Spirito
«Capiranno davvero cosa significhi aver osato sfidare l’Agnello dominatore della terra»: omelia pasquale di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Domenica di Resurrezione 2026.

Primogenitus mortuorum et princeps Regum Terrae
Omelia nella Domenica di Resurrezione
Scimus Christum surrexisse a mortuis vere.
Noi sappiamo che Cristo è veramente risorto dai morti.
Sequenza Victimæ paschali
HÆC dies quam fecit Dominus. Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo (Sal 117 [118], 24). Il Salmista saluta la dies dominica, profetizzata sin dall’Antico Testamento per la restaurazione dell’ordine divino in Cristo.
Le profezie messianiche ci mostrano il compimento del mistero pasquale. Il Messia glorioso, trionfatore del peccato e della morte, viene salutato dalla Sacra Scrittura come il principio, il primogenito di coloro che risorgono dai morti, affinché abbia il primato su tutte le cose (Col 1, 18); il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra, che ci ha amati e purificati dai nostri peccati nel suo sangue (Ap 1, 5). Cristo è testis fidelis, testimone degno di credibilità, perché la Sua testimonianza si è compiuta nell’essere fedele fino alla morte.
In quanto primogenitus mortuorum, Egli realizza perfettamente ciò che la primogenitura veterotestamentaria prefigurava. Essa costituiva il primogenito-maschio erede (Dt 21, 17), titolare del diritto sacerdotale (Es 13, 2; 22, 28-29; 34, 19-20), mediatore e santificatore della famiglia che egli rappresentava dinanzi a Dio. Il primogenito non era soltanto il primo in ordine cronologico, ma colui che, essendo offerto e consacrato a Dio, rendeva accetto e benedetto l’intero «raccolto» della famiglia o del campo. Se il primogenito era offerto o riscattato correttamente, Dio benediceva il resto della prole e dei beni. Questo valeva per tutto ciò che si dischiude alla vita (Es 13, 2): l’offerta della parte prima e migliore (il primogenito o la primizia) santificava e garantiva il tutto.
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La primogenitura dell’Antica Legge fu dunque prefigurazione di ciò che Nostro Signore Gesù Cristo ha perfettamente realizzato. Egli è primogenito non perché creato, ma perché è il principio stesso della creazione nell’ordine della natura, e della nuova creazione nell’ordine della Grazia. Nostro Signore possiede per natura divina la pienezza dell’eredità paterna. Egli è l’unico Figlio per essenza; tutto ciò che il Padre ha è Suo (Gv 16, 15; 17, 10). Con la Sua Resurrezione gloriosa Egli Si riappropria nella Sua umanità di questa eredità universale; un’eredità che costituisce Nostro Signore vero e unico Redentore, in virtù dell’Incarnazione, facendo sì che mediante il Suo Sacrificio noi siamo riscattati dalla schiavitù del peccato e della morte: Così non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per grazia di Dio (Gal 4, 7).
Comprendiamo dunque come gli Ebrei del tempo avessero ben presente a cosa si riferiva San Paolo, quando indicò Cristo quale unico Mediatore tra Dio e gli uomini (1Tim 2, 5). Mediatore e santificatore: Infatti, colui che santifica (Eb 2, 11) è Cristo Gesù, il quale è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (1Cor 1, 30). Cristo è il vero Sommo Sacerdote che, entrando nel tabernacolo celeste con il proprio sangue (Eb 9, 11-12), santifica definitivamente il popolo. Tutto questo perché Egli è appunto il primogenito di ogni creatura (Col 1, 15).
Questo concetto è legato alla dottrina del Corpo mistico: poiché Cristo è risorto per primo, Egli è il Capo da cui tutto il Corpo riceve la vita nuova. La Sua Resurrezione è la primizia che garantisce la resurrezione di tutti i giusti, proprio come il primogenito era il garante della benedizione dei propri fratelli. Essendo Cristo il Capo della nuova famiglia di Dio — la Santa Chiesa — ciascuno di noi, in quanto battezzato, diventa coerede con Lui mediante la partecipazione alla Sua filiazione divina: Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria (Rm 8, 17). Poiché quelli che Dio ha preconosciuti li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli (ibid, 29).
Questa eredità non è soltanto futura (la gloria celeste), ma inizia nella vita presente, perché in quanto coeredi di Cristo riceviamo fin d’ora lo Spirito Santo come caparra dell’eredità (Rm 8, 23; 2Cor 1, 22; Ef 1, 14). Come coeredi siamo infatti già cittadini della Gerusalemme celeste, in quanto membra vive della Santa Chiesa. Ed è la Chiesa, nella sua missione santificatrice, che dispensa mediante i Sacramenti i doni del Paraclito a garanzia del patto irrevocabile sancito da Dio nel Sangue dell’Agnello.
La divina Sapienza, nell’eternità del tempo, l’aveva preconizzato: Resurrexi, et adhuc tecum sum (Sal 138 [139], 18), Sono risorto e sono ancora con te. È la voce del Verbo Eterno che, dall’eternità del tempo, risponde obbediente alla volontà del Padre: Allora ho detto: Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà (Sal 39 [40], 8). E questa volontà è la nostra salvezza, mediante la Croce.
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Nei giorni scorsi, durante la recita del Breviario, abbiamo più volte pregato con le parole di San Paolo: Christus factus est pro nobis obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Fil 2, 8). Il Mistero della Passione di Cristo è atto supremo di obbedienza filiale, che diviene il fondamento stesso della nostra Redenzione e della nostra eredità divina. Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; e, apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce (ibid, 6-8).
L’obbedienza di Cristo si contrappone alla disobbedienza di Adamo: mentre il capostipite del genere umano rifiutò per orgoglio di obbedire a Dio e perse l’eredità divina per sé e per i suoi discendenti; Cristo, nuovo Adamo, obbedisce fino all’estremo — la morte più ignominiosa, quella riservata agli schiavi — e riconquista quell’eredità soprannaturale: A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati (Gv 1, 12-13).
Così Nostro Signore, obbedendo fino alla morte di croce, riceve dal Padre il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre (Fil 2, 9-11). Nostro Signore ci rende coeredi della stessa gloria.
Eppure, senza questa obbedienza crocifissa non vi sarebbe né Resurrezione né eredità divina. Un’obbedienza che trova sordi e ciechi coloro che non accettano la dimensione sacrificale della divina Regalità e del divino Sacerdozio di Nostro Signore: Tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce! (Mc 15, 29-30) Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo (Mc 15, 32).
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) April 5, 2026
Gli oltraggi e le beffe della folla, dei sommi sacerdoti e degli scribi mostrano il rifiuto dell’immolazione, della Croce, del sacrificio del primogenito, nonostante la Sacra Scrittura indicasse chiaramente che il Messia divino avrebbe patito e Si sarebbe immolato. Anche le parole che Satana rivolse a Cristo sul pinnacolo del tempio non sono diverse da quelle della turba: Se sei il Figlio di Dio, gettati di sotto (Mt 4,6).
Sul trono della Croce il Verbo Incarnato — primogenito del Padre in quanto vero Dio e primogenito degli uomini in quanto vero Uomo — conquista l’eredità spirituale a vantaggio dei propri fratelli, di tutti noi, ricostituendoci eredi di Dio e Suoi coeredi.
Questa eredità, fratelli carissimi, non ci viene assicurata senza condizioni. Essa richiede da parte nostra la disponibilità a farci a nostra volta imitatores Christi (1Cor 11, 1), seguendo il Primogenito sulla via della Croce per poter poi trionfare con Lui: se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui (Rm 8, 17). Perché non c’è Resurrezione senza Calvario, e chi rifiuta la Croce e l’umiliazione del Figlio di Dio nella prima Venuta, non si siederà alla Sua destra quando Egli tornerà nella gloria con la seconda Venuta per giudicare tutto il genere umano.
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In quel giorno — Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità (Sof 1, 15) — l’obbedienza di Cristo fino alla morte di croce (Fil 2, 8) diventerà criterio di giudizio per tutti. Coloro che hanno partecipato alle Sue sofferenze saranno coeredi della gloria; coloro che hanno rifiutato la Croce si sentiranno dire: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli (Mt 25, 41).
E allora essi vedranno e capiranno davvero cosa significhi aver osato sfidare l’Agnello dominatore della terra (Is 16, 1) che il Padre ha esaltato e glorificato: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi (Sal 109, 1-2, citato in At 2, 35). I suoi nemici sono umiliati ai piedi del Redentore risorto, costretti a riconoscere come proprio sulla Croce il Messia Si sia manifestato come princeps regum terræ (Ap 1, 5).
Nel giorno di Pentecoste, San Pietro riepiloga le profezie messianiche agli uomini di Giudea e proclama la fede della Chiesa: Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che quel Gesù che voi avete crocifisso, Dio lo ha fatto Signore e Cristo (At 2, 36). Perché Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti (1Cor 15, 20).
Se vogliamo essere eredi di Dio e coeredi di Cristo dobbiamo rimanere stretti alla Croce, che da strumento di morte e di sconfitta è diventata simbolo di vita e di vittoria, spes unica, unica speranza. Poiché è Dio che opera in voi il volere e l’agire, secondo il suo beneplacito. Fate tutto senza mormorazioni e senza esitazioni, affinché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio, senza macchia in mezzo a una generazione corrotta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo (Fil 2, 13-15). E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 5 Aprile MMXXVI
Dominica in Resurrectione Domini
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Immagine: Raffaello Sanzio (1483-1520), La Resurrezione di Gesù Cristo (1499-1502), Museo d’arte di San Paolo
Spirito
Né scismatici né disobbedienti
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1. La Fraternità San Pio X non è scismatica
Il cardinale Tommaso de Vio (detto il Gaetano, 1469-1534), uno dei più insigni teologi di tutti i tempi, dice esplicitamente: «Disobbedire, anche ostinatamente, al Sommo Pontefice non costituisce uno scisma. Ciò che costituisce uno scisma, è non voler sottomettersi a lui come capo di tutta la Chiesa» (Commento alla Somma Teologica di S. Tommaso, II-II, q. 39, a. 1, n. III).Sostieni Renovatio 21
2. Le consacrazioni episcopali compiute senza mandato apostolico non sono un atto scismatico e non rendono la Fraternità scismatica
Bisogna, innanzi tutto, ricordare che fino al Basso Medioevo, la consacrazione episcopale non era riservata al papa. Ciò significa che, ordinariamente, il papa non nominava i vescovi e neppure confermava la nomina fatta da altri. La riserva papale della nomina o della conferma dei vescovi risale alla fine del XIII sec. e si afferma soltanto a partire dal secolo successivo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
3. La Fraternità San Pio X non è neppure disobbediente
L’obbedienza, nella dottrina cattolica, non è un assoluto. Neppure quella al Sommo Pontefice. Come insegna San Tommaso, «l’abuso d’autorità può avvenire […] perché ciò che viene comandato dal superiore è contrario al fine per il quale l’autorità è stata istituita, come quando egli ordina un atto peccaminoso, contrario alla virtù che l’autorità è destinata a promuovere e custodire; e in tal caso non solo non si è tenuti a obbedire al superiore, ma si è anche tenuti a non obbedirgli, come i santi martiri affrontarono la morte per non obbedire agli ordini empi dei tiranni» (II Sent., d. 44, q. 2, a. 2). La stessa cosa è insegnata da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum illud (29 giugno 1881).Aiuta Renovatio 21
4. La Fraternità ha agito rettamente a causa dello stato di necessità in materia di fede
Ora, si può dire che l’ordine del papa al quale la Fraternità ha rifiutato di obbedire sia «di per sé cattivo» o addirittura «peccaminoso»? Dopo tutto, rinunciare a delle consacrazioni episcopali non è un atto cattivo. Di conseguenza, decidendo di procedere comunque, la Fraternità forse non è caduta nello scisma, ma ha comunque commesso un atto gravissimo di disobbedienza.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Gender
Leone nomina vescovo che aveva approvato le «benedizioni» omo e affermato che la sodomia «non è peccaminosa»
Papa Leone XIV martedì ha nominato monsignor Christian Würtz, vescovo ausiliare della diocesi di Friburgo in Brisgovia, in Germania, noto per il suo sostegno alle «benedizioni» omosessuali e per le sue posizioni contrarie all’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità, come nuovo vescovo di Eichstätt.
Monsignor Würtz, 55 anni, era tra i 38 vescovi tedeschi che nel 2023 votarono a favore di un documento che sanciva le «benedizioni» per le «coppie» omosessuali, nonché per i divorziati risposati.
Sei mesi prima, il Würtz aveva appoggiato il documento eterodosso del Cammino sinodale tedesco sulla «Rivalutazione dottrinale dell’omosessualità», che definiva erroneamente gli atti omosessuali «non peccaminosi» e «non intrinsecamente malvagi».
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«Non vedo l’ora di iniziare il mio nuovo incarico», ha dichiarato Würtz (a sinistra nella foto) in un comunicato ufficiale della diocesi.
«È una splendida coincidenza che la mia nomina avvenga nel giorno della festa di San Willibaldo, patrono della diocesi di Eichstätt. Spero che, con la mia esperienza e le mie capacità, potrò contribuire anch’io alla costruzione del Regno di Dio a Eichstätt e camminare al fianco della gente di questa diocesi», ha aggiunto. «Ringrazio papa Leone per la fiducia che mi ha accordato e non vedo l’ora di conoscere le persone di questa diocesi».
Würtz è nato il 31 maggio 1971 a Karlsruhe, nell’Arcidiocesi Metropolitana di Freiburg im Breisgau. Ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università statale di Heidelberg. Dopo essere entrato nel Collegium Borromaeum a Friburgo, ha studiato Filosofia e Teologia presso le Università di Friburgo e di Erbipoli (che i tedeschi, e purtroppo anche gli italiani, chiaman Würzburg). Successivamente, ha conseguito il Dottorato in utroque iure.
Il 26 aprile 2019 è stato nominato Vescovo titolare di Germania di Dacia e Ausiliare di Friburgo in Brisgovia, ricevendo l’ordinazione episcopale il 30 giugno successivo.
Poco dopo la sua ordinazione episcopale, monsignor Würtz ha tenuto un incontro con i membri del movimento Maria 2.0, nato in Germania per chiedere varie riforme nella Chiesa, tra cui l’accesso delle donne al sacerdozio. Dopo aver conversato con le manifestanti, ha consegnato loro una lettera personale e un gomitolo di filo rosso come simbolo del dialogo, un gesto che è stato valutato positivamente dalle rappresentanti del movimento.
Nel maggio 2025, come rettore del seminario di Friburgo, ha ricevuto le richieste simboliche di ammissione presentate da nove studentesse di Teologia che protestavano contro la riserva del sacerdozio ministeriale agli uomini.
Würtz ha definito quell’iniziativa «un buon segnale dell’impegno e della serietà con cui queste donne affrontano la loro vocazione e il loro cammino nella Chiesa», pur ricordando che non poteva ammetterle a causa della normativa vigente della Chiesa. Successivamente ha tenuto un incontro con le studentesse, che entrambe le parti hanno descritto come rispettoso e costruttivo.
In seno alla Conferenza Episcopale Tedesca, è Membro della Commissione Pastorale e di quella per le questioni caritative. Finora, Rettore del Seminario Maggiore Collegium Borromaeum di Friburgo e Vicario episcopale per le Alte Scuole.
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Nel settembre 2022 ha votato a favore del documento che proponeva una rivalutazione dottrinale dell’omosessualità, in cui si affermava che l’orientamento omosessuale non costituisce una scelta personale e si chiedeva una maggiore accoglienza e integrazione delle persone omosessuali nella vita ecclesiale.
In quella stessa assemblea ha sostenuto anche il testo sulla cosiddetta «diversità di genere», che invitava le diocesi a rivedere vari aspetti pastorali e amministrativi per facilitare l’inclusione delle persone transgender e intersessuali.
Mesi dopo, nel marzo 2023, ha nuovamente votato a favore del documento che proponeva l’introduzione di celebrazioni di benedizione per coppie dello stesso sesso e per divorziati risposati, una delle iniziative più controverse del Cammino Sinodale.
Oggi monsignor Würtz assume la diocesi di Eichstätt, suffraganea dell’arcidiocesi di Bamberga, fondata a metà dell’VIII secolo e che ha come patrono san Willibaldo. Attualmente conta 334.517 cattolici, distribuiti in 253 parrocchie, organizzate in 74 unità pastorali e otto decanati.
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Immagine di Andreas Schwarzkopf via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Satira
Scomuniche, la grande profondità teologica della TV dei vescovi e del vostro 8 per mille
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