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Ambiente

Alluvione, undici scienziati dimostrano che le inondazioni non sono correlate ai cambiamenti climatici

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Undici scienziati, membri del gruppo Clintel-Italia, hanno pubblicato una dichiarazione il 20 maggio, in cui respingono l’affermazione avanzata dagli isterici climatici secondo cui l’attuale alluvione in Italia è correlata al cambiamento climatico antropogenico, cioè da cambiamenti meteorologici indotti dall’attività umana.

 

Gli undici hanno promosso una petizione chiamata «Non c ‘è alcuna emergenza climatica» indirizzata al Presidente della Repubblica Mattarella.

 

Secondo il comunicato di Clintel (che sta per Climate Intelligence), «studi scientifici riportati anche dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) concludono che non ci sono sufficienti evidenze che possibili cambiamenti nella probabilità o della magnitudo degli eventi alluvionali possano essere attribuiti all’influenza umana sui cambiamenti climatici. Inoltre, numerose alluvioni e inondazioni disastrose hanno interessato il territorio italiano nel passato. Solo per fare pochi esempi: nel 1557, il 13 settembre a Firenze e, pochi giorni dopo, il 23 settembre a Palermo (7000 morti); nel 1951, il 14 ottobre in Calabria (68 morti) e il 14 novembre nel Polesine (101 morti); nel 1966, il 3 novembre a Firenze (47 morti) e il 4 novembre nel Triveneto, quando esondarono tutti i fiumi del bacino dell’Adige (87 morti) e a Venezia l’acqua alta toccò i 2 metri».

 

Gli scienziati italiani dimostrano con i dati che inondazioni simili e anche più gravi si sono verificate più volte in passato e chiedono investimenti infrastrutturali per prevenire tali inondazioni in futuro.

 

«Dobbiamo essere consapevoli che sull’Italia piovono ogni anno oltre 250 chilometri-cubi d’acqua, a fronte di un fabbisogno del Paese di meno di 20 chilometri-cubi. È allora necessario che si attuino interventi mirati al generale governo delle acque (creazione di invasi montani, casse di espansione, argini e quant’altro la migliore ingegneria idraulica e le scienze geologiche hanno da offrire) e al miglioramento del sistema di gestione del rischio meteorologico da parte della Protezione Civile (ad esempio attraverso lo sviluppo di sistemi di nowcasting). Questi interventi proteggeranno meglio la popolazione da fenomeni alluvionali, da un lato e, dall’altro, consentiranno, nei momenti di abbondanti precipitazioni, la raccolta di acque pronte da distribuire nei periodi più siccitosi».

 

«Ridurre l’uso di carbone, petrolio e gas con l’obiettivo di mitigare il clima al fine di prevenire disastri ambientali – continuano gli scienziati – è non solo illusorio ma, peggio, storna risorse da possibili interventi di sicura efficacia. Sollecitiamo pertanto il Governo a non giustificare, col presunto scopo di proteggerci da eventi meteorologici avversi, iniziative volte a realizzare una illusoria transizione energetica verso tecnologie inadeguate, per inaffidabilità e intermittenza, ai bisogni della nostra società. Invitiamo, invece, a rivolgere l’attenzione a interventi di adattamento che realizzino una protezione del nostro territorio maggiore di quella attuale».

 

«Troppe aree del nostro Paese sono sotto-protette ed esposte ad eventi sporadici, una circostanza che continuerà a farci confrontare con situazioni simili a quella che nostri concittadini stanno vivendo oggi. Una circostanza in essere, questa, non solo per gli eventi meteorologici ma anche per quelli di origine sismica» puntualizza Clintel, che rifiuta le semplificazioni e al contempo possiede il realismo di pensare anche ai terremoti, grande e crescente problema del Paese.

 

I firmatari sono Uberto Crescenti, Presidente di Clintel-Italia, Professore Emerito di Geologia Applicata, Università di Chieti-Pescara (già Magnifico Rettore e Presidente della Società Geologica Italiana); Alberto Prestininzi, Ambasciatore per l’Italia della Fondazione Internazionale Clintel, Professore di Geologia Applicata (già presso l’Università La Sapienza di Roma); Franco Battaglia, Professore di Chimica Fisica (già presso le Università di Roma Tre e di Modena); Mario Giaccio, Professore di Economia delle Fonti d’Energia, Università di Chieti-Pescara (già Preside della Facoltà di Economia); Enrico Miccadei, Professore di Geografia Fisica e Geomorfologia, Università di Chieti-Pescara; Giuliano Panza, Professore di Geofisica (già presso l’Università di Trieste), Professore Emerito della China Earthquake Administration di Pechino, Accademico dei Lincei e dell’Accademia Nazionale delle Scienze, detta dei XL; Ernesto Pedrocchi, Professore Emerito di Energetica (già presso il Politecnico di Milano); Franco Prodi, Professore di Fisica dell’Atmosfera (già presso l’Università di Ferrara), già Direttore dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR; Renato Angelo Ricci, Professore Emerito di Fisica, Università di Padova, Presidente onorario della Società Italiana di Fisica e già Presidente della European Physics Society; Nicola Scafetta, Professore di Fisica dell’Atmosfera e Oceanografia, Università Federico II di Napoli; Ugo Spezia, Ingegnere nucleare, già dirigente SOGIN.

 

Insieme ad altri, hanno scritto il libro Dialogo sul clima recentemente pubblicato in Italia.

 

«I cambiamenti climatici – concludono gli scienziati – non vanno confusi – come troppo spesso si ascolta dai mezzi di informazione e dalle dichiarazioni di alcuni responsabili politici – con gli eventi meteorologici, e le alluvioni non dipendono solo da eventi meteo-climatici ma anche dalla geomorfologia e dall’uso del suolo. Le cause dei danni dovuti agli eventi alluvionali e che vengono associati ai cambiamenti climatici sono invece dovuti nella loro quasi totalità a scelte di pianificazione territoriale e costruttive umane non corrette, ad una lettura sbagliata del territorio e del sistema fluviale e marino nella loro continua dinamicità».

 

«Questo dovrebbe essere un momento fondamentale per la politica che veda finalmente, in maniera multiscalare, geologia dei territori e del mare, pianificazione territoriale, meteorologia e climatologia. Dobbiamo essere consapevoli che sull’Italia piovono ogni anno oltre 250 chilometri-cubi d’acqua, a fronte di un fabbisogno del Paese di meno di 20 chilometri-cubi».

 

È allora necessario che si attuino interventi mirati al generale governo delle acque (creazione di invasi montani, casse di espansione, argini e quant’altro la migliore ingegneria idraulica e le scienze geologiche hanno da offrire) e al miglioramento del sistema di gestione del rischio meteorologico da parte della Protezione Civile (ad esempio attraverso lo sviluppo di sistemi di nowcasting). Questi interventi proteggeranno meglio la popolazione da fenomeni alluvionali, da un lato e, dall’altro, consentiranno, nei momenti di abbondanti precipitazioni, la raccolta di acque pronte da distribuire nei periodi più siccitosi

 

L’iniziativa di Clintel ha già trovato una sponda parlamentare in Lucio Malan, capogruppo al Senato di Fratelli d’Italia, che ha rilasciato un’intervista all’ANSA il 20 maggio, dicendo che «In ogni campo scientifico non esistono verità definitive, c’è sempre la ricerca. Sul tema del cambio climatico ci sono tante voci, a partire da quella di Franco Prodi, diverse dal pensiero diffuso dai media. Persino in teologia s’è pronti alla ricerca, figuriamoci sul clima.

 

«Poi non è vero che sono fenomeni mai visti negli ultimi decenni» continua il senatore valdese. «Penso al Polesine, all’alluvione di Pisa, di Firenze, di Venezia. I dogmi possono andare bene in altri campi, ma è sempre bene, avere un atteggiamento non assolutistico».

 

Lo stesso giorno, Malan ha twittato: «gli unici veri negazionisti dei cambiamenti climatici sono i talebani del clima che parlano come se prima del 1880 la temperatura fosse sempre stata stabile e come se prima del 1970 non ci fossero stati eventi estremi.».

 

 

Le dichiarazioni di Malan hanno suscitato reazioni isteriche da parte del PD, dei Cinque Stelle e di altre fazioni dell’opposizione.

 

Le reazioni arrivano dopo che sul quotidiano di Carlo De Benedetti Domani, il professor Gianfranco Pellegrino aveva affermato, titolandoci pure l’articolo, che «il negazionismo climatico dovrebbe essere un reato».

 

Non è chiaro, di fronte ad una simile legge da psicopolizia, che fine potrebbe fare Spock, il vulcaniano di Star Trek, il quale qualche anno fa raccontava – sulla scorta del «consenso scientifico» e di «dati scientifici inoppugnabili» professati dai baroni del tempo – che la Terra stava andando verso un’altra glaciazione.

 

 

Insomma, fa freddo, fa caldo, non ci sono più le mezze stagioni. Piove, governo ladro. Per fare queste affermazioni servono lauree in climatologia, e il sostegno delle Nazioni Unite – peraltro coinvolte in progetti di geoingegneria –  e dei miliardari che sostengono questa follia distruttiva (George Soros, Bill Gates, ad esempio), che ora chiamano, senza più pudore, «geoingegneria solare».

 

Siamo, chiaramente, dinanzi ad un’altra isteria che, come il COVID, serve come power grab, presa di potere e di danaro da parte dell’élite dei soliti noti, tutti stranamente convergenti (dalla grande industria ai vertici politici) nell’allarme climatico e sulla conseguente necessità di deindustrializzare, sorvegliare la popolazione (con l’impronta carbonica e il carbon tracker: le banche già lo fanno, le amministrazioni lo faranno presto con gli smart-meter e le smart-city), e magari anche, visto che ci siamo, ridurre l’umanità, come si discute da anni a certe cene.

 

Non serve davvero un genio per capire che il Cambiamento Climatico è una maschera ulteriore della Necrocultura. La più insidiosa, forse, perché penetra negli adepti come una vera religione, sostitutiva di quella cristiana.

 

 

 

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La Xylella come prova generale del COVID. Intervista al professor Luca Marini

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Si torna a parlare di Xylella, un allarme mediatico inflitto alla popolazione italiana tutta nel corso oramai di lustri. Ma cosa può nascondersi dietro questo ulteriore fenomeno epidemico-emergenziale? Quali dinamiche sono davvero in gioco? Ne abbiamo discusso con una delle uniche voci davvero dissidenti – ed indipendenti – emersa con forza nel biennio pandemico: il prof. Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma ed ex vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica. Sul caso il professore ha opinioni taglienti e sorprendenti.

 

Professore, la diffusione del batterio Xylella, che secondo alcuni provoca la morte degli olivi, è un tema praticamente sconosciuto al di fuori dei confini della Puglia. Lei, però, afferma da anni che si tratta di una problematica di portata nazionale, anzi globale. Vuole provare a spiegarci perché?

Perché dal punto di vista scientifico, comunicativo e biopolitico l’affaire Xylella è stata la prova generale del COVID: ma la sua percezione è molto limitata, perché ha riguardato solo una regione d’Italia, anzi solo una parte di quella regione, e conseguentemente una aliquota molto ridotta di italiani.

 

Senta, proviamo a fare un po’ ordine. Quando è iniziato l’affaire Xylella?

Quasi quindici anni fa, quando il batterio venne identificato per la prima volta nel Salento. Ma i sintomi della fitopatia nota come «Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo» (CODIRO), di cui la Xylella sarebbe una concausa, erano già noti. Consideri che, secondo alcuni studiosi, i disseccamenti sono praticamente ciclici, anche se su orizzonti temporali molto ampi, praticamente secolari.

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E come è comparso il batterio?

E chi lo sa? Due inchieste, una avviata dalla procura di Lecce, l’altra della procura di Bari, sono state archiviate. Fino a qualche tempo fa, qualcuno affermava che il batterio si fosse diffuso dopo lo svolgimento di un workshop sul tema svoltosi in Puglia nei primi anni Dieci. Oggi nessuno ne parla più.

 

Ma se il workshop avesse costituito l’occasione per diffondere la Xylella, si potrebbe parlare di un vero e proprio complotto?

Che vuole che le dica? Pensi al COVID: qualcuno è riuscito a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il virus SARS-CoV-2 sia, o non sia, stato diffuso intenzionalmente? In ogni caso, lasci che glielo dica, a me, come studioso, questo è un aspetto che interessa solo marginalmente.

 

In che senso?

Ma sì, a me, come giurista e studioso di biopolitica, interessa la gestione della problematica. Che la causa sia naturale o umana (e io, per esperienza, propenderei comunque per questa seconda soluzione) cambia poco, se non, nel secondo caso, sul piano delle responsabilità da accertarsi in sede giudiziaria.

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E allora ci dica: come è stata gestita la questione Xylella?

Imputando esclusivamente a essa la causa del CODIRO. Sulla base delle conclusioni raggiunte da una parte della comunità scientifica, la normativa europea e italiana, dopo un lungo periodo di attendismo che potrebbe non essere stato del tutto casuale, si sono concentrate sulla lotta al batterio imponendo soluzioni peggiori del male perché fondate, in prima battuta, su una sola misura: l’eradicazione degli olivi. Niente ricerca scientifica, niente di niente: solo eradicazioni.

 

Si è trattato di un approccio un po’ radicale, no?

Soprattutto se si pensa che le eradicazioni, non solo degli olivi colpiti dal CODIRO, ma di tutti quelli presenti nel raggio di 100 metri da quello considerato malato, venivano effettuate in nome e per conto del principio di precauzione, un principio che nessuno, in Europa, invocava più dal 2003, e cioè da quando era stata liberalizzata la commercializzazione degli alimenti contenenti, costituiti o derivati da OGM. Praticamente, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere al paradosso di alberi sani abbattuti per precauzione e di cibi transgenici (come di apparati produttivi letali) imposti alla popolazione. Questa, del resto, è l’Europa che vuole il capitalismo ultra-finanziario e digitale.

 

Torniamo alla Xylella.

In seguito, all’eradicazione si sono aggiunte altre misure eterogenee, dal reimpianto di varietà considerati resistenti alla Xylella alle cosiddette buone pratiche agricole volte a limitare la diffusione di un insetto la [Sputacchina, ndr] che nel frattempo era stato individuato come vettore del batterio. Tutte queste misure, comunque, hanno prodotto, di fatto, risultati univoci e disastrosi.

 

Di che tipo?

Pensi al contrasto alla Sputacchina, che si traduce nella necessità di eliminare l’erba in cui vive e si sposta l’insetto: questo risultato può essere ottenuto o con arature periodiche, i cui costi sono cresciuti negli ultimi anni in modo tale da risultare praticamente insostenibili per chi non disponga di macchinari propri, o con l’impiego di ben più economici diserbanti, preferiti dalla maggior parte dei coltivatori. Ciò vuol dire che, se una delle concause del CODIRO fosse proprio l’uso massiccio di diserbanti, la soluzione normativa finirebbe per instaurare una spirale viziosa. Ma non è tutto qui.

 

Perché, c’è di peggio?

Certo. A distanza di quindici anni dall’inizio della vicenda, solo gli osservatori più ottusi potrebbero ostinarsi a negare che la gestione della Xylella non sia servito, di fatto, a

1) ostacolare la ricerca di altre possibili cause del CODIRO, con specifico riferimento, come detto, all’uso massiccio di diserbanti e fitofarmaci;

2) ridurre la biodiversità imponendo, in luogo degli olivi espiantati, il reimpianto di un numero ridottissimo di varietà (in origine una sola), ciò che fatalmente favorirà la diffusione di future fitopatie;

3) standardizzare verso il basso la qualità dell’olio prodotto a detrimento non solo delle tanto celebrate eccellenze alimentari e del Made in Italy, ma anche della dieta mediterranea, con intuibili conseguenze sulla salute umana se è vero che l’uomo è ciò che mangia;

4) compromettere la sopravvivenza dei piccoli produttori mediante la sostituzione di pratiche e modelli agricoli tradizionali con metodi e sistemi agro-industriali e, quindi, favorire ulteriormente i processi di concentrazione della proprietà e di globalizzazione dei mercati;

5) modificare permanentemente il paesaggio pugliese quale preludio all’insediamento di infrastrutture simbolo di una controversa transizione ecologica ed energetica, dalle pale eoliche ai parchi fotovoltaici alla TAP;

6) non ultimo, dividere la società tra «negazionisti» e «regolisti», e cioè tra scettici oscurantisti in odore di anarchia e zelanti cittadini ossequiosi delle leggi, secondo il classico evergreen «divide et impera».

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Messa così è difficile pensare che dietro tutta questa storia non ci sia un complotto.

Diciamo che la gestione della Xylella, azzerando diritti e libertà fondamentali di quanti (pugliesi e non) hanno dovuto sottostare a un impianto normativo scellerato, costituisce nient’altro che una applicazione del metodo totalitario, metodo che consiste, in buona sostanza, nel manipolare i dati scientifici per propagandare il terrore al fine ultimo di soggiogare i cittadini. 

 

Sembra di ascoltare il tormentone post-COVID. 

Se preferisce, diciamo che le misure di gestione dell’emergenza Xylella hanno avuto come scopo precipuo – con largo anticipo rispetto al COVID – l’azzeramento della libertà e dell’autonomia individuale quale preludio all’instaurazione e all’accettazione acritica del totalitarismo biopolitico globale, e cioè del totalitarismo promosso dalle élites finanziarie transnazionali di matrice giudaico-massonica che punta a controllare l’intera dimensione psico-fisica dell’essere umano, dalla nascita alla morte.

 

Certo è strano che tutto ciò sia stato sperimentato in un settore, come l’agricoltura, la cui importanza, tutto sommato, non sembra determinante.

Niente di più logico, invece. il complesso di conoscenze antropologiche, culturali e medico-religiose direttamente connesso al mondo rurale, unitamente alle possibilità di autarchica sussistenza che da sempre assicura l’agricoltura, sono viste come un pericolo nel quadro dell’euro-globalismo promosso dal capitalismo ultra-finanziario e digitale. E quindi non deve stupire che lo scopo reale della PAC [la politica agricola comune, ndr] sia, da sempre, proprio quello di uccidere l’agricoltura europea: da questo punto di vista, anzi, l’affaire Xylella è solo l’ultimo capitolo di un disegno strategico che parte da lontano.

 

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Ambiente

Trump minaccia il Canada per gli incendi boschivi in ​​vista della finale dei Mondiali

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di imporre dazi aggiuntivi al Canada a causa del fumo degli incendi che ha avvolto gran parte del Nord-Est degli Stati Uniti, a pochi giorni dalla finale dei Mondiali di calcio nel Nuovo Jersey.   Venerdì Trump ha accusato il Canada di non gestire adeguatamente le proprie foreste e di permettere che «aria sporca, inquinata e malsana» attraversi il confine.   «Riteniamo il Canada responsabile del fatto che non si prende cura adeguatamente delle sue foreste e della vegetazione in esse contenuta», ha scritto Trump su Truth Social, affermando che l’inquinamento sta costando agli Stati Uniti miliardi di dollari.   «Questa è negligenza intenzionale, e sta diventando un evento annuale», ha aggiunto, sostenendo che il costo «deve necessariamente essere aggiunto alle tariffe che il Canada sta attualmente pagando». Trump ha affermato di voler chiamare il Primo Ministro Mark Carney per chiedere cosa Ottawa intenda fare riguardo agli incendi.   Il premier dell’Ontario, Doug Ford, aveva precedentemente respinto le critiche dei politici statunitensi, ricordando l’assistenza canadese fornita durante gli incendi e gli uragani negli Stati Uniti. «Forse, invece di lamentarvi, dovreste inviare supporto e aiuto», ha affermato.  

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A fine giugno, a causa delle condizioni di caldo e siccità, l’attività degli incendi in Canada si è intensificata, con diversi roghi di grandi dimensioni nel nord-ovest dell’Ontario che si sono rapidamente espansi questa settimana. Mercoledì, il fumo proveniente da quasi 900 incendi attivi ha raggiunto Nuova York, portando l’indice di qualità dell’aria oltre i 200 (classificato come «molto dannoso per la salute») in alcune zone entro giovedì sera.   Gli avvisi sulla qualità dell’aria sono rimasti in vigore nella città di Nuova York, Long Island e in alcune zone del Nuovo Jersey settentrionale fino a sabato, inclusa la contea di Bergen, dove si trova il MetLife Stadium. Le autorità hanno avvertito che l’inquinamento da particolato fine potrebbe raggiungere livelli pericolosi per la salute e hanno esortato i residenti, in particolare i bambini e le persone con problemi cardiaci o respiratori, a limitare l’attività fisica all’aperto, a rimanere in casa quando possibile e a indossare una mascherina N95 o KN95 quando si è all’aperto.   Questo avviene pochi giorni prima della finale dei Mondiali tra Argentina e Spagna, che si disputerà al MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey. Si prevede la presenza di circa 80.000 persone.   Le autorità e i funzionari della FIFA stanno monitorando la situazione, sebbene fonti abbiano riferito a ESPN che al momento la finale non sia considerata a rischio. La pioggia e il cambiamento del vento potrebbero migliorare la qualità dell’aria prima del calcio d’inizio, ma i meteorologi hanno avvertito che una maggiore quantità di fumo potrebbe raggiungere la regione dopo il cessare della pioggia.   Il fumo ha raggiunto anche la vicina città di Philadelphia, dove allo stadio era programmato un grande evento di stand-up comedy del comico Shane Gillis, che ha infranto ogni record della categoria vendendo 76.212 biglietti. Le autorità cittadine avevano mandato avvisi per la qualità dell’aria, chiudendo tutte le piscine pubbliche e sospendendo la raccolta della spazzatura.  

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Alimentazione

Leader sindacale messicano assassinato: il movimento agricolo chiede un’indagine

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Il Fronte Nazionale per la Salvaguardia delle Campagne Messicane (FNRCM), il movimento di agricoltori indipendenti che guida la lotta per proteggere l’agricoltura messicana dai cartelli e dagli speculatori globali, ha chiesto un’indagine completa sull’assassinio di José Ramírez Yáñez, coordinatore delle attività del FNRCM nello stato di Jalisco.

 

Secondo la Procura locale, il figlio di Ramírez Yáñez ha trovato il padre mercoledì in uno stagno o in un lago, con evidenti segni di violenza sul corpo.

 

«Esprimiamo la nostra profonda indignazione e il nostro dolore per il vile omicidio del nostro compagno, amico e coordinatore statale di Jalisco», ha scritto il FNRCM in una dichiarazione rilasciata lo stesso giorno. «Non possiamo e non permetteremo che il silenzio sia la risposta alla violenza che ha tolto la vita a un uomo che ha dedicato decenni alla lotta per la dignità della nostra terra e di coloro che la lavorano».

 

Chiedendo alle autorità di individuare i responsabili e di consegnarli alla giustizia, la FNRCM chiarisce di interpretare il suo omicidio come un messaggio rivolto all’intero movimento contadino. La sua morte «è un attacco diretto alla lotta sociale e alla difesa delle campagne messicane che ha coraggiosamente guidato… Non abbasseremo la guardia. La memoria di José merita non solo rispetto, ma anche verità e giustizia. Se colpiscono uno di noi, colpiscono tutti noi che lavoriamo la terra e lottiamo per la giustizia sociale», hanno scritto.

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Attraverso ripetute proteste a livello nazionale, unite a forum e incontri informativi con funzionari governativi e cittadini comuni, la FNRCM, fondata nel 2024 ha portato all’attenzione dell’agenda nazionale la necessaria politica alternativa: il ritorno a una politica di tutela degli agricoltori e dell’approvvigionamento alimentare nazionale, attraverso misure quali la garanzia di prezzi di parità per i prodotti agricoli basati sui costi di produzione nazionali, la ricostituzione della banca rurale nazionale per l’erogazione di credito e altre ancora.

 

Diversi membri della dirigenza della FNRCM hanno inoltre riferito su questa importante lotta per lo sviluppo durante gli incontri settimanali della Coalizione Internazionale per la Pace.

 

Come riportato da Renovatio 21, il 20 ottobre 2025 era stato assassinato Bernardo Bravo Manríquez, presidente del FNRCM. Bravo, alla guida degli Agrumicoltori della Valle di Apatzingán, aveva partecipato allo sciopero nazionale degli agricoltori del 14 ottobre, organizzato con successo dal FNRCM per sollecitare il governo a introdurre politiche a sostegno dell’agricoltura nazionale, minacciata da speculatori finanziari internazionali e dai loro cartelli.

 

I cartelli della droga messicani, in particolare nello Stato di Michoacán, hanno diversificato le proprie attività infiltrandosi nel business dell’avocado, noto come «oro verde». Questo frutto, essenziale per la dieta delle nuove generazioni statunitensi convinte delle sue capacità nutritizie (ghiotte del cosiddetto «avocado toast»), genera profitti miliardari grazie alla forte domanda mondiale, attirando organizzazioni narcos come il Cartello di Jalisco Nuova Generazione (CJNG).

 

I narcotrafficanti controllano la filiera attraverso l’estorsione sistematica di produttori, trasportatori e confezionatori, imponendo tasse illegali su ogni ettaro coltivato o chilogrammo esportato. Chi rifiuta di pagare subisce violenze, sequestri o l’esproprio delle terre. Oltre all’estorsione, il settore agricolo viene sfruttato per il riciclaggio di denaro derivante dal narcotraffico, poiché permette di giustificare enormi flussi finanziari legittimi.

 

Questa infiltrazione ha gravi conseguenze ambientali, poiché i cartelli impongono la deforestazione illegale di boschi protetti per fare spazio alle piantagioni, provocando una crisi idrica e danni irreparabili agli ecosistemi locali.

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