’identità storica, culturale e religiosa dei cittadini di Hong Kong, del Tibet e dello Xinjiang, posso essere accusato del crimine di «separatismo» per il quale la pena nei casi di «natura grave» è l’ergastolo. Inoltre infrango regolarmente l’Articolo 22, in quanto critico e dunque «mino» «la base del sistema della Repubblica popolare cinese», una «base del sistema» fondata sul potere assoluto del PCC e della sua ideologia. Per la sistematica e grave violazione dell’Articolo 21 la pena è ancora l’ergastolo.

 

Si tratta dell’Articolo 38, che recita: «Questa Legge si applica ai reati ai sensi della presente legge commessi contro la Regione amministrativa speciale di Hong Kong al di fuori della regione stessa da un soggetto che non risieda permanente della regione».

Quel che è peggio, poi, è che potrei essere accusato di violare anche l’Articolo 29 poiché mi procuro e pubblico su Bitter Winter informazioni non generalmente conosciute altrove e probabilmente dannose per la «sicurezza nazionale» della Cina, il che comporta una terza condanna all’ergastolo.

 

Una persona ragionevole potrebbe pensare che, essendo io un cittadino italiano e scrivendo dall’Europa, non dovrei preoccuparmi degli effetti di una legge cinese valida per Hong Kong. Tuttavia quella persona ragionevole si sbaglierebbe. Infatti l’Articolo 38 stabilisce chiaramente che la legge si applica anche a tutti coloro che «non risiedono permanentemente nella Regione» (Hong Kong).

 

Significa che il PCC verrà a cercarmi in Italia per catturarmi? Forse no, ma, come ha scritto Donald Clarke, docente nella George Washington University ‒ uno dei maggiori esperti di Diritto cinese ‒, l’Articolo 38 «attribuisce alla Legge una portata ancor più ampia di quella della legge penale vigente nella Cina continentale. Secondo quest’ultima, uno straniero non è perseguibile per un atto che secondo la legge è un crimine a meno che l’atto o i suoi effetti non si verifichino in Cina. Ma la Legge per la sicurezza nazionale a Hong Kong non prevede questa limitazione».

«In base a questa norma, la Cina, o meglio il PCC, rivendica la giurisdizione su ogni essere umano su questo pianeta e forse anche su altri»

 

Il professor Clarke ipotizza l’esempio di un giornalista che scriva per testate statunitensi, sostenendo che l’occupazione cinese del Tibet è illegale o che per qualsiasi motivo «offenda le autorità cinesi o di Hong Kong». Ebbene, in base all’Articolo 38, costui è «responsabile ai sensi della legge per la sicurezza nazionale di Hong Kong» e se vi mette piede può essere arrestato.

 

E questo, sostiene il professor Clarke, non è tutto. «Supponiamo che quell’editorialista si rechi non a Hong Kong, ma a Pechino. Sebbene non abbia commesso alcun crimine ai sensi della legge penale vigente nella RPC, lo ha fatto ai sensi della Legge per la sicurezza nazionale di Hong Kong. Se le autorità di Hong Kong chiedessero a quelle della Cina continentale di arrestare il giornalista e di estradarlo queste respingerebbero la richiesta?». Probabilmente no, e per territorio cinese si intendono anche i velivoli cinesi e quelli di Hong Kong (esplicitamente menzionati nella nuova legge), nonché le ambasciate cinesi in tutto il mondo.

 

Secondo l’Articolo 38, i critici del PCC che mettano piede sul territorio cinese, considerato in senso ampio, possono essere arrestati

La pretesa cinese di una giurisdizione planetaria è chiaramente assurda e illegale ai sensi del diritto internazionale. Ma ciò è irrilevante. Secondo l’Articolo 38, i critici del PCC che mettano piede sul territorio cinese, considerato in senso ampio, possono essere arrestati.

 

Chi ritiene che ciò non accadrà mai davvero, può semplicemente considerare cosa sta accadendo ai «due Michaels» canadesi. Certo si tratta un caso diverso, ma obbedisce alla stessa logica perversa.

 

È un peccato che solo 27 Paesi (oltre agli Stati Uniti d’America, che non hanno firmato per via dei problemi che hanno con il Consiglio per i diritti umaniabbiano appoggiato la dichiarazione del Regno Unito alle Nazioni Unite che condanna le violazioni dei diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang (mentre 53 Paesi, la cui lista non è stata resa pubblica, sono entrati nel nuovo «asse della vergogna», firmando una dichiarazione redatta da Cuba a sostegno della Cina).

La pretesa cinese di una giurisdizione planetaria è chiaramente assurda e illegale ai sensi del diritto internazionale. Ma ciò è irrilevante. Secondo l’Articolo 38, i critici del PCC che mettano piede sul territorio cinese, considerato in senso ampio, possono essere arrestati

 

Vale allora la pena pubblicare i nomi dei 27 Paesi che hanno firmato a sostegno della libertà e dei diritti umani: Australia, Austria, Belgio, Belize, Canada, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Germania, Giappone, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Repubblica delle Isole Marshall, Regno dei Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Palau, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Svizzera e Regno Unito.

 

I nostri lettori sono abbastanza intelligenti da notare quali Paesi democratici non sono nella lista e di intuirne il motivo. Forse tali Paesi cambieranno opinione quando i loro cittadini inizieranno a essere arrestati in Cina.

 

 

Aggiornamento. L’elenco dei Paesi che hanno sottoscritto la dichiarazione di appoggio alla Cina è stato pubblicato.

 

 

 

 

Articolo apparso su Bitter Winter con il titolo «L’art. 38 della Legge sulla sicurezza nazionale ci manderà tutti in galera»

 

 

Immagini di Tksteven via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0)

 

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Geopolitica

Lavrov: UE sta commettendo un «harakiri». E aggiunge: europei terrorizzati dai piani di Trump

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L’UE sta di fatto commettendo un «harakiri» abbandonando l’energia russa nel tentativo di danneggiare Mosca, ha dichiarato il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov.

 

Lunedì, parlando agli studenti dell’Istituto statale di relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), la principale accademia di formazione diplomatica russa, Lavrov ha sostenuto che i leader europei stanno facendo pagare ai propri elettori il costo delle politiche nei confronti della Russia.

 

«L’Europa sta semplicemente commettendo harakiri e dichiarando con orgoglio che il suo popolo deve soffrire… per i valori europei», ha affermato Lavrov, riferendosi al suicidio rituale giapponese noto anche come seppuku.

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«A quanto pare, per “valori europei” intendono il nazismo, seppellire i criminali nazisti con onori militari e vietare la lingua russa, l’istruzione in lingua russa, la cultura e i media russi, nonché la Chiesa ortodossa ucraina canonica», ha aggiunto, riferendosi alle politiche del governo ucraino sostenuto dalla UE.

 

Lavrov ha sostenuto che il tentativo dell’UE di fare pressione su Mosca non è riuscito a privare la Russia di clienti. «Non c’è alcun panico. Abbiamo sempre avuto molti acquirenti», ha affermato, aggiungendo che gli esportatori russi si sono orientati verso «quelli più affidabili». «Se l’Europa vuole pagare 800-900 dollari per mille metri cubi di gas naturale liquefatto americano, cosa possiamo farci?», ha chiesto.

 

A causa delle sanzioni occidentali, la Russia ha riorientato progressivamente le proprie esportazioni energetiche verso l’Asia. Le spedizioni di greggio via mare verso la Cina hanno raggiunto il livello record di 1,86 milioni di barili al giorno a gennaio, con un aumento del 46% su base annua. La Russia è rimasta inoltre il principale fornitore di petrolio dell’India, vendendo circa 2,1 milioni di barili al giorno ad agosto, pari al 45% delle importazioni del Paese, secondo la società di intelligence marittima Kpler.

 

Lavrov ha affermato che questo cambiamento non dovrebbe essere visto come un improvviso «pivot verso l’Est», sostenendo che la Russia ha a lungo coltivato legami economici in entrambe le direzioni.

 

Il mese scorso la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha riconosciuto che la perdita delle importazioni di energia a basso costo ha inferto un duro colpo all’economia del blocco. Lavrov ha sostenuto che tali politiche dimostrano che i leader europei «non pensano agli elettori che li hanno portati al potere».

 

In un’intervista pubblicata martedì, Lavrov ha proseguito dicendo che i  leader europei erano «terrorizzati» dalle proposte del presidente statunitense Donald Trump per la risoluzione del conflitto in Ucraina e hanno lavorato senza sosta per sabotare gli sforzi di compromesso di Washington.

 

L’alto diplomatico russo ha accusato i membri europei della NATO di voler impedire a Trump di riprendere le idee discusse con il presidente russo Vladimir Putin in Alaska lo scorso anno. Ha inoltre fatto riferimento a una telefonata tra i due leader avvenuta il 4 luglio di quest’anno.

 

«L’Europa capisce che se gli americani tornassero improvvisamente alle loro proposte originali… come è successo ad Anchorage, l’Europa si spaventerebbe a morte», ha detto Lavrov. Secondo lui, i leader europei si sono «sbrigati immediatamente» a convincere Trump ad abbandonare le proprie iniziative.

 

Lavrov ha richiamato le dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron al vertice NATO di giugno, in cui il leader francese si era sostanzialmente vantato del fatto che l’iniziativa di Anchorage fosse stata «sepolta» e che Washington fosse di nuovo allineata con l’Europa in un fronte unito contro la Russia.

 

«Se la diplomazia occidentale si riduce a frenare i Paesi che propongono iniziative di compromesso ragionevoli ed equilibrate, allora così sia», ha affermato Lavrov. Mosca perseguirebbe quindi i suoi obiettivi «non al tavolo delle trattative», che a suo dire la Russia preferirebbe, «ma sul campo di battaglia».

 

Le dichiarazioni di Lavrov arrivano mentre l’amministrazione Trump si impegna di nuovo per rilanciare la diplomazia in stallo. L’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, hanno incontrato Putin a Mosca sabato per oltre tre ore, prima di recarsi a Kiev il giorno successivo.

 

La Casa Bianca ha affermato che le parti hanno discusso «piani concreti per i prossimi passi» verso la fine del conflitto, mentre il collaboratore del Cremlino Yury Ushakov ha descritto l’incontro come «estremamente franco» e ha dichiarato che gli inviati americani hanno presentato diverse idee su possibili vie per una soluzione.

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Lavrov, tuttavia, ha sostenuto che gran parte del discorso pubblico sulla diplomazia proveniente da Kiev e dai suoi sostenitori occidentali ha lo scopo di ottenere un’ulteriore tregua nei combattimenti e dare agli alleati ucraini il tempo di riarmarsi e riorganizzarsi. Nonostante il rinnovato impegno degli Stati Uniti, Lavrov ha insistito sul fatto che al momento non sono in corso negoziati di pace costruttivi.

 

«Sul fronte diplomatico non sta succedendo nulla», ha affermato, aggiungendo che gli sviluppi si stanno invece verificando «sul fronte reale», dove le forze russe stanno avanzando.

 

Il ministro degli Esteri ha inoltre avvertito che Mosca intende dare seguito alle minacce di rappresaglia per gli attacchi ucraini contro le infrastrutture civili russe. La Russia aveva avvertito che tali attacchi avrebbero innescato una risposta «molto più dura per l’Ucraina», ha affermato, aggiungendo: «Questo sta accadendo ora».

 

Il massimo diplomatico russo ha anche criticato Londra, che ha promesso di rimanere al fianco di Kiev fino alla fine. «Mi dispiace per la Gran Bretagna», ha detto, poiché la sua fine «non sarà felice».

 

Riguardo ai preparativi europei per un possibile futuro conflitto con Mosca, Lavrov ha ribadito la posizione di Putin secondo cui la Russia non ha alcuna intenzione di attaccare l’Europa. Tuttavia ha avvertito che se i Paesi europei dovessero attaccare la Russia, si tratterebbe di «una guerra fondamentalmente diversa» e «molto breve».

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

 

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Geopolitica

Otto Paesi musulmani denunciano i piani israeliani di espellere i palestinesi da Gaza

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I ministri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Indonesia, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano le proposte discusse la scorsa settimana dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir e dal ministro della Difesa Israel Katz per l’espulsione della popolazione palestinese da Gaza, mascherata da eufemismi come «emigrazione volontaria». Lo riporta EIRN.   La dichiarazione congiunta condanna tali proposte affermando: «Tali dichiarazioni e proposte incendiarie violano palesemente i principi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e rappresentano una minaccia diretta ai diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese… I ministri ribadiscono il loro inequivocabile rifiuto e la loro condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a sfollare il popolo palestinese, sia all’interno che all’esterno dei Territori Palestinesi Occupati, con qualsiasi pretesto o giustificazione. Mettono in guardia contro le gravi conseguenze derivanti dal trasformare gli appelli allo sfollamento forzato in politiche dichiarate o misure concrete volte a sradicare i palestinesi dalla loro terra».   Tali azioni costituiscono una sfida diretta agli sforzi internazionali volti al raggiungimento della pace, primo fra tutti il Piano globale del presidente Donald Trump per porre fine al conflitto di Gaza, che include il suo inequivocabile rifiuto degli sfollamenti forzati, e rischiano seriamente di compromettere le prospettive di stabilità nella regione.

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I ministri «ribadiscono che l’unica via per raggiungere una pace giusta e duratura risiede nell’attuazione della soluzione dei due Stati con la creazione di uno Stato palestinese indipendente, secondo i principi del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, in conformità con le pertinenti risoluzioni del diritto internazionale».   «I ministri invitano inoltre la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad assumersi le proprie responsabilità e a contrastare con fermezza qualsiasi tentativo di imporre una nuova realtà demografica o geografica nei Territori Palestinesi Occupati, garantendo il rispetto delle norme del diritto internazionale. Ribadiscono il loro pieno e continuo sostegno alla fermezza del popolo palestinese sulla propria terra e il loro rifiuto di ogni tentativo volto a cancellare la causa palestinese o a minare i legittimi diritti del popolo palestinese».   Il 3 agosto il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Ynet. La proposta punta a far uscire da Gaza 250.000 palestinesi nel primo anno e 1,86 milioni entro sette anni.   L’idea di sfollare con la forza milioni di palestinesi da Gaza è stata avanzata più volte da leader israeliani e statunitensi dall’inizio di quello che il testo definisce il genocidio dei palestinesi nell’ottobre 2023.   Una proposta del ministero dell’Intelligence israeliano che chiedeva la pulizia etnica di Gaza è trapelata pochi giorni dopo l’operazione di Hamas contro la moschea di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, scrive The Cradle. Il piano prevedeva di scatenare su Gaza una violenza tale che lo spostamento forzato dei palestinesi verso campi nella penisola del Sinai, in Egitto, o in Paesi ancora più lontani apparisse come un’iniziativa umanitaria destinata a salvare vite palestinesi.   Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso oltre 73.000 palestinesi, in gran parte donne e bambini. Stime indipendenti, che tentano di quantificare anche le morti indirette legate alla guerra, arrivano a centinaia di migliaia.   Almeno 800.000 palestinesi sono senzatetto e vivono in campi di tende precari lungo la costa della Striscia, dopo che bombardamenti e demolizioni israeliane hanno distrutto le loro case.

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Ben Gvir e altri coloni ebrei in Israele hanno sostenuto tali piani come parte dell’obiettivo più ampio di annettere Gaza e insediare colonie ebraiche nell’enclave devastata. Come riportato da Renovatio 21, a febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno pubblicoche celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.   Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propose di svuotare Gaza dai palestinesi nell’ambito dei suoi progetti per ricostruire la Striscia e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». In alcune fasi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promosso piani analoghi.   Secondo Ben Gvir, Turchia, Etiopia, Congo e diversi Paesi arabi figurano tra le possibili destinazioni dello sfollamento forzato dei palestinesi. Al momento, tuttavia, nessun Paese ha accettato di accogliere come rifugiati i palestinesi cacciati da Gaza.   La proposta prevede un investimento iniziale israeliano di 3,3 miliardi di dollari per avviare il programma, più un finanziamento israeliano di pari importo fino a 16 miliardi di dollari, subordinato alla partecipazione internazionale e ad accordi con i Paesi che accoglieranno i palestinesi. .

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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International   
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Geopolitica

Bardella: la Francia non può finanziare l’Ucraina per sempre

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La Francia non dispone di risorse proprie e non può finanziare l’Ucraina all’infinito, ha dichiarato Jordan Bardella, presidente del partito di destra Rassemblement National (NR) di Marine Le Pen.

 

Il principale partito di opposizione francese è stato oggetto di dure critiche da parte dei rivali all’inizio di questa settimana, dopo che il vicepresidente Louis Aliot ha affermato che NR «chiuderebbe i rubinetti» per Kiev qualora salisse al potere dopo le elezioni presidenziali del 2027. Si ritiene che Le Pen abbia ottime possibilità di successo alle elezioni del prossimo anno, indipendentemente da chi sarà il suo avversario al secondo turno.

 

Sabato, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, Bardella è tornato sulla questione, sostenendo che l’Ucraina ha bisogno del sostegno della Francia e delle altre nazioni occidentali nel conflitto con la Russia, ma che «il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di finanziare la guerra ad vitam æternam», espressione latina che significa «per sempre».

 

La Francia ha un debito pubblico di 3.500 miliardi di euro e non può «dare soldi che non abbiamo più» al governo di Volodymyr Zelens’kyj, ha sostenuto.

 

«La situazione estremamente grave e preoccupante delle finanze pubbliche francesi significa che non possiamo erogare denaro senza garanzie o assicurazioni che questo denaro verrà un giorno restituito», ha affermato il presidente del Rassemblement National.

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Parigi è stata uno dei più convinti sostenitori di Kiev nell’UE dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, erogando miliardi in aiuti militari e diverse armi sofisticate, tra cui obici semoventi CAESAR e aerei da combattimento Mirage.

 

Secondo il Bardella, gli americani erano «molto più furbi» degli europei nel fornire assistenza a Kiev, «perché i fondi che hanno dato all’Ucraina sono garantiti contro l’estrazione di terre rare». Si riferiva all’accordo raggiunto lo scorso anno tra Washington e Kiev, che assicura agli Stati Uniti un accesso preferenziale alle risorse minerarie ucraine.

 

Durante il secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Washington ha inoltre ridotto in misura significativa gli aiuti all’Ucraina, costringendo i membri europei della NATO a pagare le armi di fabbricazione americana destinate al Paese.

 

All’inizio di questa settimana Trump ha avvertito che intende presentare all’Europa un conto, seppur tardivo, per i miliardi di dollari che Washington ha speso per armare l’Ucraina sotto la presidenza del predecessore Joe Biden. In precedenza aveva stimato che Biden avesse fornito a Kiev armi per un valore di oltre 300 miliardi di dollari «gratuitamente».

 

Giovedì Le Pen ha dichiarato che il Rassemblement National è scettico su ulteriori aiuti all’Ucraina perché ritiene che il conflitto con la Russia richieda una soluzione diplomatica.

 

Un sondaggio Harris Interactive di fine agosto indicava che Le Pen godeva del sostegno del 34% dell’opinione pubblica francese, risultato che dovrebbe garantirle l’accesso al secondo turno delle presidenziali, dove avrebbe probabilmente una vittoria agevole contro il rivale di sinistra Jean-Luc Mélenchon o il candidato centrista, l’ex primo ministro Édouard Philippe.

 

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