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Politica

Ben Gvir irrompe ad al-Aqsa e minaccia di morte un prigioniero palestinese

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Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha guidato una massiccia incursione nel complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme.

 

Ben-Gvir, leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit, si è presentato domenica al complesso per celebrare la festività ebraica di Sukkot. Gli ebrei chiamano l’area intorno alla moschea Monte del Tempio, perché in tempi antichi ospitava due templi ebraici prima di diventare il terzo luogo più sacro per i musulmani.

 

Il ministro era accompagnato da un servizio di sicurezza pesantemente armato e da una folla di civili israeliani. Secondo il governatorato di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese, in tutto 1.143 israeliani hanno fatto irruzione nel complesso in diversi gruppi successivi.

 

Le immagini riprese sul posto mostrano Ben-Gvir mentre brandisce un enorme rotolo della Torah ed esegue rituali talmudici tra gli applausi dei presenti.

 

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Poco dopo essere entrato nel complesso, Ben-Gvir ha suscitato ulteriori polemiche, diffondendo su X un filmato in cui lo si vede confrontarsi con Hassan Salameh, un prigioniero palestinese di alto profilo, in carcere. Salameh, ritenuto un’importante figura di Hamas, è detenuto da Israele da trent’anni per gli attentati terroristici del 1996, tra cui l’attentato ad un autobus.

 

Il filmato diffuso dal Ben-Gvir lo mostra insieme a diverse guardie armate di fucili d’assalto mentre incontra Salameh, ammanettato, in una piccola stanza. «Voglio ucciderti. Voglio giustiziarti», ha detto Ben-Gvir a Salameh. L’incontro ha lasciato il prigioniero «tremante e terrorizzato», ha affermato il ministro dello Stato Ebraico .

 

 

La trovata è stata duramente condannata da diverse organizzazioni per i diritti umani come abusiva e disumana. L’Ufficio stampa dei prigionieri palestinesi, ad esempio, ha condannato le azioni di Ben-Gvir definendole un «atto criminale» e una volgare messa in scena politica.

 

Ben-Gvir è stato il principale sostenitore della legge sulla pena di morte per i terroristi palestinesi, recentemente approvata, che conferisce a Israele ampi poteri di esecuzione per i presunti «terroristi». La legge prevede la pena di morte per chi viene condannato per attacchi terroristici mortali volti a «porre fine all’esistenza di Israele» – una disposizione che, secondo i critici, di fatto esenta gli israeliani di origine ebraica, rendendo la legge applicabile quasi esclusivamente ai palestinesi. La pena di morte deve essere eseguita entro 90 giorni dalla sentenza, senza possibilità di appello.

 

L’entusiasmo del Ben Gvir verso la riforma per la pena capitale ai palestinesi (per gli stessi crimini, agli ebrei non può essere comminata) era visibile dalle spillette a forma di cappio e dalla recente torta di compleanno, anche quella con un cappio stampatoci sopra.

 

Il ministro del partito sionista secolarista Otzma Yehudit («Potere ebraico»), creato dal rabbino ultrasionista Meir Kahane ucciso da ignoti nel 1990 a Nuova York, è noto per la sua retorica incendiaria nei confronti dei palestinesi e per il trattamento brutale riservato ai prigionieri, compresi gli attivisti internazionali, ed è stato sanzionato da diversi Paesi per aver ripetutamente incitato alla violenza contro di loro.

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Come riportato da Renovatio 21, ad inizio mese era emerso che il ministro ministro israeliano aveva presentato il 3 agosto un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza: cioè, secondo alcuni osservatori, una vera pulizia etnica.

 

In una trasmissione della scorsa settimana Ben Gvir ha dichiarato che Israele dovrebbe effettuare dai 30 ai 40 «assassinii mirati» a Gaza ogni notte.

 

A giugno il ministro aveva detto che il Libano dovrebbe essere il «parco giochi» di Israele. In precedenza, su X, aveva scritto che «tutto il Libano dovrebbe bruciare», in risposta agli attacchi di Hezbollah.

 

Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir, come il collega ministro sionista religioso Bezalel Smotrich, ritiene che il popolo palestinese non esista. In questi mesi ha spinto per il ritorno della guerra a Gaza. In varie occasioni si è recato a pregare sulla spianata delle Moschee – atto proibito per gli israeliani – di modo da infiammare gli animi.

 

Il ministro pochi giorni fa si è mostrato raggiante mentre inaugurava un centro di impiccagioni per palestinesi. Ben Gvir ha postato, per poi cancellarlo, un video fatto con l’IA che lo mostra presiedere ad una sorta di campo di concentramento dove i detenuti sono portati dentro con un nastro trasportatore simile a quelli dei mattatoi.

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Politica

La Gran Bretagna potrebbe annullare la Brexit: parla il neopremier Burnham

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Il premier britannico Andy Burnham ha detto che la Gran Bretagna potrebbe, in prospettiva, tornare nell’Unione Europea, mentre il suo esecutivo valuta diverse strade per ridefinire i rapporti con il blocco a dieci anni dal referendum sulla Brexit.   In un’intervista alla BBC mercoledì, Burnham ha dichiarato che la Brexit ha fatto «più male che bene», sostenendo che l’assetto attuale frena la crescita economica e non ha consegnato il controllo sull’immigrazione che era stato promesso. Ha aggiunto che il governo esaminerà alternative che vanno dal mantenere lo status quo all’adesione a un’unione doganale o al mercato unico, fino a un eventuale rientro definitivo nell’UE.   Di recente si è parlato sempre più spesso di un possibile ritorno all’UE, con diversi esponenti britannici di primo piano che hanno avanzato l’ipotesi. Le parole di Burnham sono l’indicazione più netta finora che un rientro potrebbe essere un’opzione concreta, anche se una mossa del genere riaprirebbe i nodi di sovranità, immigrazione e controllo normativo che hanno spinto gran parte del voto per l’uscita.

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Nel giugno 2016 i britannici hanno votato per uscire dall’UE con il 52% contro il 48%, avviando anni di trattative sui termini della Brexit. Il Regno Unito ha lasciato formalmente il blocco nel gennaio 2020 e ha abbandonato mercato unico e unione doganale alla fine dello stesso anno.   Per molti elettori del Leave la Brexit riguardava soprattutto sovranità e immigrazione, più che l’economia. Un sondaggio Ashcroft subito dopo il referendum ha rilevato che il 49% di chi aveva votato per uscire indicava come motivo principale la volontà che le decisioni sul Regno fossero prese in Gran Bretagna, mentre il 33% citava il desiderio di riprendere il controllo su immigrazione e confini. Solo il 6% metteva in primo piano i benefici attesi per commercio ed economia. Al contrario, il 43% di chi aveva votato per restare indicava come preoccupazione principale il rischio della Brexit per economia, occupazione e prezzi.   La Brexit ha messo fine alla libera circolazione nell’UE e ha dato a Londra il controllo su chi potesse trasferirsi in Gran Bretagna dall’Unione. Questo, però, non si è tradotto in un calo complessivo dell’immigrazione. Il saldo migratorio netto è anzi salito in modo netto, con un aumento degli arrivi da Paesi extra-UE, fino al record di 944.000 persone nell’anno concluso a marzo 2023, prima di calare bruscamente dopo l’inasprimento delle norme sui visti. I cittadini extra-UE restano la maggioranza degli ingressi.   Il cambiamento ha avuto un effetto speculare: i cittadini britannici hanno perso i diritti di libera circolazione dell’UE e ora sono soggetti ai requisiti di ingresso previsti per i viaggiatori extra-UE nello spazio Schengen.   La Brexit ha inoltre dato alla Gran Bretagna una politica commerciale autonoma, permettendole di negoziare accordi senza il via libera degli Stati membri dell’UE. Da allora Londra ha chiuso intese con Australia, Nuova Zelanda e India e ha aderito al CPTPP, un importante blocco commerciale indo-pacifico. Tuttavia l’Office for Budget Responsibility (OBR) stima che i benefici economici di lungo periodo degli accordi post-Brexit siano modesti rispetto all’impatto atteso dalle maggiori barriere commerciali con l’UE.   Ciononostante il blocco resta il principale partner commerciale della Gran Bretagna, con circa il 41% delle esportazioni britanniche e circa la metà delle importazioni nel 2025.   I critici sostengono che i costi economici della Brexit abbiano superato i benefici. L’Ufficio per la Responsabilità di Bilancio (OBR) stima che la Brexit ridurrà alla fine l’intensità degli scambi dell’economia britannica di circa il 15% e la produttività di circa il 4% rispetto alla permanenza nell’UE. Si tratta di ipotesi di modellizzazione di lungo periodo, non di perdite osservate in modo diretto, e la performance economica britannica dopo la Brexit è stata influenzata anche dalla pandemia di COVID-19, dal conflitto in Ucraina e da più ampie perturbazioni del commercio globale.   L’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale ha anche creato nuove barriere commerciali con il principale partner della Gran Bretagna. Le imprese devono ora affrontare dichiarazioni doganali, regole di origine e controlli aggiuntivi che non c’erano quando il Paese era membro dell’UE.   Sebbene la Brexit abbia dato a Londra un maggiore controllo sull’immigrazione legale, Burnham ha sostenuto che ha indebolito la capacità del Paese di contrastare quella irregolare, riducendo la cooperazione con i Paesi europei, in particolare sugli attraversamenti della Manica.   Burnham non ha collegato in modo esplicito la revisione del ruolo dell’UE alla tenuta del Regno britannico. L’iniziativa si inserisce però nel contesto dei partiti indipendentisti e nazionalisti irlandesi in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, che spingono per l’indipendenza o la riunificazione irlandese e presentano una maggiore integrazione con l’UE come parte della loro visione.   Questo mese l’SNP e il Plaid Cymru, entrambi indipendentisti, insieme al Sinn Féin, favorevole all’unificazione irlandese, hanno riaffermato insieme il diritto all’autodeterminazione delle rispettive nazioni e hanno chiesto a Londra di facilitare un cambiamento costituzionale, dichiarando che il loro futuro «appartiene all’Unione Europea».   Burnham, dal canto suo, ha fatto della tenuta del Paese una priorità esplicita. Rispondendo martedì alla previsione del primo ministro scozzese John Swinney, secondo cui sarebbe stato l’ultimo premier del cosiddetto Regno Unito, ha promesso di «combattere con tutte le mie forze per mantenere unito il Paese».

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In materia di sicurezza, Gran Bretagna e UE si sono già avvicinate in modo significativo nonostante la Brexit. Il Regno Unito resta una delle principali potenze militari europee della NATO, mentre il Partenariato di sicurezza e difesa Regno Unito-UE del 2025 ha istituito consultazioni strategiche periodiche e ha ampliato la cooperazione su Ucraina, sanzioni alla Russia, mobilità militare e produzione di armamenti. Ha inoltre aperto la strada a un maggiore coinvolgimento britannico nelle iniziative di difesa dell’UE.   Un eventuale ritorno non sarebbe automatico né ripristinerebbe le precedenti condizioni di adesione. Londra  dovrebbe presentare una nuova domanda formale e seguire l’intero processo di adesione, che richiede l’approvazione unanime degli Stati membri e il consenso del Parlamento europeo. Alla Gran Bretagna non sarebbero inoltre garantite le deroghe e gli accordi speciali di cui godeva prima della Brexit: i termini di una nuova adesione andrebbero negoziati.   Subito dopo il referendum del 2016 i leader dell’UE dissero di rammaricarsi della scelta britannica, pur rispettandone l’esito. Nei negoziati successivi sul recesso Bruxelles tenne una linea rigida, insistendo sul fatto che la Gran Bretagna non potesse conservare i benefici dell’adesione dall’esterno e respingendo l’idea di «selezionare solo i vantaggi» del mercato unico.   Tuttavia Un decennio dopo Bruxelles non esclude il ritorno di Londra. A luglio il commissario europeo Maros Sefcovic ha detto che la richiesta di adesione è «una prerogativa esclusiva» dei britannici. L’ex negoziatore dell’UE per la Brexit, Michel Barnier, ha dichiarato a giugno che la «porta dell’UE è aperta», sottolineando però che la Gran Bretagna non può semplicemente scegliere quali regole dell’UE seguire.

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Immagine di sebastiandoe5 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic  
   
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Politica

I socialisti tedeschi chiedono la messa al bando di AfD

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Il Partito Socialdemocratico tedesco (SPD) ha chiesto un’indagine formale che potrebbe aprire la strada al divieto di Alternative für Deutschland (AfD), formazione di destra in testa ai sondaggi nazionali dopo importanti vittorie alle elezioni regionali.

 

La richiesta arriva dopo i risultati schiaccianti dell’AfD in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore all’inizio del mese, dove ha ottenuto rispettivamente il 43,8% e il 38,2%. L’Unione Cristiano Democratica (CDU) del cancelliere Friedrich Merz ha registrato perdite pesanti e non ha superato la soglia del 5% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore.

 

Martedì i leader parlamentari dell’SPD al Bundestag, nei Landtag e al Parlamento europeo hanno chiuso un vertice di due giorni a Brema definendo di nuovo l’AfD un «partito di estrema destra». L’hanno accusata di minacciare la democrazia «dall’interno» e di «normalizzare il razzismo».

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L’AfD ha respinto le accuse di estremismo. Di fronte a una proposta parallela di possibile divieto ad Amburgo, il leader parlamentare Dirk Nockemann l’ha definita un «attacco alla democrazia e alla volontà degli elettori» e ha liquidato il gruppo di lavoro proposto come «disperato».

 

Il partito euroscettico chiede controlli più rigidi sull’immigrazione e si oppone al sostegno di Berlino all’Ucraina e alle sanzioni contro la Russia.

 

A livello federale l’AfD resta classificata dall’intelligence interna tedesca come organizzazione sospetta di estremismo di destra.

 

A febbraio un tribunale di Colonia ha bloccato il tentativo dell’agenzia di elevare l’AfD al rango di organizzazione estremista di destra confermata, in attesa del giudizio di merito. Diverse sezioni statali del partito restano sotto la classificazione più severa.

 

L’SPD chiede ai governi federale e statali di istituire entro fine anno un gruppo di lavoro congiunto per valutare se esistano i presupposti giuridici per chiedere un divieto. Avviare la verifica «è una necessità legale» e un «dovere democratico», ha detto.

 

Lo stesso Merz si è detto scettico sulla possibilità di mettere al bando il partito. All’inizio del mese il cancelliere ha osservato che l’ostacolo legale era «molto alto» e ha sostenuto che un divieto all’AfD non risolverebbe i problemi che, secondo i suoi elettori, affliggono la formazione.

 

Come riportato da Renovatio 21, AfD ha querelato Merz dopo che quest’ultimo ha dichiarato che la formazione di destra sta istigando alla pulizia etnica.

 

Secondo il diritto tedesco solo la Corte costituzionale federale può vietare un partito. Non bastano posizioni anticostituzionali: il partito deve puntare attivamente a minare l’ordine democratico e avere concrete possibilità di raggiungere i propri obiettivi.

 

A fine agosto il ministro della Difesa Boris Pistorius e il governatore del Baden-Württemberg Cem Özdemir hanno affermato che l’AfD dovrebbe essere vietata perché, a loro avviso, mette in discussione «l’inviolabilità della dignità umana» sancita della Grundgesetz, la Costituzione tedesca – quella che, tra parentesi, il governo tedesco ha violato mostruosamente durante il periodo di repressione pandemica e che viola ancora oggi conla sua guerra al «complottismo» e alla libera espressione. I due esponenti, rispettivamente del Partito Socialdemocratico (SPD) e del Partito dei Verdi, hanno richiamato la linea dura del partito di destra in materia di immigrazione.

 

L’AfD è già sotto osservazione delle autorità federali tedesche, che classificano il partito come un’entità «sospetta di estremismo di destra». In diverse regioni le sezioni locali dell’AfD sono state sottoposte a un monitoraggio ancora più esteso.

 

L’agenzia di Intelligence nazionale tedesca chiamata Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV) – l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, meglio nota come BfV – era arrivata a mettere sotto sorveglianza il suo ex presidente Hans-Georg Maaßen, sospettandolo di legami con l’estrema destra del paese, hanno riferito i media locali.

 

A dicembre 2023, il presidente della sezione sassone dell’Ufficio per la protezione della Costituzione (BfV), Dirk-Martin Christian, ha annunciato che l’AfD era stato ufficialmente ritenuto estremista per la sua «agenda anticostituzionale». Tale status giuridico consente al BfV di utilizzare mezzi di sorveglianza e di intelligence per raccogliere informazioni senza restrizioni sulle attività del partito di destra.

 

La Grundgesetz, la «legge di base» e cioè la Costituzione tedesca sulla quale il BfV dovrebbe vigilare, è stata umiliata durante la pandemia (il suo primo articolo recita: «La dignità dell’uomo è intangibile. È dovere di ogni potere statale rispettarla e proteggerla») è successivamente modificata per poter aumentare la spesa militare, che con l’Ucraine (e non solo) sta gonfiandosi senza requie, segno di una effettiva rimilitarizzazione della Germania.

 

La spinta arriva mentre l’AfD ha consolidato un vantaggio record nei sondaggi sul blocco CDU/CSU di Merz. Un sondaggio INSA attribuisce all’AfD il 29,5%, contro il 19% della CDU/CSU e solo il 14,5% dell’SPD. I due partiti di governo insieme arrivano al 33,5%, appena quattro punti in più rispetto alla sola AfD.

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La co-leader dell’AfD, Alice Weidel, ha reagito al sondaggio accusando la CDU di «aggrapparsi al firewall antidemocratico» e sostenendo che quella linea sta in definitiva «distruggendo la Germania». Il «cordone sanitario» indica il rifiuto degli altri principali partiti tedeschi di collaborare con l’AfD.

 

Ad essere d’accordo con il cordone sanitario contro AfD è anche, in Italia, un membro della coalizione del governo teoricamente di destra: in un’intervista rilasciata a Repubblica nel settembre 2026, il deputato di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Affari Esteri della Camera Giulio Tremonti ha dichiarato che il cordone sanitario nei confronti dell’AfD in Germania resta l’unica opzione.

 

Tremonti ha affermato che alcune dinamiche attuali ricordano la Repubblica di Weimar, caratterizzata da una società traumatizzata e in crisi. Secondo l’ex ministro, sebbene l’AfD sia un partito estremista, gran parte del suo elettorato non è composto da estremisti, ma da cittadini che esprimono un disagio sociale profondo legato agli errori della globalizzazione, alla crisi dell’Unione Europea e all’inverno demografico.

 

Resta da capire come Tremonti creda di far politica in Germania con i partiti esistenti, tutti dimostratisi fallimentari se non suicidi. Forse, avendo l’ex ministro cambiato diversi partiti italiani, può spiegarcelo.

 

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Politica

Elezioni francesi, «vittoria storica» della Le Pen al Senato: potrà finalmente formare un gruppo

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Il Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen e un partito alleato hanno ottenuto per la prima volta abbastanza seggi al Senato francese per formare un gruppo. La svolta arriva a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, in cui i sondaggi danno ora Le Pen in testa.   Dopo il voto di domenica, RN e l’Unione della Destra per la Repubblica (UDR) deterranno insieme almeno 15 seggi nella camera alta, composta da 348 membri. Un gruppo richiede almeno dieci membri e dà ai suoi parlamentari un ruolo maggiore nelle commissioni del Senato, dove si esaminano le leggi.   «Questa è una vittoria storica e una pietra miliare con la formazione, per la prima volta, di un gruppo al Senato», ha scritto Le Pen su X. Ha detto che il risultato mostra il crescente sostegno del partito in tutta la Francia e che i suoi senatori porteranno le preoccupazioni delle comunità locali nella campagna presidenziale.

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Nonostante i recenti successi di RN, il Senato resterà controllato dai repubblicani conservatori e dai loro alleati centristi.   Il presidente di RN, Jordan Bardella, ha comunque definito il risultato un segno dello slancio del partito in vista di quella che ha descritto come «la madre di tutte le battaglie», riferendosi alle imminenti elezioni presidenziali.   A luglio la Corte d’Appello di Parigi ha ridotto la squalifica quinquennale di Le Pen dalle cariche elettive, inflittale per appropriazione indebita di fondi, consentendole di candidarsi alle elezioni del 2027 per succedere a Emmanuel Macron, che lascerà l’incarico dopo due mandati.   Come riportato da Renovatio 21, un anno fa la polizia fece irruzione nella sede parigina del RN. Il raid di perquisizione avveniva circa tre mesi dopo che un tribunale francese aveva dichiarato colpevoli di appropriazione indebita di fondi dell’Unione Europea alcuni alti dirigenti della RN, tra cui Le Pen. Le indagini andavano avanti da tempo.   Come riportato da Renovatio 21, la Le Pen aveva incassato tre mesi fa la solidarietà del presidente USA Donaldo Giovanni Trump, che ha definito la condanna da parte del tribunale francese come «un grosso problema».   Un sondaggio di Toluna Harris Interactive, pubblicato lunedì, vede Le Pen in testa con il 35-36% al primo turno e prevede che, in un ipotetico ballottaggio, sconfiggerebbe sia il leader di sinistra di France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, sia l’ex primo ministro centrista Édouard Philippe.   La svolta di Rassemblement National ha suscitato una reazione ostile da parte delle fazioni rivali, tra cui il capogruppo socialista al Senato, Patrick Kanner, il quale ha detto che il suo partito si impegnerà a contenere la «camera degli orrori» che entrerò in Senato.   La Le Pen ha accusato Kanner di «disonorarsi» e di insultare sia i senatori neoeletti sia i funzionari locali che li hanno votati.  

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