Economia
Apocalisse e decrescita: a lavoro solo con il Green Pass. Confindustria discute la distruzione dell’articolo 1 della Costituzione Italiana?
Secondo lo scoop del quotidiano romano Il Tempo, una lettera circolante nelle alte sfere di Confindustria – la maggiore organizzazione che rappresenterebbe le grandi aziende italiani – starebbe discutendo il green pass come condizione necessaria per accedere alle aziende in cui si lavora. Se il dipendente non volesse sottomettersi, si dovrebbe pensarlo o a relegarlo ad altre mansioni o – come già nel caso dei sanitari – lasciarlo a casa senza stipendio.
«Nonostante la campagna vaccinale abbia registrato finora un buon andamento, numerose imprese associate hanno segnalato la presenza di percentuali consistenti di lavoratori che scelgono liberamente di non sottoporsi alla vaccinazione, esponendo di fatto ad un maggior rischio di contrarre il virus se stessi e la pluralità di soggetti a cui direttamente o indirettamente entrano in contatto condividendo in maniera continuativa gli ambienti di lavoro».
La contorsione è encomiabile: pare addirittura che ai lavoratori non vaccinati si voglia levare il lavoro (e i mezzi di sussistenza: a loro e alle centinaia di migliaia di famiglie che sostengono) per il loro bene. Del resto, i geni confindustriali stanno alla larga dalla logica per cui ad essere in pericolo non può essere la «pluralità di soggetti» vaccinati che entra in contatto con l’operaio no-vax
La contorsione è encomiabile: pare addirittura che ai lavoratori non vaccinati si voglia levare il lavoro (e i mezzi di sussistenza: a loro e alle centinaia di migliaia di famiglie che sostengono) per il loro bene. Del resto, i geni confindustriali stanno alla larga dalla logica per cui ad essere in pericolo non può essere la «pluralità di soggetti» vaccinati che entra in contatto con l’operaio no-vax. Perché, se i vaccinati sono a rischio, cosa si sono vaccinati a fare?
Sorvoliamo pure sull’idea, oramai corroborata anche in dichiarazione TV di vari «esperti» ultravaccinisti, per cui a creare le varianti non sarebbero i non-vaccinati, ma proprio i vaccinati: non possiamo chiedere alla compagine dei sedicenti padroni del vapore, per tanti anni ossequiosi di agenti della Necrocultura come alcuni membri della famiglia Agnelli, troppi sforzi di intelligenza.
La lettera prosegue:
«Al fine di tutelare tutti i lavoratori e lo svolgimento dei processi produttivi, nel pieno rispetto delle libertà individuali, Confindustria ha proposto l’estensione dell’utilizzo delle certificazioni verdi (green pass) per accedere ai contesti aziendali, avviando interlocuzioni con il governo ai fini di una soluzione normativa in tal senso».
Capito? Per tutelare i lavoratori (che interessano i padroni delle mega-aziende sempre moltissimo) e i «processi produttivi» (che interessano ancora di più), è la stessa associazione industriale a muovere sul governo per poterli lasciare a casa. Viene da pensare al malizioso: non è che sia quello il fine recondito? Avere la giustificazione, in un quadro di economia in contrazione spaventosa, di licenziare masse intere di lavoratori nel silenzio di politica e sindacati? Sono pensieri maliziosi da cui ci dissociamo: sono gli stessi che fanno quei complottisti che credono che ciò che sta accadendo serva ad un piano di riduzione della popolazione terrestre, di eliminazione nemmeno più graduale delle masse umane parassite del pianeta, come era suggerito in un video emanato dal fondatore di un partito al governo.
Dall’espansione si passa al decremento – la decrescita di cui si riempiono la bocca le varie sfumature di ecofascismo ora al potere in Italia e in tutti gli ambiti transnazionali. Le grandi aziende, che dovrebbero avere come imperativo per sé e per i propri stakeholder (e i propri lavoratori…) la crescita economica, si stanno solo adeguando
Dall’espansione si passa al decremento – la decrescita di cui si riempiono la bocca le varie sfumature di ecofascismo ora al potere in Italia e in tutti gli ambiti transnazionali. Le grandi aziende, che dovrebbero avere come imperativo per sé e per i propri stakeholder (e i propri lavoratori…) la crescita economica, si stanno solo adeguando. Della mutazione in corso Renovatio 21 ha pubblicato alcuni articoli del professore della New York University Michael Rectenwald: il capitalismo sta mutando profondamente, al punto che (molto controintuitivamente) pare non sia più nemmeno il profitto a muovere le scelte economiche delle grandi aziende.
Il compianto Gianni Collu lo aveva capito più di 40 anni fa. Studioso marxista, si era resto conto che mentre le lotte operaie sognavano ancora una rivoluzione di fabbriche che fabbricano e proletari e fanno prole, i padroni del vapore – ad esempio il Club di Roma, dove i grandi industriali come gli Agnelli e i Rockefeller si accompagnavano a reali e potenti di ogni parte del globo – non volevano fabbricare più nulla, anzi: volevano deindustrializzare l’economia, e, più importante, de-umanizzare il pianeta. Concetti di fallacia assoluta come quello di «Bomba demografica» (inventato dall’entomologo Paul Ehrlich, le cui previsioni sono state sbugiardate tutte; era dimenticato, lo ha ripescato il Vaticano di Francesco invitandolo ai suoi lavori di econazismo anticristico) o di «Limiti della crescita» (titolo dello MIT che Peccei finanziò al MIT di Boston) nacquero lì, e da lì il loro traino su giornali, riviste, TV, film, università… sino a Casaleggio (che elogia il Club di Roma nei suoi libri) e Greta Thunberg.
Il titolo del libro, ora introvabile (e, ad occhio, de-amazonizzato), era Apocalisse e rivoluzione. Dall’idea della rivoluzione, diceva il marxista Collu, siamo passati all’idea di apocalisse. Dall’espansione alla contrazione: il cambio di paradigma è totale, e il suo costo è misurabile in vite umane perdute, impedite, spente, sacrificate al niente.
Ma restiamo terra-terra.
Dall’espansione alla contrazione: il cambio di paradigma è totale, e il suo costo è misurabile in vite umane perdute, impedite, spente, sacrificate al niente
«La posizione assunta da Confindustria – continuano stralici della lettera captata da Il Tempo citati anche da La Verità – è che l’esibizione di un certificato verde valido dovrebbe rientrare tra gli obblighi di diligenza, correttezza e buona fede su cui poggia il rapporto di lavoro. In diretta conseguenza di ciò, il datore ove possibile potrebbe attribuire al lavoratore mansioni diverse da quelle normalmente esercitate, erogando la relativa retribuzione; qualora ciò non fosse possibile, il datore dovrebbe poter non ammettere il soggetto al lavoro, con sospensione della retribuzione in caso di allontanamento dall’azienda».
Fermi tutti: i maliziosi che pensano che una simile situazione potrebbe permettere licenziamenti facili si sbagliano di grosso. Ci immaginiamo la fila di aziende che, in un impeto filantropico travolgente, cercano forsennatamente nuove mansioni a cui affidare «il soggetto», e notate bene l’uso di questa parola, che non suona né come «lavoratore» né come «persona». Insomma, tante aziende, invece che lasciare a casa i «soggetti» non-vaccinati con sgravio rilevante sul loro bilancio in tempo di crisi, non vedranno l’ora di pagarli per fare qualcosa per cui non sono nemmeno stati assunti.
Non una grinza.
In realtà, per sistemare i «soggetti» in azienda potrebbero non servire leggi e circolari governative, sindacali, confindustriali: basterà, ne siamo certi, l’emarginazione quando non la vera e propria persecuzioni da parte dei colleghi siringati a cui la classe lavoratrice bio-dissidente sarà esposta
In realtà, per sistemare i «soggetti» in azienda potrebbero non servire leggi e circolari governative, sindacali, confindustriali: basterà, ne siamo certi, l’emarginazione quando non la vera e propria persecuzioni da parte dei colleghi siringati a cui la classe lavoratrice bio-dissidente sarà esposta.
Renovatio 21 ha raccolto nelle ultime ore diverse testimonianze raccapriccianti che ricoprono tutto l’arco delle professioni umane, perché i redpillati, coloro che si sono svegliati davanti a questo disegno di morte, sono in tutti i lavori, in tutte le etnie, in tutte le classi sociali, in tutti i background culturali.
Un impiegato che teme gli sarà interdetto di entrare nel suo ufficio.
Un’indossatrice a cui, in barba a diritti, decreti, Privacy, GDPR, etc. viene chiesto un certificato anche solo per indossare degli abiti in un grande stanzone.
È impossibile non osservare chiaramente all’opera nemmeno quell’idea di discriminazione per la quale la Nazionale di calcio ha stupidamente prestato il ginocchio. Di più: è impossibile non pensare che questo, che parte con microagressioni e ordini da kapò, non si possa trasformare in veri e propri pogrom contro i renitenti alla puntura di mRNA sintetico
Un lavoratore nel campo della metalmeccanica, attaccato durante la pausa pranzo da un collega che lo ha accusato, in quanto non vaccinato, di essere la causa di tutta questa situazione, e soprattutto delle varianti.
È impossibile non osservare chiaramente all’opera nemmeno quell’idea di discriminazione per la quale la Nazionale di calcio ha stupidamente prestato il ginocchio. Di più: è impossibile non pensare che questo, che parte con microagressioni e ordini da kapò, non si possa trasformare in veri e propri pogrom contro i renitenti alla puntura di mRNA sintetico.
E poi ancora: hanno scritto e telefonato in molti a Renovatio 21 perché, fuor di COVID, piovono lettere ai genitori degli alunni che devono andare alle elementari: la legge non prevede che il bambino non vaccinato non sia ammesso allo studio, tuttavia lettere in cui si invita rigidamente a presentare la documentazione fioccano ovunque, talvolta anche sotto forma di raccomandata.
Ma torniamo ai lavoratori – non ci siamo dimenticati , soprattutto qui a Renovatio 21 – che questo monstrum civile è già la dura realtà dei sanitari (nell’attesa che lo diventi anche per gli insegnanti), con l’orrendo DL 44, votato dalla compagina di governo più ampia della storia della Repubblica.
Ora ci chiediamo, davvero, cosa vogliamo fare della Costituzione Italiana (la più bella del mondo, diceva la sinistra ebete nelle sue marcette qualche anno fa) quando si arriva a negare direttamente il primo articolo?
Ora ci chiediamo, davvero, cosa vogliamo fare della Costituzione Italiana (la più bella del mondo, diceva la sinistra ebete nelle sue marcette qualche anno fa) quando si arriva a negare direttamente il primo articolo?
Qui non pensiamo che la Costituzione Italiana sia la più bella del mondo – anzi. Ci riconosciamo in una battuta attribuita a Silvio Berlusconi: la Costituzione Italiana ha un sapore sovietico. A cosa si riferiva il Cavaliere? All’articolo 1: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Il «lavoro» inserito nella prima riga del documento di fondazione del nuovo Stato era un segnale chiaro, diciamo un’insegna al neon, della vittoriosa presenza del PCI di Togliatti – e quindi di Stalin e dell’Unione Sovietica.
Senza Costituzione, quale Stato di diritto è possibile? Senza Stato di diritto, quale Stato è possibile? Senza Costituzione, quale Stato di diritto è possibile? Senza Stato di diritto, quale Stato è possibile?
Si mormora, del resto, che De Gasperi mandò avanti i giovani democristiani scalpitanti come La Pira & co. perché, con la lungimiranza nulla che qualcuno poi gli riconoscerà, preferiva dedicarsi alle cose serie. I democristiani che scrissero la Costituzione con i comunisti fan assoluti del concetto di «lavoro» accettarono ogni compromesso, anzi indietreggiarono ancora di più – dissero OK nonostante l’assenza della parola «Dio» dalla Costituzione, che all’epoca a qualcuno sembrava ancora una cosa strana.
E così ci trovammo la Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro sin dal suo primo verso. Ora, dopo quanto stiamo vedendo accadere sotto i nostri occhi, non abbiamo idea di come sia possibile credere agli altri 138 articoli e 18 disposizioni transitorie.
Senza Costituzione, cosa succede? Lo Stato che dovrebbe basarvisi, quale legittimità può avere, se non quella della forza bruta contro i propri cittadini?
Noi sappiamo tuttavia una cosa, e la stiamo vedendo accadere con i nostri stessi occhi: una sorta di guerra civile, basata su una discriminazione biologico-molecolare, potrebbe manifestarsi.
Senza Costituzione, quale Stato di diritto è possibile? Senza Stato di diritto, quale Stato è possibile?
Non ci aspettiamo che qualche solone della giurisprudenza, politico, boiardo governativo, personaggio TV a caso, magari strapagato con il sangue delle nostre tasse, ci risponda.
Noi sappiamo tuttavia una cosa, e la stiamo vedendo accadere con i nostri stessi occhi: una sorta di guerra civile, basata su una discriminazione biologico-molecolare, potrebbe manifestarsi.
Ripetiamolo: la guerra biotica si sta avvicinando. Qualcuno ci aiuti a fermare questa follia
Ripetiamolo: la guerra biotica si sta avvicinando.
Qualcuno ci aiuti a fermare questa follia.
Roberto Dal Bosco
Economia
Furto di criptovalute per un valore di 89 milioni di dollari: «nuovo paradigma dell’IA»
Il furto di almeno 89 milioni di dollari in criptovalute, presumibilmente custodite in modo sicuro in portafogli hardware ad alta sicurezza, ha spinto un produttore di hardware per cripto a lanciare l’allarme, avvertendo che un «nuovo paradigma di Intelligenza Artificiale» sta ridefinendo la sicurezza informatica.
I portafogli hardware sono dispositivi fisici che memorizzano le chiavi private necessarie per accedere alle criptovalute e sono stati a lungo considerati più sicuri rispetto al deposito di asset digitali sugli exchange.
La scorsa settimana, tuttavia, gli utenti di alcuni portafogli Coldcard hanno visto i propri fondi svuotati da ignoti in una serie di attacchi.
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Il furto è stato insolito perché gli aggressori sono riusciti a risalire alle chiavi degli utenti dopo aver scoperto che l’algoritmo dei portafogli non generava numeri sufficientemente casuali. I dispositivi stessi non sono stati hackerati e non erano connessi a Internet, come avviene tipicamente con i cosiddetti sistemi di archiviazione a freddo (cold storage).
Le criptovalute funzionano tramite registri distribuiti che registrano le transazioni, mentre chiavi crittografiche segrete vengono utilizzate per verificare che un trasferimento sia stato autorizzato dal legittimo proprietario.
«Riteniamo che questa sia una dura realtà del nuovo paradigma dell’Intelligenza Artificiale», ha scritto venerdì Rodolfo Novak, CEO dell’azienda canadese Coinkite , in un messaggio di scuse per il difetto riscontrato nei dispositivi Coldcard.
«L’analisi del codice assistita dall’Intelligenza Artificiale è ora in grado di individuare bug latenti a una velocità che supera persino quella degli esperti più navigati del settore», ha aggiunto. «Se il vostro firmware è open source o è mai stato reso pubblico, date per scontato che sia già letto sia dagli aggressori che dai difensori».
Coinkite ha emesso il suo primo avviso ai clienti giovedì, esortandoli a diffondere la notizia che gli utenti dovevano aggiornare il firmware interessato, originariamente rilasciato a marzo 2021, e trasferire i propri Bitcoin su nuovi account protetti da seed generati di recente. Domenica, la piattaforma finanziaria digitale Galaxy ha dichiarato di aver identificato tre distinte ondate di attacchi contro gli utenti di Coldcard, che hanno portato al furto di 1.367,05 BTC, per un valore di circa 88,6 milioni di dollari all’epoca. Lunedì, ha avvertito di un probabile quarto attacco e ha stimato che le perdite potrebbero salire a 2.055 BTC, per un valore di circa 130 milioni di dollari.
L’incidente ha dimostrato che i portafogli hardware comportano rischi propri e non sono necessariamente più sicuri dei servizi centralizzati di archiviazione di criptovalute. Alcuni osservatori del settore rimangono fiduciosi che la natura trasparente delle transazioni blockchain renderà più difficile per i ladri convertire i beni rubati in denaro contante. «Se il vostro obiettivo era la ricchezza, potrebbe esserci ancora una strada che avvantaggia tutti», ha esortato uno di questi commentatori. «Restituite i fondi. Accettate un bonus di sicurezza negoziato con CoinKite».
Nato nel 2009 dal nulla e scambiato a frazioni di centesimo, il Bitcoin rappresenta per alcuni la più grande rivoluzione finanziaria digitale della nostra epoca. Ad oggi, nell’agosto 2026, il suo valore si attesta stabilmente intorno ai 64.500 dollari (pari a circa 56.000 euro). La sua è una storia di estrema volatilità e record imprevedibili. Nei primi anni era scambiato per pochi dollari: di fatto, la prima transazione fu 10.000 Bitcoin usati nel 2010 per comprare due pizze.
La prima grande impennata arriva nel 2017, sfiorando i 20.000 dollari, seguita da crolli e rinascite cicliche dettate dagli «halving» (un evento programmato nel codice della criptovaluta che dimezza la ricompensa dei «minatori» per ogni blocco estratto.). Nel 2021 tocca i 69.000 dollari, prima di una nuova correzione. Il vero punto di svolta istituzionale si compie tra il 2024 e il 2025, grazie all’approvazione degli ETF spot che hanno spinto la criptovaluta fino al suo massimo storico assoluto di oltre 126.000 dollari nell’ottobre 2025.
Da bene puramente speculativo per pochi appassionati, Bitcoin si è ormai trasformato nell’oro digitale globale, un pilastro macroeconomico di rifugio contro l’inflazione.
La storia di Bitcoin è segnata da clamorosi furti informatici che hanno ridefinito la sicurezza digitale. Il primo grande shock avviene nel 2014 con il fallimento di Mt. Gox, l’exchange di Tokyo che gestiva il 70% delle transazioni mondiali: un attacco hacker silenzioso sottrasse 850.000 Bitcoin, provocando il panico sui mercati.
Fu significativo anche il collasso della piattaforma di criptovalute FTX, piattaforma gestita da strani personaggi con enormi legami con il Partito Democratico USA e pure con Kiev. Il giovane fondatore Sam Brankman-Fried costituiva il secondo donatore del Partito Democratico USA dopo George Soros, e finanziatore di quantità di attività, tra cui, parrebbe, studi che avrebbero sminuito l’efficacia di ivermectina e idrossiclorochina nel curare il COVID. Bankman-Fried è stato arrestato alla Bahamas e portato in America, dove è stato liberato su cauzione: nessuno sa, però, chi abbia pagato, e come, i 250 milioni di dollari chiesti dal giudice.
Poco dopo sarebbe andato all’aria anche il banco cripto BlockFi. Secondo alcuni, poteva crollare anche la criptovaluta Tether, definita dai critici come un colossale schema Ponzi – la stessa accusa che alcune istituzioni (in India, in Cina), in verità, muovono anche contro lo stesso Bitcoin.
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Nel 2016 l’exchange Bitfinex subisce la perdita di 119.756 Bitcoin, un bottino recuperato in gran parte solo anni dopo dalle autorità USA. Con l’esplosione della finanza decentralizzata (DeFi), le tecniche si affinano: gruppi di hacker di Stato, come il collettivo nordcoreano Lazarus, iniziano a colpire i «cross-chain bridge», i ponti digitali tra blockchain diverse. Nel 2025, l’FBI ha accusato il Lazarus Group di aver rubato circa 1,5 miliardi di dollari in valuta digitale da Bybit, un exchange di criptovalute con sede a Dubai che serve oltre 60 milioni di utenti.
Come riportato d Renovatio 21, la Corea del Nord potrebbe essere il terzo maggiore detentore di Bitcoin al mondo.
Nel 2022 il furto al network Ronin – una blockchain indipendente (tecnicamente una sidechain, successivamente evoluta in un network Layer-2) creata esplicitamente per ottimizzare il settore del Web3 gaming e delle applicazioni decentralizzate – riesce a drenare oltre 600 milioni di dollari.
La storia del Bitcoin è anche una storia di violenza.
Come riportato da Renovatio 21, nel 2021 fu trovato affogato al largo del Costa Rica Mircea Popescu, 41 anni, miliardario in Bitcoin. Due anni fa fu accoltellato a morte per strada a San Francisco Bob Lee, dirigente della società cripto MobileCoin. A ottobre 2025 Konstantin Ganich, noto anche come Kostya Kudo, trader di criptovalute e blogger ucraino di rilievo, è stato rinvenuto morto con una ferita d’arma da fuoco alla testa.
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Economia
Trump critica le grandi compagnie petrolifere per aver lucrato sulla guerra con l’Iran
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Economia
Il Giappone si sbarazza dei titoli del Tesoro USA per salvare lo yen in caduta libera
Giappone e Stati Uniti hanno confermato ufficialmente un intervento congiunto straordinario per salvare lo yen, dopo che il suo crollo verso il minimo degli ultimi quarant’anni si è propagato al già fragile mercato dei titoli di Stato americani.
Il ministro delle Finanze giapponese Satsuki Katayama ha annunciato l’operazione lunedì mattina a Tokyo, affermando che i due governi hanno acquistato congiuntamente yen durante le contrattazioni statunitensi di venerdì 31 luglio.
L’intervento era volto a contrastare «l’eccessiva volatilità e i movimenti disordinati» della valuta, ha affermato Katayama, aggiungendo che Tokyo rimane in stretto contatto con il Dipartimento del Tesoro statunitense e «non esiterà a condurre ulteriori interventi congiunti».
Il segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha lanciato un avvertimento pressoché identico, affermando che Washington resta pronta a partecipare a ulteriori azioni congiunte, descrivendo l’intervento come una questione di sicurezza economica e di sostegno a un alleato chiave degli Stati Uniti.
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L’operazione è stata il primo intervento coordinato tra Stati Uniti e Giappone sul mercato valutario da quando il G7 è intervenuto in seguito al terremoto e allo tsunami che hanno colpito il Giappone nel 2011. È stata anche la prima volta dal 1998 che Washington ha contribuito direttamente all’acquisto di yen per rafforzare la valuta giapponese.
Il 23 luglio lo yen era sceso a 163,99 contro il dollaro, il livello più basso dal 1986, prima che i sospetti interventi giapponesi e la successiva operazione statunitense lo facessero risalire bruscamente. Si è poi rafforzato fino a circa 156,40 per dollaro in seguito alla dichiarazione di Katayama di lunedì.
Tokyo non ha rivelato quali attività di riserva abbia liquidato per sostenere lo yen, ma l’intervento ha coinciso con una forte ondata di vendite di titoli di Stato statunitensi, indicando chiaramente che il Giappone ha ceduto parte del suo enorme portafoglio di titoli del Tesoro per finanziare gli acquisti di yen. Il rendimento del titolo del Tesoro decennale di riferimento è balzato di oltre nove punti base venerdì al 4,735%, il livello più alto dal 2023, mentre il rendimento del trentennale ha raggiunto il 5,265%, un livello che non si vedeva dalla crisi finanziaria del 2007.
Il Giappone rimane il principale creditore estero di Washington, con investitori giapponesi che detenevano circa 1.143 miliardi di dollari in titoli di Stato statunitensi a maggio, una cifra già inferiore di quasi 67 miliardi di dollari rispetto ad aprile, secondo gli ultimi dati disponibili del Dipartimento del Tesoro. Le forti oscillazioni dei mercati giapponesi possono costringere gli investitori a riequilibrare i portafogli a livello globale, esercitando una pressione al rialzo sui rendimenti dei titoli di Stato statunitensi ed europei.
Tokyo non ha reso noto il costo preciso delle ultime operazioni, ma gli analisti stimano che il Giappone potrebbe aver speso quasi 8.450 miliardi di yen (circa 53 miliardi di dollari) solo durante l’intervento iniziale di giovedì.
Bessent ha inavvertitamente rivelato l’entità del contributo americano quando un fotografo ha immortalato la sua lista di cose da fare scritta a mano durante una riunione di gabinetto venerdì. La lista includeva l’istruzione di acquistare yen per un valore compreso tra 5 e 10 miliardi di dollari.
Washington stessa è stata costretta a liquidare parte delle sue riserve in euro per sostenere lo yen, con la Federal Reserve di New York che ha venduto la moneta unica europea per conto del Tesoro statunitense, trasferendo di fatto parte dell’onere del salvataggio del Giappone sui suoi alleati europei.
Domenica il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il Giappone aveva chiesto a Washington «un piccolo aiuto», sostenendo che l’operazione avrebbe prodotto un «beneficio finanziario» per gli Stati Uniti e sarebbe stata anche «positiva per l’economia mondiale».
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Immagine di Astelus via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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