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Bilancio della prima sessione del Sinodo sulla sinodalità – prima parte

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Il Sinodo si è concluso domenica 29 ottobre, festa di Cristo Re. Ha prodotto due documenti: una breve Lettera al popolo di Dio e una Relazione di sintesi di circa quaranta pagine. L’informazione nel corso dell’evento è stata fornita da periodiche conferenze stampa che hanno fornito informazioni sullo stato di avanzamento, sugli argomenti trattati e sulle principali tematiche.

 

Questo primo articolo si concentrerà sulla descrizione del Sinodo sulla base di queste informazioni e delle testimonianze rese dai partecipanti. Il prefetto del Dicastero per la Comunicazione (DC), Paolo Ruffini, responsabile della comunicazione durante le conferenze stampa, ha ricordato alcuni elementi del Sinodo.

 

L’Assemblea e la sua autorità

L’Assemblea contava 365 membri votanti e un centinaio di altri presenti. Così il Vaticano aveva invitato 12 «delegati fraterni» di quattro tradizioni cristiane: Chiesa ortodossa, Chiese ortodosse orientali, comunioni protestanti storiche e pentecostali evangelici.

 

Il presidente del DC ha spiegato la natura e l’autorità dell’Assemblea: «È un’Assemblea consultiva. Il carattere episcopale dell’Assemblea non è compromesso dalla presenza di membri non investiti del munus episcopale. Ciò non cambia la natura dell’Assemblea». Questa non è l’opinione di diversi cardinali, compresi i redattori dei 5 dubia inviati al Papa.

 

Paolo Ruffini ha inoltre spiegato che «il rapporto finale non rappresenterà un punto di arrivo. Sarà più un Instrumentum laboris». Più tardi parlerà di «documento transitorio». Infine, il responsabile della comunicazione, riguardo alla riunione sinodale prevista per ottobre 2024, ha precisato «che ci si aspetta che l’assemblea sia omogenea in termini di membri».

 

Il metodo sinodale

L’Assemblea ha esaminato la natura della sinodalità e il suo utilizzo. In questo ambito c’è una nebbia difficile da dissipare: non è stata data alcuna definizione di sinodalità. Il cardinale Gerhard Müller se ne è lamentato in un’intervista rilasciata dopo il Sinodo.

 

Ciò che emerge – e ancora più chiaramente leggendo la Relazione di sintesi à – è che la sinodalità è una praxis, come è già stato evidenziato in questo sito: «la sinodalità non è un concetto, ma un’esperienza di ascolto, di inclusione». E in un’altra occasione: «anche se tutti vogliono le decisioni, il processo è più importante delle decisioni».

 

Questo assomiglia al metodo marxista che è una prassi. Il marxismo ha un obiettivo – la dittatura del proletariato – un obiettivo che non raggiunge mai ma che persegue, perché l’essenza di una rivoluzione è essere un movimento. Come dice Che Guevara, in una citazione resa popolare dal film Rabbi Jacob: «La rivoluzione è come una bicicletta, quando non avanza, cade».  La sinodalità vissuta è come la dittatura del proletariato…

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Temi discussi durante il Sinodo

Il clericalismo

Venerdì 27 ottobre, al termine del Sinodo, padre Timothy Radcliffe, domenicano, Maestro Generale del suo Ordine dal 1992 al 2001, che ha predicato il ritiro presinodale dei partecipanti, ha dichiarato che il tema ricorrente è la critica al clericalismo.

 

E venerdì 20 ottobre, Sheila Pires, segretaria del Comitato per l’informazione, ha chiarito che alcuni membri dell’Assemblea mettono in guardia contro il clericalismo, anche tra i laici, perché porta ad abusi di potere, di coscienza, economici e sessuali.

 

Giovedì 26 ottobre Paolo Ruffini ha ribadito che «il popolo di Dio ha bisogno di preti e laici che camminino insieme serenamente, senza cedere alla tentazione del clericalismo». Dietro questo termine dobbiamo vedere un attacco all’autorità in generale. Lo stesso giorno Ruffini ha riferito che è stato riaffermato l’impegno della Chiesa a «evitare l’autoritarismo»: l’autorità «si esercita a piedi nudi».

 

L’abuso di autorità sembra essere la prima preoccupazione del Papa, preoccupazione che egli trasmette a tutti i sinodali, come nel suo intervento di mercoledì 25 ottobre, dove ha criticato in modo irreale i sacerdoti: «basta andare nelle sartorie ecclesiastiche di Roma per vedere lo scandalo dei giovani preti che provavano talari e cappelli o camici merlettati». Questa critica ha causato non poco imbarazzo…

 

Corresponsabilità

«Corresponsabilità» è una delle parole che ricorre più spesso negli interventi, e viene intesa «come coinvolgimento e coordinamento dei carismi» ha spiegato il prefetto del DC.

 

Un vescovo ha spiegato a proposito di questo termine: «Il sinodo sulla sinodalità significa pensare insieme e vedere come la Chiesa può appropriarsi di questo concetto», passando «da una Chiesa di pochi corresponsabili a una Chiesa dove tutti sono corresponsabili dell’annuncio di Cristo e del Vangelo, una Chiesa (…) dove tutti esprimono il loro parere per una decisione finale che riguarda tutti».

 

Questo termine di «corresponsabilità», divenuto presto un leitmotiv, è stato proposto per sostituire la parola «cooperazione» che designa il rapporto dei chierici – presbiteri e diaconi – con il vescovo della diocesi, nel diritto canonico, la cui revisione è stata richiesta in particolare su questo tema.

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Ancora una precisazione da parte di Paolo Ruffini sabato 21 ottobre: ​​è stata affrontata la «questione del discernimento dei rapporti decisionali nel rapporto tra autorità e corresponsabilità». La sinodalità «non elimina l’autorità ma la contestualizza», ricordando che «l’autorità è necessaria» e che «non bisogna aver paura di cercare il confronto o il disaccordo».

 

Il fondamento di questa corresponsabilità va ricercato nel battesimo che tutti condividono, e che rende tutta la Chiesa – chierici e laici – corresponsabile della missione. Si afferma chiaramente che, mediante il battesimo, tutti i membri della Chiesa sono uguali. È il livellamento attraverso il rifiuto di una distinzione di diritto divino tra clero e laici, tra sacerdozio e laici. Ma tutto questo è datato.

 

Riparare la Chiesa

In più occasioni si è parlato di «revisione delle strutture della Chiesa». Quindi, «il problema non è solo la sburocratizzazione delle strutture ecclesiali, ma anche la necessità di dedicare energie per ripensare nuove forme e nuovi luoghi di partecipazione alla comunione e alla storia millenaria della Chiesa».

 

È in questo quadro che si può collocare il discorso sulla riforma del clero e soprattutto per quanto riguarda i vescovi. Dobbiamo esaminare come l’episcopato «il cui ministero, per volontà del Signore, struttura la comunione della Chiesa (…) deve essere rinnovato e promosso» per «essere esercitato in modo consono ad una Chiesa sinodale».

 

Si è proposto quindi che il vescovo possa avvalersi dell’aiuto di collaboratori ed esperti. «Il vescovo deve capire che la diocesi non è solo lui, non può fare tutto da solo, ma ha bisogno di aiuto, magari di professionisti».

 

Negli ambienti è emersa anche la modalità di scelta dei vescovi. Mons. Robert Francis Prévost, prefetto del Dicastero per i Vescovi, ha spiegato che il processo è rimasto confidenziale, ma che sono state date istruzioni per includere laici e religiosi nelle procedure di esame. Come era prevedibile è stata discussa anche la questione del matrimonio dei preti.

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La promozione della donna nella Chiesa

Tema ricorrente che ha assunto diverse forme: come garantire «che le donne si sentano parte integrante della nostra Chiesa missionaria?». L’Assemblea sinodale si è quindi soffermata sulla possibilità di aprirsi al diaconato femminile, chiarendo innanzitutto «la natura stessa del diaconato».

 

Riguardo al ruolo delle donne nella Chiesa, «ci si è chiesti se non sia possibile prevedere che le donne non possano fare anche omelie».

 

LGBT

Secondo il cardinale Müller il tema era onnipresente. Esso è molto discreto nella Relazione di sintesi.

 

La domanda generale era: «Come possiamo incarnare la pastorale dell’amore per le coppie omosessuali, per i divorziati rimanendo fedeli all’insegnamento della Chiesa?» Sembra che sia stata data una direttiva per limitare l’argomento. Ma non si tratta di seppellirlo, bensì di lasciarlo maturare fino alla seduta successiva.

 

Questo primo studio sul Sinodo mostra chiaramente la tendenza all’indebolimento della struttura gerarchica della Chiesa, con il desiderio di evolvere verso una struttura più «democratica», nonostante la smentita di alcuni. Un modo di fare è stato lanciato e non gli resta che muoversi sulle proprie gambe.

 

È in corso l’inabissamento della costituzione divina della Chiesa.

 

Questa è la conclusione tratta dalla maggior parte dei commentatori, di qualunque tipo.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

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Leone XIV ritorna nell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico

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Papa Leone XIV ha preso residenza sabato 14 marzo 2026 nell’appartamento papale del Palazzo Apostolico, riprendendo l’uso della residenza papale ufficiale situata in questo edificio vaticano. L’edificio era rimasto inutilizzato come residenza papale durante i dodici anni del pontificato di Francesco.   Il Vaticano ha fatto sapere che Leone XIV sarà accompagnato dai suoi più stretti collaboratori. Situata al terzo piano del Palazzo Apostolico, la sua nuova residenza offre una vista su Piazza San Pietro. Il trasferimento e la riorganizzazione degli spazi che circondano il Papa segnano una nuova fase del suo pontificato, in vista del primo anniversario della sua elezione.   Dopo la sua elezione nel maggio dello scorso anno, Leone XIV ha continuato a vivere nel piccolo appartamento che occupava nel Palazzo del Sant’Uffizio, sede del dicastero dottrinale. L’edificio ospita anche alcuni appartamenti per funzionari vaticani.   Negli ultimi dieci mesi è stata effettuata una ristrutturazione completa dell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico. Questi lavori si sono resi necessari per modernizzare gli impianti elettrici, idraulici e altri servizi, dopo un lungo periodo di inoccupazione residenziale stabile.

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Francesco aveva rinunciato a vivere in quell’appartamento e aveva scelto di risiedere a Santa Marta, la casa vaticana dove vengono ospitati i sacerdoti in visita e dove soggiornano anche i cardinali durante i conclavi.   In pratica, questa decisione significò che l’intero secondo piano di Santa Marta fu riservato al Papa, riducendo così la capienza dell’edificio per altri ospiti. Leone XIV, d’altro canto, mostrò fin dall’inizio del suo pontificato una maggiore propensione a ripristinare i simboli e le consuetudini tradizionali del ministero petrino.   La sua decisione di trasferirsi nel Palazzo Apostolico è stata accolta favorevolmente dai commentatori, che l’hanno vista come un segno di rispetto per l’istituzione del papato e le sue forme tradizionali di governo. Questo gesto si inserisce nel solco di altri segnali già evidenti in questi primi mesi del suo pontificato.   In effetti, Leone XIV aveva formalmente preso possesso della residenza pochi giorni dopo la sua elezione, visitando le sale di rappresentanza e la piccola cappella destinata al suo uso personale. Tuttavia, non vi si era ancora trasferito perché i lavori di ristrutturazione erano ancora in corso.   Con questo trasferimento, l’appartamento papale nel Palazzo Apostolico torna ad essere la residenza effettiva del Papa. Questo cambiamento ha non solo un valore pratico, ma anche simbolico, inserendosi nella tradizione dell’esercizio visibile del ministero del Successore di Pietro nel cuore del Vaticano.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Alessio Nastro Siniscalchi via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.5 Italy 
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Mons. Viganò: «scisma, eresia e negazione dell’Incarnazione sono elementi distintivi dell’Anticristo»

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Renovatio 21 pubblicata questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

Recensione

al saggio di Investigatore Biblico e Saverio Gaeta, «La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite?» Piemme Editore

 

 

Dinanzi alla crisi che da decenni affligge la Chiesa Cattolica, è con profonda gratitudine che accolgo l’invito a redigere una recensione al saggio La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite? Una domanda che non è mera provocazione accademica, ma un grido di allarme contro l’assalto subdolo che minaccia l’integrità della Parola di Dio, affidata alla Chiesa per la salvezza delle anime.

 

L’autore, l’Investigatore Biblico, in collaborazione con Saverio Gaeta, ha intrapreso un’indagine rigorosa e coraggiosa, smascherando le distorsioni introdotte nelle traduzioni ufficiali della Sacra Scrittura approvate dalla Conferenza Episcopale Italiana, in particolare quelle del 1974 e del 2008. Queste versioni, influenzate da un distorto concetto di ecumenismo e da una teologia di matrice protestante che tace o adultera la Verità cattolica, costituiscono la prova di un piano deliberato per oscurare la divinità di Cristo, sminuire il peccato originale, spersonalizzare il demonio e ridurre il ruolo salvifico della Beatissima Vergine Maria.

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Come ho denunciato in molteplici interventi, questo è il frutto avvelenato del Concilio Vaticano II, che ha fatto proprio lo spirito del mondo, permettendo che il fumo di Satana penetrasse nel Tempio di Dio.

 

Ed è questa, a ben vedere, l’essenza stessa del Modernismo, l’eresia che applica all’esegesi biblica il metodo storico-critico figlio dell’Illuminismo e del Razionalismo moderno. Tale approccio contraddice il Magistero Cattolico in diversi aspetti fondamentali. Innanzitutto, esso nega la divina Rivelazione tramandata attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione, sostituendovi una fede che deriva da un’esperienza soggettiva interiore, il che mina l’autorità oggettiva del Magistero ecclesiastico. In secondo luogo, tratta i dogmi come interpretazioni umane mutevoli nel tempo, anziché come verità immutabili discendenti da Dio, contrastando l’insegnamento della Chiesa sull’ispirazione divina e sull’inerranza della Bibbia.

 

Infine, incorpora elementi di agnosticismo, relativismo e immanentismo, che riducono il soprannaturale a fenomeni storici o psicologici, configurandosi come una «sintesi di tutte le eresie» secondo la condanna espressa da San Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907) e nel decreto Lamentabili (1907). È significativo rilevare che Vladimir Soloviev, nel suo Il racconto dell’Anticristo presenta l’uomo della perdizione come un esegeta esperto, un erudito che utilizza l’interpretazione della Sacra Scrittura in modo volutamente ambivalente per promuovere le sue idee ingannevoli. In questo, i neo-modernisti della chiesa sinodale non hanno inventato nulla di nuovo.

 

Non dimentichiamo che gli elementi distintivi dell’Anticristo sono lo scisma, l’eresia e la negazione dell’Incarnazione e con essa la negazione della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, Corpo Mistico di Gesù Cristo. Negando il Verbo Incarnato, egli nega anche l’opera redentrice del divino Messia e la Sua suprema e universale Regalità, nel tentativo infernale di usurparGli quella Signoria che Nostro Signore restaurerà alla fine dei tempi con il Suo totale trionfo su Satana.

 

Così facendo, il nemico del genere umano cerca di legittimare il regno tirannico che instaurerà sulla terra presentandosi come falso messia e pretendendo di farsi adorare al posto di Dio. E questo è lo scopo precipuo della Massoneria, di quella Sinagoga di Satana (Ap 2, 9 e 3, 9) che ormai pubblicamente rivendica di essere la principale fautrice dell’avvento dell’Anticristo: secondo il messianismo sionista, ne sarà triste presagio l’edificazione del Terzo Tempio in Gerusalemme.

 

Non possiamo ignorare che le manipolazioni dei testi biblici da parte della Conferenza Episcopale Italiana non sono casuali. Esse fanno parte di un più vasto disegno, orchestrato da quella deep church che, in alleanza con poteri secolari del deep state e più in generale con il pensiero relativista, cerca di trasformare la Fede in un vago umanesimo, privo della sua forza soprannaturale e soprattutto incentrato sull’uomo che si fa dio in opposizione al Dio Incarnato.

 

Le traduzioni moderne, con il loro linguaggio orizzontale e «inclusivo», manomettono il testo sacro per adattarsi alla sensibilità contemporanea, eliminando versetti scomodi e alterando significati teologici fondamentali. È un tradimento che riecheggia l’antico serpente, il quale distorce la Parola per condurre l’uomo alla rovina. Manomettere il testo sacro significa manometterne il divino Autore, considerando meramente umana la Parola di Dio; estromettendoLo dall’opera della Rivelazione, anzi facendo blasfemamente di Lui, Verbo eterno del Padre, l’autore della menzogna, quando è proprio Satana ad essere omicida e mentitore sin dal principio (Gv 8, 44), l’odiatore implacabile della Verità, che è attributo coessenziale di Dio.

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Quest’opera, fondata su evidenze testuali e confronti con i testi originali in ebraico e greco, nonché con le versioni tradizionali come la Vulgata di San Girolamo, offre ai fedeli uno strumento essenziale per discernere la verità dalla sua contraffazione. Essa denuncia non solo le influenze protestanti post-riforma, ma anche le conseguenze del motu proprio Magnum principium di Bergoglio, che ha ridotto il controllo dell’Autorità religiosa sulle traduzioni, favorendo interpretazioni soggette a derive culturali e pastorali. In un’epoca in cui la neo-lingua orwelliana mira a rendere impossibile l’affermazione stessa del Vero, questo libro richiama alla fedeltà assoluta alla Tradizione apostolica della Chiesa Cattolica, unica custode della Rivelazione.

 

Non è un caso che la chiesa conciliare-sinodale si distingua dalla vera Chiesa di Cristo per la sua deliberata volontà di evitare la chiarezza propria al lessico teologico e alla lingua latina: è sull’equivoco, sul plausibile, sull’apparente che si gioca la partita truccata del nemico. E lo sentiamo quasi dire, parafrasando le parole di Nostro Signore: Sia il vostro parlare «Quasi, forse, circa, in un certo modo», perché la chiarezza del linguaggio viene da Dio.

 

Esorto Vescovi, sacerdoti e laici a meditare queste pagine con spirito soprannaturale e vigilante. Solo tornando alla purezza della Scrittura, libera da contaminazioni moderniste, potremo resistere all’apostasia dilagante e preparare il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, come promesso a Fatima. Che il Signore illumini quanti, come l’Autore, hanno il coraggio di difendere la Verità immutabile contro le potenze delle tenebre.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

10 Marzo 2026
Ss. Quadraginta Martyrum
Feria III Hebd. III Qadragesimæ

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«Trascorri lunghi periodi di tempo a parlare e pensare a Gesù»: storia di Sant’Agnese di Langeac

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A volte le circostanze ci impediscono di ricevere la Santa Comunione con la frequenza che desidereremmo. In questi casi, possiamo fare la comunione spirituale. Se lo invitiamo, Gesù risponderà con gioia alla nostra richiesta! Molti santi hanno fatto numerose comunioni spirituali nel corso della loro vita; questa pratica li ha aiutati a compiere grandi passi sulla via della santità. Sant’Agnese di Langeac ce ne offre un esempio. Ecco la sua storia.   Nata a Le Puy-en-Velay, in Francia, Agnès mostrò una grande devozione fin dalla più tenera età. Terza di sette figli, i suoi genitori la affidarono in tenera età a una brava insegnante che non solo le insegnò il francese e la matematica, ma sviluppò anche una profonda fede in Agnès.   A soli sei anni, Agnese nutriva già una grande devozione per l’Eucaristia. Per questo motivo, a otto anni fu ammessa alla Prima Comunione, cosa eccezionale per l’epoca. Ahimè! Solo pochi mesi dopo la Prima Comunione, il sacerdote che si prendeva cura della sua anima, temendo che potesse insuperbirsi, le proibì di ricevere nuovamente la Comunione. Agnese ne fu profondamente addolorata, ma non si scoraggiò!   Non potendo più avvicinarsi alla balaustra della comunione, si unì al buon Gesù in un altro modo. Da quel momento in poi, iniziò a fare frequenti comunioni spirituali durante tutta la giornata.   Poco dopo, chiese al suo confessore come si potesse diventare santi. «Trascorri lunghi periodi di tempo parlando e pensando a Gesù», rispose lui.

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Agnes mise subito in pratica questo consiglio. Non senza qualche difficoltà, Agnese riuscì a godere appieno della presenza di Dio. Ci lavorò per due anni con grande perseveranza.   Per raggiungere il suo obiettivo, iniziò dicendo a se stessa: «suvvia, anima mia, devo trascorrere un quarto d’ora in presenza di Dio e dedicargli molta attenzione».   E, trascorso ben un quarto d’ora: «continuiamo e passiamo alla mezz’ora».   Allenandosi in questo modo, giorno dopo giorno, la bambina riuscì a vivere tutte le sue giornate in compagnia di Gesù, svolgendo al contempo i compiti che i genitori le affidavano.   Già all’età di dieci anni, attirava così tanti giovani alle sue preghiere che persino adulti, persone di nobile lignaggio, si rivolgevano a lei per un consiglio spirituale. Agnese accettava tutto ciò con umiltà, senza considerarsi superiore agli altri.   Pregava soprattutto per i poveri. Molto intraprendente, non le mancavano mai le idee per aiutare tutti coloro che incontrava per le strade di Le Puy. Fin da giovanissima, era solita regalare il suo pane o i suoi spuntini. Non appena guadagnava un po’ di soldi, frutto del suo lavoro di merlettaia, faceva generosamente elemosina ai più bisognosi.   Un frate domenicano venne a predicare a Le Puy. Dopo averlo ascoltato, giovani donne e vedove sentirono la vocazione a diventare domenicane e desiderarono fondare un convento nella regione. Agnese ne venne a conoscenza e comprese che Dio la stava chiamando anche lei a questa via.   All’età di vent’anni, entrò quindi nel convento di Langeac, di recente fondazione.   Era sempre stata di salute cagionevole. Oppressa da compiti molto gravosi, la sua salute si era deteriorata… Ma Agnese non si lamentava mai. Trovava eroismo nelle piccole cose. Compiva tutti i suoi piccoli atti di servizio in unione con Gesù.   Ricompensò la sua generosa serva con favori insoliti. Poco dopo essere entrata in monastero, Agnese fu incaricata della cucina; tuttavia, per procurarsi l’acqua, doveva camminare per quasi quindici chilometri! Affidò la sua difficoltà a Dio.   Egli esaudì immediatamente la sua preghiera e fece sgorgare una sorgente di acqua limpida e abbondante proprio in cucina.   La santità non la rese severa o insensibile alle sofferenze altrui. Al contrario! Dopo alcuni anni, Agnese ottenne l’incarico di portinaia, che le permise di accogliere e soccorrere molti poveri.   Tutti rimasero colpiti dalla sua gentilezza e dalla sua vita di unione con Dio. Ella «irradiava la bontà di Dio».   Una frase che ripeteva spesso era: «chi ha Gesù ha tutto!»   Ella non cercava cose straordinarie. Agnese di Gesù portava le stimmate senza che queste fossero visibili esteriormente, e le sue sorelle non ne erano a conoscenza.   Durante la ricreazione, intratteneva tutti giocando o cantando allegramente.   Per un periodo della sua vita, si nutrì esclusivamente dell’Eucaristia, ma, essendo responsabile della cucina, si assicurò che le suore avessero sempre abbastanza da mangiare.   Analogamente, in un altro periodo della sua vita, ebbe la fortuna di non aver bisogno di dormire, ma si premurava comunque di assicurarsi che le sue sorelle non fossero troppo stanche.

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In seguito, Agnese divenne maestra delle novizie. Insegnò loro la «chiusura interiore», cioè questa vita di unione con Gesù nonostante le occupazioni esteriori.   A ventiquattro anni fu eletta superiora del convento. Desiderava – cosa inaudita per l’epoca – ottenere il permesso per la sua comunità di ricevere la comunione quotidianamente. La richiesta fu respinta; solo lei mantenne il diritto di ricevere la comunione ogni giorno.   Per umiltà e per non dare nell’occhio, si asteneva regolarmente da questo grande privilegio. Insegnava alle sue consorelle a fare frequenti e ferventi comunioni spirituali.   Per tutta la vita soffrì di cattiva salute. A soli trentadue anni, sentì la morte avvicinarsi.   Gesù gli affidò un’ultima missione. Gli chiese di vivere e soffrire ancora un po’ per la conversione di un peccatore, e questo peccatore era un sacerdote: Jean-Jacques Olier.   A quel tempo, questo giovane prete mondano, proveniente da un’influente famiglia parigina, frequentava l’alta società della capitale e prestava poca attenzione all’abbazia di Pébrac, di cui era responsabile e dove non aveva mai messo piede.   Si narra che Madre Agnese ebbe una visione della Vergine Maria nel 1631. La Vergine Maria le chiese di pregare per l’abate di Pébrac.   A quel tempo, né Agnès né padre Olier si conoscevano.   Nel 1633, quando il giovane sacerdote decise di cambiare vita e rinunciare a tutti i piaceri mondani, si propose di andare a conoscere la sua abbazia di Pébrac.   Fu in questo periodo che, un giorno, mentre pregava ferventemente, ebbe la visione di una suora a lui sconosciuta che pregava per la sua conversione.   Durante il suo soggiorno a Pébrac, padre Olier venne a conoscenza della santità della superiora del convento di Langeac, situato non lontano da lì. Decise quindi di andarla a trovare.   Riconobbe immediatamente la giovane suora dalla sua immagine. Iniziò così un’intensa relazione spirituale tra queste due anime.   Agnese chiamò padre Olier «il figlio delle sue lacrime» perché, dopo aver pregato intensamente per lui per più di due anni, offrì gli ultimi sei mesi della sua vita per la santificazione del sacerdote.   Durante tutto il periodo in cui padre Olier rimase nella regione, si videro molto spesso.

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Madre Agnese esortò il giovane sacerdote a vivere più vicino al Signore Gesù, ad abbracciare la croce di Cristo e a sviluppare una stretta relazione con la Vergine Maria.   Il giorno in cui padre Olier ripartì per Parigi, Agnès fu colta da un dolore lancinante. La sua ultima missione era compiuta.   Con le sue preghiere e i suoi consigli, aveva guidato padre Olier sulla via della santità e lo aveva incoraggiato a fondare i primi seminari di Saint-Sulpice, che avrebbero aiutato tanti sacerdoti a diventare eccellenti pastori d’anime.   Agnese morì il 19 ottobre 1634, lasciando alle figlie il compito spirituale di pregare in particolare per la santificazione dei sacerdoti.   Articolo pubblicato su Courrier des Croisés n. 252 , luglio-agosto 2019.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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