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Uno degli stereotipi comuni riguardo ai vaccini, sarebbe quello di affermare con indefettibile certezza che le più grandi epidemie della storia siano state sconfitte solo e con l’esclusiva invenzione di essi.
In realtà, senza nemmeno entrare troppo in un apparato prettamente scientifico, si può tentare di delineare un tracciato di tipo storico, per smentire o comunque alleggerire la portata delle affermazioni di cui sopra. Prima di tentare di addentrarci in quest’ampia impresa – l’argomento essendo osteggiato da un diktat sanitario che ha fatto delle vaccinazioni l’antidoto a qualsivoglia malattia infettiva, ma, guarda caso, solo quelle in grado di suscitare il più tremendo terrorismo – è doverosa una puntualizzazione di natura logica: il vaccino non è niente di più che un farmaco, con azione preventiva e non curativa. Orbene, oltre al fatto che risulta molto più complicato riconoscere l’efficacia del primo rispetto al secondo, per un determinante fattore legato alle tempistiche (un farmaco preventivo deve essere sperimentato su vasta popolazione ed attraverso un lasso di tempo ampio), si può convenire che non sempre un vaccino possa coprire dalla malattia contro la quale dovrebbe fare scudo. Ed è proprio questo che cercheremo di risaltare, partendo dalla storia del vaiolo e ponendo alcuni esempi concreti e realmente accaduti.
La malattia del vaiolo, emersa, con ogni probabilità, nella sua endemicità, in India circa 2500-3000 anni fa, vede la sua prima evidenza clinica attendibile nella mummia del faraone egiziano Ramses V, morto oltre 3000 anni fa. Successivamente, si è ipotizzato che i commercianti egiziani abbiano “importato” la malattia in India nel I millennio a.C. dove si è sviluppata endemicamente per i successivi 2000 anni; dalla penisola indiana si è poi allargata a macchia d’olio in Cina e Giappone fino al VI sec. (in Giappone si stima che l’epidemia del 735-737 abbia ucciso un terzo della popolazione dell’arcipelago asiatico).
L’arrivo del vaiolo in Europa è, invece, meno individuabile; la malattia non è citata né nella Bibbia, né nella letteratura greca e romana.
Le prime epidemie periodiche si ebbero durante il Medioevo, ma il vero salto di qualità lo si ebbe col crescere della popolazione dovuto all’aumentare degli scambi commerciali che portarono il vaiolo ad essere presente in gran parte del territorio del vecchio continente, infettando soprattutto i fanciulli e causando la morte di oltre il 30% degli individui colpiti.
Le successive esplorazioni e colonizzazioni europee favorirono la diffusione della malattia in tutto il mondo conosciuto e il vaiolo divenne una delle più importanti cause di mortalità in tutto il globo.
La prima vaccinazione eseguita nella storia contro il vaiolo fu somministrata nel Maggio 1796 da Edward Jenner a James Pipps, un bambino di 8 anni; l’esperimento di Jenner consistette nel prelevare del materiale purulento dalle vescicole di un bovino che aveva contratto il vaiolo ed iniettarlo nei candidati alla vaccinazione: il bambino contrasse il vaiolo bovino e dopo qualche settimana gli venne somministrato il vaiolo umano ma non si ammalò.
Jenner, quindi, ne dedusse che la pratica garantiva l’immunità, pur non avendo tra le mani alcuna prova scientifica di tale asserzione.
Dopo pochi anni, diversi Stati cominciarono un programma di vaccinazione di massa con l’intento di combattere la malattia e le epidemie da essa causate. L’eradicazione di questa grave malattia, secondo la versione ufficiale, risalirebbe al Maggio del 1980, a seguito di una dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: l’ultimo caso registrato risale, infatti, al 26 Ottobre 1977 in Somalia.
Purtroppo, un diffuso luogo comune vuole che il debellamento del vaiolo sia avvenuto grazie all’uso del vaccino ma in realtà non è possibile trovare alcuno studio scientifico che sostenga tale ipotesi, anzi tutt’altro. Cerchiamo, quindi, di analizzare, attraverso fonti certe ed incontestabili, com’è veramente andata in diversi paesi:
Il caso Inglese – L’inghilterra introdusse il vaccino nel 1798, rendendolo obbligatorio nel 1853 con il “Compulsory Vaccination Act”. I dati in nostro possesso sono emblematici di quanto, nonostante le ferree costrizioni messe in atto dai governanti nei confronti della popolazione, non vi sia stata alcuna variazione di mortalità legata al vaiolo1:
Non solo l’Inghilterra subì l’attacco più feroce del vaiolo in periodi di copertura maggiore ma, in quel periodo storico, i casi più frequenti si ebbero all’interno della popolazione vaccinata.
Ad alcuni, le statistiche potrebbero risultare fredde ed indigeste ma, per queste tematiche, sono molto eloquenti2:
Sempre a Londra, la città più vaccinata del Regno Unito, è utile sottolineare come, negli anni 1819-1823 (in cui la vaccinazione non era resa ancora obbligatoria e il numero dei vaccinati non superava il 10% della popolazione) la media di decessi causati dal vaiolo era di 292 all’anno, mentre nel quinquennio 1869-1873, dopo vent’anni di rigorosa politica vaccinale, la media annuale dei decessi era di 679, mostrando in modo chiaro una stabilità della mortalità, tenendo conto dell’incremento demografico3 4 5.
Il caso tedesco – I dati più completi sulla situazione tedesca sono stati raccolti negli studi del Dott. Gerhard Buchwald, medico e fisico tedesco, che annovera più di 3000 pubblicazioni sul tema delle vaccinazioni6.
I suoi studi dimostrano come a diffondere la malattia e ad aumentarne la mortalità sia stata proprio la vaccinazione antivaiolosa: negli anni tra 1947 e il 1974, la popolazione tedesca registrò un aumento di casi letali anche in coloro che erano stati vaccinati (in particolare a coloro che avevano avuto più richiami). Nonostante questi studi, in cui Buchwald raccolse migliaia di casi di persone danneggiate da vaccinazioni, l’opinione pubblica, esattamente come avviene oggi, fu plasmata dalle campagne pubblicitarie che inneggiavano alla sicurezza e all’efficacia di tali pratiche, la cui pericolosità era già stata evidenziata dal dott. Kittel, che evidenziò come fino al 1967, in Germania Occidentale, dopo l’antivaiolosa, 3297 bambini riportarono gravi danni all’udito; fanciulli che fecero più richiami presentarono delle aberrazioni cromosomiche nei loro globuli bianchi.
E’ incredibile come, sempre in base agli studi del dott. Buchwald, nella città di Meschede, tra i 277.000 abitanti non vaccinati non ci fu nemmeno un caso di malattia.
Il caso indiano – In base ad un rapporto dell’Agosto 1967, fino a quel momento, furono iniettate 537 milioni dosi di vaccinazioni contro il vaiolo su una popolazione di 511 milioni di abitanti7.
Nonostante l’enormità di tali numeri, nel 1967 ci fu l’epidemia più grave di vaiolo con 60.000 casi accertati. Interessante è evidenziare come in questo caso l’OMS si smarcò palesemente dal ritenere i vaccini come la miglior strategia per arginare l’epidemia di vaiolo; anzi, si rese conto che ai periodi d’incremento vaccinale corrispondevano altrettante fasi di aumento considerevole delle infezioni (campagne vaccinali del 1952, 1957, 1958, 1963, 1967, 1973 e 1974).
In seguito, quindi, l’OMS propose di avviare il cosiddetto “programma modificato” in cui “si rinunciava ad una vaccinazione di massa incontrollata e si dava più importanza ad una precisa vigilanza, un corretto isolamento dei malati, la quarantena delle persone infette, la disinfezione di tutti gli oggetti entrati in contatto con i malati di vaiolo”.
Il caso italiano – I primi dati consultabili fanno riferimento al 1892, anno in cui è stata imposta la vaccinazione obbligatoria per legge ai bambini di 2 anni. Quello che sappiamo è che fin dalla fine di quel secolo, il vaiolo colpiva indifferentemente popolazione vaccinata e non; inoltre, la vaccinazione di massa, in seguito all’obbligatorietà, non evitò le epidemie negli anni 1901-1905, 1910-1912 e 1918-19217.
Prima di passare alle conclusioni, è interessante notare come, proprio nella rivista ufficiale dell’OMS “Weekly Epidemiological Recor” fu pubblicata la seguente affermazione:
“L’esperienza insegna che una malattia infettiva così grave come il vaiolo è stata fatta scomparire attraverso misure quali la quarantena e l’isolamento“.
Nella relazione della Direzione Generale del Comitato Esecutivo dell’OMS relativa al programma di lotta al vaiolo, nel 1977, si legge:
“Durante la lotta decennale per l’eliminazione del vaiolo è emerso che il vaiolo può diffondersi anche in una popolazione completamente vaccinata. Pertanto, si è adottata un’altra strategia: le vaccinazioni di massa sono state sostituite da un monitoraggio e da un trattamento mirato della malattia”.8
Inoltre, nell’opuscolo “Viaggi e Salute” edito dall’OMS, pubblicato successivamente, si legge:
“Da più di dieci anni l’OMS considera il vaiolo estinto. La vaccinazione antivaiolosa non ha pertanto alcuna giustificazione, anzi può avere effetti negativi sulla persona che la riceve e su coloro che sono a stretto contatto con lei“.
Come diverse altre patologie infettive, anche il vaiolo è stato realmente combattuto e vinto dal miglioramento delle condizioni di vita igienico-sanitarie delle persone e dall’efficientamento di pratiche quali la quarantena e l’isolamento.
Questo risulta evidente dai dati esposti, considerando come la regressione della malattia abbia avuto il suo inizio ben prima dell’introduzione dei vaccini ad essa correlati.
Le suddette ammissioni dell’OMS hanno come unica interpretazione la cessata bolla d’interessi economici attorno alla vaccinazione antivaiolosa, che consentì ai lorsignori di spostare il focus dei loro beceri interessi su altri lidi più redditizi; quando un vaccino è pubblicizzato e utilizzato su larga scala, il mainstream spinge perché tutto sia descritto come pulito, efficace e sicuro; appena i riflettori del mondo si spostano altrove e la malattia risulta essere in gran parte debellata, già da lunghi processi antecedenti l’introduzione del vaccino, allora, in quel caso, viene svelato il vero volto di ciò che è insito in quella pratica rischiosa e potenzialmente dannosa.
Come ultima prova, vorremmo ricordare il caso di Janet Parker9, medico del dipartimento di anatomia della University of Birmingham Medical School, la quale, nell’Agosto 1978, per sbaglio, venne a contatto con il virus del vaiolo utilizzato per scopi di ricerca in un laboratorio; ebbene, la dottoressa morì di tale malattia nonostante fosse vaccinata dal 1966.
Un altro breve accenno, vista l’importanza storica avuta da un canto, ma pur considerato l’arretramento avuto dall’altro, può essere fatto a chiosa della peste quale malattia infettiva che ha visto nel corso dei secoli addietro un fattore epidemiologico oscillante, tipico appunto di questo genere di malattie, che hanno terrorizzato diverse epoche storiche: si pensi solo alla cosiddetta peste nera ( o grande morte ), pandemia che imperversò maggiormente in Europa nell’alto-Medioevo, raggiungendo il suo picco tra il 1347 e il 1353 dove morì un terzo della popolazione del continente.
I suoi primordi, come nel caso del vaiolo, sono da riscontrarsi già nel secondo millennio a.C. e narrati da alcuni testi egizi ed indoeuropei, in particolare attraverso gli Ittiti della Mesopotamia, oggi Iraq.
Il contagio della peste avviene attraverso Yersinia Pestis, un cocco-bacillo Gram negativo. È essenzialmente una malattia zoonotica, dei roditori, che si diffonde attraverso le loro pulci ed è ancor oggi presente in alcune parti del mondo, come Stati Uniti [Nuovo Messico, Arizona, California, Colorado] arrivando ad un massimo di 15 casi all’anno, secondo quanto riportato dal Centers for Disease Control and Prevention.
Fra il 1990 e il 1994 i casi di peste nel mondo furono 18739, in 20 paesi diversi; negli USA fra il 1947 e il 2001 si sono avuti 421 casi di peste, un numero pressoché minimo confutato con la vastità territoriale sul quale è redatto.
Va detto che la peste è stata ed è per eccellenza una malattia tipica di condizioni igieniche pubbliche scadenti, facendo entrare in gioco fattori apparentemente non riconducibili al contagio, ma che invece si scoprono essere letali. Così accadde, per esempio, durante il famigerato incendio di Londra del 1666, dove si fu costretti a sostituire le case in legno con abitazioni di pietra, costringendo i topi ad uscire fuori dai loro nascondigli in modo tale da diffondere molto rapidamente la malattia. In modo analogo successe a Messina circa un secolo dopo, precisamente nel 1743.
Possiamo nuovamente affermare che la peste è stata l’epidemia più terrificante della storia, paragonata – specie in epoche in cui si credeva ancora nelle punizioni divine – ad un grande flagello che sembrò sancire la fine del mondo. Una notazione anonima, probabilmente iscritta da un cronista svedese, raccontava così l’atmosfera che si respirava durante l’apice dell’epidemia in Europa:
“Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L’unica cosa che si faceva era aspettare la morte, chi, ormai pazzo, guardando fisso nel vuoto, chi sgranando il rosario, altri abbandonandosi ai vizi peggiori. Molti dicevano: “È la fine del mondo!“.
Tuttavia, nonostante il terribile gemito di morte che incombeva sulle popolazioni, il tutto veniva letto in chiave di Fede o perlomeno attraverso una sana escatologia: questo comportava abbandono alla Provvidenza e sopratutto grande impegno nella preghiera e nel sacrificio.
La peste lasciò un tremendo segno nella storia, eppure possiamo confermare che, anche in questo caso, non venne vinta attraverso una vaccino-profilassi, ma tramite il miglioramento inopinabile delle condizioni igieniche pubbliche.
Un altro fattore rilevante per l’estinzione di questa grande epidemia fu il prevalere del ratto detto anche “ratto delle chiaviche” (Rattus norvegicus) sul ratto nero (Rattus niger) che ospita la pulce infetta, portatrice della peste.
Un vaccino è stato poi con il tempo brevettato, ed è in uso particolarmente in quei luoghi sopracitati colpiti da condizioni igieniche scadenti ma, ciò nonostante, non è stato nemmeno determinato se la vaccinazione protegga anche dalle gocce di saliva infette. In America due persone che erano state vaccinate si ammalarono di peste dopo essere state a contatto con due casi di peste polmonare.
Per questo, anche in questo specifico caso, la vaccinazione non può essere considerata come il metodo giusto per controllare epidemie di peste, perché sono necessari molti mesi per completare la vaccinazione primaria e per poter sviluppare un’ipotetica concentrazione anticorpale.
È stato poi anche testato che le reazioni collaterali alla prima dose di vaccino sono lievi, ma possono aumentare d’intensità alle dosi successive.
Per concludere questa parentesi sulla peste è infine necessario, per riassumere, eliminare ogni dubbio circa il danno effettivo causato da queste epidemie terribili ma, a questo proposito, va anche ricordato che la regressione di esse non è dovuta certamente all’invenzione dei vaccini. I motivi li abbiamo già detti, e se qualcuno volesse ritenerli futili e banali incapperebbe però contro dati storici prima ancora che scientifici, poiché la storia, se letta nella maniera giusta e non modernamente falsata, è sempre e prima di tutti maestra di vita.
Questo genere di epidemie oggi sono state sconfitte, così come il rischio di contagio rispetto a quelle malattie per le quali sempre oggi è obbligatorio vaccinarsi (ma di questo parleremo in altra sede); coloro i quali – dall’alto delle cattedre scientifiche a servizio del farmaco – dicono che il rischio è dietro l’angolo e che bisogna ricorrere a tutte le vaccinazioni previste dal Piano nazionale, non sono altro che seminatori di panico e modelli perfetti di quella che oggi è l’epidemia per eccellenza: epidemia infettiva di un uomo che ha abbandonato Dio in tutto e per tutto per rincorrere la scienza, il mito del progresso, vero e proprio pugno di mosche e di vermi che, tuttalpiù, lo accompagneranno a marcire nella tomba:”Operimentum tuum erunt vermes” ( Is. 14.11 ).
Diciamo ciò principalmente per ricordare che la Fede e la fiducia nel Signore deve stare alla base di tutto, precedendo ciò che per noi scelgono dei senza Dio dediti a lucrare sulla salute altrui, specie quella dei bambini.
Forse sarà troppa cosa ricordare ciò che a nostra volta ci venne ricordato da un caro amico vicentino, il quale ci fece porre l’attenzione sull’apparizione della Vergine Santissima a Berico, ove ora sorge uno splendido Santuario a Lei dedicato.
Verso questo Monte, nel Marzo del 1426, si recava certa Vincenza Pasini per raggiungere il marito che lavorava nella piccola vigna di proprietà.
Fu proprio durante il tragitto che le apparve una donna tutta splendente, rivoltasi a lei con queste parole:
“Non temere, Vicenza. Io sono Maria, la Madre di Cristo morto in Croce per la Salvezza del genere umano. Va’ e di’ ai Vicentini che innalzino in questo luogo una Chiesa consacrata al mio nome, se vogliono essere liberati dal flagello della peste che li colpisce“.
Nessuno credette alla signora, tanto meno il Vescovo. Due anni dopo però, precisamente il 1º Agosto 1428, ella ebbe una seconda apparizione che la spinse a recarsi in città per gridare quanto aveva udito dalla Santa Vergine, che richiedeva ancora a tutti di ergere questo Santuario in Suo onore. La peste nel mentre stava continuando a sterminare centinaia di famiglie, e fu proprio questo a far si che la gente iniziò a crederle, compreso il Vescovo che ordinò di iniziare le costruzioni di quello che ancora oggi è il più bello ed importante Santuario del Veneto. La popolazione si affidò alla Madonna la quale mantenne immancabilmente la promessa, liberando Vicenza dal terribile flagello della peste.
La fiducia in Dio e non nell’uomo, animava prima di tutto l’uomo antico nella quotidianità e nelle tribolazioni. Al contrario oggi pare che tutto sia concepito in modo diametralmente opposto.
Troppo facilmente quella scienza su cui, ahinoi, tanti cattolici costruiscono il loro vitello d’oro, riponendovi speranze e attese, è entrata in aperto conflitto con se stessa, venendo a patti con poteri economici dispensatori di mammona in cambio di servilismo intellettuale. Tutto questo ha come risultato la manipolazione mediatica dell’opinione pubblica attraverso quegli stessi media spesso collusi al loro interno con industrie farmaceutiche e potentati economici.
Cercare dunque, cercare senza sosta e senza paura la verità senza accontentarsi di ciò che ci viene imboccato dal mondo “per bene”, in modo tale da poter discernere nel modo più consapevole e coscienzioso il proprio agire, sempre alla luce del nostro essere cristiani, “nel mondo ma non del mondo”.
Cristiano Lugli e Alessandro Corsini
1 Bennati C., Ambrosi F., Rosa C. – “Vaccinazioni tra scienza e propaganda. Elementi critici di riflessione“. Edizioni il leone verde, Torino, 2006, pag. 47.
2 Fernand Delarue, “L’intossicazione da vaccino“, edizioni Feltrinelli, pag. 38.
3 “Revue de pathologie générale et de chimique”, n°694, gennaio 1958. L. Cl. Vincent, Journées de pathologie comparée de langue francaise.
4 Fernand Delarue, “L’intossicazione da vaccino“, edizioni Feltrinelli, pag. 41.
5 http://en.wikipedia.org/wiki/Demography_of_London#Population_change
6 Buchwald G. “Vaccinazioni, il business della paura. Quello che ogni genitore dovrebbe sapere“. Ed. Civis, Massagnago (Lugano).
7 a. b. Roberto Gava, “Le vaccinazioni pediatriche“, edizioni Salus 2008, pag. 185.
8 Buchwald G. “Vaccinazioni, il business della paura. Quello che ogni genitore dovrebbe sapere“. CIVIS, Massagno (Lugano), 2000, pag. 159.
9 Janet Parker: http://en.wikipedia.org/wiki/Janet_Parker
Articolo apparso in precedenza qui.
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Un documento della CIA del 23 aprile 1952, recentemente scoperto, intitolato «Ricerca speciale per Artichoke», descrive una serie di idee su come sviluppare sostanze chimiche progettate per alterare il comportamento e il pensiero umano. Le proposte contenute nel documento facevano parte del Progetto Artichoke, un progetto top secret della CIA che durò dal 1951 al 1956, secondo il Daily Mail.
Negli anni ’50, la CIA studiò metodi per esercitare segretamente il controllo mentale sugli esseri umani, tra cui l’occultamento di farmaci nei vaccini e in prodotti alimentari di largo consumo, come rivelato da un documento della CIA recentemente scoperto. Il Daily Mail ne ha dato notizia per primo lunedì.
Il documento di sette pagine, «Ricerca speciale per Artichoke», è datato 23 aprile 1952. Descrive una serie di idee su come sviluppare sostanze chimiche progettate per alterare il comportamento e il pensiero umano.
Secondo il Daily Mail, le proposte contenute nel documento facevano parte del Progetto Artichoke, un progetto top secret della CIA che durò dal 1951 al 1956.
Il documento, declassificato nel 1983, è circolato di recente sui social media. Tuttavia, è stato pubblicato nella sala di lettura online della CIA solo l’anno scorso.
«Alcune delle proposte sono controverse», si legge nel documento. Tra queste, la somministrazione segreta di farmaci come parte di un «approccio a lungo termine ai soggetti».
Secondo il documento:
«Questo studio dovrebbe includere sostanze chimiche o farmaci che possono essere efficacemente nascosti in oggetti di uso comune come cibo, acqua, coca cola, birra, liquori, sigarette, etc. Questo tipo di farmaco dovrebbe poter essere utilizzato anche nei trattamenti medici standard, come vaccinazioni, iniezioni, etc.»
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Il documento includeva anche un campo speciale di ricerca per «batteri, colture vegetali, funghi, veleni di vario tipo, etc.» che sono «in grado di produrre malattie che a loro volta causerebbero febbre alta, delirio, etc.»
Tra queste rientravano «specie di funghi» che «producono un certo tipo di intossicazione e squilibrio mentale».
Tra le proposte c’era anche quella di effettuare ricerche sulla «dieta» o sulle «carenze alimentari» dei prigionieri e delle persone sottoposte a interrogatorio, incluso l’uso di «cibi in scatola appositamente preparati da cui sono stati rimossi alcuni elementi».
Il documento includeva proposte per l’uso umano sia a breve che a lungo termine. I farmaci ritenuti più adatti all’uso a lungo termine sarebbero stati progettati per produrre un «effetto agitante (che produce ansia, nervosismo, tensione, etc.) o un effetto deprimente (che crea una sensazione di sconforto, disperazione, letargia, etc.)».
Secondo il Daily Mail, la CIA ha condotto esperimenti sugli esseri umani nell’ambito del Progetto Artichoke. Gli esperimenti hanno spesso coinvolto «soggetti vulnerabili, tra cui prigionieri, personale militare e pazienti psichiatrici». Gli esperimenti sono stati solitamente condotti «senza consenso informato».
Secondo Ben Tapper, un chiropratico del Nebraska che è stato incluso nella lista «Disinformation Dozen» nel 2021 per aver messo in dubbio la sicurezza dei vaccini, il documento espone «una realtà inquietante: le agenzie governative hanno storicamente esplorato modi per manipolare il comportamento umano attraverso mezzi chimici e biologici, compresi concetti che coinvolgono cibo e interventi medici».
«Non si tratta di speculazioni o di cospirazioni, e dovrebbe preoccupare profondamente ogni americano che apprezza l’autonomia corporea e il consenso informato», ha affermato Tapper.
Il Daily Mail ha citato documenti della CIA che suggerivano che le agenzie di intelligence statunitensi temevano che le nazioni nemiche avessero sviluppato proprie tecniche di controllo mentale e comportamentale. Ciò ha portato l’agenzia a dare priorità allo sviluppo di metodi propri.
Il progetto Artichoke «servì da precursore» al programma MK-Ultra, lanciato dalla CIA nel 1953. Quel programma «ampliò gli esperimenti di alterazione della mente su una scala più ampia», ha riportato il Daily Mail.
Molti documenti relativi a questo tipo di sperimentazione furono distrutti nel 1973, «lasciando ignota la reale portata della ricerca e i suoi progressi».
Naomi Wolf, Ph.D., CEO di Daily Clout e autrice di The Pfizer Papers: Pfizer’s Crimes Against Humanity, ha dichiarato a The Defender che i documenti confermano ulteriormente una lunga storia di ricerche delle agenzie di intelligence mirate al pensiero e al comportamento umano.
«Purtroppo, è da tempo accertato che le nostre agenzie di intelligence, e quelle dei nostri nemici, hanno cercato di alterare la coscienza e il comportamento umano, spesso senza il consenso dei soggetti. L’esistenza di MK-Ultra, il progetto clandestino in cui si è evoluto il Progetto Artichoke, è ben documentata», ha affermato Wolf.
John Leake, vicepresidente della McCullough Foundation e autore del libro di prossima uscita Mind Viruses: America’s Irrational Obsessions, ha affermato: «I ricercatori sospettano da tempo che la rivelazione da parte del Comitato Church dei famigerati esperimenti di controllo mentale MK-Ultra della CIA, per lo più basati sull’uso dell’LSD, abbia avuto l’effetto di oscurare il ben più ampio Progetto Artichoke dell’agenzia».
Leake ha citato prove che suggeriscono che un avvelenamento di massa avvenuto nel 1951 a Pont-Saint-Esprit, in Francia, in cui 250 residenti hanno avuto gravi allucinazioni e sette persone sono morte, fosse un esperimento del Progetto Artichoke. L’epidemia è stata ufficialmente attribuita al pane contaminato di un panificio locale.
Leake ha affermato che il documento del 1952 è «coerente con il sospetto che la CIA stesse cercando di scoprire metodi di controllo mentale anche per popolazioni molto ampie».
Nel 2024, un’indagine della Reuters rivelò che la CIA aveva condotto una campagna di propaganda segreta sui vaccini nelle Filippine. La campagna attaccava quella che l’agenzia percepiva come la «crescente influenza» della Cina nel Paese, prendendo di mira il vaccino cinese Sinovac contro il COVID-19 attraverso l’uso di falsi account online che diffondevano messaggi «anti-vax».
Michael Rectenwald, Ph.D., autore di The Great Reset and the Struggle for Liberty: Unraveling the Global Agenda, ha affermato che le rivelazioni del Progetto Artichoke «chiariscono che la CIA ha rappresentato un’enorme minaccia per i cittadini statunitensi, oltre agli orrori che scatena sui governi e sulle popolazioni non statunitensi».
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Il documento del Progetto Artichoke del 1952 includeva anche una raccomandazione di coinvolgere l’US Army Chemical Warfare Service negli sforzi del progetto, citando la sua esperienza con «studi esaustivi in questa direzione».
Questa proposta è simile alle recenti ipotesi secondo cui il COVID-19 e la risposta alla pandemia sarebbero stati coordinati ai massimi livelli del governo, dell’esercito e delle agenzie di Intelligence.
L’anno scorso, l’ex dirigente della ricerca e sviluppo farmaceutica Sasha Latypova e la scrittrice scientifica in pensione Debbie Lerman hanno pubblicato il «Dossier COVID», presentando prove del «coordinamento militare/di intelligence della risposta di biodifesa al Covid negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Australia, Canada, nei Paesi Bassi, in Germania e in Italia».
Secondo Latypova e Lerman, «il COVID non è stato un evento di sanità pubblica», ma «un’operazione globale, coordinata attraverso alleanze militari e di intelligence pubblico-private e invocando leggi concepite per attacchi con armi CBRN (chimiche, biologiche, radiologiche, nucleari)».
Leake ha affermato che «è tutt’altro che chiaro» che le udienze del Comitato Church del 1975 «abbiano posto fine ai programmi segreti della CIA». Ha citato come esempio il possibile sviluppo in laboratorio del virus SARS-CoV-2.
«La creazione in laboratorio del SARS-CoV-2 con tecniche di guadagno di funzione sviluppate presso l’ Università della Carolina del Nord a Chapel Hill e il coinvolgimento dell’esercito statunitense nello sviluppo e nella distribuzione dei vaccini mRNA contro il COVID-19 dovrebbero… essere considerati possibili sviluppi o addirittura continuazioni del Progetto Artichoke», ha affermato Leake.
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In un post su Substack, l’epidemiologo Nicolas Hulscher ha tracciato un potenziale collegamento tra il Progetto Artichoke e lo sviluppo dei vaccini contro il COVID-19. Hulscher ha citato recenti studi sottoposti a revisione paritaria che hanno identificato l’impatto negativo dei vaccini sulla salute neurologica e «l’aumento dei tassi di declino cognitivo».
Hulscher ha scritto:
«È inquietante che, dal 2021, oltre il 70% dell’umanità abbia ricevuto un agente neurotossico mascherato da ‘vaccino’. Gli stessi obiettivi delineati nel documento della CIA (vaccini/farmaci in grado di indurre segretamente ansia, depressione e letargia) vengono ora osservati nelle popolazioni vaccinate contro il COVID-19».
«Se negli anni ’50 la CIA discuteva segretamente di metodi segreti per alterare il comportamento umano, non ci sarebbe da sorprendersi se nei decenni successivi emergessero progetti classificati simili».
Uno studio del 2024 pubblicato sulla rivista Molecular Psychiatry ha indagato gli eventi avversi psichiatrici in oltre 2 milioni di persone in Corea del Sud. Lo studio ha rilevato che «la vaccinazione contro il COVID-19 ha aumentato il rischio di depressione, ansia, disturbi dissociativi, disturbi da stress e somatoformi, nonché disturbi del sonno, riducendo al contempo il rischio di schizofrenia e disturbo bipolare».
Uno studio del 2025 pubblicato sull’International Journal of Innovative Research in Medical Science ha rilevato «segnali di sicurezza allarmanti per quanto riguarda le condizioni neuropsichiatriche a seguito della vaccinazione contro il COVID-19, rispetto alle vaccinazioni antinfluenzali e a tutte le altre vaccinazioni combinate».
Tra questi si segnalano aumenti di schizofrenia, depressione, declino cognitivo, deliri, comportamenti violenti, pensieri suicidi e ideazioni omicide.
«Il fatto che i vaccini a mRNA siano stati progettati per attraversare la barriera emato-encefalica e infiammare il cervello, o almeno, era noto che lo facessero durante la loro produzione e distribuzione, dovrebbe farci riflettere alla luce di questa notizia», ha affermato Wolf.
Wolf ha affermato che le ultime rivelazioni, «pur essendo scioccanti, forniscono un motivo in più per essere critici nei confronti di programmi di vaccinazione opachi, coercitivi o non testati, di additivi negli alimenti e nell’acqua e di programmi di geoingegneria tossici o opachi».
Tapper ha affermato che le rivelazioni rafforzano «l’urgente necessità di proteggere la libertà individuale, la libertà medica e i confini etici nella scienza e nella salute pubblica».
«La lezione da trarre è semplice: è necessaria la vigilanza quando i governi rivendicano l’autorità sul corpo e sulla mente umana», ha affermato Tapper.
Michael Nevradakis
Ph.D.
© 1824 febbraio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Email appena pubblicate mostrano che Jeffrey Epstein era coinvolto nelle discussioni sul finanziamento della sanità globale e sulla preparazione alle pandemie anni prima del COVID-19. I documenti non dimostrano che abbia influenzato le politiche, ma confermano che ha avuto accesso alle discussioni sul rischio pandemico come strategia finanziaria.
E se la parte più inquietante dei fascicoli su Epstein non fosse ciò che dimostrano, ma ciò che rivelano sulla prossimità?
Per anni, Jeffrey Epstein è stato descritto come un finanziere, un predatore, un manipolatore di reti d’élite. Ma sepolto in migliaia di pagine di corrispondenza appena pubblicata, grazie alla legge approvata dal Congresso, c’è qualcosa di meno sensazionale e probabilmente più inquietante: Epstein si è posizionato al crocevia tra filantropia sanitaria globale, ingegneria finanziaria e preparazione alla pandemia anni prima del COVID-19.
Si stava semplicemente inserendo in conversazioni importanti? O stava orbitando attorno a qualcosa di molto più ampio: una trasformazione strutturale nel modo in cui le crisi di sanità pubblica sarebbero state finanziate, assicurate e gestite?
I documenti non ci forniscono la prova schiacciante. Ma ci forniscono una mappa.
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Uno degli allegati più diffusi è un’e-mail del 24 maggio 2017 di Boris Nikolic, consulente scientifico legato a Bill Gates, indirizzata sia a Epstein che a Gates. In essa, Nikolic scrive che una strategia di finanziamento basata sulla consulenza dei donatori «potrebbe rappresentare un’ottima strada da percorrere per alcune aree chiave come l’energia, la pandemia, etc.»
Quella singola parola, pandemia, ha scatenato speculazioni.
L’email conferma qualcosa di limitato ma reale: Epstein è stato coinvolto in conversazioni riguardanti la filantropia legata a Gates, in cui il rischio pandemico è stato esplicitamente discusso come ambito di finanziamento.
Non descrive la pianificazione della malattia. Non delinea una risposta operativa. Sembra una strategia di portafoglio filantropica. Ma dimostra che Epstein non era solo un conoscente: era presente nelle conversazioni in cui le priorità sanitarie globali venivano strutturate finanziariamente.
Questa vicinanza da sola solleva interrogativi.
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Ancora più rivelatrice è la bozza di proposta della JPMorgan del 2011 intitolata «Progetto Molecola».
Il documento delinea una proposta di piattaforma di donazioni benefiche Gates-JPMorgan: una struttura di fondi consigliata dai donatori, progettata per aggregare capitali globali, offrire l’anonimato ai donatori e creare quello che il documento definisce un «ponte istituzionale» per un impiego filantropico su larga scala.
Nella presentazione sono inclusi esempi di salute globale: acquisto di vaccini, infrastrutture di sorveglianza delle malattie e iniziative sanitarie transfrontaliere.
La struttura comprendeva:
Per i critici, questo sembra un esempio di finanziarizzazione della sanità pubblica: un mondo in cui filantropia, mercati dei capitali e risposta alle malattie sono intrecciati in quadri istituzionali.
E naturalmente, TrialSite News ha riferito durante la pandemia che Gates a un certo punto stava ottenendo un ritorno pari a 10 volte sul suo investimento in BioNTech (l’azienda tedesca che ha collaborato con Pfizer per sviluppare uno dei vaccini a mRNA contro il COVID-19).
Per i suoi sostenitori, si tratta di un’iniziativa filantropica su larga scala.
In ogni caso, l’architettura è chiara: le infrastrutture finanziarie d’élite erano state progettate per convogliare ingenti capitali nella sanità globale ben prima dell’emergere del COVID-19.
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Poi c’è la catena di email del marzo 2015 che fa riferimento a un incontro sulla «preparazione alle pandemie».
Il messaggio parla del coinvolgimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e del Comitato Internazionale della Croce Rossa per il «co-branding» e si conclude con: «spero che riusciremo a farcela!»
Il linguaggio è ambiguo. Suggerisce coordinamento, posizionamento e allineamento istituzionale. Non descrive l’ingegneria patogena o la pianificazione di un’epidemia.
Ma conferma che la preparazione alla pandemia circolava nella rete di Epstein già anni prima del COVID-19.
Per essere chiari: la preparazione alle pandemie era già all’epoca oggetto di dibattito politico. I quadri normativi globali, comprese le iniziative di preparazione legate all’OMS e alla Banca Mondiale, erano attivi ben prima del 2020.
Nel 2018 è stato convocato il Global Preparedness Monitoring Board. Nel 2019, il suo rapporto «Un mondo a rischio» ha messo in guardia dalla catastrofica vulnerabilità pandemica.
Le discussioni sulla preparazione non erano segrete.
Ma la comparsa di Epstein in quelle catene di e-mail aggiunge un ulteriore strato di disagio a una figura già di per sé controversa.
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Un thread separato di iMessage del 2017 fa riferimento all’esperienza in materia di «simulazione pandemica» e discute la progettazione di prodotti legati alla pandemia con Swiss Re utilizzando «trigger parametrici».
I trigger parametrici sono comuni nelle obbligazioni catastrofali e nelle riassicurazioni: pagamenti legati a eventi misurabili, come la magnitudo di un terremoto o la velocità del vento di un uragano.
In altre parole, il rischio pandemico veniva trattato come una variabile finanziaria quantificabile.
Questo è forse il tema più provocatorio del materiale pubblicato: il rischio pandemico non era solo una questione umanitaria. Era sempre più qualcosa che poteva essere modellato, assicurato e strutturato in prodotti finanziari.
Ciò non implica un’orchestrazione. Ma dimostra che a metà degli anni 2010, gli eventi pandemici erano già parte integrante delle discussioni sull’innovazione finanziaria.
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È qui che le speculazioni si intensificano e le prove si assottigliano.
Non vi è alcun documento nei materiali di Epstein esaminati che:
I registri pubblici mostrano che il lavoro di Arcturus sull’H5N1 e i programmi sostenuti dal BARDA stanno avanzando attraverso i canali normativi e di finanziamento convenzionali, in gran parte dopo il COVID-19.
Il collegamento documentario tra Epstein e l’ingegneria del vaccino contro il COVID-19 semplicemente non esiste, almeno non in questa ricerca iniziale.
Ma l’assenza di prove non equivale all’assenza di influenza, e proprio in questo spazio grigio prospera il sospetto.
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Togliendo i titoli virali, restano tre conclusioni:
Questa convergenza – finanza, filantropia, governance e malattie – è reale.
Ciò che non è supportato dai documenti è una cospirazione coordinata per «fare lucro durante una pandemia».
L’architettura esiste. L’orchestrazione no.
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Forse la domanda più scomoda non è se Epstein abbia progettato il COVID-19.
La questione è se la moderna risposta alla sanità pubblica sia diventata inseparabile dall’architettura finanziaria (fondi gestiti da donatori, veicoli di aggregazione di capitale, meccanismi di riassicurazione e quadri di governance globale) e se Epstein si sia semplicemente posizionato vicino a quel centralino.
Dai documenti emerge che lui voleva essere lì.
Non dimostrano che ne avesse il controllo.
Ma rivelano qualcosa che non può essere ignorato: prima che il COVID-19 rimodellasse il mondo, il rischio pandemico era già stato strutturato, modellato, marchiato e finanziato ai massimi livelli di potere.
Epstein era nella stanza.
Ciò che lui aveva veramente capito, o che intendeva, resta senza risposta.
© 19 febbraio 2025, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Pubblicato originariamente da TrialSite News.
I punti di vista e le opinioni espressi in questo articolo sono quelli degli autori e non riflettono necessariamente le opinioni di Children’s Health Defense.
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