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Il prestigioso destino di un testo fondatore

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La celebre Dichiarazione di Mons. Lefebvre del 21 novembre 1974 compie 50 anni. Si moltiplicano gli articoli di stampa per onorare questo anniversario, celebrando l’accuratezza e la profondità di un testo davvero storico. Non ci sarebbe però, in questo tentativo di evidenziarlo, una forma di enfasi anacronistica o addirittura di «ripresa politica»? Questo testo ha davvero l’importanza che vogliamo dargli? Lo stesso monsignor Lefebvre si rendeva conto del significato della sua Dichiarazione? La domanda merita di essere posta, poiché le circostanze in cui è stata scritta sembrano umili e discrete.

 

Un «moto di indignazione», non una «Dichiarazione di guerra».

 

Dopo l’improvvisa visita apostolica avvenuta dall’11 al 13 novembre 1974, Mons. Lefebvre recò a Roma, presso le tre Congregazioni romane coinvolte in questa visita. Il 2 dicembre, appena tornato dal suo viaggio, mons. Lefebvre si rivolse ai seminaristi riuniti attorno a lui:

 

«Cari amici, mi è stato chiesto di chiarirvi un po’ qual è la posizione della Fraternità e del Seminario dopo la visita dei due visitatori apostolici avvenuta, e ho pensato che forse sarebbe stato il caso di leggervi una piccola Dichiarazione, che ho scritto per affermare con chiarezza i principi che ci guidano, e per non avere tentennamenti».

 

Infatti, il 21 novembre, ritornando a casa di Albano dopo alcuni colloqui con le Congregazioni, comprendendo che non c’era molto altro da aspettarsi per il momento e «in un moto di indignazione», come disse, aveva scritto di getto a sintesi della sua posizione.

 

Non fraintendete, tuttavia. Questo «moto» non è un impulso. «Evidentemente – prosegue – sono cose gravi, ma la situazione è grave. Pertanto, quando gli eventi sono gravi, dobbiamo anche prendere le decisioni corrispondenti e un atteggiamento fermo, chiaro».

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Monsignor Lefebvre non sapeva come si sarebbero evolute le cose. Ma ritenendo inutile perdersi in vane congetture sul futuro, precisò: «Io non sono più informato di voi su ciò che potrà accadere, su ciò che potrebbe non accadere. […] Lasciamo che gli eventi si svolgano come permette la Provvidenza, e preghiamo (…)».

 

«Ma ho voluto comunque assumere una posizione di principio che non ha bisogno di essere condizionata dagli eventi. Questa posizione di principio, mi sembra, è sempre stata quella del Seminario e della Fraternità. I termini forse sono più fermi, più chiari, più definitivi, perché la gravità della crisi è sempre in aumento…»

 

Poi con voce calma, pacata e forte allo stesso tempo, legge pacificamente il suo testo e conclude: «questa Dichiarazione può sembrarvi molto forte, ma credo che sia necessaria».

 

Ciò che motiva dunque questa posizione netta, che trascende con la sua chiarezza le circostanze particolari, è la consapevolezza della gravità della situazione: «un disastro che colpisce le anime. Perché è questo che dobbiamo vedere: le anime che si perdono! Quante anime andranno all’inferno a causa di questa riforma! E tutti questi conventi deserti, queste suore disperse, questi seminari vuoti! (…) Di fronte a quest’ondata di neoprotestantesimo e neomodernismo bisogna dire no!».

 

Soffermandosi poi sulla santità del sacrificio della Messa, tesoro della Chiesa e fonte di tutte le virtù sacerdotali e cristiane, conclude: «sono cose così preziose che mi sembra che non si possa parlare con sufficiente energia per cercare di preservarle e conservarle per la Chiesa e per le anime».

 

«Avrei preferito morire piuttosto che dover affrontare il papa a Roma!», confidò a padre Aulagnier l’11 novembre, mentre attendeva i visitatori inviati da Paolo VI.

 

La sua posizione non ha quindi nulla a che vedere con una fredda dichiarazione di guerra a Roma, né con una reazione troppo forte o poco controllata. Si tratta di un grave «non possumus», pienamente consapevole delle proprie responsabilità, pronunciato per fornire ai propri seminaristi, nella confusione crescente, una linea di condotta chiara e ferma. È una santa indignazione piena di fede; una professione umile e forte, ispirata unicamente dal suo profondo amore alla Chiesa e alle anime.

 

Un «casus belli» comunque…

I seminaristi non si erano sbagliati e accolsero con vibranti applausi la lettura di questo testo storico. Sebbene non fosse destinato al pubblico, viene comunque conosciuto e frammenti di esso vengono divulgati all’insaputa dell’autore, in condizioni diverse e talvolta deplorevoli. Monsignor Lefebvre decise allora di pubblicarne una versione autentica e completa, appena ritoccata, nel numero di gennaio 1975 di Itinéraires.

 

Ma nessuna preoccupazione lo turba: «quali che siano le sanzioni prese contro di noi, in queste condizioni non è più una questione di obbedienza, ma di conservare la fede. Se se ne vanno dieci, venti, quaranta, io resto!»

 

Alla fine di gennaio monsignor Lefebvre venne convocato a Roma dove, il 13 febbraio, incontrò tre cardinali. Uno di loro mostrò Itinéraires: «la vostra Dichiarazione, pubblicata su Itinéraires! Allora siete contro il Papa e contro il Concilio! Questo è inaccettabile!»

 

Dopo averlo lasciato a un monologo di venticinque minuti, monsignor Lefebvre chiarì con calma l’atteggiamento e il pensiero del seminario e della Fraternità. No, non è vero, non era contro il Papa. Si astenne sempre dal dire qualcosa di dispregiativo e rifiutò di permettere a chiunque di dire parole dispregiative nei confronti del Santo Padre in seminario.

 

D’altra parte, sottolineò che le conseguenze del Concilio che si erano manifestate nelle riforme erano molto gravi, e che non potevano accettarle: dovevano rimanere legati alla Tradizione. Ma i cardinali si fanno fecero duri: «se mantenete la vostra Dichiarazione, allora non potremo riconoscere la Fraternità, non potremo riconoscere il vostro seminario…». Detto questo, monsignor Lefebvre concluse: «io non vedo come posso cambiare la mia opinione».

 

Dopo un secondo incontro il 3 marzo, in cui gli fu stato detto: «il vostro manifesto è inaccettabile», mons. Lefebvre commentò per i suoi seminaristi: «Vediamo il degrado sempre più evidente della morale, della fede, della liturgia: non possiamo restare indifferenti a questa distruzione, non è possibile!»

 

«Ecco perché dobbiamo mantenere assolutamente la nostra fermezza, e non dubitare nemmeno per un momento della legittimità della nostra posizione. Non siamo noi che giudichiamo, non sono io che mi faccio giudicare. Io non sono che l’eco di un magistero limpido, professato da 2000 anni. È il magistero della Chiesa, è la Tradizione della Chiesa che condanna (…)».

 

«Diranno: “Vi separate da Roma!”. Al contrario, ad essa siamo legati più di ogni altro! Siamo legati a questa Roma che ha sempre professato la verità, professato il magistero della Chiesa. Questa Roma è nostra e noi la facciamo nostra. Ecco perché non dobbiamo preoccuparci».

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…E un motivo di condanna

La sentenza cadde il 6 maggio 1975. In tre parole: soppressione della Fraternità, chiusura del seminario e nessun sostegno a mons. Lefebvre finché avrebbe mantenuto le idee espresse nel suo manifesto.

 

«È attorno alla tua dichiarazione pubblica, nella rivista Itinéraires, che il nostro scambio è iniziato e principalmente continua. Non potrebbe essere altrimenti. (…) Tuttavia, tale Dichiarazione ci è sembrata inaccettabile sotto ogni punto di vista. È impossibile conciliare la maggior parte delle affermazioni contenute in questo documento con l’autentica fedeltà alla Chiesa, a coloro che ne sono responsabili e al Concilio dove si sono espressi il pensiero e la volontà della Chiesa».

 

Jean Madiran commentò laconicamente: «inaccettabile sotto ogni aspetto. In una sentenza ufficiale non è possibile supporre che si tratti di un lapsus o di un’imprecisione redazionale». L’unico argomento della sentenza del cardinale è il seguente: mons. Lefebvre è accusato di invitare tutti «a subordinare le direttive che provengono dal papa al proprio giudizio».

 

Non solo, continua Madiran, «è una falsificazione»; ma «quando, in nome del papa, le congregazioni romane favoriscono o impongono l’autodemolizione della Chiesa e l’apostasia immanente, non è per suo giudizio, è per il Credo, è per la virtù teologale della fede, è a motivo della Tradizione cattolica che ogni battezzato è chiamato a rifiutare e a resistere».

 

Nel mese di giugno, presentando un appello contro la soppressione della Fraternità e del Seminario, mons. Lefebvre indirizzava a Paolo VI il seguente rapporto, in cui si afferma chiaramente il ruolo assolutamente centrale svolto dalla sua Dichiarazione: «constatando che i visitatori sono venuti con il desiderio di allinearci sui cambiamenti avvenuti nella Chiesa dopo il Concilio, ho deciso di chiarire il mio pensiero davanti al seminario».

 

«Non potevo aderire a questa Roma rappresentata dai visitatori apostolici, che si permettevano di trovare normale e fatale l’ordinazione delle persone sposate, che non ammettevano una verità immutabile, che esprimevano dubbi sul modo tradizionale di concepire la Risurrezione di Nostro Signore (…)».

 

«Il 13 febbraio, 3 marzo, è stata discussa solo la mia Dichiarazione del 21 novembre. Con veemenza, il cardinale Garrone mi ha rimproverato per questa Dichiarazione, arrivando a darmi del “pazzo”, dicendomi che “facevo la parte di Atanasio”, e questo per venticinque minuti. Si è aggiunto il cardinale Tabera, dicendomi che “quello che fate è peggio di quello che fanno tutti i progressisti”, che “io avevo rotto la comunione con la Chiesa (…)».

 

«Ho cercato invano di formulare argomentazioni, spiegazioni, che indicassero il significato esatto della mia Dichiarazione. Affermavo che rispettavo e rispetterò sempre il Papa e i vescovi, ma che non mi sembrava scontato che criticare alcuni testi del Concilio e le riforme che ne sono seguite equivalesse a una rottura con la Chiesa; che mi sforzavo di individuare le cause profonde della crisi che attraversava la Chiesa, e che tutta la mia azione dimostrava il mio desiderio di costruire la Chiesa e non di distruggerla. Ma nessun argomento è stato preso in considerazione (…)».

 

«Così, dopo questo processo farsa, mi è stata fatta questa cosiddetta visita favorevole con qualche leggera riserva e due interviste incentrate solo sulla mia Dichiarazione per condannarla completamente, senza riserve, senza sfumature, senza esame concreto e senza che mi fosse consegnato nemmeno un testo scritto, e ho ricevuto una dopo l’altra una lettera da Sua Eccellenza monsignor Mamie sopprime la Fraternità e il Seminario con l’approvazione della Commissione Cardinalizia, poi una lettera della Commissione che conferma la lettera di Mons. Mamie, senza che venga formulata un’accusa formale e precisa sulle proposte avanzate».

 

«Ho dovuto quindi mandare via immediatamente centoquattro seminaristi, tredici insegnanti e personale del seminario, due mesi prima della fine dell’anno scolastico! Basta scrivere queste cose per indovinare cosa potrebbero pensare le persone che hanno ancora un po’ di buon senso e di onestà».

 

Un «segno di contraddizione»

Presente al centro delle condanne che colpirono mons. Lefebvre nel 1975, la sua Dichiarazione fu allora oggetto di discussioni tra i docenti del seminario di Econe. Alcuni avrebbero voluto correggerlo e scrivere una «dichiarazione moderata»: «Monsignore, ritirate il vostro primo testo e firmate questo!» Ma mons. Lefebvre non poteva cedere. Ai cardinali disse: «Potrei scriverlo diversamente, ma non potrei scrivere altro».

 

Poi quattro o cinque professori si ritirarono: il testo del 21 novembre divenne segno di contraddizione. Mons. Lefebvre lo ricorderà due anni dopo: «i professori avrebbero voluto che accettassi il Concilio! Avrei dovuto dimostrare la mia totale accettazione del Concilio e oppormi solo alle infelici interpretazioni del Concilio».

 

«Non potevo accettare una formula come questa. Perché, in coscienza e in verità, non credo che possiamo accettarlo. Dire che non c’è niente nel Concilio, che il Concilio è perfetto, che è un concilio come gli altri, che dobbiamo accettarlo come gli altri, e che ci sono solo interpretazioni e abusi del Concilio…»

 

Questo atto d’accusa al Vaticano II gli sembrava inevitabile: «perché nella famosa Dichiarazione faccio allusioni al Concilio? Questo Consiglio è pericoloso. Ci sono tendenze liberali, tendenze moderniste, che sono molto pericolose perché hanno poi ispirato le riforme che sono seguite e che hanno messo a terra la Chiesa. Giudichiamo l’albero dai suoi frutti, dobbiamo solo vedere».

 

I fatti stessi gli diedero ragione. Ai seminaristi, nel settembre 1975, spiegava: «il Santo Padre, i cardinali, in definitiva condannano il nostro seminario a causa della sua Tradizione! Per il fatto che manteniamo le tradizioni, ci troviamo, per loro, in opposizione al Concilio e quindi in disobbedienza alla Chiesa! (…)»

 

«Logicamente è quindi il Concilio che rompe con la Tradizione! Impossibile immaginarlo diversamente…! Poiché manteniamo gli orientamenti tradizionali, siamo condannabili in nome del Concilio: è quindi dal Concilio che è uscito qualcosa di nuovo, qualcosa che si oppone alla Tradizione…»

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Sulla cima di una montagna

Tuttavia, se la Dichiarazione appare chiaramente come una vera e propria posizione anticonciliare, non può essere ridotta a questa contraddizione. Sorge più in alto, su un’alta vetta da dove trascende ogni dialettica, in un clima di freschezza autenticamente cattolica.

 

«”Allora sei contro il papa, sei contro la Chiesa”, ci diranno. Non siamo affatto contro il Papa! Siamo i migliori difensori del Papa! (…) Siamo attaccati come la pupilla dei nostri occhi a ciò che il papa ha di più caro: difendere il deposito della fede, trasmettere il deposito della fede, le rivelazioni degli Apostoli, che furono date agli Apostoli da Nostro Signore».

 

«Quindi non siamo affatto contro il papa, anzi!». E in una lettera al Santo Padre, il 24 settembre 1975, «ribadiva quanto aveva affermato nella prima parte della sua Dichiarazione»: il suo «attaccamento senza riserve alla Santa Sede e al Vicario di Cristo», dicendosi devoto «con tutto il cuore al successore di Pietro, “maestro della verità”».

 

Ma la stessa Dichiarazione che lo preserva dalla separazione dal Papa, lo preserva anche dalla sottomissione servile a quest’ultimo. È ancora questo testo che citerà a Mons. Giovanni Benelli, Sostituto della Segreteria di Stato, in un incontro del 19 marzo 1976: «nessuna autorità, anche la più alta nella gerarchia, può obbligarci ad abbandonare o a diminuire la nostra fede cattolica chiaramente espressa e professata dal magistero della Chiesa da diciannove secoli».

 

E commenterà: «”nessuna autorità, anche la più alta”: quindi il Papa, anche il Papa?» Monsignor Lefebvre non vede come si possa discutere una frase del genere, gli sembra ovvia… «Ma, insiste Mons. Benelli, è il Papa il giudice della verità, è il Papa il criterio della verità, è il Papa che decide della verità».

 

– «Penso che il Papa debba trasmettere la verità, ma non è lui che fa la verità. Lui non è la verità, deve trasmettere la verità».
– «In ogni caso non siete voi a fare la verità!»
– «Non sono io. Ma un bambino che conosce il catechismo conosce la verità, e il Papa non può opporsi alla verità che è nel catechismo e che i papi insegnano da venti secoli».

 

Magnifica risposta di saggezza e semplicità!

 

Monsignor Benelli supplica «Lei deve, monsignore, fare atto di sottomissione. Dobbiamo fare un atto di sottomissione! Direte che avevate torto; in secondo luogo, che accettate il ​​Concilio, accettate le riforme post-conciliari, accettate gli orientamenti post-conciliari dati da Roma».

 

«Accettate la Messa di Paolo VI nella vostra casa e in tutte le case che dipendono da voi; e vi impegnate a far sì che anche tutti coloro che vi hanno seguito finora vi seguano nel cambiamento che dovete operare e nella disciplina che dovete imporre loro per ritornare alla disciplina della Chiesa! (…) Vi assicuro: se firmate questo atto, per il vostro seminario non c’è più nessun problema, non c’è più nessun problema, nemmeno materiale!»

 

Ma monsignor Lefebvre, incrollabilmente fedele alla linea chiara della sua posizione di principio, resta inaccessibile a queste intimidazioni. Vuole soltanto sottomettersi alla verità della Tradizione della Chiesa, anche se per farlo deve affrontare l’opposizione più dolorosa.

 

Nessuna pressione lo separerà dalla Roma eterna; nessuna contraddizione indebolirà il vigore del suo attaccamento a Pietro; nessuna paura lo distrarrà dalla sua fondamentale opposizione a tutti gli orientamenti liberali che demoliscono la Chiesa, anche se provengono da un concilio o dal Papa stesso.

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Una professione di fede

Nel 1982, mons. Lefebvre legge ai suoi seminaristi un breve testo scritto alla fine del 1974, che suona come un’eco della sua dichiarazione del 21 novembre, e ne ricorda lo spirito, intriso di fede:

 

«Invece di comprendere le ragioni che ci obbligano a mantenere la dottrina tradizionale, la liturgia tradizionale, e ad autorizzarci a continuare, anche solo in via sperimentale, ciò che stiamo facendo per dare alla Chiesa dei veri sacerdoti come li ha sempre avuti, l’attuale Curia Romana utilizza tutti i mezzi di pressione morale per farci accettare l’orientamento liberale della Chiesa».

 

«Cioè, una nuova espressione della fede, della catechesi, più vicina al modernismo che alla Tradizione e al Magistero; la nuova liturgia, con la nuova concezione del sacerdote, più vicina al protestantesimo che alla dottrina ortodossa».

 

«Questo orientamento liberale, che ha trionfato al Concilio Vaticano II, è proprio quello dei liberali e dei cattolici liberali che sono stati più volte condannati dai romani pontefici. Pio IX li designa come i peggiori nemici della Chiesa, come traditori; Leone XIII condanna definitivamente le loro teorie, che sono false, basate sui principi della Rivoluzione francese; San Pio X condanna l’applicazione di questo liberalismo nel modernismo e nel Sillon».

 

«Siamo quindi posti, senza che lo abbiamo voluto né desiderato, di fronte a una scelta da fare: ovvero, con il pretesto dell’obbedienza, entrare in questo orientamento liberale, distruttivo della fede e di ogni valore cristiano, orientamento forzato da parte di coloro che detengono potere nella Curia Romana».

 

«Oppure mantenere le fonti e i bastioni della fede, seguendo tutti i papi del XVIII e XIX secolo, e del XX secolo fino a Giovanni XXIII, fino a prima del Concilio, e vivere in un clima generalizzato di sfiducia, di critica da Roma e dai vescovi».

 

«Ovviamente la nostra scelta è fatta. Essa è più che mai per l’ortodossia della fede e per la Tradizione custode della fede. Vogliamo credere e vivere in comunione con la Chiesa cattolica di sempre, di tutti i santi, di tutti i papi che hanno propagato e trasmesso la vera fede cattolica».

 

«Siamo in comunione con la Chiesa di oggi in quanto essa continua la Chiesa di ieri. Ma non lo riconosciamo in questo atteggiamento e in queste convinzioni liberali, protestanti e moderniste».

 

«Non possiamo quindi accettare tutto ciò che, nella recente riforma, si ispira a questi principi, come i nuovi catechismi, la nuova catechesi, le meditazioni che sostituiscono i ritiri spirituali, la riforma liturgica ispirata ad un falso ecumenismo, la riforma del diritto pubblico della Chiesa ispirata ad una falsa libertà religiosa».

 

«Il tradimento della Chiesa da parte dei suoi chierici e dei suoi cattolici liberali porta frutti amari di cui il mondo intero è testimone, di cui alcuni si rallegrano e altri soffrono crudelmente».

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La «carta» della Fraternità

Nel 1985, mons. Lefebvre, che aveva appena festeggiato il suo ottantesimo compleanno, ripercorreva i vent’anni trascorsi. Rispondendo a certe insinuazioni, confida semplicemente: «non credo, in verità, di aver cambiato in alcun modo il mio atteggiamento verso tutto ciò che è accaduto nella Chiesa».

 

Rileggendo ai suoi seminaristi, tra gli altri testi, quello del 21 novembre 1974, dice: «continuiamo a dirlo! Questa è la verità».

 

Ma è proprio il 9 giugno 1988, alla vigilia delle consacrazioni episcopali che farà tre settimane dopo, che questa Dichiarazione risplende soprattutto con la sua luce e la sua forza silenziosa.

 

«Forse saremo condannati, questo non è sicuro… Forse taceranno, forse ci condanneranno… Ci ritroveremo come eravamo nel 1976, al tempo della sospensione».

 

«Potrebbero esserci alcuni che ci lasceranno. Per paura di Roma! È assurdo! Sempre questa paura di essere in difficoltà con Roma, come se Roma fosse ancora la Roma normale!»

 

«Ma, alla fine, da chi siamo condannati? E perché siamo condannati? Questo è quello che dovete vedere! Siamo condannati da persone che non hanno più la fede cattolica… Assisi è la negazione della fede cattolica, in pubblico! È stato fatto di nuovo a Santa Maria in Trastevere! Questo non è possibile, è inimmaginabile! Non è più Roma! Questa non è la vera Roma!»

 

Poi, con commovente serenità in un’ora così grave, il prelato prosegue:

 

«Dobbiamo sempre tornare alla Dichiarazione del 21 novembre 1974. È veramente la nostra carta».

 

«La rileggevo per leggervela di nuovo… credo che avrei potuto firmarla in tutti questi anni, e la firmerei ancora adesso: è la stessa cosa. Siamo esattamente nello stesso stato d’animo! Non siamo cambiati di una virgola! Questo è ciò che difendiamo e ciò che vogliamo assolutamente difendere! Contro questa Roma modernista».

 

«Quando tutto sarà cambiato, quando quelli se ne saranno andati e ci saranno persone che sono per la Tradizione della Chiesa, allora non ci saranno più problemi, ovviamente!»

 

Nell’ottobre 1988 vi tornerà un’ultima volta: «dovevamo scegliere! Non c’è niente da fare. Dovevamo scegliere tra la vecchia fede e queste cose nuove. Per questo considero ancora attuale la Dichiarazione che ho fatto il 21 novembre, dopo la visita dei prelati venuti l’11 novembre 1974, dicendo: Scegliamo la Roma di sempre! Non vogliamo la nuova Roma modernista».

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Conclusione

Monsignor Lefebvre è stato fedele a questa carta fino alla fine. Avendo assicurato, attraverso le consacrazioni episcopali, la sopravvivenza della Tradizione della Chiesa, poté cantare il suo Nunc dimittis e restituire la sua anima a Dio nella pace. Aveva combattuto la buona battaglia fino alla fine.

 

Nella cripta della chiesa del seminario di Econe, sulla tomba dove riposano le sue spoglie mortali, leggiamo incise queste parole: «Tradidi quod et accepi. Ciò che ho ricevuto, te lo ho trasmesso».

 

Cosa ha ricevuto? Una fede profonda nella persona eterna di Gesù Cristo, un attaccamento incrollabile ai tesori della Chiesa che sono il sacrificio della Messa e del sacerdozio, una speranza incrollabile nel trionfo della Regalità di Cristo e, a coronamento di tutto, una carità che ha consumato la sua anima al servizio della Chiesa, eco vibrante della carità di Dio stesso.

 

Sono queste ardenti disposizioni che furono espresse in modo così eloquente nella sua dichiarazione del 21 novembre 1974, e che ne spiegano la profondità e la saggezza.

 

Sotto il coperchio di pietra, con gli occhi chiusi, riposa in pace il valoroso prelato. Ma la sua Dichiarazione resta: brilla come un faro, continuando a illuminare i passi dei suoi figli.

 

«La Tradizione appartiene alla Chiesa; è in essa e per essa che la custodiamo in tutta la sua integrità, “in attesa che la vera luce della Tradizione dissipi le tenebre che oscurano il cielo della Roma eterna”» (Messaggio del Superiore generale e dei suoi Assistenti in occasione del cinquantesimo anniversario della dichiarazione del 21 novembre 1974).

 

Somma di articoli previamente apparsi su FSSPX.News

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Immagine da FSSPX.News.

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Rubate le reliquie di San Martino di Tours da una chiesa

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Dei ladri hanno rubato delle reliquie di San Martino di Tours da una chiesa cattolica in Germania. Lo riporta LifeSite.   La chiesa cattolica di San Martino a Neuss-Holzheim, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, è stata presa di mira dai ladri.   Secondo la stampa locale, ignoti si sono introdotti nella chiesa attraverso un ingresso laterale nella notte tra il 30 e il 31 luglio. Una volta all’interno, avrebbero infranto una piccola vetrata davanti all’altare e rubato le reliquie di San Martino, il santo patrono della chiesa, che erano custodite dietro di esso. È stato rubato anche un messale; tuttavia, secondo Volker Esser, vicepresidente del consiglio parrocchiale, è stato ritrovato poco dopo, a poche strade di distanza, sotto un’auto.   Il furto non è stato il primo furto con scasso nella chiesa. Secondo il quotidiano tedesco Westdeutsche Zeitung, già nel gennaio 2023, dei malviventi, tuttora ignoti, si erano introdotti nella sacrestia, lasciando dietro di sé una «scena di devastazione». «Alcune porte presentavano grossi fori, schegge di legno erano sparse sul pavimento e su altre erano visibili segni di effrazione», riporta il giornale zonale.   All’epoca, i responsabili avevano preso di mira numerosi oggetti sacri. Circa sei mesi dopo quel furto, alcuni degli oggetti rubati ricomparvero in circostanze misteriose: i residenti scoprirono un ostensorio e diversi calici sul tetto di un garage.

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Secondo quanto emerso, i responsabili sarebbero rimasti feriti durante l’ultimo furto con scasso, come dimostrano le evidenti macchie di sangue rinvenute sull’altare. Sebbene i danni materiali causati dall’effrazione non siano stati particolarmente ingenti, «il valore affettivo lo è certamente», ha affermato il parroco Andreas Süß, esprimendo il suo sgomento per il crimine al quotidiano Westdeutsche Zeitung: «Per noi, come parrocchia, è inimmaginabile come qualcuno possa introdursi in una chiesa. Sembra esserci una totale mancanza di rispetto per la casa di Dio».   Süß ha annunciato che avrebbe benedetto l’altare. Ha anche affermato che si valuteranno al più presto le opzioni per ulteriori misure di sicurezza.   In Europa si è registrato un aumento degli attacchi alle chiese negli ultimi anni, tra cui furti con scasso, atti vandalici e incendi dolosi. Secondo l’ultimo rapporto dell’OIDAC Europe, la Germania ha registrato il numero più alto di incendi dolosi documentati contro edifici religiosi, con 33 casi nel 2024.   Vi è stato un tempo di fede in cui il furto di reliquie aveva un valore quasi politico, e non economico.  Nel Medioevo vi era la cosiddetta translatio sanctitatis: trafugare i resti di un santo legittimava il potere di una città. La furtiva translatio era spesso autorizzato da storiografie agiografiche che giustificavano il possesso dei resti corporei come un volere divino. l caso più celebre è il trafugamento delle spoglie di San Marco sottratte da Alessandria d’Egitto nel IX secolo per accrescere il prestigio della Repubblica.   A quel tempo si credeva che i resti possedessero virtù taumaturgiche e potessero proteggere intere comunità da carestie e guerre.   Oggi invece, con il collasso totale della fede, il furto di reliquie ha mere ragioni criminali: esse vengono rubate con scasso immesse nel mercato nero, o usate per chiedere riscatti.   È celebre il caso dell’ottobre 1991, in cui un trio di uomini armati  legati alla Mala del Brenta (l’unica, evanescente micromafia veneta) di Felice Maniero fece irruzione nella Basilica e trafugò la lingua di Sant’Antonio a Padova, reliquia veneratissima, fa scopo ricattatorio: l’intento era costringere lo Stato a liberare alcuni criminali detenuti e revocare sorveglianze speciali. Il furto della lingua di Sant’Antonio, in realtà, non è mai avvenuto, poiché i ladri scardinò e sottrassero per errore la reliquia del Mento. Dopo trattative e misteri, la reliquia del mento fu recuperata nei mesi successivi nelle campagne di Fiumicino, vicino a Roma. Il fatto ispirò anche un film di Carlo Mazzacurati La lingua del santo (2000).

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Nel 2017 il furto del cervello di Don Bosco a Castelnuovo Don Bosco ha scosso il mondo cattolico. L’ampolla contenente le cervella del santo venne sottratta dal retro della parete absidale della Basilica Inferiore del Colle Don Bosco, in provincia di Asti, proprio nel luogo natale del fondatore della congregazione salesiana. L’autore del furto era un pregiudicato di 42 anni di Pinerolo che aveva agito senza complici. Aveva preso di mira il reliquiario unicamente perché pensava che la struttura dell’ampolla fosse in oro zecchino e facilmente rivendibile sul mercato nero.   Una volta compreso che l’oggetto non era d’oro e non valeva nulla dal punto di vista materiale, l’uomo cercò di monetizzare il colpo provando a chiedere un riscatto di 50.000 euro ai Salesiani per restituirla. Grazie alle impronte digitali lasciate sul vetro protettivo della teca e al lavoro dei Carabinieri di Villanova d’Asti, supportati dal RIS di Parma, la reliquia venne localizzata. Fu ritrovata intatta il 15 giugno 2017 (13 giorni dopo il colpo), nascosta all’interno di una teiera di rame nella cucina del ladro. : Nel marzo del 2018 l’autore del furto è stato condannato in tribunale a due anni e venti giorni di reclusione.   Ha aspetti decisamente diversi – meno strettamente criminali, e più satanici – il fenomeno del furto delle reliquie.   Come riportato da Renovatio21, all’inizio di maggio dello scorso anno, in Francia, il tabernacolo della chiesa di Notre-Dame, a Livry-Gargan (Seine-Saint-Denis) è stato divelto e ritrovato a pochi metri dall’edificio. Il Santissimo Sacramento non è stato trafugato, a differenza di quanto accaduto nella chiesa Sainte-Trinité a Louvroil (Nord) dove sono scomparse le Ostie consacrate.   Tre mesi fa è emerso il caso di una coppia omosessuale che si sarebbe introdotta in 29 chiese per rubare ostie consacrate.   Un altro episodio sacrilego è avvenuto nella parrocchia di San Michele Arcangelo a Portland, in Oregon, dove è stato invece rubato il tabernacolo.   Anche l’Italia ha i suoi casi: ad aprile 2024  qualcuno è entrato di notte all’interno del Santuario di Ponte delle Pietra, a Perugia. È stato detto che l’effrazione aveva probabilmente l’intento di trafugare oggetti di arte sacra, tuttavia, ha scritto Renovatio 21 all’epoca, è lecito ipotizzare che l’obiettivo principale dei malviventi fosse quello di rubare le Ostie consacrate.

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 Immagine di Chris06 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata  
 
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Gender

Vescovo afferma che «l’omosessualità non è un peccato» durante una conferenza a favore dei diritti omotransessuali

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Un vescovo cattolico messicano ha dichiarato, durante un incontro a favore dei diritti LGBT, che l’omosessualità «non è un peccato» e ha affermato che «senza la comunità LGBT, la Chiesa non è completa». Lo riporta LifeSite.

 

Dal 30 luglio al 2 agosto a Torreon, in Messico, si è svolto il quarto incontro nazionale della Red Catolica Arcoiris Mexico, un raduno di quasi 100 rappresentanti di gruppi locali a favore della comunità LGBT. La messa di apertura è stata celebrata nella cattedrale locale, presieduta dal vescovo Luis Martin Barraza Beltran di Torreon, mentre l’omelia è stata pronunciata dal vescovo Raul Vera Lopez, già vescovo di Saltillo.

 

«La Chiesa ha una seria responsabilità», ha affermato monsignor Vera Lopez durante l’omelia. «L’omosessualità non è un peccato. È una cosa naturale e non una perversione o una malattia umana». Ha inoltre insistito sul fatto che i cattolici che si identificano come LGBT «hanno il diritto» di partecipare pienamente alla vita ecclesiale e di «esercitare una guida della fede tra noi», concludendo: «Senza la comunità LGBT, la Chiesa non è completa».

 

Il vescovo ha inoltre esortato le comunità cattoliche ad accogliere senza esclusione le persone che si identificano come LGBT, sostenendo che la loro partecipazione non dovrebbe essere vista semplicemente come un atto di buona volontà, ma come un obbligo morale. Ha ribadito che l’orientamento sessuale è un aspetto intrinseco della persona umana e ha respinto l’idea che debba essere considerato una scelta volontaria o una condizione moralmente riprovevole.

 

Monsignor Vera López ha inoltre incoraggiato Red Catolica Arcoiris Meéxico a continuare a rafforzare il proprio lavoro come comunità di fede composta da persone che si identificano come LGBT e dai loro sostenitori, affermando che la testimonianza del gruppo dovrebbe contribuire a quella che ha definito una Chiesa più aperta e una società caratterizzata da rispetto, unità e inclusione.

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Le dichiarazioni del vescovo hanno suscitato polemiche in Messico. Dopo le critiche, monsignor Vera Lopez ha pubblicato una dichiarazione sul suo account Facebook ringraziando coloro che gli hanno espresso sostegno, ma deplorando quelle che ha definito critiche e calunnie dirette contro di lui perché si considera «fratello, pastore e amico» di coloro che si identificano come LGBT.

 

«Coloro che spesso condannano una persona per le sue inclinazioni sessuali sono persone che hanno bisogno non solo di educazione e aggiornamento, poiché sono rimaste ancorate alla tradizione del II secolo, ma anche di un cuore nuovo, come scrive il profeta Ezechiele», ha scritto monsignor Vera Lopez nel suo post su Facebook dopo aver ribadito la sua tesi centrale secondo cui «l’omosessualità non è un peccato».

 

All’incontro, a sostegno dei diritti LGBT, hanno partecipato delegati provenienti da diverse regioni del Messico. Le attività hanno incluso workshop, riunioni, l’elezione di una nuova dirigenza nazionale per l’organizzazione e un discorso di apertura tenuto dal padre gesuita James Martin tramite Zoom.

 

Il vescovo Vera Lopez è da tempo impegnato in iniziative a favore delle comunità LGBT all’interno della Chiesa cattolica messicana. Nel 2014 ha battezzato una bambina di 16 mesi cresciuta da una coppia di lesbiche. L’evento ha suscitato scalpore a causa del sostegno di lunga data del vescovo alle cause LGBT, inclusa la sua precedente affiliazione a un gruppo che promuoveva lo stile di vita omosessuale.

 

Inoltre, nel 2011, il Vera Lopezzo era a capo di due organizzazioni per i «diritti umani» che hanno firmato numerosi documenti a favore della depenalizzazione dell’aborto. Sebbene il vescovo abbia negato di essere «a favore dell’aborto», le sue organizzazioni hanno appoggiato dichiarazioni a sostegno dell’accesso all’aborto e contrarie agli emendamenti costituzionali pro-vita.

 

Come riportato da Renovaito 21, nel 2025, la «pastora» anglicana lesbica Emilie Teresa Smith, unita in matrimonio con una persona dello stesso sesso, ha partecipato a una messa a Saltillo, in Messico, insieme al monsignor Vera Lopez, apparentemente «concelebrando» sussurrando le parole della consacrazione, elevando il calice, leggendo il Vangelo, pronunciando un’omelia e ricevendo in seguito l’Eucaristia – molte delle quali sono vietate dal diritto canonico cattolico ai non cattolici e ai laici. Il vescovo ha difeso la sua presenza, presentandola come un atto di ecumenismo e inclusione.

 

 

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 Immagine di ProtoplasmaKid via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

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Spirito

La preghiera della Marcia per la Vita di Tokyo 2026

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Si è svolta, come ogni anno la Marcia per la Vita di Tokyo. Come d’abitudineRenovatio 21 – che, grazie al nostro corrispondente Taro Negishi, è praticamente l’unico organo di stampa al mondo che meticolosamente dà notizia di ciò che accade nel mondo cattolico tradizionalista giapponeselo riporta con immagini e parole degli stessi partecipanti.   L’evento, arrivato alla 13ª edizione, si è svolto lo scorso 20 luglio.   L’iniziativa è portata avanti dalla comunità del priorato edochiano (cioè, di Tokyo) della Fraternità Sacerdotale San Pio X guidati dall’inossidabile don Tommaso Onoda, il primo, e al momento unico, sacerdote giapponese ordinato giapponese FSSPX, la cui figura e il cui lavoro sono visibili anche nel secondo capitolo del recente documentario Traditio.    

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«La Marcia per la Vita di Tokyo 2026 porta preghiere, riparazione e testimonianza pro-vita in Giappone» scrive una nota fatta avere a Renovatio 21 da padre Onoda. «Nostro Signore disse a Suor Lucia di Fatima di aver affidato la grazia della pace a Sua Madre. La Madonna di Fatima affermò di poter fermare la guerra e donarci la pace. I partecipanti alla marcia di Tokyo si sono rivolti alla Madre di Dio e molti passanti hanno osservato la marcia con curiosità ma rispetto».   «La tredicesima edizione della marcia annuale pro-vita si è svolta lunedì 20 luglio, Giornata del Mare (una festività nazionale giapponese). Alle 16:00, 40 cattolici, tra cui tre sacerdoti, hanno dato inizio alla marcia per le trafficate strade di Tokyo, pregando per una cultura della vita, con lo spirito di riparazione dei peccati di aborto in Giappone e nel mondo» racconta il sacedote tradizionita nipponico.   «La Chiesa Cattolica ha il dovere di testimoniare con fermezza la verità sull’origine della vita umana, sul suo inizio e sulla sua dignità, e sul crimine dell’aborto. Il Giappone ha una triste storia di depenalizzazione dell’aborto», ricorda don Onoda. «La Legge sulla Protezione Eugenetica fu approvata il 13 luglio 1948 ed entrò in vigore il 13 settembre dello stesso anno. Da allora, 78 anni di pratica dell’aborto hanno visto oltre 40 milioni di storie strazianti di bambini e madri. Questo numero rappresenta dodici volte il numero di vittime giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale».   «Medici e infermieri, incaricati di proteggere la vita di innocenti, hanno distrutto esseri umani indifesi nel loro luogo più sicuro. È stata intrapresa una guerra contro il futuro e la speranza della nazione» tuona il sacerdote edochiano.   «Ispirati dalla Marcia per la Vita statunitense, un protestante e un cattolico hanno organizzato la prima Marcia per la Vita con trenta persone il 13 luglio 2014. Il primo passo della Marcia per la Vita è stato segnato. Da allora, ogni anno, sotto il sole splendente di luglio, i partecipanti alla Marcia per la Vita sfilano a Tokyo. Dal 2017, ogni anno, la statua della Madonna di Fatima ha accompagnato la marcia».   Viene ricordato anche l’eroismo della dissidenza nipponica, di cui Renovatio 21 ha parlato molto. Infatti, ci dice padre Onoda, «la marcia si è svolta anche nei giorni del COVID, persino durante il rinvio delle Olimpiadi di Tokyo per motivi sanitari».

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«La Madre di Dio era sempre lì, camminando, a rappresentare centinaia di migliaia di madri che hanno sofferto e continuano a soffrire» continua don Onoda. Di fatto la Marcia vede portata in strada una statua della Vergine Maria, rendendo la marcia simile ad una processione.     «Quest’anno è stata la decima volta che ha marciato, dispensando benedizioni. I cattolici nascosti hanno cercato la loro madre, Santa Maria-sama [massimo suffisso onorifico della lingua giapponese, ndr], sottoposta a pesanti persecuzioni per 250 anni e sette generazioni» dice il sacerdote, ricordando la mostruosa e mai del tutto divulgata storia di persecuzione dei cristiani nel Sol Levante.   «La cercano sempre, la madre che ci ha donato il vero Salvatore, la madre che dona speranza, amore, pace e coraggio a tutte le madri e ai bambini che verranno. La madre che ha promesso la fine della guerra e il trionfo del suo Cuore Immacolato».   La nota si chiude con una preghiera alle Vergini delle apparizioni, compresa l’ultima, terrificante apparizione mariana approvata da Roma, quella avuta dalla suora giapponese Agnese Sasegawa, morta due anni fa nel giorno dell’Assunta.   «Nostra Signora di Fatima, prega per noi! Nostra Signora di Akita, prega per noi!»  

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