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Storia

La dinastia Pahlavi e l’effetto domino americano

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Come spiega Annie Jacobsen nella sua opera Surprise, Kill, Vanish con l’inizio della Guerra Fredda il Medio Oriente subito si dimostrò essere uno dei teatri più caldi di quel momento storico. Seduto sopra il più vasto giacimento di petrolio del mondo, era di strategica importanza controllarlo affinché non cadesse nelle mani del proprio avversario. La spinta sovietica su quei territori era forte e gli Stati Uniti erano disposti a tutto pur di non cedere metri alla superpotenza avversaria. 

 

La situazione era particolarmente complicata soprattutto per questioni religiose. Parecchi omicidi venivano portati avanti da fanatici che in Iran erano riusciti ad eliminare otto elementi di alto rango del governo. Si facevano chiamare Fedayyin-e-Islam, «coloro che si sacrificano per l’Islam«, fondamentalisti sciiti la cui missione era quella di estirpare dall’Iran gli elementi corrotti attraverso l’assassinio.

 

I fedayyin si erano formati sulla base degli Hashshashin, gruppo di guerrieri fondamentalisti sciiiti operativi nell’undicesimo secolo guidati dalla figura leggendaria di Hassan-i-Sabbah, dal cui nome deriva il termine «assassino». 

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Solo pochi anni prima, nel 1949, i fedayyin avevano provato ad assassinare lo shah, Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980) per questioni religiose, ma, colpito alla bocca, alla schiena e centrato per tre volte al cappello, riuscì a salvarsi una volta giunto in ospedale. Lo shah, salito al trono con l’invasione anglo-sovietica dell’Iran del 1941, in seguito alla destituzione del padre Reza Shah Pahlavi (1878-1944) per timore che si alleasse con le forze dell’Asse, governò fin da giovanissimo secondo i voleri anglo-americani.

 

Gli alleati, con l’invasione raggiunsero il doppio scopo di mettere in sicurezza i giacimenti petroliferi e di assicurare un corridoio ai sovietici sotto l’attacco nazista dell’Operazione Barbarossa. La Russia, in forza dei molti russi rifugiatisi in Persia in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, ebbe sempre una presenza costante nel territorio. Con la fine del conflitto mondiale, in seguito alla dislocazione delle truppe sia inglesi che sovietiche nell’estate del 1946, i russi cercarono di ottenere concessioni per l’estrazione petrolifera ma inutilmente, in seguito anche alla strenua resistenza anglo-americana.

 

Dopo il tentativo di uccisione di Reza Pahlavi, nei media si videro accusati i Tudeh, il gruppo pro-sovietico presente in Iran, ai quali vennero confiscati i beni e in seguito arrestati a centinaia. I fedayyin allora risposero uccidendo il ministro della Corte Imperiale. Pahlavi nominò al suo posto, come primo ministro, un generale ardentemente anticomunista che venne ucciso con un colpo di pistola. Nelle stesse scale dell’università dove per poco non morì lo Shah, venne assassinato anche il ministro dell’Istruzione dodici giorni dopo il primo ministro. Pahlavi decretò la legge marziale. 

 

Nei Paesi vicini accaddero fatti simili. Il Libano vide il suo primo ministro venire ucciso da un sicario. Tre giorni dopo il re della Giordania venne ucciso con tre colpi di pistola di fronte al figlio sedicenne.

 

Le proteste, dunque, esplosero a Teheran. Per dare un segnale forte alle folle, venne nominato primo ministro Mohammad Mossaddeq (1882-1967), un generale nazionalista che come prima cosa nazionalizzò il petrolio facendo infuriare gli inglesi, storicamente possessori della maggior raffineria del Paese, la Anglo-Iranian Petroleum Company. Come seconda, fece imprigionare il numero uno dei fedayyin, richiamando la vendetta del gruppo sciita. 

 

Nel 1953, il presidente americano Dwight «Ike» Eisenhower (1890-1969) organizzò un incontro con il Comitato di Strategia Psicologica (PSB). Lo scopo della riunione fu quello di discutere un piano per la creazione di una operazione coperta con lo scopo di mettere fine al governo di Mohammad Mossaddeq. Secondo Allen Dulles (1893-1969), direttore della CIA, se nulla si fosse fatto sicuramente l’Unione Sovietica ne avrebbe approfittato espandendo la sua sfera di influenza. Secondo la Jacobsen, Dulles spinse sull’acceleratore utilizzando la teoria dell’effetto domino. Se non si fosse intervenuti subito, i Comunisti avrebbero preso potere sul 60% delle riserve mondiali di petrolio. 

 

La teoria del domino, una particolare versione della politica del contenimento, ipotizzava che la conquista comunista di uno Stato avrebbe provocato la caduta a catena degli Stati adiacenti, in un continuo processo di aggressione ed espansione che doveva essere bloccato, con fermezza, al suo primo manifestarsi. Questa teoria venne ampiamente utilizzata dai governi americani sotto nomi differenti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e con l’inizio dell’intenso confronto con l’Unione Sovietica, in particolare fu richiamata nel tragico caso dell’intervento in Vietnam.

 

Si può trovare nella «lezione di Monaco», concernente l’appeasement britannico verso l’escalation di Adolf Hitler (1889-1945) in Germania, un inevitabile precedente nell’immaginario politico americano. Il primo utilizzo del concetto dell’effetto domino venne da Harry Truman (1884-1972), che paragonò il pericolo delle guerre civili in Turchia e Grecia nel 1947 a una mela marcia che avrebbe ammorbato anche le mele adiacenti.

 

Il primo impiego dell’esatta metafora, invece, fu da parte di Eisenhower quando, alla conferenza di Ginevra del 1954, in seguito alla richiesta di aiuto in Indocina – il nome coloniale del Vietnam – da parte della Francia, dimostrò con queste parole il crescente timore di Washington che l’influenza comunista potesse espandersi in tutta la regione.

 

Il ministro della Difesa Charles Erwin Wilson (1890-1961) rincarò la dose e convinse Eisenhower a intervenire in Medio Oriente. Il militare ricordò le tre vie rimaste da poter percorrere. La prima, quella della diplomazia non aveva funzionato. La seconda, quella dell’intervento diretto era assolutamente sconsigliabile. La terza, l’ultima possibile, recitava lo stesso copione già visto in Corea e in Guatemala, la via dell’operazione coperta. Il presidente diede autorizzazione a proseguire e il 4 aprile del 1953 un milione di dollari fu inviato alla stazione di Teheran con l’obiettivo far cadere il primo ministro iraniano Mossaddeq. 

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L’operazione rinominata Ajax, fu messa in atto nella terza settimana dell’agosto del 1953. Mossaddeq non fu assassinato, bensì arrestato per tradimento e condotto in prigione per tre anni prima di commutare la pena ai domiciliari morendo poi nel 1967. L’uomo della CIA, Fazlollah Zahedi (1892-1963), ufficiale militare, rimpiazzò Mossaddeq come primo ministro, preparando la strada alla venuta dello shah Reza Pahlavi e alla completa realizzazione del coup d’état. 

 

Nel 1979 Pahlavi verrà spodestato da gruppi di soldati armati facenti parte dei fedayyin e seguaci dell’ayatollah Ruhollah Kohmeini (1902-1989) i quali diedero vita alla Rivoluzione Iraniana. Proprio questi soldati fecero parte di una politica, posteriormente decisamente suicida, messa in atto da parte della CIA. Come tattica per creare blocchi all’espansione degli «atei comunisti sovietici», si andavano a cercare le cellule paramilitari più religiosamente fondamentaliste fornendogli supporto materiale e addestramento militare. 

 

Oggi a distanza di quasi cinquant’anni dalla presa del potere di Kohmeini, conseguenza dello sviluppo e sfruttamento di una di queste cellule paramilitari, stiamo assistendo nuovamente a tumulti nella capitale Teheran con un potenziale nuovo cambio di rotta anche nel nome della, ancora una volta, dinastia Pahlavi. In questo caso il movente indicato in superficie pare essere ideologico e religioso al contrario di come accadde negli anni cinquanta quando venne praticamente dichiarato ai media internazionali che si trattava di una questione prettamente petrolifera. 

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Le basi del pensiero dei fratelli Dulles

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L’armistizio della prima guerra mondiale venne deciso iniziare evocativamente alle ore undici dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese del 1918. Il presidente americano Woodrow Wilson (1856-1924) decise di partecipare personalmente alla conferenza di pace a Parigi, un fatto eccezionale all’epoca, in quanto, l’unico altro esempio di presidente statunitense in visita all’estero, fu Theodore Roosevelt (1858–1919) all’appena annesso Canale di Panama.   Dopo le dimissioni nel 1915 di William Jennings Bryan (1860-1925), il segretario di Stato di Wilson divenne il consigliere Robert Lansing (1864–1928). Bryan decise di lasciare in seguito alle note di protesta, troppo bellicose secondo il segretario, inviate da Wilson alla Germania in seguito all’affondamento del RMS Lusitania da parte di alcuni U-Boot tedeschi. Venne Scelto Lansing, su suggerimento del consigliere privato di Wilson, il colonnello Edward M. House, (1858-1938) perché persona tecnicamente preparata sulla giurisprudenza internazionale e perché facilmente indirizzabile e controllabile.    Robert Lansing aveva sposato, Eleanor, la figlia di John Watson Foster (1836-1917), segretario di stato durante il governo Harrison e una vita nella diplomazia in particolare in Russia, Messico e Spagna. Foster rimarrà nella storia americana per essere il primo segretario di stato ad aver organizzato la conquista di una nazione estera, assecondando i coloni americani alle Hawaii, inviando i marines a supporto e prontamente annettendo le isole oceaniche dopo l’avvenuto rovesciamento della monarchia. 

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La figlia di Foster sposò un pastore presbiteriano Allen Macy Dulles e i loro figli John Foster Dulles (1888-1959) e Allen Welsh Dulles (1893-1969) divennero relativamente il segretario di Stato e il direttore della CIA del futuro governo Eisenhower. I nipoti crebbero ascoltando le storie del nonno materno, subendone la fascinazione e assumendone gli ideali. Assieme al nonno vissero anche le discussioni tra il nonno e il suo genero, Lansing, sempre presente alla corte di nonno Foster.   Entrambi i fratelli Dulles, laureati coi massimi voti a Princeton dove Wilson, prima di diventare governatore del New Jersey e in seguito presidente degli States, aveva lavorato come professore dal 1890 al 1902 per poi assumerne la presidenza fino al 1910, idolatravano Wilson. John Foster, 5 anni più grande del fratello, con una carriera nella Sullivan & Cromwell, cercò immediatamente di fare leva su Lansing per farsi portare come assistente a Parigi ma senza riuscirci.    Ottenne però lo stesso un biglietto attraverso la sua stretta conoscenza personale con Bernard Baruch (1870-1965) come suo assistente. Baruch, ricchissimo finanziere e presidente della War Industries Board, organismo incaricato di organizzare l’economia di guerra statunitense, venne chiamato da Wilson come delegato delle riparazioni di guerra, cioè colui che decideva sulla gravità della punizione verso i tedeschi. Foster si ritrovò di li a poco a condividere lunghe partite a bridge sul ponte della nave George Washington con il segretario della marina dell’epoca Franklin Delano Roosevelt (1882-1945).    Il valore dei contatti che maturò in quei mesi furono incalcolabili, si trovò allo stesso tavolo con il famoso economista John Maynard Keynes (1883-1946) e colui che metterà le basi dell’Unione Europea, Jean Monnet (1888-1979). Condivise il tavolo con il presidente del Brasile, Epitàcio Pessoa, cliente della sua firm per la riorganizzazione delle ferrovie brasiliane, e con il finanziere George Sheldon tesoriere del partito repubblicano.    La portata dell’evento attrasse anche Allen Dulles che, di stanza a Berna, trovò modo di partecipare assicurandosi un lavoro nella boundary commission. Il fratello, di natura più incline rispetto a Foster alla vita sociale, divenne resident al La Sphinx il bordello più in voga di Parigi. Tra le tante conoscenze nel mondo dello spettacolo, della letteratura e dell’arte vi aggiunse anche quella del suo futuro capo, il generale americano Walter Bedell Smith (1895-1961).    Pure la sorella Eleanor Dulles (1895-1996), figlia del segretario di Stato Lansing, partecipò al periodo storico lavorando in un’organizzazione umanitaria quacchera di soccorso lungo le devastate rive della Marna. La sorella anch’essa estremamente dotata e preparata partecipò quanto potè alla vita del periodo, l’unico che non riuscì a trarne beneficio fu Lansing che venne gradualmente lasciato da parte da Wilson.

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Wilson gestì il periodo della delegazione americana Parigi con una grandeur tale da far invidia ai francesi stessi. Gli americani personificavano la vittoria degli ideali a stelle e strisce sul resto del mondo e lo facevano da padroni. Wilson ripeté svariate volte il suo slogan sull’autodeterminazione dei popoli: national aspirations must be respected. Il suo principio sull’autodeterminazione però si rifaceva solamente alla parte dell’globo di cui facevano parte lui e i suoi amici bianchi senza avvicinarsi nemmeno a considerare papabili a rientrare all’interno dello stesso discorso tutti coloro che vivevano nelle colonie degli stessi suoi amici.    Scrive Stephen Kinzer nel suo ottimo The Brothers di come Ho Chi Minh non venne riconosciuto degno di essere ascoltato e, di li a poco, dopo essere transitato per Mosca e introdotto al Comintern, divenne il fondatore del Partito Comunista Francese e si impegnò in una guerra di tre decadi che arrivò fino al governo dei fratelli Dulles.   Lo stesso accadde dopo alcuni mesi in diversi punti del mondo: una rivoluzione contro gli inglesi in Egitto, una rivolta coreana verso i giapponesi, l’inizio della campagna gandhiana in india e un movimento di protesta antimperialista in Cina.    Rifiutandosi di mettersi al tavolo con i rappresentanti del mondo al di fuori del teatro europeo, i leader che si incontrarono a Parigi gettarono le basi per decenni di disordini. La determinazione nel garantire i loro possessi superò di gran lunga la loro volontà di rendere reali gli slogan sull’autodeterminazione che enunciavano con tanto orgoglio. Questo valse per Wilson quanto per tutta la compagnia cantante a seguito.    Non esiste traccia di rimpianti da parte dei fratelli Dulles sul fallimento della delegazione di Parigi però entrambi lasciarono un segno del loro passaggio sulle firme finali a Versailles. Foster cercò di imbonire la commissione sulla punizione verso la Germania anche senza riuscire del tutto a modificare la volontà degli Europei. Allen contribuì a determinare i confini dei Sudeti scorporati dalla Germania a favore della neonata Repubblica Ceca. Ambo le questioni concorsero al riarmo sfrenato della Germania e alla preparazione per la seconda ecatombe europea.   Entrambi i fratelli, nel loro tempo a Parigi, subirono la fascinazione di Wilson che li prese sotto la sua ala protettiva. Una figura che si aggiungeva a quella di nonno Foster, la quintessenza del missionario diplomatico: freddo, pontificante, fortemente moralista e totalmente convinto di essere uno strumento della volontà divina.   L’idealismo di Wilson rifletteva una concezione estremamente orientata al commercio, un altro tratto caratteristico che si accomodò perfettamente nella visione del mondo dei due fratelli.    Wilson era un uomo del sud, era un ammiratore del Ku Klux Klan e considerava la segregazione un beneficio. Nei suoi anni al governo ordinò più interventi di chiunque altro: Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Mexico, Nicaragua e pure nell’Unione Sovietica nel periodo successivo alla rivoluzione.   Nessuno come lui prima però aveva portato come motivazione l’esportazione della democrazia verso i popoli oppressi. Questa era un’operazione politica assolutamente nuova che diventerà un tratto dominante per i futuri governi degli Stati Uniti, soprattutto quelli con al loro interno i fratelli Dulles.    Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine: negativo su vetro di foto di Woodrow Wilson (1910), Collezione George Grantham Bain, Biblioteca del Congresso, Washington. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
 
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Storia

Tra avvocati, spie e multinazionali

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La Sullivan & Cromwell è tutt’oggi uno dei più importanti studi legali al mondo. Trentesima per fatturato ma undicesima come profitto in rapporto al numero di soci e terza come profitto per gli avvocati che ci lavorano. Studio nato negli anni in cui si formarono le grandi fortune americane dei famosi robber barons (i «baroni-rapinatori», cioè imprenditore e banchieri che a fino Ottocento accumulavano immense quantità di danaro).

 

Il fondatore, Algernon Syndey Sullivan (1826-1887), intravide in William Nelson Cromwell (1854-1948) un futuro luminoso e pagandogli gli studi alla Columbia University organizzò la sua ascesa per farlo diventare partner nel 1879. 

 

Prima di loro solamente William Dameron Guthrie (1859-1935) e Paul Drennan Cravath (1861-1940), nel momento in cui unirono le forze in un unico studio legale, riuscirono a diventare un’entità indispensabile alla crescita esponenziale delle grandi corporations americane. Quell’epoca che venne chiamata Gilded-Age, altro non era che un lavoro di coppia tra lo studio legale e i loro clienti in cerca di società ben posizionate per poterle assorbire, creare un trust e accumulare potere in quello specifico settore economico puntando dritto per dritto al monopolio. 

 

I più famosi trust industriali di quegli anni furono la Standard Oil di John D. Rockfeller (1839-1937), il settore bancario con John Pierpont Morgan Sr. (1837-1916), le ferrovie della Northern Securities di Edward Henry Harriman (1848-1909), il tabacco con l’American Tobacco di Thomas Fortune Ryan (1851-1928) e l’acciaio con la US Steel, creata da Andrew Carnegie (1835-1919) ma venduta ad un gruppo di proprietà di J.P. Morgan. 

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La creazione di questi enormi conglomerati industriali con un solo proprietario ebbe un profondo impatto sugli abitanti della nazione, in particolare sui lavoratori. La crescita aziendale portò a trattamenti disumani e brutali che generarono violente lotte sindacali oltre che a fomentare una trasformazione generale del paese aumentando a dismisura il ritmo della già rapida urbanizzazione in atto.

 

Nel 1890 il governo federale ordinò lo Sherman Antitrust Act nel tentativo di limitare la diffusione dei cartelli ma in realtà raggiungendo il risultato opposto. Mentre in linea teorica la legge era stata pensata per bloccare l’accorpamento delle società e punirne i proprietari, in linea pratica non forniva reali strumenti per applicare la legge. Fu in questo momento che entrò in scena Cromwell. 

 

John Oller nel suo White Shoe descrive nella sua opera la nascita di queste nuove entità dedite all’assistenza delle più elevate classi sociali e così chiamate per via delle tipiche scarpe bianche derby usate dalla crema della società americana. Cromwell ebbe il merito di immaginare per primo un sistema per mettere in sicurezza i cartelli delle grandi famiglie americane e di conseguenza anche le loro immense fortune. Oller racconta come a Cromwell venisse attribuito l’epiteto di «colui che insegnò ai robber barons come rubare». 

 

L’idea di Cromwell fu quella di convincere lo stato del New Jersey ad accettare le legalizzazione delle società di partecipazione con la motivazione che avrebbe portato innumerevoli benefici grazie alla conseguente tassazione. In quel momento lo Sherman Act proibiva alle società di comprare altre società nello stesso settore ed era visto come un modo per evitare gli accordi tra loro. Ma non proibiva alle società per azioni di comperare quote di altre società. Questo, grazie all’accordo con lo stato del New Jersey, evitava di infrangere la legge Sherman in quanto non si trattava più di un accordo tra società ma semplicemente di un acquisto di stocks

 

Dal 1890 fino alla fine del secolo, il New Jersey divenne la rampa di lancio dei vecchi trust americani pronti per essere scagliati nel firmamento economico e rifulgere nella nuova forma di corporations. In dieci anni oltre settecento società, per la maggior parte clienti di Sullivan & Cromwell, si trasferirono in New Jersey capitalizzando da sole oltre un miliardo di dollari. Si formarono in pochi anni in tutto il resto della nazione, anche il Delaware aprì legalmente alle holding, 187 società di partecipazione, per un valore totale di 4 miliardi di dollari, il doppio dei dollari circolanti negli Stati Uniti. Giusto per fare un confronto, il budget del governo americano del 1890 era di 318 milioni di dollari. 

 

La Sullivan & Cromwell dopo essere riuscita a modificare la realtà legale americana pur di trovare una soluzione per i suoi clienti, divenne un riferimento assoluto per chiunque volesse fare affari ai massimi livelli. Il ruolo di Cromwell come consigliere di JP Morgan, prima nella creazione della Edison General Electric nel 1882 e in seguito della US Steel nel 1901 come unione della Carnegie Steel Company  e della Federal Steel, fu fondamentale. 

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Tuttavia l’operazione più importante fu senza dubbio l’acquisizione del Canale di Panama in una complessissima operazione orchestrata dietro le quinte da Cromwell e portata avanti con l’attenzione di non apparire mai nei documenti ufficiali. Dopo essersi recato a Parigi per investigare sulla costruzione francese del canale venne a conoscenza del suo prossimo fallimento. 

 

Assieme a Bunau-Varilla (1859-1940), ingegnere francese e general manager della Panama Canal Company di Ferdinand de Lesseps (1805-1894), convinsero il governo americano a scegliere Panama invece del Nicaragua. Dopo il rifiuto della Colombia di cedere la terra panamense, architettarono una rivoluzione posticcia in modo da ottenere l’istmo e con il trattato Hay–Bunau-Varilla del 1903 venne definitivamente sancito il diritto americano sulla Canal Zone. Cromwell, oltre a guadagnarne una parcella stratosferica, in seguito allo stretto contatto con John Hay (1838-1905) entrò nelle grazie del presidente Theodore Roosevelt (1858-1919) e nei piani più alti del governo americano. 

 

Cromwell nel 1911 in cerca di sangue nuovo da integrare nella firm, assunse un giovane John Foster Dulles (1888-1959) il quale venne seguito anche dal fratello minore Allen Welsh Dulles (1893-1969) qualche anno dopo. I fratelli Dulles, futuri segretario di stato e direttore della CIA, grazie alla loro attenzione nel battere sia le strade della diplomazia che del business, portarono allo studio legale una nuova serie di clienti di livello mondiale. 

 

Tra i vari, molti erano enormi nomi di società americane come: Ford Motor Company, General Motors, International Business Machines (IBM), Chase Bank, International Telephone and Telegraph, Brown Brothers Harriman, Standard Oil. Bank for International Settlements o la IG Farben, invece facevano parte di una serie di clienti, molti di loro tedeschi che si appoggiarono alla Sullivan & Cromwell nel primo dopoguerra in cerca di appoggi e prestiti per assistere la ripartenza economica della Germania dopo la pace di Parigi del 1919.

 

Nel secondo dopo guerra, la United Fruit, uno dei principali clienti dello studio, cercò aiuto perché venisse tutelata dei suoi diritti in centro America. Il governo Arbenz in Guatemala era ai ferri corti con la ditta coltivatrice di banane, il più grande proprietario terriero del paese. Arbenz riuscì a ratificare la riforma della terra in Guatemala giusto sei mesi prima che Eisenhower mise i Dulles a gestire gli affari esteri americani. I due fratelli, nei loro primi otto mesi di ufficio, diedero immediata priorità all’operazione Ajax in Iran e immediatamente dopo al colpo di stato che estromettesse Arbenz in Guatemala

 

Il lavoro portato avanti dalla Sullivan & Cromwell, lungo i decenni che cavalcarono l’esplosione economica, politica e militare americana, spiega molto bene il processo che portò i due mondi, prima ben separati, della politica delle grandi aziende americane e della politica estera del governo americano a congiungersi irreversibilmente. Con l’avvento del secondo dopoguerra, soprattutto, e l’assunzione di Washington a guida mondiale, gli interessi economici e messianici americani  si trovarono a collimare per tutto il lungo periodo della guerra fredda. 

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine: Nuova York nel 1930, da Günter Frost, L’idrovolante Dornier “Wal”,  p. 1.

Immagine di pubblico dominio CCo via Wikimedia

 

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Storia

Incontro in Giappone con la mamma del conte Kalergi. Alla Messa in latino…

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Domenica 9 agosto, il gruppo Una Voce Japan ha organizzato la sua Messa Tridentina mensile alla cattedrale di San Giuseppe a Tsukiji.   Il quartiere, sede del celeberrimo, immenso mercato del pesce di Tokyo, è stato uno dei primi in Giappone a ospitare comunità straniere nel Paese dopo la riapertura delle frontiere del 1868. Contestualmente fu eliminato anche il divieto di professare la fede cristiana, si spiega così oltre alla presenza della cattedrale anche quella dell’ospedale intitolato a San Luca (聖路加, con la grafia di quando in Giappone ancora non si traslitterava con i kana, gli alfabeti sillabici che costituiscono solo in parte la scrittura nipponica odierna).   Nonostante l’altisonante titolo di cattedrale, si tratta di una chiesa di modeste dimensioni con circa 200 posti a sedere. Domenica era meravigliosamente gremita di persone da tutto il mondo e di tutte le etnie: a prima vista parrebbe il sogno di qualsiasi globalista arcobaleno, non fosse che, orrore orrore, tutti pregano letteralmente una voce, nella lingua della Tradizione, dando una dimostrazione chiarissima di quale sia il significato dell’aggettivo Catholica.   Bisogna ricordare che nella stessa chiesa il pur volenteroso parroco neozelandese celebra un Messa novus ordo in cui invita i fedeli a recitare il Padre Nostro ognuno nella propria lingua, in una babele disperante di idiomi. Tsukiji è località turistica e ospita parecchi alberghi, la presenza dei turisti alla Messa è significativa.

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Molte persone, compreso il sottoscritto, devono seguire la Messa in piedi. Ricevuta l’Eucarestia, mi sposto sul fondo della navata per non intralciare il passaggio dei fedeli, trovando posto per inginocchiarmi all’entrata della piccola stanza che funge da museo della chiesa di Tsukiji.   In alcuni espositori sono conservati reperti e riproduzioni dell’epoca delle persecuzioni anticristiane: ad esempio, una tavola riporta le taglie in chili di riso che spettavano a chi denunciasse preti e fedeli cattolici. Le pareti sono invece adornate dalle foto della chiesa e della sua comunità nel corso dei 150 anni della sua storia.   Ed è così che ci si imbatte nella foto di Mitsuko Tekhla Maria Aoyama, contessa di Coudenhove e madre del famigerato conte Richard Nikolaus Eijiro di Coudenhove-Kalergi. E cioè La madre di colui che è ritenuto uno dei padri della globalizzazione deumanizzante è stata infatti battezzata proprio qui alla fine dell’Ottocento.     I Calergi (si può scrivere anche con la C, come si chiama anche il palazzo veneziano dov’è morto Wagner e che ora ospita un casinò pieno di cinesi), va ricordato, era una famiglia cattolica, anche se sui generis. Riccardo scrive che uno dei ricordi di ragazzo era quando durante venerdì santo, alla preghiera per la conversione dei perfidi giudei, suo padre – che pure era praticante – lasciava la Chiesa in segno di protesta. In anticipo sui tempi… oppure, semplicemente, bisogna ammettere che le direttive rimangono sempre le stesse.   Il conte della Paneuropa, cioè dell’Europa invasa dagli immigrati, è nato a proprio Tokyo nel 1894. Il papà era l’ambasciatore dell’Impero austro-ungarico Heinrich Johann Maria di Coudenhove-Kalergi (1859-1906), del casato austro-boemo che aveva ascendenze fiamminghe e greco-veneziane. Parlando 18 lingue (tra cui, oltre che il giapponese, anche il turco, l’arabo e l’ebraico) è quello che oggi si definisce un iperglotta, cioè il gradino sopra del poliglotta. Come diplomatico aveva viaggiato a Costantinopoli, Rio de Janeiro, Buenos Aires. Arrivato in Giappone, studiò il buddismo.   Fu qui che incontrò Mitsuko Aoyama (1874-1941), figlia di un ricco magnate del petrolio con la passione dell’antiquariato. Quando incontrò il diplomatico asburgico, Mitsuko aveva 17 anni. Il Calergi senior frequentava il negozio del padre, che stava vicina all’ambasciata. Un giorno il conte scivolò col cavallo sul ghiaccio, e la ragazzina accorse ad aiutarlo. L’aristocratico chiese al signor Aoyama di poter assumere la figlia come governante all’ambasciata, e successivamente gli chiese di poterla sposare, una richiesta che fu rifiutata.

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I due si sposarno comunque, lei diciottenne, ricevendo il via libera dei ministeri degli Esteri di Tokyo e di Vienna. Mitsuko fu quindi diseredata e bandita dalla casa paterna. In seguito sarebbe divenuta una delle prime giapponesi ad emigrare in Europa. Diede al marito sette figli.  

Fotografia di matrimonio di Heinrich Coudenhove-Kalergi e Mitsuko Aoyama, 1892. Immagine CC0 via Wikimedia

  Nel 1896 ricevette la contessa Calergi l’invito a un ricevimento imperiale organizzato dall’imperatrice Eishō per le mogli dei diplomatici stranieri, un privilegio a cui una giovane di origine borghese come Mitsuko non avrebbe mai potuto aspirare, se non fosse stata sposa di un ambasciatore .   La famiglia rientrò in Europa con figli Johannes e Richard per andare a stare nella tenuta del casato Poběžovice, in Boemia. Mitsuko si dedicò allo studio del francese, del tedesco, della matematica, della geografia e della storia, si dice, allo scopo di fronteggiare l’ostilità della famiglia di Heinrich nei suoi confronti.   In seguito vennero al mondo gli altri cinque figli Gerolf, Ida (scrittrice cattolica nota col nome Ida Friederike Görres che piaceva ai teologi come Hans Urs von Balthasar), Elisabeth (segretaria del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss), Henry, Olga.  

Mitsuko Coudenhove-Kalergi con i figli Karl (in braccio a uno), Johannes, Richard, Gerolf, Elisabeth, Olga e Ida, 1903. Immagine CC0 via Wikimedia

  Heinrich morì nel 1906 e Mitsuko assunse la direzione dei beni familiari; oltre a occuparsi della crescita e dell’istruzione dei sette figli, intraprese lo studio del diritto e dell’economia per assolvere al meglio il proprio incarico. Mitsuko non fece mai più ritorno in Giappone. Alla sua morte, nel 1941, venne sepolta nel Cimitero di Hietzinger.   Mitsuko è una figura molto conosciuta in Giappone, al punto da entrare nella cultura di massa, che, ricordiamo, è quella talmente affascinata dalla vecchia Europa da aver prodotto la controrivoluzionaria e semi-gender Lady Oscar. La mangaka Waki Yamato, nota per il suo lavoro sul Racconto di Genji (Asakiyumemiru), ha dedicato a lei una biografia a fumetti dal titolo Lady Mitsuko (1971), ancora oggi visto come opera importante nella storia degli shojo manga (cioè fumetti per ragazzi) di carattere storico.  

Copertina dello shojo manga Lady Mitsuko in edizione indonesiana. Immagine da internet

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Non solo: da una collaborazione tra Austria e Giappone è nato un musical fatto di melodiche pop e sonorità tradizionali giapponesi chiamato Mitsuko, la cui anteprima è stata a Vienna nel 2005. In Giappone, dove è andato in scena negli anni 2010, le protagoniste sono state figure di spicco del teatro musicale locale come Aran Kei e Ichiro Maki.   La sua vita è al centro anche del documentario Lady Mitsuko — Rising Sun, Turning Tides (noto anche con nome ceco Mitsuko – Matka sjednocené Evropy) che racconta sua pionieristica vita dal Giappone all’Europa.   I rapporti tra la matriarca nipponica e il conte Riccardo, che come terzo nome faceva Eijiro, hanno subito qualche turbolenza. Quando il secondogenito propose di sposare un’attrice ebrea viennese, Ida Roland (1881-1951), Mitsuko si infuriò e, un po’ come fece suo padre, proibì il matrimonio. Denigrò Richard e la sua sposa con le parole «mendicante» e «strega»: in Giappone, come pure nell’Europa di un tempo, le attrici erano considerate una professione di basso rango. Mitsuko quindi diseredò il futuro presidente dell’Unione Paneuropea in un certo periodo a partire dal 1916.  

Il conte Richard Coudenove-Kalergi con la moglie Ida Roland e Thomas Mann, al secondo Congresso paneuropeo presso la Sing-Akademie di Berlino, 17 maggio 1930. Immagine CC0 via Wikimedia

  La questione materna si complica quando veniamo ad apprendere che Mitsuko fu battezzata qui a Tsukiji da un prete di dichiarata fede antimassonica, don Francois A. Ligneul. Sappiamo invece che il figlio fu affiliato alla massoneria, nello specifico Loggia Umanità di Vienna, e fu finanziato nei suoi progetti dai banchieri Rothschild e Warburg.   È ipotizzabile che l’aver avuto questa ingombrante mamma giapponese (e, parrebbe, cattolica…) abbia avuto un ruolo, per quanto contorto, nel pensiero del Riccardo e della sua Paneuropa invasa dagli immigrati. È quanto si arriva a pensare leggendo Praktischer Idealismus, («Idealismo pratico»), forse il testo principale pubblicato dal conte nel 1925.   Secondo Calergi, gli abitanti dei futuri «Stati Uniti d’Europa non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale (…) È necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere. L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità».   Fa impressione, in questo deliquio massonista, sentirlo parlare di «razze asiatiche» e di meticciato: egli stesso ne era, sia pure sotto la schermatura della vecchia nobiltà europea, un esemplare. «Nei meticci si uniscono spesso mancanza di carattere, assenza di scrupoli, debolezza di volontà, instabilità, mancanza di rispetto, infedeltà con obiettività, versatilità e agilità mentale assenza di pregiudizi e ampiezza di orizzonti» continua il conte.

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In alcune pagine, emerge una teoria, in realtà non ascrivibile al solo Calergi, per cui il carattere europeo è maschio e l’asiatico è femmina. «L’Asia vive nello spazio: il suo spirito è contemplativo, introverso, calmo e chiuso; è femminile, vegetale, statico, apolinneo, classico, idilliaco – L’Europa vive nel tempo: il suo spirito è attivo, rivolto verso l’esterno, mobile e determinato; è maschile, animale, dinamico, dionisiaco…»   Se ciò fosse vero, quale concetto aveva di sé il conte? Un androgino transnazionale? È possibile: l’Europa da lui sognata va verso non solo il meticciato, ma pure il transessualismo di Stato.   Insomma, vedendo la foto della contessa Mitsuko, qui nella cattedrale di Tsukiji, vengono in mente tante spiegazioni possibili per la figura del figlio Richard Eijiro, e pure di quanto accade ora all’Europa tutta.   Cherchez la femme, dice il detto francese riguardo ai delitti. Certe cose, tuttavia, possono essere più problematiche: cherchez la mamma…   E le conseguenze, possono leggersi nell’immensità della storia.   Taro Negishi Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata  
     
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