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«Capiranno davvero cosa significhi aver osato sfidare l’Agnello dominatore della terra»: omelia pasquale di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Domenica di Resurrezione 2026.

 

 

Primogenitus mortuorum et princeps Regum Terrae

Omelia nella Domenica di Resurrezione

 

 

 

Scimus Christum surrexisse a mortuis vere.
Noi sappiamo che Cristo è veramente risorto dai morti.

Sequenza Victimæ paschali

 

HÆC dies quam fecit Dominus. Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo (Sal 117 [118], 24). Il Salmista saluta la dies dominica, profetizzata sin dall’Antico Testamento per la restaurazione dell’ordine divino in Cristo. 

 

Le profezie messianiche ci mostrano il compimento del mistero pasquale. Il Messia glorioso, trionfatore del peccato e della morte, viene salutato dalla Sacra Scrittura come il principio, il primogenito di coloro che risorgono dai morti, affinché abbia il primato su tutte le cose (Col 1, 18); il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra, che ci ha amati e purificati dai nostri peccati nel suo sangue (Ap 1, 5). Cristo è testis fidelis, testimone degno di credibilità, perché la Sua testimonianza si è compiuta nell’essere fedele fino alla morte. 

 

In quanto primogenitus mortuorum, Egli realizza perfettamente ciò che la primogenitura veterotestamentaria prefigurava. Essa costituiva il primogenito-maschio erede (Dt 21, 17), titolare del diritto sacerdotale (Es 13, 2; 22, 28-29; 34, 19-20), mediatore e santificatore della famiglia che egli rappresentava dinanzi a Dio. Il primogenito non era soltanto il primo in ordine cronologico, ma colui che, essendo offerto e consacrato a Dio, rendeva accetto e benedetto l’intero «raccolto» della famiglia o del campo. Se il primogenito era offerto o riscattato correttamente, Dio benediceva il resto della prole e dei beni. Questo valeva per tutto ciò che si dischiude alla vita (Es 13, 2): l’offerta della parte prima e migliore (il primogenito o la primizia) santificava e garantiva il tutto.

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La primogenitura dell’Antica Legge fu dunque prefigurazione di ciò che Nostro Signore Gesù Cristo ha perfettamente realizzato. Egli è primogenito non perché creato, ma perché è il principio stesso della creazione nell’ordine della natura, e della nuova creazione nell’ordine della Grazia. Nostro Signore possiede per natura divina la pienezza dell’eredità paterna. Egli è l’unico Figlio per essenza; tutto ciò che il Padre ha è Suo (Gv 16, 15; 17, 10). Con la Sua Resurrezione gloriosa Egli Si riappropria nella Sua umanità di questa eredità universale; un’eredità che costituisce Nostro Signore vero e unico Redentore, in virtù dell’Incarnazione, facendo sì che mediante il Suo Sacrificio noi siamo riscattati dalla schiavitù del peccato e della morte: Così non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per grazia di Dio (Gal 4, 7). 

 

Comprendiamo dunque come gli Ebrei del tempo avessero ben presente a cosa si riferiva San Paolo, quando indicò Cristo quale unico Mediatore tra Dio e gli uomini (1Tim 2, 5). Mediatore e santificatore: Infatti, colui che santifica (Eb 2, 11) è Cristo Gesù, il quale è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (1Cor 1, 30). Cristo è il vero Sommo Sacerdote che, entrando nel tabernacolo celeste con il proprio sangue (Eb 9, 11-12), santifica definitivamente il popolo. Tutto questo perché Egli è appunto il primogenito di ogni creatura (Col 1, 15). 

 

Questo concetto è legato alla dottrina del Corpo mistico: poiché Cristo è risorto per primo, Egli è il Capo da cui tutto il Corpo riceve la vita nuova. La Sua Resurrezione è la primizia che garantisce la resurrezione di tutti i giusti, proprio come il primogenito era il garante della benedizione dei propri fratelli. Essendo Cristo il Capo della nuova famiglia di Dio — la Santa Chiesa — ciascuno di noi, in quanto battezzato, diventa coerede con Lui mediante la partecipazione alla Sua filiazione divina: Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria (Rm 8, 17). Poiché quelli che Dio ha preconosciuti li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli (ibid, 29). 

 

Questa eredità non è soltanto futura (la gloria celeste), ma inizia nella vita presente, perché in quanto coeredi di Cristo riceviamo fin d’ora lo Spirito Santo come caparra dell’eredità (Rm 8, 23; 2Cor 1, 22; Ef 1, 14). Come coeredi siamo infatti già cittadini della Gerusalemme celeste, in quanto membra vive della Santa Chiesa. Ed è la Chiesa, nella sua missione santificatrice, che dispensa mediante i Sacramenti i doni del Paraclito a garanzia del patto irrevocabile sancito da Dio nel Sangue dell’Agnello. 

 

La divina Sapienza, nell’eternità del tempo, l’aveva preconizzato: Resurrexi, et adhuc tecum sum (Sal 138 [139], 18), Sono risorto e sono ancora con te. È la voce del Verbo Eterno che, dall’eternità del tempo, risponde obbediente alla volontà del Padre: Allora ho detto: Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà (Sal 39 [40], 8). E questa volontà è la nostra salvezza, mediante la Croce. 

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Nei giorni scorsi, durante la recita del Breviario, abbiamo più volte pregato con le parole di San Paolo: Christus factus est pro nobis obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Fil 2, 8). Il Mistero della Passione di Cristo è atto supremo di obbedienza filiale, che diviene il fondamento stesso della nostra Redenzione e della nostra eredità divina. Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; e, apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce (ibid, 6-8).

 

L’obbedienza di Cristo si contrappone alla disobbedienza di Adamo: mentre il capostipite del genere umano rifiutò per orgoglio di obbedire a Dio e perse l’eredità divina per sé e per i suoi discendenti; Cristo, nuovo Adamo, obbedisce fino all’estremo — la morte più ignominiosa, quella riservata agli schiavi — e riconquista quell’eredità soprannaturale: A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati (Gv 1, 12-13).

 

Così Nostro Signore, obbedendo fino alla morte di croce, riceve dal Padre il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre (Fil 2, 9-11). Nostro Signore ci rende coeredi della stessa gloria. 

 

Eppure, senza questa obbedienza crocifissa non vi sarebbe né Resurrezione né eredità divina. Un’obbedienza che trova sordi e ciechi coloro che non accettano la dimensione sacrificale della divina Regalità e del divino Sacerdozio di Nostro Signore: Tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce! (Mc 15, 29-30) Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo (Mc 15, 32).

 

 

Gli oltraggi e le beffe della folla, dei sommi sacerdoti e degli scribi mostrano il rifiuto dell’immolazione, della Croce, del sacrificio del primogenito, nonostante la Sacra Scrittura indicasse chiaramente che il Messia divino avrebbe patito e Si sarebbe immolato. Anche le parole che Satana rivolse a Cristo sul pinnacolo del tempio non sono diverse da quelle della turba: Se sei il Figlio di Dio, gettati di sotto (Mt 4,6).

 

Sul trono della Croce il Verbo Incarnato — primogenito del Padre in quanto vero Dio e primogenito degli uomini in quanto vero Uomo — conquista l’eredità spirituale a vantaggio dei propri fratelli, di tutti noi, ricostituendoci eredi di Dio e Suoi coeredi. 

 

Questa eredità, fratelli carissimi, non ci viene assicurata senza condizioni. Essa richiede da parte nostra la disponibilità a farci a nostra volta imitatores Christi (1Cor 11, 1), seguendo il Primogenito sulla via della Croce per poter poi trionfare con Lui: se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui (Rm 8, 17). Perché non c’è Resurrezione senza Calvario, e chi rifiuta la Croce e l’umiliazione del Figlio di Dio nella prima Venuta, non si siederà alla Sua destra quando Egli tornerà nella gloria con la seconda Venuta per giudicare tutto il genere umano.

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In quel giorno — Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità (Sof 1, 15) — l’obbedienza di Cristo fino alla morte di croce (Fil 2, 8) diventerà criterio di giudizio per tutti. Coloro che hanno partecipato alle Sue sofferenze saranno coeredi della gloria; coloro che hanno rifiutato la Croce si sentiranno dire: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli (Mt 25, 41).

 

E allora essi vedranno e capiranno davvero cosa significhi aver osato sfidare l’Agnello dominatore della terra (Is 16, 1) che il Padre ha esaltato e glorificato: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi (Sal 109, 1-2, citato in At 2, 35). I suoi nemici sono umiliati ai piedi del Redentore risorto, costretti a riconoscere come proprio sulla Croce il Messia Si sia manifestato come princeps regum terræ (Ap 1, 5).

 

Nel giorno di Pentecoste, San Pietro riepiloga le profezie messianiche agli uomini di Giudea e proclama la fede della Chiesa: Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che quel Gesù che voi avete crocifisso, Dio lo ha fatto Signore e Cristo (At 2, 36). Perché Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti (1Cor 15, 20).

 

Se vogliamo essere eredi di Dio e coeredi di Cristo dobbiamo rimanere stretti alla Croce, che da strumento di morte e di sconfitta è diventata simbolo di vita e di vittoria, spes unica, unica speranza. Poiché è Dio che opera in voi il volere e l’agire, secondo il suo beneplacito. Fate tutto senza mormorazioni e senza esitazioni, affinché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio, senza macchia in mezzo a una generazione corrotta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo (Fil 2, 13-15). E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

Viterbo, 5 Aprile MMXXVI
Dominica in Resurrectione Domini

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Immagine: Raffaello Sanzio (1483-1520), La Resurrezione di Gesù Cristo (1499-1502), Museo d’arte di San Paolo

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L’Agostino che Leone XIV non ha citato a Ippona

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Il sito InfoVaticana ha pubblicato un eccellente articolo sull’appropriazione fraudolenta della figura di Sant’Agostino nel contesto del dialogo interreligioso, chiarendo la situazione e difendendo il grande Dottore. Lo riproduciamo qui.   Dal velivolo, ancor prima di atterrare ad Algeri, Leone XIV lasciò cadere la frase che avrebbe strutturato l’intero racconto del suo viaggio: «San Agostino offre un ponte molto importante per il dialogo interreligioso perché è molto amato nella sua terra».   L’immagine era perfetta per il consumo immediato: il primo papa agostiniano della storia, che torna nella terra del vescovo di Ippona, tendendo ponti tra il cristianesimo e l’islam, tra l’Occidente e l’Africa, tra un presente convulso e un’antichità nobile e venerabile.   La stampa cattolica progressista lo accolse con entusiasmo. Analisti internazionali parlarono di gesto strategico, di tappa storica, di «nuovo epicentro del cattolicesimo». Tutto molto pulito, molto fotogenico, molto in linea con quanto ci si aspetta da un pontefice nel 2026.

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L’unico problema è Agostino.

Perché l’Agostino reale, quello che visse in quella terra, che scrisse in quella terra, che morì in quella terra mentre i Vandali assediavano Ippona, non era un costruttore di ponti interreligiosi. Era il polemista più formidabile che la storia della Chiesa latina abbia mai prodotto. Un uomo che dedicò decenni del suo episcopato non al dialogo blando, ma alla confutazione sistematica e senza concessioni di tutto ciò che considerava errore.   Si confrontò con manichei, donatisti, ariani, pelagiani, priscillianisti e scettici accademici. Presiedette concili, scrisse instancabilmente e polemizzò con chiunque fosse necessario in difesa dell’ortodossia. Non c’è nella sua opera un solo testo che possa essere ragionevolmente interpretato come un invito alla coesistenza teologica tra il cristianesimo e l’islam, tra le altre ragioni perché l’islam non esisteva ancora quando Agostino morì, nell’anno 430.   Questo conviene sottolinearlo perché c’è una tendenza, quando si tratta di appropriarsi retroattivamente dei grandi santi, a proiettare su di loro le sensibilità del presente. Agostino si presta male a quell’operazione. Philip Schaff, uno degli storici più rigorosi del dogma cristiano, scrisse che Agostino «è il Dottore della Chiesa per eccellenza», la cui attività si estese sull’ecclesiologia, la teologia sacramentale e la dottrina della grazia con una precisione che nessuno prima né immediatamente dopo raggiunse.   Quel Dottore non lasciò spazio all’ambiguità sulla verità rivelata. La cercò per anni, con autentica angoscia, e quando la trovò la difese con tutti gli strumenti disponibili: la ragione, la Scrittura, l’autorità conciliare, e quando fu necessario, la coercizione imperiale.   Quest’ultimo punto merita una sosta perché crea disagio. Nella Lettera 93, scritta nell’anno 408, Agostino confessa apertamente di aver cambiato idea sul metodo da impiegare con i donatisti, passando dalla persuasione intellettuale all’approvazione delle leggi coercitive dello Stato, proprio perché «l’inefficacia del dialogo» lo aveva convinto che serviva qualcos’altro. Il suo argomento era che la paura aveva fatto riflettere molti donatisti e li aveva resi «docili».   Lo stesso uomo che Leone XIV trasforma in simbolo del dialogo interreligioso fu il principale artefice dottrinale di ciò che gli storici chiamano la prima teorizzazione cristiana della coercizione religiosa legittima. Non gli si può rimproverare un anacronismo: era il V secolo, il contesto era uno scisma violento, i circumcellioni donatisti avevano attaccato e mutilato diversi vescovi cattolici. Ma nemmeno gli si può citare come modello dell’incontro amichevole tra fedi diverse senza falsificare la sua figura.   La paradosso è più profondo quando si esamina cosa faceva esattamente Agostino a Ippona. Allo scetticismo si confrontò come filosofo, al manicheismo e al pelagianismo come teologo, e al donatismo come vescovo. Tre fronti diversi, tre modi diversi di combattere l’errore. In tutti i casi, l’atteggiamento di fondo era lo stesso: la verità esiste, è conoscibile, e chi la possiede ha l’obbligo di difenderla.   Il relativismo teologico, la coesistenza pacifica tra verità contraddittorie, l’idea che ogni ricerca spirituale conduca allo stesso luogo, sarebbe sembrata ad Agostino non un gesto di apertura ma un tradimento di Cristo. Le Confessioni sono l’autobiografia di qualcuno che non trovò la pace nell’eclettismo, ma nella resa incondizionata a una verità specifica e irriducibile. «Ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te»: non in una verità tra le altre, ma in te.   Il donatismo, l’eresia che occupò i migliori anni dell’episcopato agostiniano, fu l’ultimo episodio nelle controversie di Montano e Novato che avevano agitato la Chiesa fin dal II secolo, e il suo nucleo era la domanda sulla santità della Chiesa e la validità dei sacramenti amministrati da ministri indegni.   Agostino rispose costruendo un’ecclesiologia completa e coerente: la Chiesa visibile contiene grano e zizzania, la grazia non dipende dalla purezza del ministro ma da Cristo, l’unità è un bene irrinunciabile che giustifica misure drastiche contro lo scisma. Questo non è un ponte. È un muro dottrinale eretto con la precisione di un architetto.   Che quel muro sia oggi patrimonio di tutta la Chiesa, che abbia ispirato i Padri del Vaticano II e i grandi teologi medievali, è esattamente la ragione per cui Agostino importa. Non perché sia un interlocutore comodo, ma perché è un pensatore rigoroso.   Agostino distingueva 88 eresie nel suo trattato De Haeresibus, e le quattro con cui dovette principalmente lottare furono il manicheismo, il donatismo, il pelagianismo e l’arianesimo. Ognuna di quelle battaglie gli costò anni di scrittura, controversia pubblica e usura personale. Ognuna terminò con una vittoria dottrinale che fissò per sempre i limiti di ciò che la Chiesa può credere.   Il pelagianismo, che sosteneva che l’uomo può raggiungere la salvezza con i propri sforzi senza bisogno della grazia, fu condannato dal concilio dei vescovi africani nell’anno 418 e dal papa Zosimo, grazie in buona misura alla tenacia di Agostino. Non fu un processo di ascolto reciproco né di arricchimento reciproco: fu una condanna.   Niente di tutto questo significa che Leone XIV faccia male a peregrinare a Ippona. La visita ha un senso spirituale genuino: un agostiniano che torna nella terra del suo padre fondazionale, che prega sulle rovine dove quel padre predicò, che riconosce il debito della sua vita intera con quel pensiero.

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Questo è legittimo e ha una dignità propria. Il problema non è il viaggio. Il problema è l’operazione discorsiva che trasforma Agostino nel patrono del dialogo interreligioso con l’islam, quando l’unico islam che Agostino avrebbe conosciuto era quello arrivato decenni dopo la sua morte, e quando tutta la sua vita intellettuale ruotò intorno all’affermazione che c’è una verità, una Chiesa, un battesimo, una grazia, e che tutto ciò che se ne allontana merita confutazione, non cortesia diplomatica.   Gli analisti hanno segnalato che la Basilica di Sant’Agostino ad Annaba [antica Ippona Regia, ndt] attira ogni anno migliaia di visitatori, inclusi musulmani che provano una devozione propria verso il santo. Quel dato è reale ed è bello. Agostino appartiene in qualche modo a quella terra in modo che trascende i confini confessionali, e il fatto che ci siano musulmani che lo venerano dice qualcosa sulla qualità della sua figura umana.   Ma la venerazione popolare di un santo non è la stessa cosa della sua teologia. Si può ammirare Agostino senza leggere Agostino. Si può andare in pellegrinaggio alle sue rovine senza assumere ciò che lui difese. Leone XIV può fare entrambe le cose allo stesso tempo, e probabilmente lo fa. La domanda è se la Chiesa che lui dirige possa permettersi di continuare a citare Agostino come simbolo di apertura senza spiegare cosa Agostino pensasse realmente di dover aprire, e davanti a cosa si dovesse rimanere chiusi.   Nelle Confessioni c’è una frase che definisce meglio di qualsiasi altra cosa Agostino fosse e cosa cercasse: «Signore, tu ci hai fatto per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te». Non nel dialogo. Non nell’incontro. Non nella ricerca indefinita. Nel riposo che viene solo dall’incontro con Cristo.   Quel cuore inquieto che trovò la pace non nella pluralità di cammini ma in uno solo è lo stesso cuore che poi passò decenni a dire agli altri che si sbagliavano, con tutta la carità del mondo, ma dicendoglielo.   Leone XIV ha ragione su una cosa: Agostino è molto amato nella sua terra. Ciò che non è sicuro è che quell’amore implichi accordo con ciò che Agostino insegnò.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine: Antonello da Messina (1430–1479), Sant’Agostino (1473), Palazzo Abatellis, Palermo. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Il rettore del seminario della FSSPX dice: un giorno il Papa ringrazierà per aver preservato la tradizione cattolica

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Il direttore del seminario della Fraternità Sacerdotale San Pio X in Svizzera ha affermato che un giorno il Papa li ringrazierà per aver preservato l’insegnamento e la Tradizione della Chiesa.

 

Padre Bernard de Lacoste, direttore del seminario della Fraternità Sacerdotale San Pio X a Ecône, in Svizzera, ha dichiarato al quotidiano svizzero in lingua francese Le Nouvelliste che un giorno il Papa riconoscerà i problemi del Concilio Vaticano II e ringrazierà la Fraternità per il suo lavoro.

 

De Lacoste ha sottolineato che non intendono provocare uno scisma con le consacrazioni episcopali previste per il 1° luglio senza il permesso del Vaticano.

 

«Uno scisma è definito dalla volontà di rompere con la Chiesa cattolica. Ma il fatto è che noi celebriamo queste ordinazioni episcopali proprio per rimanere cattolici romani», ha affermato il sacerdote. «Preferiremmo morire piuttosto che provocare uno scisma», ha aggiunto.

 

Nell’intervista, de Lacoste ha criticato il Concilio Vaticano II per quelli che la Società considera errori modernisti. «Il modernismo è un errore teologico», ha affermato, aggiungendo che gli insegnamenti del Concilio Vaticano II contraddicono «quanto la Chiesa ha insegnato per 20 secoli».

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Secondo don de Lacoste, il concilio non raggiunse il suo obiettivo, ovvero quello di portare una ventata di aria fresca nella Chiesa, come dimostrato dal calo del numero di fedeli praticanti e di sacerdoti.

 

Ha ribadito che la Fraternità Sacerdotale San Pio X sostiene l’insegnamento tradizionale della Chiesa, specialmente in materia di morale sessuale, che molti nella gerarchia odierna hanno minimizzato o addirittura negato. Ha affermato che il divorzio e il «nuovo matrimonio» civile sono peccati mortali, così come gli atti omosessuali e tutti gli altri atti sessuali al di fuori di un matrimonio valido.

 

«I rapporti sessuali sono finalizzati alla procreazione, ed esclusivamente all’interno di un matrimonio stabile tra un uomo e una donna che saranno in grado di crescere i propri figli», ha sottolineato de Lacoste. «Questo è l’ordine naturale voluto dal Creatore».

 

Il direttore del seminario ha descritto i membri della Società come «medici dell’anima» e ha affermato che i fedeli «hanno bisogno della dottrina integrale, dei sacramenti amministrati secondo tale dottrina e della liturgia tradizionale per poter entrare in paradiso».

 

De Lacoste ha affermato di credere che il futuro della Chiesa risieda nella Tradizione e nella Fraternità Sacerdotale San Pio X, poiché il numero di cattolici che partecipano alle loro Messe è in costante aumento.

 

«Siamo certi che un giorno il papa riconoscerà di essersi allontanato dalla dottrina cattolica e ringrazierà la Società per averla preservata nella sua interezza, conferendole lo status canonico», ha concluso.

 

Le consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X, previste senza l’approvazione di Roma, hanno suscitato molte polemiche all’interno della Chiesa, anche tra vescovi e cardinali che difendono la Tradizione cattolica. Mentre il vescovo Athanasius Schneider si è espresso a favore della Fraternità, molti altri vescovi conservatori, come il cardinale Gerhard Müller, il cardinale Robert Sarah e il vescovo Marian Eleganti, si sono opposti alle consacrazioni, avvertendo che si tratterebbe di un «atto scismatico».

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Papa Leone XIV elogia la «comunione tra cristiani e musulmani» durante la sua visita in Algeria

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Papa Leone XIV ha elogiato la «comunione tra cristiani e musulmani» in un messaggio pubblicato su X durante la sua visita apostolica in Algeria.   Il 13 aprile, Papa Leone XIV ha pubblicato un messaggio sulla piattaforma social mentre si trovava ad Algeri, in Algeria, dove era giunto lo stesso giorno per la prima visita papale nella storia del Paese, invocando la «comunione tra cristiani e musulmani» sotto il patrocinio della Vergine Maria e presentandola come un segno di unità in un mondo segnato da divisioni e conflitti.   «La comunione tra cristiani e musulmani si concretizza sotto il manto di Nostra Signora d’Africa», scrisse Leone. «Qui, in Algeria, l’amore materno di Lalla Meryem riunisce tutti come bambini, nella nostra ricca diversità, nella comune aspirazione alla dignità, all’amore, alla giustizia e alla pace. In un mondo in cui divisioni e guerre seminano dolore e morte, vivere in unità e pace è un segno inequivocabile».  

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Nel suo messaggio, il Papa si è riferito alla Vergine Maria utilizzando sia il titolo cristiano «Nostra Signora d’Africa» sia quello islamico-berbero Lalla Meryem («Signora Maria»), sottolineando così una presunta compatibilità tra le due religioni.   In precedenza, quello stesso giorno, papa Leone XIV aveva visitato la Grande Moschea di Algeri, considerata la terza moschea più grande del mondo dopo quelle della Mecca e di Medina. Secondo fonti vaticane, il Papa si è tolto le scarpe come da protocollo ed è rimasto all’interno per diversi minuti, dedicando del tempo alla «riflessione silenziosa» nei pressi del mihrab, elemento architettonico che indica la direzione della Mecca.   Il romano pontefice ha inoltre incontrato privatamente il rettore della moschea, al quale ha espresso gratitudine per essere presente in quello che ha descritto come «un luogo che rappresenta lo spazio proprio di Dio».   Il linguaggio utilizzato nel messaggio del papa sui social media, in particolare il riferimento alla «comunione» tra cristiani e musulmani, introduce un termine che ha un significato teologico ben definito all’interno della dottrina cattolica. Nella teologia cattolica, «comunione» indica solitamente la partecipazione alla stessa fede, agli stessi sacramenti e all’unità ecclesiale. Secondo il Vangelo, non è possibile alcuna comunione con coloro che negano Gesù Cristo come Dio, Signore e Salvatore: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio.e» (Gv 14,6).   Il quadro generale delle relazioni cattolico-musulmane negli ultimi anni è stato in parte plasmato dal «Documento sulla fraternità umana per la pace mondiale e la convivenza pacifica» del 2019, comunemente noto come documento di Abu Dhabi, firmato da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar. Tale documento – che ha suscitato un enorme scandalo tra i fedeli – afferma che «il pluralismo e la diversità delle religioni (…) sono voluti da Dio nella Sua saggezza, mediante la quale ha creato gli esseri umani. Questa divina saggezza è la fonte da cui derivano il diritto alla libertà di credo e la libertà di essere diversi».

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Come riportato da Renovatio 21, la dichiarazione di Abu Dhabi piacque moltissimo alla massoneria, che si complimentò con il gesuita argentino.   Mentre il papa si trovava ad Algeri il 13 aprile, due attentatori jihadisti hanno tentato di compiere un attacco suicida coordinato nella città di Blida, situata a circa 45 chilometri a sud-ovest della capitale algerina. Secondo quanto riportato dalle forze di sicurezza, i due uomini sono stati intercettati dalle forze algerine mentre si dirigevano verso obiettivi civili e di polizia in zone popolate. Gli agenti hanno aperto il fuoco prima che gli attentatori potessero raggiungere i loro obiettivi. Gli ordigni esplosivi indossati dagli aggressori sono comunque detonati, causandone la morte.   L’incidente ha riacceso le preoccupazioni riguardo al terrorismo islamista nel Paese, dove non si registrano attacchi confermati dal 2017.

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