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Cina

Cina, polizia contro casa di preghiera non registrata, cattolico in coma

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

L’incidente è avvenuto il 23 marzo nella diocesi di Lüliang, ma le autorità hanno cercato di tenerlo nascosto. L’intervento delle forze speciali ha richiamato altri cattolici dal vicino villaggio di Xinli, dove vive una storica comunità cattolica. Negli scontri anche un agente è rimasto ferito. Arrestati il parroco e alcuni fedeli. La comunità costretta all’«autocritica», ma il problema vero sono le regole sempre più rigide sulle religioni.

 

Il 23 marzo un uomo di mezza età è stato duramente colpito alla testa durante uno scontro con la polizia in una parrocchia della diocesi di Lüliang, nella provincia cinese dello Shanxi, e al momento in cui scriviamo, è ancora in coma nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale locale. Il parrocchiano di mezza età si chiama Francesco Zuo Shangwangi, e vive nel villaggio di Xinli, nella contea di Wenshui.

 

L’incidente è avvenuto nel villaggio di Zhaizi, a circa 70 chilometri a sud-ovest di Taiyuan, la capitale della provincia. Tre o quattro anni fa, uno zelante parrocchiano del di Zhaizi aveva acquistato un terreno e costruito una casa da utilizzare per la preghiera dei fedeli.

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Alcuni giorni prima dell’incidente, i dipartimenti governativi avevano informato i fedeli che questo edificio non era stato registrato secondo le norme e non poteva essere utilizzato per attività religiose. Durante la Quaresima, tuttavia, i parrocchiani si sono riuniti comunque lì per recitare il rosario. Domenica 23 sul posto sono arrivate le forze speciali della polizia che hanno strattonato alcuni anziani: uno di loro è caduto a terra con una ferita alla testa.

 

Il sacerdote che era lì per distribuire l’Eucaristia ha informato per telefono i parrocchiani del vicino villaggio di Xinli e questi si si sono recati sul posto. Man mano che aumentava il numero dei fedeli solidali, aumentava anche il numero degli agenti mobilitati. Nel corso dei tentativi di disperdere l’assembramento con gas lacrimogeni e manganelli, è stato ferito anche Zuo Shangwang che è caduto a terra privo di sensi.

 

A quel punto la folla inferocita ha attaccato un agente rimasto solo in un’auto della polizia, ferendolo gravemente. I tre feriti (i due fedeli e l’agente speciale di polizia) sono stati trasportati d’urgenza in ospedale. Tre giorni dopo, il parroco – che serve anche la casa di preghiera del villaggio di Zhaizi – e il presidente della parrocchia di Xinli sono stati arrestati e il 31 marzo anche quattro altri parrocchiani sono stati portati via con l’accusa di aver aggredito un agente di polizia.

 

I villaggi di Xinli e Zhaizi distano circa 2,5 chilometri l’uno dall’altro e appartengono a contee amministrative diverse: Zhaizi a quella di Jiaocheng e Xinli a quella di Wenshui. Xinli – che secondo i dati ufficiali conta 1026 abitanti –è un villaggio dalla lunga storia cristiana le cui radici risalgono al XVII secolo, che lo rende il più grande centro cattolico della diocesi di Lüliang. Qui era cresciuto anche san Giovanni Wang Rui, uno dei martiri cinesi canonizzati da Giovanni Paolo II. La storia di fede del villaggio di Zhaizi è invece più recente: i credenti sono appena 40 o 50 e spesso vengono aiutati da quelli di Xinli.

 

La contea di Jiaocheng è luogo d’origine della scuola della Terra Pura, un importante ramo del Buddhismo; il Tempio di Xuanzhong nella contea ha una storia di 1.500 anni, a differenza della Chiesa cattolica, che ha una popolazione ridotta e una storia recente. Secondo quanto raccontato dai parrocchiani locali, gli incontri nella casa di preghiera del villaggio di Zhaizi sono stati segnalati dai vicini, forse perché ritenevano che le persone che andavano e venivano fossero troppo rumorose.

 

Altri parrocchiani ritengono che ci sia un conflitto inconciliabile con un gruppo che nel villaggio lucra sulle credenze negli spiriti e avrebbero per questo sporto denuncia. Nella contea di Jiaocheng i cristiani sarebbero infatti solo 500 cattolici e i quadri locali del Partito finora non avevano prestato alcuna attenzione nei loro confronti. Il modo estremo in cui ora li hanno trattati e l’uso della polizia speciale hanno però ora fatto esplodere il problema. Alcuni cattolici ritengono che proprio le regole religiose diventate molto più severe negli ultimi anni e la paura dei quadri di commettere errori stia alimentando questi conflitti.

 

Nel villaggio di Xinli si tramanda il ricordo dei molti parrocchiani che durante la Rivoluzione culturale hanno preferito la morte all’apostasia; nella storia di questa comunità ci sono state molte vocazioni al sacerdozio. Lo stesso vescovo di Lüliang mons. Ji Weizhong, – che è stato ordinato lo scorso 20 gennaio di quest’anno ai sensi dall’accordo tra la Santa sede e Pechino – è nato nel villaggio in una famiglia cattolica da generazioni. Ha ricordato che quando era bambino – alla fine della Rivoluzione culturale, prima che la chiesa fosse riaperta – sua madre portava i figli nelle case dei vicini per pregare insieme; la sua stessa famiglia non ha mai smesso di insegnare il catechismo al mattino e alla sera. Per tanti anni si è tramandata così la fede nel villaggio. Per questo motivo, quando sentono delle difficoltà nel vicino villaggio di Zhaizi, i parrocchiani vanno a sostenerli senza esitazione.

 

Anche Francesco Zuo Shangwang – l’uomo che è stato ferito – proviene da una famiglia semplice che ama il Signore. Francesco è un camionista, padre di tre bambine, la più piccola delle quali ha appena due anni. L’anno scorso, a causa del troppo lavoro, è caduto e si è fratturato la colonna vertebrale; il 6 dicembre si era sottoposto a un intervento chirurgico da cui non si era ancora completamente ripreso. Quando ha sentito parlare dell’incidente del villaggio di Zhaizi, però, non ha esitato a seguire i giovani del villaggio per andare a sostenere gli altri cattolici. Dopo essere stato gravemente ferito è stato sottoposto a due craniotomie, ma finora non si è risvegliato. L’edema cerebrale si è ridotto, ma continuano una serie di complicazioni che lo mantengono in pericolo di vita.

 

L’incidente avvenuto il 23 marzo nel villaggio di Zhaizi è stato seguito da un alto livello di attenzioni a tutti i livelli. Si dice che il responsabile della parrocchia di Xinli e gli altri membri della comunità siano sotto stretta sorveglianza, che persone dei dipartimenti governativi entrino costantemente nel villaggio per controllare la situazione, che tutti i sacerdoti della diocesi siano stati costretti a sottoporsi a una settimana di studio sulle norme e i regolamenti politici, che i conti finanziari degli ultimi cinque anni siano stati controllati.

 

Il sacerdote arrestato, padre Zhang Jinliang, sarebbe stato trasferito in un altro luogo di detenzione e che agli abitanti del villaggio sarebbe stato intimato di non parlare delle persone ferite. Per questo finora il mondo esterno non ha potuto ottenere informazioni precise.

 

In seguito agli arresti, i parrocchiani di Xinli e Zhaizi si sono calmati. Facendo autocritica hanno detto che la Chiesa stessa aveva delle colpe: non aveva fatto bene il suo lavoro, continuando a tenere riunioni dopo che le era stato detto che non c’erano procedure legali di registrazione per la casa di preghiera; inoltre non avrebbero dovuto affrontare gli agenti speciali di polizia e ferirli, soprattutto quelli che non hanno colpito nessuno.

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Tuttavia, non riescono a capire perché l’amministrazione locale non abbia preso l’iniziativa di aiutare la casa di preghiera a registrarsi dal momento che era in funzione ormai da anni, ma abbia invece scelto di far rispettare la legge durante la Quaresima, il mese più importante dell’anno liturgico della Chiesa cattolica, mobilitando una squadra di agenti speciali con spray al peperoncino e armi da fuoco per affrontare fedeli disarmati.

 

Alcuni cattolici hanno definito l’incidente del villaggio Zhazi un «disastro religioso».

 

«Nelle circostanze attuali, possiamo solo pregare di più, auspicando che i dipartimenti governativi applichino la legge in modo imparziale» hanno detto. «Quando siamo stati affrontati dalla polizia nel villaggio abbiamo trascurato la preghiera e abbiamo scelto lo scontro, dimenticando che la preghiera è la migliore arma che possiamo avere. In questa Settimana Santa, dobbiamo seguire l’esempio di Gesù, che è andato a soffrire, dobbiamo imparare dalla sua pazienza e dobbiamo pregare per il nostro fratello Francesco, che sta soffrendo nella Passione della Chiesa, e attendere con ansia il suo risveglio».

 

C’è preoccupazione, inoltre, per la detenzione di padre Zhang Jinliang, che è un evangelizzatore impegnato. Si teme che lo spazio per la Chiesa locale diventi sempre più ristretto in futuro e il progetto di costruire una chiesa nella contea possa fermarsi.

 

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Catastrofi

Tifone devasta la Cina meridionale

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Il tifone Hongxia, conosciuto a livello internazionale come Noul, ha raggiunto la terraferma nella provincia del Guangdong, nel sud della Cina, nelle prime ore di domenica, determinando evacuazioni su larga scala, interruzioni diffuse dei trasporti e piogge torrenziali in tutta la Cina meridionale e a Hong Kong.   Il dodicesimo ciclone tropicale dell’anno, nonché il più potente a interessare la Cina nel 2026, ha toccato terra nei pressi della città di Pinghai, nella contea di Huidong, all’interno del territorio di Huizhou, intorno alle 3:50 ora locale (19:50 GMT di sabato), con venti massimi sostenuti di 162 km/h, secondo quanto riportato dal Centro meteorologico nazionale cinese. Si è trattato del primo tifone a colpire la costa del Guangdong nell’anno in corso.   In previsione dell’arrivo della tempesta, oltre 715.000 persone sono state evacuate in tutta la provincia per il rischio di inondazioni e frane. Le autorità hanno interrotto lezioni, attività lavorative, produzione, trasporti e operazioni commerciali in 12 città.   Il passaggio del tifone ha generato disagi su vasta scala nella regione. Più di 190 corse ferroviarie ad alta velocità nel Guangdong sono state cancellate e i servizi ferroviari ordinari sono stati sospesi.   Il ponte Hong Kong-Zhuhai-Macao ha interrotto temporaneamente le operazioni, mentre gli aeroporti di Hong Kong, Guangzhou, Shenzhen, Zhuhai e Xiamen hanno subito gravi ripercussioni. Oltre 1.800 voli tra Guangzhou, Shenzhen e Hong Kong sono stati annullati.   A Shenzhen sono stati inoltre sospesi i servizi ferroviari e chiuse parzialmente alcune linee della metropolitana, oltre a porti e autostrade; le attività sono state poi gradualmente ripristinate con il miglioramento delle condizioni.    

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L’Osservatorio di Hong Kong ha inizialmente elevato l’allerta tempesta al livello 9, il secondo più elevato nel sistema cittadino di allarme per cicloni tropicali, poiché Noul è transitato a meno di 80 km dalla città, per poi ridurla nel corso della giornata.   Secondo i media locali, almeno 21 persone hanno riportato ferite. Forti raffiche di vento hanno abbattuto le impalcature di un cantiere edile nel distretto di Cheung Sha Wan.   Filmati circolati online mostrano alberi sradicati, tetti strappati dagli edifici, strade allagate e venti molto intensi che scagliano detriti, cassonetti e veicoli lungo le vie di Hong Kong e della vicina Shenzhen.  

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Sebbene il tifone Noul si sia indebolito rapidamente dopo essersi spostato verso l’interno, i meteorologi hanno segnalato che piogge intense, anche di carattere torrenziale, proseguiranno fino a martedì nella Cina meridionale.   È stata diramata l’allerta di livello massimo per inondazioni improvvise in alcune zone delle province di Guangdong, Fujian, Jiangxi e Hunan.   Pechino ha attivato un piano di emergenza nazionale per il Guangdong a seguito del passaggio del tifone. Una squadra di lavoro è stata inviata per valutare i danni, supportare le autorità locali nelle evacuazioni e nel reinsediamento e assicurare che gli sfollati possano accedere ai beni di prima necessità.   Allo stesso tempo, il governo ha destinato 100 milioni di yuan (pari a 12,98 milioni di euro) agli interventi di recupero immediati, con risorse orientate alla riparazione di strade danneggiate, infrastrutture idriche, scuole, ospedali e altre strutture pubbliche.  

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Cina

Leone approva il nuovo vescovo della chiesa «cattolica» cinese contraffatta, mentre scomunica i vescovi FSSPX

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La Cina ha consacrato oggi un vescovo della Mongolia Interna con l’approvazione di Papa Leone XIV, nel quadro del controverso accordo tra Vaticano e Cina.
Joseph Chang Yanfeng è stato consacrato durante una cerimonia guidata dal vescovo Meng Qinglu, vicepresidente dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, organismo vicino al Partito Comunista Cinese (PCC) che controlla la Chiesa «cattolica» di Stato in Cina.

 

«Oggi, mercoledì 22 luglio 2026, ha avuto luogo l’ordinazione episcopale del Rev. Giuseppe Chang Yanfeng, che il Santo Padre, in data 15 giugno 2026, ha nominato Vescovo di Chifeng (Provincia della Mongolia Interna, Cina), avendone approvata la candidatura nel quadro dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese.», ha comunicato mercoledì la Santa Sede.

 

«Il Rev. Giuseppe Chang Yanfeng è nato il 4 aprile 1984 a Beizhen (Provincia del Liaoning). Dal 2000 al 2006 ha frequentato il Seminario Teologico di Shenyang, svolgendo poi un periodo di tirocinio pastorale, dal luglio 2006 al febbraio 2007, presso la Parrocchia di Lindong. Dal 2007 al 2010 ha condotto studi presso l’Università Cattolica di Daejeon, in Corea del Sud, conseguendovi una Laurea in Teologia biblica» continua la nota vaticana.

 

«È stato ordinato presbitero il 18 novembre 2010 per la Diocesi di Chifeng. Dal 2010 al 2013 ha lavorato nella curia diocesana e, contemporaneamente, in diverse parrocchie della circoscrizione. Dal mese di ottobre 2013 al settembre 2019 è stato parroco della Cattedrale di Chifeng e successivamente, dal 2019 al 2021 è stato parroco di Lindong. Dal 15 ottobre 2021 ha ricoperto l’incarico di Amministratore diocesano di Chifeng».

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L’accordo sino-vaticano, ufficialmente segreta e sottoscritta nel 2018, si ritiene riconosca la Chiesa di Stato in Cina e permetta al Partito Comunista Cinese di designare i vescovi. Il papa manterrebbe formalmente il potere di veto, ma nella pratica il controllo resterebbe al PCC. Si presume inoltre che l’accordo contempli la rimozione dei vescovi legittimi e la loro sostituzione con prelati graditi al PCC.

 

L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante la sede vacante successiva alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC avevano già suscitato timori che la Cina stesse sfruttando il periodo di vacanza.

 

Come parte dell’accordo, il Vaticano ha riconosciuto sette «vescovi» illegittimi insediati dalla chiesa «patriottica» e ha cacciato due vescovi della fedele Chiesa cinese sotterranea dalle loro diocesi, sostituendoli con «vescovi» scelti dal PCC. Alcuni vescovi erano stati dapprima nominati senza l’assenso di Roma, una violazione che, a differenza dei casi Lefebvre e ora Viganò, non ha bizzarramente prodotto scomuniche.

 

Una serie di nomine episcopali – fatte mentre sacerdoti vengono torturati – dall’ultimo rinnovo dell’accordo nell’ottobre 2022 hanno evidenziato il primato del potere esercitato da Pechino nell’accordo. In tre occasioni note, tra cui la nomina del nuovo vescovo di Shanghai, il PCC ha nominato nuovi vescovi o li ha assegnati a nuove diocesi, lasciando che il Vaticano si mettesse al passo con gli eventi ed esprimesse la sua frustrazione espressa in termini diplomatici.

 

Negli anni trascorsi dall’attuazione dell’accordo, la persecuzione dei cattolici – in particolare dei cattolici «clandestini» che non accettano la Chiesa controllata dallo Stato – è aumentata in modo evidente.

 

L’accordo ha portato ad un aumento della persecuzione religiosa, che la Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina ha descritto come una conseguenza diretta dell’accordo. Nel suo rapporto del 2020, la Commissione ha scritto che la persecuzione testimoniata è «di un’intensità che non si vedeva dai tempi della Rivoluzione Culturale».

I segni dell’infeudamento della gerarchia cattolica al potere cinese sono visibili da tempo, e appaiono in forme sempre più rivoltanti: un articolo in lingua inglese nel portale internet della Santa Sede sembrava lasciar intendere che le persecuzioni dei cristiani in Cina ad opera del Partito Comunista Cinese sono «presunte».

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Come ipotizzato da Renovatio 21, dietro all’accordo sino-vaticano potrebbero esserci ricatti a vari membri del clero: la Cina per un periodo ha disposto dei dati di Grindr, l’app degli incontri omosessuali, dove si dice vi siano immense quantità di consacrati. Da considerare, inoltre, che per lungo tempo il messo per l’accordo con Pechino fu il cardinale Theodore McCarrick, forse la più potente figura cattolica degli USA, noto per lo scandalo relativo non solo ai suoi appetiti omofili (anche con ragazzini) ma alla struttura che vi aveva costruito intorno. McCarrick quando andava in Cina a trattare per la normalizzazione dei rapporti tra Repubblica Popolare e Santa Sede, dormiva in un seminario della Chiesa Patriottica Cinese…

 

Mentre continuano i cattolici desaparecidos, le delazioni sono incoraggiate e pagate apertamente, il lavaggio del cervello investe quantità di sacerdoti, le suore sono perseguitate e le demolizioni di chiese ed istituti religiosi continua senza requie, il Vaticano invita due vescovi patriottici al Sinodo, e Pechino, come ringraziamento, «ordina» nuovi vescovi senza l’approvazione di Roma – mentre i veri sacerdoti vengono torturati dal governo del Dragone.

 

Il controverso miliardario cinese Guo Wengui, ora rifugiato negli USA, sostiene che il Vaticano sarebbe corrotto con «1,6 miliardi di dollari l’anno per fermare le critiche alla politica religiosa di Pechino».

 

La scelta del PCC di nominare due vescovi in quel frangente dimostra che Pechino non attribuisce particolare peso al ruolo della Santa Sede o del papa. Evidenzia inoltre come, nell’ambito dell’accordo sino-vaticano estremamente riservato, appaia essere la Cina – e non la Santa Sede – a detenere il controllo.

 

Joseph Chang Yanfeng è il sesto vescovo approvato finora da Papa Leone XIV nell’ambito dell’intesa tra Vaticano e Cina. L’accordo è stato violato più volte. Tre anni la Cina aveva «ordinato» il nuovo vescovo di Shanghai, senza che Roma avesse nulla da eccepire.

 

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato aspramente l’accordo, definendolo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e accusando il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi. Come noto, Lo Zen – che è stato portato a processo nella Hong Kong pechinizzata, tra il silenzio imbarazzante del Sacro Palazzo (l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa) – avversa il processo di sinodalizzazione (accusando Francesco di usare i sinodi per «cambiare la dottrina della Chiesa») ed è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.

 

Come riportato da Renovatio 21, una conferenza stampa aerea, di ritorno da Budapest, Bergoglio aveva di fatto mollato il cardinale cinese, ex arcivescovo di Hong Kong che ha passato la vita a combattere le persecuzioni della Cina comunista e a difendere quei cattolici cinesi «sotterranei» che da quando è in corso l’accordo sino-vaticano, hanno il tremendo timore di essere stati abbandonati dal Vaticano.

 

Si tratta, oggi, di uno schiaffo che indirettamente (o direttamente), coinvolge anche la Fraternità San Pio X, che è stata scomunicata in toto – vescovi e pure, incredibilmente, illecitamente, anche sacerdoti e fedeli – per aver scelto e consacrato i suoi vescovi senza mandato di Roma.

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L’introduzione della scomunica immediata (latae sententiae) per le consacrazioni episcopali senza mandato del Vaticano risale al pontificato di Papa Pio XII, introdotta per rispondere alla crisi con la Cina comunista. Negli anni Cinquanta, il regime di Mao Zedong istituì l’Associazione Patriottica Cattolica Cinese e iniziò a ordinare vescovi sottomessi al partito, aggirando l’autorità di Roma.

 

Di fronte a questa minaccia scismatica, il Sant’Uffizio emanò nel 1951 un decreto che comminava la massima pena canonica ai consacranti e ai consacrati. Pio XII formalizzò la dura linea dottrinale nel 1958 con la celebre enciclica Ad Apostolorum Principis, ribadendo l’esclusivo diritto papale nelle nomine dei pastori. La norma è stata poi recepita nel codice di diritto canonico moderno.

 

Nel nostro tempo di ribaltamento totale, i cinesi ordinano vescovi senza incorrere nella scomunica, e al contrario sono scomunicati di discepoli di uno dei massimi collaboratori di Pio XII, monsignor Marcel Lefebvre.

 

Bisogna proprio dirlo: il Vaticano è, oggi, invertito.

 

 

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Immagine di rheins via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

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Cina

Pechino respinge le accuse di Trump di interferenze elettorali

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La Cina ha respinto l’affermazione del presidente statunitense Donald Trump secondo cui Pechino avrebbe orchestrato il furto di 220 milioni di schede elettorali americane per interferire nelle elezioni del 2020. Le dichiarazioni esplosive di Trump sono giunte alla vigilia della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista per la fine di settembre, e nel contesto di una tregua commerciale provvisoria tra i due Paesi.   In un discorso alla nazione trasmesso in prima serata giovedì, Trump ha accusato i servizi segreti cinesi di aver acquisito illegalmente 220 milioni di file di elettori contenenti nomi, indirizzi, numeri di telefono e affiliazioni politiche, affermando che Pechino ha incaricato un’unità specifica di sfruttare tali dati.   Il presidente americano definito la presunta violazione «un incubo senza precedenti per la sicurezza elettorale» e la «più grande violazione» dei dati elettorali nella storia degli Stati Uniti.   Il presidente ha anche sostenuto che le agenzie di Intelligence statunitensi avrebbero rilevato la presunta raccolta di dati da parte della Cina nel 2020, ma l’avrebbero intenzionalmente nascosta a lui e al Congresso. Non ha tuttavia annunciato alcun piano di ritorsione contro Pechino.   Liu Chang, portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, ha respinto le accuse, dichiarando: «La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti».

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Secondo il New York Times, gli sforzi della Cina per raccogliere dati sugli elettori sono «ampiamente noti da anni». Le informazioni sugli elettori, in molti casi, possono essere scaricate o acquistate gratuitamente, ha affermato il giornale, aggiungendo che il possesso di tali dati potrebbe fornire informazioni sugli elettori americani, ma non consentirebbe di per sé a nessuno di manipolare i voti.   I dati declassificati dalla Casa Bianca contengono anche una serie di promemoria del funzionario di alto livello dell’Intelligence informatica Chris Porter, il quale sosteneva che la Cina avesse intrapreso «almeno alcune iniziative esplorative di basso livello» per minare le possibilità di Trump contro l’allora candidato democratico Joe Biden. Nonostante ciò, Porter concordava con la conclusione generale dell’intelligence secondo cui «non vi erano informazioni che suggerissero un tentativo da parte della Cina di interferire con i processi elettorali».   La clamorosa accusa di Trump arriva poche settimane prima della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista intorno al 24 settembre. Secondo il South China Morning Post, Pechino invierà la prossima settimana a Washington il viceministro degli Esteri Ma Zhaoxu per contribuire a preparare il terreno per il viaggio.   L’agenzia Reuters ha avvertito che le accuse di Trump potrebbero incrinare i rapporti tra Stati Uniti e Cina e destabilizzare la fragile tregua commerciale. Denis Simon del Quincy Institute, un think tank di Washington, ha dichiarato al South China Morning Post che il discorso era significativo perché elevava la presunta interferenza cinese nelle elezioni a «una narrazione centrale per la sicurezza nazionale», aggiungendo tuttavia che sebbene le osservazioni di Trump possano gettare dubbi sulla visita di Xi, «una retorica aspra non impedisce automaticamente la diplomazia del vertice», e la questione chiave è se «i due governi possano continuare a compartimentalizzare, mantenendo i canali di negoziazione e allo stesso tempo accusandosi reciprocamente di minacce alla sicurezza sempre più gravi».   Trump si è recato in Cina a maggio, ma i colloqui di alto livello con Xi non hanno portato a una svolta sul fronte commerciale. La Cina si è impegnata ad aumentare gli acquisti di soia statunitense e ad acquistare 200 aerei Boeing, anche se il numero effettivo si è rivelato molto inferiore alle aspettative.   Trump ha anche affermato di aver discusso con Xi della vendita di armi a Taiwano. La sua amministrazione ha poi dichiarato che le spedizioni verso l’isola, che Pechino considera territorio sovrano, erano state sospese.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 era emerso che il presidente Biden aveva venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter.   Ora alcuni osservatori sostengono che, con la guerra iraniana, ad essere colpito gravemente è proprio l’approvigionamento del petrolio da parte della Cina – e quindi sarebbe Pechino, e non Teheran, il vero fine della guerra scatenata da Trump.  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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