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Storia

La grande tradizione americana di sparare ai candidati presidenziali. E ai presidenti

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Il tentato assassinio di Donald J. Trump non costituisce una grande novità negli Stati Uniti d’America.

 

In tre cicli elettorali consecutivi durante gli anni Sessanta e i primi anni Settanta, i candidati alla presidenza furono bersaglio di assassini, ricorda il New York Times in una breve nota. Due, tra cui un presidente in carica, furono uccisi. Uno fu gravemente ferito.

 

L’ultimo episodio del genere risale al 1972, quando il governatore dell’Alabama George C. Wallace fu colpito a morte mentre era in campagna elettorale in un centro commerciale fuori Washington, DC. Il Wallace rimase parzialmente paralizzato a causa della sparatoria e dovette usare una sedia a rotelle fino alla sua morte, avvenuta nel 1998.

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Quattro anni prima, Robert F. Kennedy, senatore ed ex procuratore generale degli Stati Uniti, aveva appena vinto le primarie democratiche in California nel 1968 quando fu colpito a morte dopo aver pronunciato un discorso di vittoria all’Ambassador Hotel di Los Angeles. Suo figlio Robert F. Kennedy Jr. è attualmente in corsa per la presidenza come candidato indipendente e ha cercato senza successo la protezione del Secret Service, l’agenzia americana preposta alla sicurezza dei presidenti.

 

Il presidente John F. Kennedy, fratello maggiore di Robert F. Kennedy, fu colpito a morte da Lee Harvey Oswald durante una visita a Dallas nel novembre 1963 per rafforzare il sostegno alla sua candidatura alla rielezione nel 1964. Non tutti sanno che il termine «conspiracy theory» – cioè teorico del complotto, o «complottista» – fu coniata dalla CIA proprio per sviare l’attenzione da chi notava che molti particolari nella ricostruzione del presidenticidio non collimavano.

 

Meno noto è un altro tentativo di uccidere JFK: l’11 dicembre 1960, durante una vacanza a Palm Beach, in Florida, il Kennedy, allora presidente eletto, fu minacciato da Richard Paul Pavlick, un ex impiegato delle poste di 73 anni spinto dall’odio verso i cattolici. Il Pavlick intendeva far schiantare la sua Buick del 1950 carica di dinamite contro il veicolo di Kennedy, ma cambiò idea dopo aver visto la moglie e la figlia di Kennedy salutarlo. L’uomo anticattolico fu arrestato tre giorni dopo dai servizi segreti dopo essere stato fermato per infrazione alla guida; la polizia trovò la dinamite nella sua macchina e lo rinchiuse.

 

Secondo il Congressional Research Service, prima di sabato si erano verificati almeno 15 attacchi diretti a presidenti, presidenti eletti e candidati alla presidenza, cinque dei quali avevano causato vittime.

 

Nel 1975, ci furono due tentativi di assassinio del presidente Gerald R. Ford in meno di tre settimane. Nel primo, Lynette A. Fromme, un’accolita della setta di Charles Manson, cercò di sparare con una pistola al Ford mentre camminava dal suo hotel al Campidoglio di Sacramento, ma la camera non aveva proiettili.

 

Diciassette giorni dopo, Sara Jane Moore, che era stata coinvolta in diversi gruppi di sinistra, cercò di sparare al presidente fuori da un hotel a San Francisco, ma mancò il bersaglio quando un marine che era in piedi accanto a lei le fece alzare il braccio mentre sparava.

 

Nel marzo 1981, circa due mesi dopo il suo insediamento, il presidente Ronald Reagan fu colpito e gravemente ferito fuori da un hotel di Washington, DC, da John W. Hinckley Jr., che sosteneva di voler attirare l’attenzione dell’attrice Jodie Foster dopo averla vista nel film Taxi Driver. Il ragazzo aveva seguito la Foster iscrivendosi all’università di Yale, quella dove, peraltro, è attiva la società segreta studentesca Skull and Bones, dalla quale, secondo una vulgata storica finita in film come The Good Shepherd, sarebbe nata la CIA. Degli Skull and Bones sono membri riconosciuti i Bush.

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Poco noto il fatto che Hinkely fosse il figlio di John Hinckley Sr., politico e sostenitore finanziario della campagna elettorale di George H. W. Bush – che a quel tempo ricopriva la carica di vicepresidente – nelle primarie contro Ronaldo Reagan, fu riportato anche il loro legame d’affari nel settore petrolifero. Il fratello maggiore di Hinckley, Scott, era amico di Neil Bush, uno dei figli di George H. W. Bush; i due avevano in programma di pranzare insieme il giorno della sparatoria. Inoltre, Neil Bush ha vissuto per un periodo a Lubbock, in Texas, la stessa città dove John Hinckley risiedette verso la fine degli anni settanta.

 

Se Reagan fosse morto nell’attentato, il vicepresidente dell’epoca, George H. W. Bush, sarebbe diventato presidente. Lo Hinckley, dopo anni di manicomio criminale, è stato rilasciato senza condizioni nel 2022.

 

È noto che Reagan, attore hollywoodiano con un debole per le barzellette (era eccezionale a raccontare quelle societiche), fece una battuta ai chirurghi una volta entrato in sala operatoria per l’intervento di urgenza: «spero siate tutti repubblicani».

 

Andando indietro nel tempo, troviamo altri esempi di attentati ed omicidi politici di rilievo.

 

Il 14 ottobre 1912, l’ex gestore di tavera John Schrank (1876-1943) tentò di assassinare l’ex presidente degli Stati Uniti Teodoro (1858-1919) mentre faceva campagna per la presidenza a Milwaukee, nel Wisconsin. Il proiettile di Schrank conficcò nel petto di Roosevelt dopo essere penetrato nella custodia in acciaio degli occhiali di Roosevelt e aver attraversato una copia spessa 50 pagine (piegata una sola) del suo discorso intitolato La causa progressista più grande di qualsiasi individuo, che portava nella tasca della giacca.

 

Lo Schrank fu immediatamente disarmato e catturato; avrebbe potuto essere linciato se Roosevelt non avesse gridato a Schrank di rimanere illeso. Roosevelt ha assicurato alla folla che stava bene, quindi ha ordinato alla polizia di prendersi cura di Schrank e di assicurarsi che non gli fosse stata fatta violenza.

 

In quanto esperto cacciatore e anatomista, Roosevelt concluse correttamente che, poiché non stava tossendo sangue, il proiettile non aveva raggiunto il suo polmone. Quindi rifiutò il suggerimento di recarsi immediatamente in ospedale per pronunziare il suo discorso esattamente programmato.

L’assassinio presidenziale più storico rimane quelli di Abramo Lincoln (1809-1865), ucciso mentre si trovava a teatro dall’attore John Wikes Booth (1838-1865). Il Booth al momento di premere il grilletto sulla nuca del presidente avrebbe proferito la formula latina «sic semper tyrannis» («così sempre per i tiranni», che è il motto dello Stato della Virginia. Curiosamente, si era detto che la moglie di Tony Blair, Cherie Booth, fosse sua discendente, ma la cosa sembra smentita.

 

Il Lincoln aveva subito tentativi di assassinio anche il 23 febbraio 1861 e nell’agosto 1864.

 

Un altro assassinio presidenziale riuscito fu quello del presidente James A. Garfield (1831-1881), il ventesimo presidente degli Stati Uniti, presso alla stazione ferroviaria di Baltimora e Potomac a Washington, alle 9:20 di sabato 2 luglio 1881, meno di quattro mesi dopo il suo insediamento. Tale Charles J. Guiteau fu condannato per l’omicidio di Garfield e giustiziato per impiccagione un anno dopo la sparatoria. Il Guiteau credeva di aver svolto un ruolo precipuo nell’elezione del Garfield, per il quale sentiva di dover essere premiato con l’assegnazione di un consolato a Parigi o Vienna.

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Venti anni dopo, fu assassinato il presidente William McKinley (18403-1901) venerdì 6 settembre 1901 al Temple of Music di Buffalo, New York. McKinley, mentre partecipava all’Esposizione Panamericana, è stato colpito due volte all’addome a distanza ravvicinata da Leon Czolgosz, un anarchico, armato con un revolver calibro 32 nascosto sotto un fazzoletto. Il primo proiettile rimbalzò su un bottone o su una medaglia premio sulla giacca di McKinley e si conficcò nella sua manica; il secondo colpo gli ha trapassato lo stomaco. Sebbene inizialmente McKinley sembrasse in fase di ripresa, le sue condizioni peggiorarono rapidamente a causa della cancrena attorno alle ferite e morì il 14 settembre 1901 alle 2:15.

 

Vi sono altresì casi di morte di presidenti che si sospettano siano stati assassini.

 

Il 9 luglio 1850, il presidente Zaccaria Taylor (1784-1950) morì a causa di una malattia diagnosticata come colera morbus, che presumibilmente venne dopo aver mangiato ciliegie e latte durante una celebrazione del 4 luglio. Quasi immediatamente dopo la sua morte, iniziarono a circolare voci secondo cui Taylor era stato avvelenato dai meridionali pro-schiavitù, e teorie simili sono persistite nel 21° secolo.

 

Nel giugno 1923, durante un viaggio nella parte nordoccidentale degli Stati Uniti, il presidente Warren G. Harding (1865-1923) fu vittima di una intossicazione alimentare, che divenne polmonite subito dopo portandolo alla morte.

 

Il 30 gennaio 1835 un tentativo di uccidere il presidente Andrea Jackson (1767-1845) fu eseguito da un imbianchino del Campidoglio, ma ambo le pistole usate si incepparono. Più tardi qualcuno ha provato le due pistole ed entrambe hanno funzionato bene. Lawrence è stato arrestato dopo che Jackson lo ha picchiato duramente con il suo bastone. Lawrence fu dichiarato non colpevole per pazzia e rinchiuso in un istituto psichiatrico fino alla sua morte nel 1861.

 

Nel 1909 il presidente Guglielmo Taft (1857-1930) fu obbiettivo di un tentativo di assassinio mentre incontrava il presidente massone del Messico Porfirio Diaz. La sua sicurezza trovò un uomo che nascondeva una pistola lungo il percorso della processione presidenziale a El Paso, in Texas. Un’altra cospirazione per uccidere il Taft sarebbe saltata fuori nel 1919.

 

Anarchici argentini, guidati da Severino di Giovanni, pianificarono di far saltare il treno del presidente americano Erberto Hoover (1874-1964) mentre era in visita nel Paese il 19 novembre 1928.

 

Il 15 febbraio 1933, diciassette giorni prima della prima inaugurazione presidenziale di Franklin Delano Roosevelt (1882-1945), Giuseppe Zangara sparò cinque colpi a Roosevelt a Miami, in Florida. I colpi di Zangara hanno mancato il presidente eletto, ma Zangara ha ferito mortalmente il sindaco di Chicago Anton Cermak e ferito altre quattro persone. Zangara si dichiarò colpevole dell’omicidio di Cermak e fu giustiziato sulla sedia elettrica il 20 marzo 1933. Non è mai stato stabilito in modo definitivo chi fosse l’obiettivo di Zangara, ma la maggior parte inizialmente presumeva che avesse sparato al presidente eletto. Un’altra teoria è che l’attentato potrebbe essere stato ordinato dall’incarcerato Al Capone e che Cermak, che aveva condotto una repressione contro il Chicago Outfit e la criminalità organizzata di Chicago più in generale, fosse il vero obiettivo.

 

Secondo i servizi segreti sovietici dell’NKVD – agenzia antesignana del KGB – piani di assassinio del Roosevelt sarebbero stati concepiti dalle Waffen-SS naziste, che avrebbero voluto colpire oltre al presidente USA anche Winstone Churchill e Giuseppe Stalin alla conferenza di Teheran nel 1943.

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Nel 1947 presidente Enrico Truman (1884-1972) fu invece al centro di un complotto di assassinio ordito da terroristi ebrei. Durante l’insurrezione ebraica in Palestina prima della formazione dello Stato di Israele, l’organizzazione paramilitare sionista Lehi avrebbe inviato una serie di lettere bomba indirizzate al presidente e al personale di alto rango della Casa Bianca.

 

Il 1 novembre 1950, due attivisti indipendentisti portoricani, Oscar Collazo e Griselio Torresola, tentarono di uccidere il presidente Truman alla Blair House, dove Truman viveva mentre la Casa Bianca era sottoposta a importanti lavori di ristrutturazione. Nell’attacco, Torresola ha ferito il poliziotto della Casa Bianca Joseph Downs e il poliziotto della Casa Bianca Leslie Coffelt ferito a morte.

 

Il presidente Riccardo Nixon (1913-1994) fu oggetto di un tentato assassinio mentre si trovava in Canada il 13 aprile 1972. Un uomo armato, Arthur Bremer, si avvicinò al corteo presidenziale, ma non riuscì a sparare. Il mese dopo il Bremer sparò e ferì gravemente il governatore dell’Alabama Giorgio Wallace, che rimase paralizzato.

 

Il 22 febbraio 1974 tale Samuel Byck progettò di uccidere Nixon facendo schiantare un aereo di linea commerciale contro la Casa Bianca. Ha dirottato un DC-9 all’aeroporto internazionale di Baltimora-Washington dopo aver ucciso un agente di polizia della Maryland Aviation Administration e gli è stato detto che non poteva decollare con i blocchi delle ruote ancora al loro posto. Dopo aver sparato a entrambi i piloti (uno dei quali morì in seguito), un ufficiale di nome Charles “Butch” Troyer sparò a Byck attraverso il finestrino della porta dell’aereo. È sopravvissuto abbastanza a lungo da uccidersi sparandosi.

 

Anche Jimmy Carter, George Bush padre e figlio, Bill Clinton, Obama e lo stesso Trump hanno subito le attenzioni di attentatori.

 

Questa grande tradizione made in USA sembra non dare cenni di voler terminare.

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Immagine di pubblico dominio CCo via Wikimedia

 

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Occulto

Il vangelo di Sandino. La religione segreta del generale delle Segovias

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Nel maggio del 1931, da un accampamento nelle foreste del Río Coco, Augusto César Sandino (1895-1934) scrisse a due luogotenenti una lettera con due istruzioni. La prima era l’ordine di estendere il terrore e continuare a tagliare teste. La seconda era un breve catechismo da leggere alle truppe, secondo il quale l’inferno è il rimorso per gli atti ingiusti e il purgatorio quello per il male commesso senza volerlo. L’esortazione finale invitava i soldati a cercare di essere angeli e non diavoli.   Le due istruzioni appartengono allo stesso sistema di pensiero. Dietro la silhouette con il cappello che oggi compare ovunque in Nicaragua c’era una dottrina religiosa articolata, con una cosmogonia, spiriti reincarnati, un’apocalisse datata e una giustificazione spirituale della violenza.   Sandino negava di avere una religione. Le religioni, sosteneva, appartengono al passato, mentre lui e i suoi uomini erano guidati dalla ragione. Si definiva un comunista razionalista. Distingueva però la religione dalla fede, che descriveva come eternamente infantile e creativa, capace di unire il mondo reale con quello del meraviglioso. Al giornalista basco Ramón de Belausteguigoitia confidò che, se avesse esposto apertamente le sue idee sugli spiriti, la gente lo avrebbe preso per un pazzo o per un ubriacone. Per questo le rivelava per gradi, come nelle società iniziatiche, solo a chi sentiva legato a sé da un’affinità magnetica.  

Augusto César Sandino. Immagine CC0 via Wikimedia

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La sua formazione cominciò nel porto petrolifero di Tampico, dove arrivò nel 1923, in un ambiente di anarchici seguaci di Ricardo Flores Magón (1873-1922), comunisti e sindacalisti. Lì frequentò le riunioni dei massoni. A Monterrey fu invitato nella Gran Loggia di Nuevo León, dove venne a conoscenza di una propaggine rivoluzionaria nota come Gran Loggia Bolscevica, composta da operai e ferrovieri, che esponeva uno striscione metà nero e metà rosso, destinato a diventare poi la bandiera di Sandino. Dalla massoneria apprese la fede in un Dio impersonale che sorveglia da lontano i destini umani e l’idea di una dottrina segreta da raggiungere per gradi di illuminazione.   Nello stesso periodo, raccontò, si circondò di un gruppo di amici spiritualisti. Lo spiritualismo messicano univa due correnti. La prima veniva dagli Stati Uniti, dal movimento nato nel 1848 attorno alle sorelle Fox e legato a comunità utopiche, abolizionismo e radicalismo sindacale. La seconda era la predicazione anticlericale e nazionalista di Roque Rojas, detto Padre Elías (1812-1879).   Il suo esponente più noto fu Francisco Madero (1873-1913), che rovesciò Porfirio Díaz credendo in una comunità mistica di vivi e morti capace di guidare l’umanità. Il potere del pensiero trasmesso a distanza si chiamava magnetismo, termine derivato da Franz Anton Mesmer (1734-1815). Da questo ambiente Sandino assorbì la comunicazione con i defunti, la reincarnazione, la profezia e la lotta tra spiriti della luce e delle tenebre. Secondo quanto riferito dal padre, a Tampico si avvicinò anche alla teosofia e agli insegnamenti di Zoroastro.   Il passaggio decisivo avvenne durante il secondo soggiorno in Messico, nel 1929-1930. Confinato dal governo di Emilio Portes Gil (1890-1978) nello Yucatán e privo dell’appoggio del Comintern, Sandino divenne Maestro Massone a Mérida e frequentò a Progreso la cattedra della Escuela Magnético-Espiritual de la Comuna Universal. Un giornalista americano riferì che viveva all’ultimo piano di un palazzo, con i suoi uomini di guardia all’ingresso, dedicandosi allo studio delle ottocento pagine della Filosofía austera racional del fondatore, Joaquín Trincado (1866-1935), che Sandino considerava il Grande Maestro della Cosmogonia.   Trincado era un elettricista basco emigrato a Buenos Aires nel 1906, tra i primi a introdurvi la lampadina. Da Allan Kardec (1804-1869) aveva ripreso l’idea che le manifestazioni degli spiriti fossero fenomeni elettromagnetici e che la Terra fosse un mondo di purificazione abitato da spiriti esiliati. Respingeva però religioni, massoneria e teosofia come residui di culto. Fondò la scuola il 20 settembre 1911, anniversario della presa di Roma, e da quella data fece iniziare il calendario della Nuova Era. Predicava una comune universale anarco-comunista e organizzava la scuola per gradi, con giuramento di fedeltà e fiduciari locali, i celadores, dipendenti dalla sede centrale di Buenos Aires.   I lavori di Donald Hodges, Sandino’s Communism, e di Alexander Navarro-Génie, Augusto César Sandino. Messiah of Light and Truth, ricostruiscono la cosmogonia che Sandino ne ricavò. All’origine c’era l’etere, preceduto dall’Amore eterno, cioè Dio, che aveva una figlia, la Giustizia Divina, fonte d’ispirazione del suo esercito. La Terra era una colonia penale cosmica in cui erano stati esiliati gli spiriti degli antichi abitanti di Nettuno. In seguito erano arrivati Adamo, Eva e altri ventisette spiriti missionari, che si reincarnavano per redimere l’umanità. Cristo era stato Giacobbe e Adamo, la Vergine Maria era stata Eva, San Paolo era stato Mosè. Gesù non era il figlio di Dio ma uno spirito missionario, un comunista e un rivoluzionario in lotta contro i banchieri di Gerusalemme. I banchieri di Wall Street, secondo Sandino, discendevano dal Vitello d’Oro e custodivano nei loro caveau i trenta denari di Giuda.   Sandino sosteneva che i ventinove spiriti militassero nel suo esercito e che sua moglie Blanca Arauz (1909-1933) fosse stata la Vergine Maria. Interpretò come un segno il suo ingresso a Jinotega nel maggio 1927 alla testa di ventinove cavalieri, di cui si considerava non uno dei membri ma il comandante. Secondo Navarro-Génie, ciò equivaleva a identificarsi con la Giustizia Divina. Al proprio nome aggiunse quello di César.   Era vegetariano, non beveva e non fumava, praticava lo yoga e lunghe meditazioni. Si diceva chiaroveggente, capace di comunicare con onde magnetiche. I sogni gli rivelavano i movimenti dei marines e il ricettacolo dei suoi poteri era la parte posteriore della testa. Considerava le Segovias un centro mondiale di attività spirituale, dove l’altitudine avvicinava a Dio. I suoi soldati, volontari senza paga, riferirono di aver visto un doppio arcobaleno sopra la sua testa e lo interpretarono come un’aureola, mentre le contadine raccoglievano oggetti da lui toccati come reliquie. Belausteguigoitia scrisse che Sandino aveva creato nel suo esercito una sorta di setta religiosa.

Fotografia del rivoluzionario nicaraguense Augusto César Sandino anteriore al 1934, ritoccata digitalmente. Immagine CC0 via Wikimedia

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Il 15 febbraio 1931 la dottrina divenne pubblica con il Manifiesto Luz y Verdad. Vi si annunciava che la Terra aveva completato la sua rigenerazione, che gli spiriti refrattari alla legge divina sarebbero stati trasferiti su pianeti meno evoluti e che il regno della perfezione sarebbe arrivato nel 2000. Le trombe dell’Apocalisse sarebbero state quelle di guerra dei popoli oppressi, e l’unica cosa destinata ad affondare era l’ingiustizia. Il giudizio sarebbe cominciato in Nicaragua, scelto dalla Giustizia Divina.   Navarro-Génie individua due fasi nella violenza dell’esercito sandinista. Prima del 1930 i guerriglieri combattevano in nome della patria, della razza e della classe, dopo in nome di una trasformazione del cosmo. Prima si consideravano dalla parte degli angeli, poi si consideravano essi stessi angeli. Il sigillo di Sandino raffigurava un machete, e i ragazzi incaricati di finire i feriti sui campi di battaglia erano chiamati el coro de ángeles.   La Giustizia Divina, scriveva Sandino, quando è trattenuta dal male si trasforma in energia elettrica che lo dissolve. Ripeteva spesso che gli spiriti combattono incarnati o non incarnati. Le tattiche dei due eserciti erano simili, ma i suoi uomini erano protetti dagli spiriti della luce e la Casa Bianca da quelli delle tenebre. Poiché lo spirito sopravvive sempre, l’esecuzione di un uomo malvagio poteva essere intesa come una sua liberazione. Sandino scrisse che rivoluzione è sinonimo di purificazione.   Secondo Navarro-Génie, la svolta millenarista coincise con il mancato successo militare contro i marines dopo il ritorno dal Messico. Anche la separazione dal comunista Farabundo Martí (1893-1932) passò per la scuola. Nell’aprile 1930 Sandino scrisse alla cattedra di Progreso che tutto si era svolto come gli era stato spiegato in anticipo.   Nel 1932 Trincado lo nominò fiduciario per il Nicaragua, il quarantanovesimo celador. Dopo la pace del 1933 con il presidente Juan Bautista Sacasa (1874-1946), Sandino chiese un dipartimento autonomo da chiamare Luz y Verdad e fondò a Wiwilí una cooperativa agricola che adottò il motto della scuola, Siempre más allá, al posto di Patria libre o morir. Vi sventolava la bandiera dell’Internazionale di Trincado accanto a quella rossonera, ma non quella del Nicaragua.   Seguendo Los cinco amores di Trincado, la cooperativa doveva essere il primo di cinque cerchi concentrici, cioè famiglia, amici, regione, nazione e universo, destinati ad allargarsi fino a una confederazione mondiale. Poco dopo gli accordi Sandino confidò al biografo José Román di aspettarsi di essere ucciso per quelle idee, e non dai marines.   Il 21 febbraio 1934 la Guardia Nacional di Anastasio Somoza García (1896-1956) lo fucilò a tradimento a Managua, e poco dopo distrusse la comune di Wiwilí.   Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine: Marine americani con la bandiera di Sandino, Nicaragua, 1932. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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Sport e Marzialistica

I grandi maestri spadaccini del Giappone medievale dell’era samuraia

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Nello  sviluppo del kenjutsu, l’arte del combattimento con la spada spicca tra i primi protagonisti figura Nagahide Chujo, attivo intorno al 1380, fondatore della scuola Chujo-ryu e consigliere dello shogunato dopo il padre Yorishira; la sua abilità fu ammirata anche da Yoshimitsu Ashikaga, terzo shogun della dinastia omonima (1358-1408).ù

 

Un elemento distintivo delle scuole giapponesi riguardava l’uso dell’armatura, molto diversa da quella europea: se quella dei cavalieri occidentali era composta da piastre metalliche che coprivano l’intero corpo, privilegiando la protezione, i guerrieri giapponesi indossavano armature intrecciate di bambù e cuoio, più leggere e flessibili, pensate per garantire una protezione sufficiente senza compromettere la capacità di attacco.

 

Anche la tecnica di combattimento rifletteva questa differenza: mentre il cavaliere europeo, con una spada lunga anche un metro e mezzo, poteva mantenere le distanze dal nemico, il samuraio affrontava l’avversario a distanza ravvicinata, impugnando la katana con entrambe le mani e puntando generalmente la lama verso la gola dell’avversario.

 

Verso la fine del XIII secolo,  il leggendario samuraio Shibenogu Hayashizaki (1542-1621) introdusse una tecnica innovativa per estrarre rapidamente la spada dal fodero, alla quale diede il nome di Shinmei Muso-ryu: questo perfezionamento contribuì alla diffusione dello iai, l’esercizio che consisteva in una sequenza di attacchi e colpi di taglio, eseguiti sfoderando la spada e conclusi rinfoderandola. Per questo oggi lo Shigenobu è ritenuto fondatore dello iaido, dello iaijutsu e del battojutsu, discipline praticate oggi non solo in Giappone.

 

Tra i suoi allievi più promettenti vi fu Hisayasu Katayama (1575-1650), che in seguito fondò la scuola di spada Hoki-ryu. Nello stesso periodo, Kagehisa Ittosai Ito (1560-1653) si guadagnò la reputazione di spadaccino più forte del suo tempo, elaborando la teoria secondo cui tutte le innumerevoli tecniche di spada sarebbero riconducibili a un’unica tecnica di base originale, chiamata kiriotoshi; su questa idea fondò la scuola Itto-ryu, che fiorì durante tutto il periodo Tokugawa e che ancora oggi influenza il kendo moderno.

 

 

Nel XV secolo molti maestri fondarono proprie scuole per addestrare i vassalli dei clan: tra questi Bungoro Hikida (1537-1605), la cui tecnica diede origine alla scuola Hikida-kage, e Iko Aisu (1452-1538), che dopo essersi ritirato in una caverna presso il Tempio Udo trovò l’ispirazione per fondare la scuola Aisu-kage. Un altro importante fondatore fu Choisai Iizasa (1387-c. 1488), artefice della scuola Tenshin Seiden Shinto, che proseguì lo studio del kenjutsu presso i templi di Kashima e Katori, entrambi dedicati a divinità marziali.

 

Una figura particolarmente celebre fu Bokuden Tsukahara (1490-1572), che secondo la tradizione affrontò trentasette combattimenti senza mai essere sconfitto, grazie alla sua capacità di padroneggiare le tecniche e a una concentrazione fuori dal comune; con il passare degli anni, pur notando un calo della propria destrezza fisica, si ritirò in montagna per dedicarsi alla riflessione, sostenendo sempre la necessità di raggiungere la tranquillità interiore.

 

Illustrazione della lotta Tsukahara Bokuden sul lago Biwa. Periodo Edo o Meiji. Immagine CCo via Wikimedia

 

Dal villaggio di Yagyu emerse invece Muneyoshi Yagyu (1527-1606), fondatore della scuola Yagyu Shin-kage, che grazie al servizio prestato al daimyo e militare  Nobunaga Oda (1534-1582) e allo shogun Ieyasu Tokugawa (1543-1616) divenne maestro di spada dello shogun; suo figlio Munenori (1571-1646) proseguì la tradizione familiare come istruttore shogunale, ottenendo in seguito anche importanti cariche amministrative.

 

Tra le figure più note della storia feudale giapponese spicca ovviamente Musashi Miyamoto (1584-1645), reso celebre in Occidente anche attraverso il cinema e la letteratura. Secondo le cronache ingaggiò sessanta duelli nell’arco della sua vita senza mai essere sconfitto, sviluppando la tecnica Niten-ichi-ryu, basata sull’uso simultaneo di due spade, una lunga e una corta.

 

Il Miyamoto fu anche autore del Gorin no Sho, tradotto in Italia come il Libro dei cinque anelli, testo considerato fondamentale per l’addestramento mentale dei bushi. La sua storia è legata anche a quella del rivale Ganryu Sasaki (1585-1612), che sviluppò un proprio stile ispirandosi al volo delle rondini e che venne infine sconfitto e ucciso da Musashi in un celebre duello sulla spiaggia di Ganryujima.

 

Statua che celebra il duello tra Musashi e Kojiro a Ganryujima. immafi Roninjapanwiki via Wikimedia CC BY-SA 4.0

 

Ad affiancare questi nomi vi furono altri maestri di rilievo, come Mataemon Araki (1594-1637), fondatore della scuola Araki, e Mitsuyoshi Yagyu, detto Jubei (1607-1650), figlio di Munenori. Kurando Marume (1540-1540 ) fu invece annoverato, nel 1630, tra i quattro grandi spadaccini del periodo, insieme a Izu no Kami Jingo, Bungoro Hikida e Yagyu Tajima no Kami; dopo essersi affermato in un torneo tenuto alla presenza dello shogun Iemitsu Tokugawa (1604-1651), fondò la scuola Shinkan. Agli inizi del periodo Edo, tra le scuole più affermate figuravano anche la Ono Itto-ryu e la Arima Tessen.

 

Il periodo che va indicativamente dal XIV al XVII secolo, quello in cui fioriscono le grandi scuole di spada e si affermano i nomi più celebri della tradizione guerriera giapponese, coincide non a caso con l’epoca di massima instabilità politica del Giappone feudale: il cosiddetto periodo Sengoku, l’«epoca degli Stati combattenti» (all’incirca 1467-1615), segnato da guerre civili pressoché ininterrotte tra i grandi clan per il controllo del territorio.

 

È in questo clima di violenza endemica, paradossalmente, che l’arte della spada raggiunge il suo massimo sviluppo tecnico e la sua massima diffusione sociale: un maestro capace di elaborare uno stile efficace non solo garantiva la propria sopravvivenza, ma diventava una risorsa strategica per il signore che lo ingaggiava, al punto che i grandi daimyo si contendevano i migliori spadaccini per assicurarsi eserciti meglio addestrati.

 

Stampa xilografica, oban tate-e (1845-1846). Araki Mataemon, il fondatore della linea Edo dell’arte marziale Yagyu Shingan-ryu, è ritratto mentre esamina la sua spada. British Museum, Londra. Immagine CC0 via Wikimedia

 

La proliferazione delle ryu (traducibile come «scuola» o «stile») in questo periodo va letta anche come fenomeno di mercato, oltre che tecnico: ogni scuola rappresentava un marchio, un metodo trasmissibile e vendibile, spesso protetto da un rigido segreto (lo hiden, l’insegnamento segreto riservato solo agli allievi più fidati o ai membri della famiglia del fondatore). Non stupisce quindi che figure come Nagahide Chujo (morto nel 1348), al servizio dello shogunato per generazioni prima di fondare la propria scuola, o Yoshimitsu Ashikaga (1358-1408), che premiò pubblicamente l’abilità di un maestro con un titolo ufficiale, ci mostrino un sistema in cui l’eccellenza nella spada era anche un preciso strumento di ascesa sociale e di legittimazione politica.

 

Un capitolo a parte merita il rapporto tra questi maestri e l’estetica del combattimento. La differenza tra l’armatura giapponese, leggera e flessibile, fatta di bambù e cuoio intrecciati, e quella europea, pesante e completamente metallica, non è soltanto una scelta tecnica dettata da materiali disponibili: riflette due filosofie di guerra profondamente diverse.

 

Il cavaliere europeo, spesso a cavallo e armato di lance e spade lunghissime, costruiva la propria efficacia sulla protezione totale e sulla forza d’urto; il samuraio, che pure combatteva anche a cavallo, privilegiava la mobilità, la rapidità di esecuzione e la precisione del colpo, valori che richiedevano un’armatura capace di non limitare i movimenti. È significativo che questa scelta sopravviva concettualmente fino ad oggi nell’armatura da kendo, ancora oggi relativamente leggera.

 

Le tecniche di estrazione rapida della spada, come quella introdotta da Shibenogu Hayashizaki alla fine del XIII secolo e perfezionata nei secoli successivi da maestri come Hisayasu Katayama, meritano un approfondimento a sé: lo iaijutsu (poi evoluto nello iaido, oggi praticato anche in Italia) nasce dall’esigenza specificamente giapponese di rispondere a un attacco a sorpresa nel minor tempo possibile, un’esigenza acuita dal fatto che, contrariamente a quanto avveniva in Europa, il samuraio portava abitualmente la spada infilata nella cintura anziché sguainata o appesa al fianco in un fodero rigido.

 

Torneo di Iaido, 2012. Immagine Mr.Takahashi via Wikimedia CC BY-SA 4.0

 

Questa disciplina, che unisce l’estrazione (iai), il colpo e il rinfoderamento in un’unica sequenza fluida, è diventata nei secoli una vera e propria arte a sé stante, praticata ancora oggi parallelamente al kendo, e rappresenta forse l’esempio più puro di quella fusione tra efficacia marziale e ricerca estetica che caratterizza l’intera tradizione della spada giapponese.

 

La figura di Kagehisa Ittosai Ito merita un cenno ulteriore per l’influenza che la sua teoria del kiriotoshi — l’idea che tutte le tecniche di spada siano riconducibili a un unico principio originario — ha esercitato ben oltre la sua epoca. Questo approccio, che privilegia un principio universale rispetto all’accumulo di tecniche particolari, anticipa concettualmente un tema che si ritroverà, secoli dopo, anche nel pensiero di Musashi Miyamoto e nel suo Gorin no Sho: l’idea che la vera maestria non consista nel numero di tecniche apprese, ma nella comprensione di un principio semplice e universale applicabile a ogni situazione.

 

Non stupisce che la scuola Itto-ryu, fondata su questi presupposti, sia sopravvissuta per tutto il periodo Tokugawa e abbia influenzato pressoché tutte le scuole successive, Nakanishi Itto-ryu compresa — la stessa da cui, come si è visto, nascerà poi il kendo moderno.

 

Musashi Miyamoto merita, per la sua rilevanza, un approfondimento specifico. La sua fama nel mondo occidentale è in larga parte un fenomeno relativamente recente, legato soprattutto al romanzo in quattro volumi di Eiji Yoshikawa (pubblicato a puntate tra il 1935 e il 1939) e alle successive trasposizioni cinematografiche, tra cui quelle interpretate dall’indimenticabile attore giapponese Toshiro Mifune (1920-1997).

 

Toshiro Mifune nel 1961. Immagine CC0 via Wikimedia

 

È interessante notare come la figura storica di Musashi, per quanto straordinaria, sia stata in parte romanzata e mitizzata proprio da queste opere novecentesche, al punto che risulta oggi difficile distinguere con precisione i fatti storicamente documentati (i suoi natali, il numero esatto dei duelli, i dettagli del celebre scontro con Sasaki Kojiro sull’isola di Ganryujima) dalle elaborazioni narrative successive.

 

Ciò non toglie nulla al valore del Gorin no Sho, opera scritta dallo stesso Musashi negli ultimi anni della sua vita, che resta uno dei testi più studiati al mondo non solo negli ambienti marziali, ma anche in contesti manageriali e strategici, per la sua capacità di applicare principi di strategia e disciplina mentale a contesti anche molto lontani dal combattimento con la spada.

 

Anche il fenomeno delle vendette (adauchi), come quella che oppose Musashi a Sasaki per la morte del padre, o quella di Mataemon Araki, merita una contestualizzazione: la vendetta privata era, in una certa misura, socialmente e giuridicamente tollerata nel Giappone feudale, purché rispettasse determinate procedure formali (spesso richiedeva un’autorizzazione ufficiale dalle autorità del clan). Questo spiega perché tali episodi, lungi dall’essere percepiti come atti di violenza illegittima, siano stati celebrati nella tradizione popolare — nei kodan, i racconti feudali orali, nel teatro Kabuki, e più tardi nel cinema — come esempi di virtù, lealtà filiale e coraggio, in perfetta coerenza con i valori del Bushido descritti in precedenza.

 

Infine, va sottolineato come l’elenco di questi maestri riveli una differenza strutturale interessante nel modo in cui le due tradizioni, nipponicha ed europea, hanno concepito la guerra: mentre il cavaliere europeo si muoveva spesso in un contesto di guerra «esterna», tra nazioni o contro un nemico religioso lontano, il samurajo giapponese operava quasi sempre all’interno di un perenne conflitto civile, tra clan della stessa nazione — una condizione che forse spiega anche la particolare enfasi posta dal Bushido sulla lealtà personale verso il proprio signore diretto, più che verso un’entità astratta come la nazione o la fede, un vincolo che in un contesto di guerra fratricida costante rappresentava l’unico principio di ordine stabile a cui aggrapparsi.

 

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Immagine: Yoshifusa Utagawa (attivo intorno al 1840-1860),  Il celebre duello tra il maestro di spada Miyamoto Musashi (a sinistra) e Sasaki Kojiro (Ganryu) sull’isola di Ganryu-jima (circa1843-1847).

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Storia

Da Wall Street al Terzo Reich. I Dulles e Prescott Bush

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Il giovane John Foster Dulles (1888-1959) aveva appena trentun anni quando, nel 1919, partecipò come consulente legale della delegazione americana alla Conferenza di Pace di Parigi, finendo poi nella commissione incaricata di quantificare le riparazioni di guerra tedesche. Negli anni Venti lui e il fratello Allen Dulles (1893-1969) divennero soci di Sullivan & Cromwell, uno dei tre grandi studi legali che, secondo Jeremiah D. Lambert e Geoffrey S. Stewart in The Anointed, governarono di fatto il paese dai loro uffici di Wall Street. Entrambi aderirono al Council on Foreign Relations, il circolo che avrebbe prodotto buona parte della classe dirigente della Guerra Fredda.   Era il decennio in cui l’America investiva in Germania su scala industriale. Nel 1924 Foster Dulles contribuì alla progettazione del Piano Dawes, che riduceva i pagamenti tedeschi finanziandoli con prestiti delle banche di Wall Street: un meccanismo che permise all’industria tedesca di ricapitalizzarsi rapidamente, ben oltre le sole riparazioni di guerra. Come ricostruì David Talbot in The Devil’s Chessboard, la Sullivan & Cromwell divenne il centro di un’intricata rete di banche, società finanziarie e conglomerati industriali che aveva ricostruito la Germania dopo la Prima Guerra Mondiale.

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Fu dentro questa rete che i Dulles incrociarono Averell Harriman (1891-1986), il banchiere che sarebbe poi diventato ambasciatore di Roosevelt presso Stalin, governatore di New York e negoziatore per Kennedy e Johnson. Nel 1930 Foster affidò al fratello Allen la vendita delle azioni della Silesian Coal, la miniera di proprietà della famiglia ceco-ebraica Petschek. L’operazione passò attraverso un prestanome per evitare che le quote in seguito potessero finire tra le mani di Hjalmar Schacht (1877-1970), futuro ministro dell’economia nazista dal 1934 al 1937 e assolutamente contrario all’arianizzazione violenta ma favorevole invece alla sua versione moderata, chiamata da lui «spontanea».   Nacque così la Consolidated Silesian Steel Company dove due terzi andarono all’industriale Friedrich Flick (1883-1972), finanziatore del partito nazista e delle SS di Heinrich Himmler (1900-1945) ed il terzo restante passò alla Harriman Fifteen Corporation, amministrata dallo stesso Averell Harriman e da George Herbert Walker (1875-1953) assieme al genero di quest’ultimo, Prescott Bush (1895-1972), il padre del 41° presidente degli Stati Uniti George Herbert Walker Bush (1928-2018) e il nonno del 43° presidente George Walker Bush (1946-). Una struttura proprietaria che intrecciava, sotto lo stesso tetto societario, l’establishment di Wall Street e l’apparato industriale del Reich.   Quei nomi, Harriman, Walker e Bush, portano alla più antica banca privata d’affari d’America. La storia di Brown Brothers Harriman era cominciata un secolo prima a Baltimora, con il mercante irlandese Alexander Brown (1764-1834). I suoi figli costruirono un ponte finanziario tra New York e Liverpool fondato sul cotone del Sud schiavista: la banca anticipava i crediti ai piantatori e, quando questi fallivano, ne incamerava le terre e gli schiavi. Nel primo Novecento la stessa ditta, con la benedizione di Washington, arrivò a incarnare la dollar diplomacy nella sua forma più pura, controllando la banca nazionale, le dogane e le ferrovie del Nicaragua.   Il 1° gennaio 1931, in piena Depressione, i Brown si fusero con la banca dei fratelli Averell ed E. Roland Harriman (1895-1978), eredi dell’impero ferroviario paterno. Prescott Bush, compagno di Roland nella confraternita e società segreta universitaria Skull and Bones a Yale, divenne socio della nuova Brown Brothers Harriman. Era la generazione dei banchieri-gentiluomini che passavano da Wall Street a Washington, Averell Harriman ne sarebbe stato l’esempio più compiuto, ma pure il socio Robert Lovett (1895-1986) avrebbe occupato un ruolo come segretario alla Difesa.   Lo studio legale dei Dulles, Sullivan&Cromwell, divenne il braccio legale della nuova banca. Nel gennaio del 1933, mentre il governo polacco avviava una campagna per nazionalizzare l’impianto della Consolidated Silesian Steel, il socio di Brown Brothers Harriman, Knight Woolley (1895-1984) scrisse ad Averell Harriman per informarlo che la banca aveva deciso di coinvolgere direttamente Sullivan & Cromwell a tutela dei propri interessi.   Foster Dulles, in quanto membro del consiglio, pretese un canale informativo diretto da Berlino. In quello stesso mese, secondo la ricostruzione di Alexei e Cory Panshin, i due fratelli erano tra i pochi americani presenti alla banca Schröder di Colonia, dove un gruppo di industriali tedeschi garantì a Hitler i fondi necessari a conquistare il potere.   Nel 1934 una commissione speciale della Camera, la McCormack-Dickstein, rivelò che la Hamburg-Amerika Line, la compagnia di navigazione tedesca con cui Harriman e Walker avevano stretto un’alleanza negli anni Venti, offriva viaggi gratuiti a giornalisti e conferenzieri americani in cambio di propaganda favorevole al nuovo regime. Secondo la ricostruzione di Alexei e Cory Panshin, che riprende quella dell’ex procuratore John Loftus, la reazione di Bush e Harriman non fu la prudenza ma la copertura infatti affidarono ad Allen Dulles il compito di schermare gli asset compromessi e dal 1937 i due fratelli lavorarono stabilmente per proteggere i loro interessi tedeschi.   Il 20 ottobre 1942 Washington, ormai in guerra contro l’Asse, confiscò in base al Trading with the Enemy Act la Union Banking Corporation di New York. Fra i suoi amministratori figuravano due nomi di peso come Prescott Bush ed E. Roland Harriman, fratello di Averell.

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Nel immediato dopo guerra gli uomini di quella rete si ritrovarono ai vertici della politica americana. Nel 1953 Foster Dulles divenne Segretario di Stato sotto Dwight Eisenhower (1890-1969) e teorizzò il rollback anticomunista. Lo stesso anno Allen assunse la direzione della CIA, che guidò fino al 1961 orchestrando, tra gli altri, i rovesciamenti di Mohammad Mossadeq (1882-1967) in Iran e di Jacobo Árbenz (1913-1971) in Guatemala. Per la prima e unica volta nella storia degli Stati Uniti, due fratelli guidavano contemporaneamente la diplomazia e i servizi segreti del paese.   Nel frattempo anche la carriera di Prescott Bush si era spostata verso la politica. Tra il 1947 e il 1950 fu presidente delle finanze del Partito Repubblicano del Connecticut. Nel 1950 corse per un seggio al Senato ma perse di misura, per poco più di mille voti, contro il democratico William Benton (1900-1973). Due anni dopo, nel 1952, vinse l’elezione per l’altro seggio del Connecticut, sconfiggendo Abraham Ribicoff (1910-1998), e venne poi rieletto nel 1956 con il 55% dei voti contro Thomas Dodd (1907-1971). Restò in carica fino al gennaio del 1963.   Al Senato, Bush divenne uno stretto sostenitore e compagno di golf di Eisenhower, condividendone l’anticomunismo e una politica estera fondata sulla cooperazione con le istituzioni internazionali, la stessa impostazione che Foster Dulles applicava al Dipartimento di Stato. Venne nominato membro dal presidente anche alla Foreign Economic Policy Commission. Per un intero decennio, l’uomo che negli anni Trenta aveva chiesto ai Dulles di schermare i suoi asset tedeschi sedeva allora in Senato e avrebbe dato il via a un nucleo di potere che si sarebbe protratto nel nuovo millennio grazie alla sua genia.   Mentre il padre sedeva in Senato, il figlio costruiva la propria fortuna con i capitali della stessa rete. Nel 1953 il figlio George H.W. Bush fondò in Texas la Zapata Petroleum insieme ai fratelli Liedtke, tra cui Hugh Liedtke (1922-2003), futuro fondatore della Pennzoil: il milione di dollari iniziale arrivò in buona parte da Prescott, dal nonno materno quasi omonimo George Herbert Walker e dalla loro cerchia di Wall Street, mentre la controllata Zapata Off-Shore, nata l’anno seguente per le trivellazioni in mare, fu finanziata da Eugene Meyer (1875-1959), banchiere, ex presidente della Federal Reserve e proprietario del Washington Post, e dal genero Philip Graham (1915-1963) editore del Washington Post e vicino a diversi dirigenti della CIA, in particolare Frank Wisner (1909-1965).    Tra i soci della prima ora c’era anche Thomas J. Devine (1926-2019), ex funzionario della CIA che, secondo documenti dell’agenzia resi pubblici nel 1998, vi rientrò nel 1963 sotto copertura commerciale e che nel 1965 sedeva nel consiglio della Zapata Off-Shore.    Nel 1959 Bush si trasferì a Houston per seguire le piattaforme nel Golfo del Messico e nei Caraibi, e le guidò fino al 1966, quando vendette le sue quote per entrare in politica. Il resto è noto: George H.W. Bush e suo figlio George W. riuscirono entrambi nei decenni a venire a dominare le vette politiche degli Stati Uniti d’America.   Marco Dolcetta Capuzzo

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