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Anche i copti ortodossi sospendono il dialogo con Roma dopo le benedizioni omosessuali

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Il Santo Sinodo della Chiesa copta «ortodossa» si è riunito la settimana scorsa in sessione plenaria presso il monastero di San Bishoi, a Wadi Natroun, situato a 70 km dal Cairo (Egitto), sotto la presidenza di Teodoro II (Tawadros) «Papa di Alessandria» e Patriarca della Chiesa copta ortodossa.

 

Erano presenti 110 dei 133 membri. Le commissioni del Santo Sinodo si sono riunite nella cattedrale copta di Abbasia – un quartiere del Cairo – per discutere le raccomandazioni che sono state presentate ai membri del sinodo durante la sessione plenaria per l’approvazione.

 

Una condanna dell’omosessualità

La Chiesa copta ha espresso il suo punto di vista sulla questione «omosessualità» in un comunicato diffuso dal Santo Sinodo. Il testo sottolinea che «secondo la Bibbia, Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26) (…) affinché riflettesse la sua santità, la sua giustizia e la sua libertà: lo creò a immagine di Dio, uomo e donna».

 

Così «Dio creò l’essere umano, uomo e donna, in uno stato di santità, e li unì nella sacra alleanza del matrimonio perché Dio stesso è santo: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e diventeranno una sola carne (Gen 2,24)».

 

Il comunicato richiama anche l’insegnamento di san Paolo: «Gli uomini, abbandonando l’uso naturale della donna, si infiammarono di concupiscenza gli uni per gli altri, commettendo tra loro ciò che è vergognoso, e ricevendo in se stessi il castigo della loro colpa che era loro dovuto. (…) Dio li ha abbandonati alla degradazione, affinché facciano ciò che non è giusto» (Rm 1,26-28).

 

«Pertanto – conclude il testo – la Chiesa copta ortodossa si oppone fermamente a qualsiasi forma di attività sessuale al di fuori del matrimonio, che considera una distorsione sessuale. Essa rifiuta fermamente l’idea che diversi contesti culturali possano essere utilizzati per giustificare le relazioni omosessuali con il pretesto della libertà umana, perché questo mina l’umanità».

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Decisioni e raccomandazioni

Il Santo Sinodo ha preso una serie di decisioni e raccomandazioni. Una raccomandazione attira l’attenzione: «la Chiesa copta ortodossa afferma la sua ferma posizione di respingere tutte le forme di rapporti omosessuali, perché violano la Sacra Bibbia e la legge con cui Dio ha creato l’uomo e la donna, e considera che una benedizione, qualunque sia il suo tipo, come una benedizione per il peccato, e questo è inaccettabile».

 

Allo stesso modo, una decisione stabilisce che «dopo aver consultato le Chiese sorelle della famiglia ortodossa orientale, si è deciso di sospendere il dialogo teologico con la Chiesa cattolica, di rivalutare i risultati ottenuti dall’inizio del dialogo vent’anni fa, e di stabilire nuove norme e meccanismi per un dialogo continuo».

 

Nel contesto, è abbastanza ovvio che la Dichiarazione Fiducia supplicans non è estranea a questa decisione.

 

Le conseguenze per l’ecumenismo

Lo scorso gennaio, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, aveva dichiarato in un’intervista che «stava ricevendo reazioni negative dal mondo ecumenico nei confronti dei Fiducia supplicans».

 

Il metropolita Hilarion Alfeyev, ex capo del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, aveva dichiarato a fine dicembre che non era più possibile parlare di riunificazione tra le due Chiese. Alla fine di febbraio gli ortodossi russi hanno confermato il loro rifiuto della Dichiarazione.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Spirito

La Casa Generalizia FSSPX annuncia i nomi dei futuri vescovi

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COMUNICATO DELLA CASA GENERALIZIA

In questa ottava di Pentecoste, don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha la gioia di annunciare i nomi dei sacerdoti della Fraternità scelti per ricevere la consacrazione episcopale il prossimo 1º luglio a Écône.   In uno spirito di rispetto verso l’autorità suprema della Chiesa universale, i dossier di questi sacerdoti sono stati presentati al Santo Padre, accompagnati da alcune spiegazioni necessarie per una corretta comprensione di questa iniziativa, nel contesto molto particolare ed eccezionale di queste consacrazioni episcopali.   I quattro sacerdoti sono:  
  • Reverendo don Pascal Schreiber, di nazionalità svizzera;
  • Reverendo don Michael Goldade, di nazionalità statunitense;
  • Reverendo don Michel Poinsinet de Sivry, di nazionalità francese;
  • Reverendo don Marc Hanappier, di nazionalità francese.
  Il Superiore Generale ribadisce che la scelta e la consacrazione di questi eletti non procedono da alcuna volontà di rivendicare un potere di giurisdizione o di stabilire un’autorità parallela nella Chiesa. Esse non costituiscono in alcun modo una negazione, un rifiuto o una sfida al potere di giurisdizione supremo, pieno e immediato del Vicario di Cristo sulla Chiesa universale.   La cerimonia del 1º luglio non avrà altro scopo se non quello di assicurare la continuità nell’amministrazione dei sacramenti dell’Ordine e della Confermazione, così come dei sacramentali riservati ai vescovi, secondo il rito tradizionale della santa Chiesa romana e la fede di sempre.   L’episcopato che questi sacerdoti riceveranno è dunque concepito unicamente come un servizio reso alle anime e alla Chiesa nel mezzo di questa crisi della fede senza precedenti.   La nostra volontà di servire la santa Chiesa cattolica rimane incrollabile, nella coscienza del dovere imperioso di trasmettere fedelmente e integralmente ciò che abbiamo ricevuto, vale a dire ciò che la Chiesa ha sempre creduto, insegnato e praticato.   Menzingen, 26 maggio 2026  

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Rev. Don Pascal Schreiber

Don Pascal Schreiber, 53 anni, è nato in una famiglia cattolica di cinque figli originaria del cantone di Argovia, in Svizzera. Nel 1992 è entrato nel seminario Herz Jesu di Zaitzkofen, in Germania, prima di proseguire gli studi a Écône, in Svizzera, dove ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nell’estate del 1998.   Dopo cinque anni di ministero in Germania e nella Svizzera francese, nel 2003 gli è stata affidata la direzione di un collegio maschile a Mels, nella Svizzera tedesca.   Due anni più tardi ha assunto la responsabilità della scuola elementare e superiore femminile di Wil, ministero che ha esercitato per nove anni.   Chiamato nel 2014 a Rickenbach, sede del distretto della Svizzera, vi ha ricoperto per due anni l’incarico di economo, prima di essere nominato superiore di distretto.   Dal 15 agosto 2020 è rettore del seminario Herz Jesu di Zaitzkofen, in Germania, dove si dedica alla formazione di oltre cinquanta futuri sacerdoti e fratelli provenienti da sedici Paesi distinti. Parla correntemente tedesco e francese, e conosce anche l’inglese.

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Rev. Don Michael Goldade

Originario del North Dakota e cresciuto a St. Marys, Kansas, negli Stati Uniti, don Michael Goldade proviene da una famiglia cattolica di dieci figli che conta tre Suore della Fraternità Sacerdotale San Pio X. All’età di diciotto anni è entrato nel seminario di Winona, dove è stato ordinato sacerdote nel 2004.   Ha esercitato il suo ministero ad Armada, nel Michigan, per cinque anni, prima di essere chiamato a dirigere la casa di ritiri di Ridgefield.   Nel 2014 è stato nominato priore a Kansas City, dove si è occupato contemporaneamente del priorato, di un’importante parrocchia, di una scuola e di una comunità religiosa femminile. A queste responsabilità si è aggiunta, nel 2021, la funzione di assistente del superiore di distretto.   Nominato nell’estate del 2023 rettore del seminario Saint Thomas Aquinas, in Virginia, segue oggi la formazione di quasi cento seminaristi. Ha 45 anni, parla inglese, ha studiato il francese e possiede anche alcune conoscenze di spagnolo.

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Rev. Don Michel Poinsinet de Sivry

Di nazionalità francese e proveniente da una famiglia cattolica di sette figli, don Michel Poinsinet de Sivry ha 42 anni. Ha compiuto la sua formazione sacerdotale presso il seminario di Flavigny, in Francia, poi a Écône, dove ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 2008.   Ha iniziato il ministero presso la scuola Saint-Joseph-des-Carmes, nel sud della Francia; nel 2011 gli è stata affidata la direzione della scuola elementare Saint-Louis di Parigi. Ha esercitato questo incarico per cinque anni, occupandosi contemporaneamente di una cappella nella Seine-Saint-Denis e partecipando all’apostolato della chiesa Saint-Nicolas-du-Chardonnet di Parigi.   Ha poi diretto per sei anni il collegio Saint-Jean-Baptiste-de-La-Salle di Camblain-l’Abbé, nei pressi di Arras, prima di essere nominato superiore del distretto del Benelux nel 2022, incarico che ricopre tuttora. Oltre al francese, parla anche inglese e prosegue lo studio del tedesco e dell’olandese.  

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Rev. Don Marc Hanappier

Don Marc Hanappier, di nazionalità francese, è nato nel 1990 in una famiglia cattolica di dieci figli, nella quale sono fiorite numerose vocazioni: uno dei suoi fratelli è sacerdote della Fraternità, un altro è sacerdote presso i Cappuccini di Morgon, e una delle sue sorelle è Domenicana insegnante di Saint-Pré.   Formatosi nei seminari di Flavigny e di Écône, ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 2013. Ha iniziato il ministero nell’insegnamento in Francia, dapprima presso la scuola dell’Étoile-du-Matin, vicino a Bitche, poi presso la scuola Saint-Michel, a Châteauroux.   Nel 2020, nominato professore al seminario di Dillwyn, in Virginia, ha dapprima perfezionato per un anno la sua conoscenza dell’inglese in Scozia, collaborando al tempo stesso al ministero parrocchiale.   Nel seminario insegna principalmente metafisica e teologia dogmatica, assicurando inoltre ogni domenica il ministero pastorale in diverse cappelle. Parla correntemente francese e inglese, ha studiato il tedesco e si è anche iniziato allo spagnolo.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Jean Madiran e le consacrazioni del 1988: «oggi, faccio fatica a credere che avesse torto»

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Cosa pensava realmente Jean Madiran delle consacrazioni episcopali del 1988 celebrate dal vescovo Marcel Lefebvre?

 

In questa intervista approfondita, il professor Jacques-Régis du Cray, esperto di storia, ripercorre il ruolo di Jean Madiran, figura intellettuale di spicco del cattolicesimo francese del XX secolo, nella lotta per la Tradizione cattolica, il suo stretto rapporto con il vescovo Lefebvre durante gli anni del Concilio Vaticano II e nel periodo post-conciliare, e infine la rottura del 1988 sulle consacrazioni episcopali senza mandato papale.

 

Ma soprattutto, questo video mette in luce un aspetto spesso trascurato: l’evoluzione del giudizio di Jean Madiran sulle incoronazioni del 1988.

 

Dopo essere rimasto a lungo in disparte, rifiutandosi di sostenere pubblicamente le consacrazioni e al contempo di condannare monsignor Lefebvre, Jean Madiran riconobbe infine, alla fine della sua vita, i frutti concreti di questo atto storico.

 

Durante un’intervista filmata nel 2011 per il documentario Monsignor Lefebvre: Un vescovo nella tempesta, dichiarò finalmente: «oggi, mi risulta difficile credere che avesse torto». Questa frase segna una vera svolta.

 

  • Nel corso degli anni, Jean Madiran ha osservato:
  • la sopravvivenza e lo sviluppo della Società di San Pio X;
  • la revoca delle scomuniche;
  • l’assenza di scisma;
  • il mantenimento di rapporti franchi con Roma, reso possibile dal fatto che essa ha dei vescovi;
    e il ruolo svolto dalle consacrazioni nella diffusione e nel riconoscimento della messa tradizionale.

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Trascrizione

Un ruolo intellettuale essenziale nella lotta per la Tradizione

È probabile, anzi certo, che l’assenza di consacrazioni non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a usare il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. L’arcivescovo Lefebvre è la figura più strettamente associata a questa resistenza alle riforme post-conciliari, ma la personalità di Jean Madiran è fondamentale. Egli fornì un valido supporto intellettuale a tutti i fedeli che avevano dei dubbi, a coloro che l’arcivescovo Lefebvre chiamava «cattolici perplessi». Offrì un autentico sostegno intellettuale a molti dei suoi contemporanei disorientati, in particolare, e soprattutto, nel mondo francofono.

 

Jean Madiran fu una figura di spicco nella lotta politica del dopoguerra. Fu un convinto difensore del cristianesimo e della comunità cattolica. Dopo il Concilio Vaticano II, si specializzò in tutti i dibattiti religiosi cattolici. Fondò la rivista Itinéraires nel 1956, che fu pubblicata per circa quarant’anni. Per tutti questi quarant’anni, Jean Madiran fornì gli strumenti intellettuali necessari ai cattolici disorientati dai nuovi sviluppi all’interno della Chiesa.

 

Itinéraires era una rivista fondamentale per le persone di quell’epoca. È importante capire che a quei tempi non esistevano YouTube, né siti web istituzionali: i contemporanei venivano a conoscenza dei principali dibattiti religiosi solo attraverso riviste come questa. La stampa dell’epoca svolgeva un ruolo davvero vitale. Itinéraires aveva anche questa caratteristica unica: era una rivista genuinamente intellettuale, pubblicata con una decina di numeri all’anno, che analizzava i principali testi pubblicati dopo il Concilio.

 

Jean Madiran include anche un gran numero di figure religiose di spicco: padre Calmel, padre de La Barre du Lac e padre Guérard des Lauriers contribuiscono tutti a Itinéraires. È quindi una figura davvero essenziale nel plasmare il pensiero dei fedeli cattolici francofoni di quell’epoca.

 

Durante tutta la resistenza alle riforme post-conciliari, collaborò a stretto contatto con l’arcivescovo Lefebvre. Agli albori di Écône, Jean Madiran fu presente fisicamente e intellettualmente con i primi seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, tenendo conferenze e lezioni sulla dottrina sociale della Chiesa per i giovani seminaristi.

 

Quando l’arcivescovo Lefebvre pronunciò la sua famosa dichiarazione del 1974 – «aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica» – sorsero dibattiti tra i seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. L’arcivescovo Lefebvre ne era consapevole. Jean Madiran si trovava a Écône in quel periodo, e fu lui a spiegare ai seminaristi come interpretare quella dichiarazione, che segnò, in una certa misura, l’inizio delle difficoltà con Roma.

 

Egli fu dunque una figura chiave in tutta questa lotta post-conciliare, al fianco dell’arcivescovo Lefebvre. E, in effetti, ci fu un piccolo malinteso nel 1988, diciotto anni dopo la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

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Il film sull’arcivescovo Lefebvre, Un vescovo nella tempesta

Vi spiegherò cosa accadde circa quindici anni fa. Sono uno storico di formazione e suggerii a padre de Cacqueray, allora superiore del distretto francese della Fraternità Sacerdotale San Pio X e forza trainante del progetto, di realizzare questo film. L’idea era di far conoscere l’arcivescovo Lefebvre a un pubblico più giovane, a persone non necessariamente convinte dalle sue scelte nella storia recente della Chiesa, e di far conoscere meglio la sua personalità.

 

Tra le domande sorte all’inizio, dato che questo documentario di 90 minuti, realizzato nel 2012, ha richiesto diversi anni di preparazione, c’era quella di decidere chi intervistare. Ben presto, la figura di Jean Madiran si è rivelata la scelta più ovvia, poiché era stato uno di coloro che avevano sostenuto l’arcivescovo Lefebvre durante la lotta degli anni Sessanta e Settanta, dopo il Concilio.

 

Quando abbiamo iniziato questo film, il nostro obiettivo era presentare il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X così com’era veramente. Si trattava di mostrare l’arcivescovo Lefebvre attraverso le testimonianze oggettive dei suoi contemporanei: coloro che lo apprezzavano, coloro che lo apprezzavano meno, coloro che lo seguivano e anche coloro che non lo facevano. Tra gli ex spiritani, alcuni si opposero fermamente a lui, e compaiono nel film. L’idea non era semplicemente quella di presentare le opinioni che i suoi contemporanei avrebbero potuto avere sulle sue scelte.

 

Questo era secondario. Che fosse necessario dire cosa pensasse questa o quella persona riguardo alle consacrazioni o al rifiuto di obbedire a Roma era secondario. Tuttavia, abbiamo fatto un’eccezione per questo passaggio con Jean Madiran, dove, nel film, gli abbiamo permesso di esprimere la sua opinione sulla scelta dell’arcivescovo Lefebvre nel 1988. Questa posizione assunta da Jean Madiran si è rivelata qualcosa di davvero straordinario alla luce di tutta la sua vita e della Fraternità Sacerdotale San Pio X in quegli anni.

 

Fin dall’inizio del Concilio, Jean Madiran conobbe l’arcivescovo Lefebvre e iniziò ad assisterlo e sostenerlo. Fu durante la sessione finale del Concilio che si tenne un incontro a Fontgombault. L’arcivescovo Lefebvre lo chiamò in quell’occasione: in quanto padre conciliare, aveva diritto a un esperto. Aveva padre Berto come esperto ufficiale, ma occasionalmente si rivolgeva anche a Jean Madiran per analizzare lo Schema 13 sulla collegialità. Jean Madiran lavorò tutta la notte su questo argomento. Da quel momento in poi, i due si trovarono in una simbiosi intellettuale.

 

Successivamente, durante i primi anni della Società, Jean Madiran ne fu al fianco. Avviò tutte le discussioni contenute in Itinéraires e intrattenne una fitta corrispondenza con l’arcivescovo Lefebvre. Quando Jean Madiran si rivolse a Paolo VI nel 1974, dicendo: «restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura, restituiteci la dottrina», le sue parole riecheggiavano quelle dell’arcivescovo Lefebvre. Queste espressioni si ritrovano quasi alla lettera in uno dei suoi sermoni più importanti, dove l’arcivescovo Lefebvre afferma: «restituiteci la dottrina di tutti i tempi, restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura».

 

Abbiamo davvero due personalità che procedono di pari passo: una creando un sostegno sacerdotale, l’altra armando intellettualmente i fedeli in parallelo.

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Perché Jean Madiran non seguì Monsignor Lefebvre alle consacrazioni episcopali del 1988?

Perché Jean Madiran non seguì l’arcivescovo Lefebvre nel 1988? Forse sovrastimò il danno causato alle famiglie dalla separazione del 1988. È vero che furono fatte scelte diverse. Alcuni vollero seguire l’arcivescovo Lefebvre, rischiando la condanna. Altri si rifiutarono di seguirlo per evitare tale condanna, e questo causò danni all’interno delle famiglie. Probabilmente Jean Madiran temeva che queste dispute avrebbero minato la lotta tradizionalista. Questo è probabilmente il motivo per cui volle ritirarsi.

 

Lui stesso usò questa espressione: disse di non voler prendere posizione. Infatti, non fu tra coloro che cercarono di spiegare su ogni giornale o su ogni stazione radio che l’arcivescovo Lefebvre aveva torto. Non lo fece. Tuttavia, non disse nemmeno che si dovesse seguire l’arcivescovo Lefebvre in modo assoluto, corpo e anima.

 

Jean Madiran, tuttavia, fu tra coloro che, negli anni Settanta, in particolare durante la turbolenta estate del 1976, espressero le proprie idee con grande fermezza. Gli scritti di Jean Madiran erano piuttosto incisivi. Fu tra coloro che puntarono il dito contro i vescovi di Francia senza troppi remore. L’arcivescovo Lefebvre, dal canto suo, fu molto più cauto.

 

Jean Madiran incarna in qualche modo ciò che Louis Veuillot rappresentava nel XIX secolo: un giornalista piuttosto polemico che osava puntare il dito contro i vescovi che non sempre svolgevano un buon lavoro all’interno della Chiesa. Jean Madiran lo fece negli anni Settanta. È quindi una persona di vero coraggio. L’arcivescovo Lefebvre si affidò a lui proprio per questo.

 

E nel 1988, quando si dovette prendere la decisione più cruciale, ci fu un malinteso tra i due uomini. Jean Madiran aveva forse previsto tutte le conseguenze delle sue scelte? Solo Dio sa cosa gli passasse per la testa.

 

È evidente che nel 1988 si verificò una frattura tra i due uomini. Ci fu un risentimento reciproco, non necessariamente iniziato da nessuno dei due. In definitiva, furono quasi i seguaci stessi a provocarla.

 

Molti lettori tradizionalisti si disiscrissero da Itinéraires . La rivista conobbe un declino a partire dal 1988 e cessò le pubblicazioni nel 1996. Questo ebbe un forte impatto su Jean Madiran.

 

Anche da parte dell’arcivescovo Lefebvre è evidente che c’è una ferita aperta. Negli anni Settanta e Ottanta avevano davvero camminato mano nella mano. Dall’anno successivo, l’arcivescovo Lefebvre ritirò i sacerdoti dal pellegrinaggio di Chartres, che è il mondo a cui appartiene Jean Madiran: il Centro Charlier, Bernard Antony, tutta la cerchia ristretta di Jean Madiran.

 

Vi fu dunque un autentico malinteso tra i due uomini, e non ci furono ulteriori chiarimenti fino alla morte del vescovo Lefebvre tre anni dopo, nel 1991.

 

L’incontro del 2011

Seguendo l’idea dell’abate de Cacqueray di contattare Jean Madiran, lo raggiunsi tramite Jeanne Smits, che all’epoca lavorava con lui a Présent, per avere l’opportunità di intervistarlo per il film.

 

Al telefono, inizialmente mi disse che non era per niente interessato, che non aveva mai ricevuto i programmi televisivi, che voleva voltare pagina, che la cosa non lo interessava e che non avrei ottenuto nulla. Ciononostante, mi presi la libertà di dire: «sto ancora cercando di scriverti». Lui rispose: «continua a provare».

 

Infine, quando meno me lo aspettavo, mi ha mandato una lettera in cui diceva: «o ricevuto la tua richiesta. La mia risposta è SÌ», in stampatello maiuscolo e sottolineato, con il suo indirizzo.

 

Poi arrivò l’8 febbraio 2011, quando ebbi l’opportunità di chiedergli dell’arcivescovo Lefebvre. Durante l’intervista, ebbi la sensazione che volesse orientare le domande verso le consacrazioni episcopali del 1988. Io, d’altra parte, cercavo ogni volta di tornare al Concilio, perché sapevo che l’argomento era un po’ delicato.

 

Tuttavia, avevo una domanda che mi incuriosiva: perché aveva incoraggiato l’arcivescovo Lefebvre a disobbedire a Roma nel 1976, ma non lo aveva seguito nel 1988? Fu allora che mi spiegò che, per lui, il 1988 rappresentava qualcosa di diverso, un grado di disobbedienza superiore.

 

Fu lì che pronunciò la sua ormai celebre dichiarazione: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio. Oggi trovo difficile credere che avesse torto».

 

Jean Madiran spiegò all’epoca che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è perché l’arcivescovo Lefebvre consacrò quattro vescovi. Aggiunse che, senza queste consacrazioni, la diffusione della Messa tradizionale in latino sarebbe stata indubbiamente molto più lenta e limitata.

 

Per lui, l’arcivescovo Lefebvre aveva garantito le condizioni per la prosecuzione del suo lavoro.

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«Oggi, trovo difficile credere che avesse torto»

L’aspetto visivamente interessante era che si rivolgeva direttamente a me, con un’espressione molto vivace. Poi, quando ha introdotto l’argomento, si è girato deliberatamente a destra, verso le grandi vetrate che si affacciavano su Parigi. Come se fosse alla ricerca di ispirazione.

 

E lui disse: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio”. Poi ci fu un lungo silenzio. E infine: “Oggi trovo difficile credere che avesse torto».

 

«Ciò che possiamo constatare, in ogni caso, è che l’atto più grave non è stato quello di mantenere in vita la Società nonostante la revoca del suo status canonico. La decisione più grave è stata, nel 1988, quella di ordinare quattro vescovi, non solo senza l’autorizzazione del Papa, ma in spregio a un divieto papale personale.

 

«Osservando la regolarizzazione avvenuta, quando la scomunica era automatica nel diritto canonico e fu successivamente revocata da Benedetto XVI, possiamo constatare chiaramente che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è grazie all’arcivescovo Lefebvre, che ha donato quattro vescovi.

 

«Il motivo per cui ha il peso che ha, e viene preso dal Papa come interlocutore, è perché ci sono i vescovi.

 

«Se non fosse stato per l’ordinazione di quattro vescovi, è probabile, anzi certo, che ciò non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a seguire il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. Ma la liberazione della Messa sarebbe avvenuta molto più lentamente e in modo molto più limitato.

 

«Nella Chiesa, essere vescovo è importante. E quindi il fondatore aveva ragione: aveva creato le condizioni affinché la sua opera potesse perdurare. (Citazione di Jean Madiran dal film)

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Un vero e proprio cambio di posizione?

Quindi, Jean Madiran ha davvero cambiato posizione? Tutto dipende da cosa pensasse realmente. In ogni caso, la sua posizione pubblica non è più stata la stessa dal 2011 in poi.

 

Fino ad allora, aveva affermato di non voler prendere posizione. Ora, dichiarò chiaramente che le consacrazioni episcopali senza mandato erano giustificate. Insistette sul fatto che le scomuniche erano state revocate e che la Fraternità Sacerdotale San Pio X aveva potuto prosperare.

 

Vide i fatti. Vide che la Fraternità non si era separata da Roma, che aveva mantenuto i suoi rapporti con Roma, che diversi cardinali affermavano che non c’era stato alcuno scisma.

 

E ebbe il coraggio, a 91 anni, di riconoscere finalmente che l’arcivescovo Lefebvre aveva fatto bene a compiere quell’azione coraggiosa.

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Il coraggio e l’umiltà di Jean Madiran

A mio parere, è un atto di grande coraggio quello di prendere il suo posto. Si era allontanato dal mondo del giornalismo da tempo. Aveva 91 anni. È morto due anni dopo.

 

Portare le telecamere in casa sua per dire una cosa del genere ha richiesto vero coraggio.

 

Penso che egli abbia consapevolmente ritenuto necessario tornare su questo argomento per fare nuova luce sulla questione. Aveva osservato gli effetti di queste consacrazioni sul tradizionalismo in Francia, sulle comunità consolidate e sulla liberalizzazione della Messa.

 

E così compie questo passo coraggioso, riconoscendo i fatti e riconsiderando quell’atto del 1988 che non aveva condannato, ma sul quale all’epoca non aveva voluto schierarsi.

 

Ha affermato che non era suo compito giudicare la coscienza di un arcivescovo. La consacrazione del 1988 era un atto dell’arcivescovo davanti a Dio: cosa sto facendo del mio episcopato?

 

Jean Madiran ha l’umiltà di dire: “Non sono nella sua coscienza”.

 

In un certo senso, invita anche i giovani a fare un passo indietro prima di giudicare.

 

Nel 1988, la situazione si capovolse. Jean Madiran non si sentiva in grado di esprimere un giudizio, ma ebbe il coraggio di farlo alla fine della sua vita. Riconobbe i frutti, i fatti, le conseguenze positive degli elogi del 1988.

 

La posizione di Jean Madiran sulle incoronazioni è cauta, ma, a posteriori, coraggiosa. Riconosce la validità di quanto è stato proposto.

 

Chiunque scopra questo periodo della storia della Chiesa non può che essere incoraggiato a imparare, a esplorare, a leggere. Ed è proprio ciò che fece Jean Madiran. Era un grande intellettuale, dotato di un vero talento per le parole.

 

Il XIX secolo ha avuto Louis Veuillot; gli anni Settanta e Ottanta hanno avuto Jean Madiran. Lui ha avuto la perspicacia di individuare i veri problemi all’interno della crisi della Chiesa.

 

Il pericolo sta anche nel pensare di essere Jean Madiran. Non tutti sono Jean Madiran. Sta a ciascun individuo analizzare e adempiere al proprio dovere, laddove si trova.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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I cuori preparano il ritorno glorioso del Signore e la definitiva sconfitta del nemico infernale: omelia di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò per la domenica di Pentecoste 2026.    

Beata gens

Omelia nella Domenica di Pentecoste

 

Beata gens, cujus est Dominus Deus ejus.

Ps 32, 12

La Santa Chiesa si gloria di celebrare oggi l’evento storico della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e su Maria Santissima, cinquanta giorni dopo la Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Il grado di questa festa è pari a quello della Santa Pasqua, e nella vigilia di questo giorno benedetto – secondo i riti precedenti l’infausta riforma della Settimana Santa ad opera di Annibale Bugnini – si celebra proprio, come per il Sabato Santo, una Veglia con il canto delle Profezie e una identica liturgia battesimale. Il Cero pasquale riappare durante questa notte di grazia, simbolo del Verbo Incarnato, Luce del mondo (Gv 8, 12). E nel rigoglio del mese di Maggio, Pentecoste era detta Pasqua delle rose, perché i loro petali vermigli richiamano le fiammelle che scesero su ciascuno dei centoventi discepoli radunati nel Cenacolo.   Celebriamo dunque lo Spirito Santo; il Paraclito, il divino Consigliere dell’anima; il Signore Vivificante, che dà la vita, il soffio vitale – πνεῦμα, in greco. La Terza Persona della Santissima ed Individua Trinità: quell’Amore divino che spira tra il Padre e il Figlio in modo così sublime da essere Dio anch’Esso, Qui ex Patre Filioque procedit, il Quale procede dal Padre e dal Figlio.   Questo Amore, fratelli carissimi, è Dio. Deus caritas est, dice San Giovanni (1Gv 4, 16). Dio è carità, Dio è amore; e chi rimane nella carità rimane in Dio e Dio in lui. Un Amore che essendo divino non può non volerSi comunicare. Non può non voler dare la vita. Non può non creare, redimere e santificare. Perché in Dio l’Amore — la Carità — è la Sua stessa essenza. Una Carità che è fondata nella Verità, come nella fiamma il calore e la luce sono distinti ma provenienti dallo stesso fuoco.   Spiritus ubi vult spirat (Gv 3, 8), lo Spirito soffia dove vuole: sono parole del Vangelo, che Nostro Signore ha rivolto a Nicodemo, che acquisiscono il giusto significato solo se lette dopo la frase che le precede: Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito (ibid., 5-6). Eppure vi è chi — in una “chiesa” che si vuole ispirata da una “nuova Pentecoste” — vorrebbe costringere lo Spirito Santo a soffiare non dove Egli vuole, ma dove vogliono ribelli ed eretici, per ratificare ciò che è nato dalla carne.   Costoro spacciano per opera del Paraclito le loro frodi, i loro errori dottrinali, la primavera conciliare, il cammino sinodale, le diaconesse e le vescovesse, le nozze sodomitiche, il pantheon ecumenico, il culto della Madre Terra. Ma come potrebbe lo Spirito Santo promuovere ciò che contraddice quanto Egli ha detto per mezzo dei Profeti e attraverso la voce infallibile del perenne Magistero cattolico? Come potrebbe lo Spirito di Verità insegnare la menzogna? Come potrebbe il Consolatore seminare confusione e divisione tra i Suoi fedeli?

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La chiesa conciliare e sinodale — grottesca contraffazione della vera Chiesa di Cristo — giunge a plasmarsi un dio a proprio uso e consumo, un dio ecumenico e inclusivo, un dio che non chiede conversione né penitenza, un dio che non Si è incarnato per redimerci con la propria Passione, ma che «abdica» per così dire alla propria divinità per lasciarsi sostituire dall’uomo che si fa dio e che deifica con sé una Magnifica humanitas ribelle, una dignitas infinita fatta di orgoglio e di rifiuto della Croce.   Dinanzi all’apostasia dei vertici della Gerarchia lo Spirito Santo continua a soffiare dove vuole, ossia dove sempre ha voluto e dove sempre vorrà, perpetuando mediante l’effusione dei Suoi doni l’opera di creazione, di redenzione e di santificazione della Santissima Trinità. Un’opera che la Santa Chiesa è chiamata a compiere principalmente mediante i Sacramenti. A ciò sono chiamati gli Apostoli che nel Cenacolo hanno ricevuto lo Spirito Santo, e a ciò sono chiamati i loro Successori. Essi hanno ricevuto la pienezza del Sacerdozio che perpetua l’Ordine Sacro e la Santa Messa, cuore palpitante della Chiesa, nella linea ininterrotta della Successione Apostolica.   È a loro che Nostro Signore ha affidato il compito di effondere lo Spirito Santo, anche quando la crisi colpisce i vertici del corpo ecclesiale, anche quando sul Soglio del Principe degli Apostoli siede un usurpatore che, abusando di un’autorità sovvertita, favorisce attivamente la dissoluzione e impedisce ai buoni Pastori di compiere il proprio Ministero. Lo Spirito Santo soffia dove vuole, dove sempre ha voluto, dove sempre vorrà: perché agisce con sovranità assoluta, in modo invisibile ma inequivocabile, e senza seguire i tortuosi percorsi dettati da chi agisce secondo la carne.   I frutti del Paraclito — pentimento, conversione, pace, carità e santità — non si pianificano in assemblee sinodali, in gruppi di discussione, né adulterando la Verità o corrompendo la Morale, né con maneggi e menzogne. Egli è Spiritus sapientiae, et intellectus. Spiritus consilii, et fortitudinis. Spiritus scientiae, et pietatis. L’esatto opposto di come agiscono il Principe di questo mondo e i suoi servi, dentro e fuori la Chiesa.   Come nell’antichità si benediceva il Fonte anche a Pentecoste, così oggi abbiamo amministrato il Santo Battesimo e la Santa Cresima alla carissima Mary Isabella Rhye, proprio nel giorno in cui il Paraclito scende sui discepoli.   Con il Battesimo e la Cresima di Mary Isabella Rhye, Marcello e Rhye— che sono già legittimamente sposati — perfezionano la loro unione nuziale che Cristo eleva a segno visibile del Suo amore per la Chiesa. La Grazia santificante, mediante i Sacramenti, è dono dello Spirito Santo: è l’aiuto soprannaturale con il quale la Santissima Trinità ci permette di compiere il bene e di evitare il male, compiacendoSi di moltiplicare le Sue Benedizioni se solo siamo docili ai Suoi consigli. Quale insondabile abisso di magnificenza nei nostri riguardi! Il Padre ci riconosce quali Suoi figli, Suoi eredi e coeredi in Cristo (Rm 8, 17), nello Spirito Santo.   E noi, nel nostro nulla, possiamo rispondere a questa magnificenza non con i nostri mezzi, ma con i Doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio. È grazie a questi Doni soprannaturali che la Maestà divina Si degna di armarci nel combattimento di questo terreno pellegrinaggio. E queste difese potenti ci sono impetrate dalla Santissima Vergine, Sposa del Paraclito, Mediatrice di tutte le Grazie, che ebbe il privilegio di ricevere lo Spirito Santo insieme agli Apostoli. Vieni, o Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli: e accendi in essi il fuoco del tuo amore. È la preghiera del Corpo Mistico, la preghiera della Chiesa militante, la preghiera di chi si prepara nell’ascesi e nel digiuno al combattimento con il nemico dell’anima.   Beata la nazione di cui Dio è il Signore – canta il Salmista (Sal 32, 12). Veramente beata, questa nazione: fatta di cittadini del Cielo, in pellegrinaggio in terra ostile, resi forti dalla Grazia santificante, alimentati dal cibo soprannaturale della Santissima Eucaristia. Questa nazione, la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, è oggi sotto assedio e eclissata da usurpatori. Ma saranno i cuori divinamente infiammati di Fede, di Speranza e di Carità che prepareranno il trionfo del Cuore Immacolato di Maria e il ritorno glorioso del Signore e la definitiva sconfitta del nemico infernale.   Fratelli carissimi, facciamo nostra la preghiera del Postcommunio di questa Messa: Sancti Spiritus, Domine, corda nostra mundet infusio: et sui roris intima aspersione fœcundet. L’infusione dello Spirito Santo, o Signore, purifichi i nostri cuori e li fecondi con l’intima aspersione della sua rugiada.   E così sia.   + Carlo Maria Viganò, Arcivescovo Viterbo, 24 maggio MMXXVI Dominica Pentecostes  

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Immagine: Juan Bautista Maíno (1581–1649), Pentecoste (tra il 1615 e il 1620), Museo del Prado, Madrid; particolare Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata
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