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Bergoglio e lo «scisma de facto dalla vera Chiesa»: nuovo comunicato di mons. Viganò sulle accuse vaticane

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Renovatio 21 riceve e pubblica questo comunicato dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Tale testo segue quello di ieri che ha rivelato il processo extragiudiziale intentatogli dal Vaticano per «delitto di scisma». La lettera ricevuta per «semplice email» dal Sant’Uffizio avvisava monsignore Viganò di doversi presentare il 20 giugno (ieri) «con documento di riconoscimento in corso di validità» presso il l Dicastero per la Dottrina della Fede per «prendere nota delle accuse e delle prove di delitto di scisma delle quali è stato accusato (affermazioni pubbliche delle quali risulta una negazione degli elementi necessari per mantenere la comunione con la Chiesa cattolica: negazione della legittimità di Papa Francesco, rottura della comunione con Lui e rifiuto del Concilio Vaticano II».

 

COMUNICATO

di S.E. Mons. Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

21 Giugno 2024

 

La notizia diffusa da alcuni media secondo cui mi sarei presentato ieri, giovedì 20 Giugno, al Palazzo del Sant’Uffizio come intimatomi dal Decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede è destituita di ogni fondamento. È totalmente falsa. 

 

La rivista dei Gesuiti America, braccio mediatico della Compagnia di Gesù negli Stati Uniti e megafono della «chiesa della misericordia» del Gesuita Bergoglio ha bruciato le tappe, quando ancora Vatican News era totalmente all’oscuro del Decreto inviatomi l’11 Giugno, solo con una semplice email, senza rispettare quelle formalità necessarie alla validità della comunicazione di un Decreto, e che io stesso ho pubblicato su X due ore prima dell’incontro previsto al Dicastero.

 

Anche se tutti gli elementi erano chiaramente indicati nel mio comunicato, le illazioni e le speculazioni hanno avuto la precedenza, in tipico stile gesuitico.

 

La fretta è cattiva consigliera. Pertanto l’articolo di Gerard O’Connell Archbishop Viganò charged with schism by the Vatican apparso ieri su America sembra essere stato scritto ancor prima che io rendessi di pubblico dominio il documento vaticano. Ciò rivela la stretta contiguità fra l’apparato vaticano e la rivista America e conferma una ben precisa strategia, volta a liquidare il mio processo con una condanna già decisa da Bergoglio e dal suo zelante collaboratore Tucho Fernández, autore dello scandaloso libello La Pasion mistica. Espiritualidad y Sensualidad, oltre che di Saname con tu boca. El arte de besar. 

 

Scrive O’Connell: 

 

«The decree says that it considered “superfluous” the prior investigation in accordance with Canon 1717 that states, “Whenever an ordinary has knowledge, which at least seems true, of a delict, he is carefully to inquire personally or through another suitable person about the facts, circumstances, and imputability, unless such an inquiry seems entirely superfluous.” This means that the evidence against him had already been collected by the dicastery and did not require fuller investigation. Much of it was already in the public domain».

 

«Il decreto dice di aver considerato “superflua” l’indagine preventiva in base al canone 1717 che recita: “Quando un Ordinario ha conoscenza, che almeno sembra vera, di un delitto, deve accuratamente indagare personalmente o tramite un’altra persona adatta sui fatti, le circostanze e l’imputabilità, a meno che tale indagine non sembri del tutto superflua”. Ciò significa che le prove contro di lui erano già state raccolte dal Dicastero e non richiedevano un’indagine più approfondita. Molte di esse erano già di dominio pubblico».

 

Come si vede, le «prove» sono considerate superflue, e la procedura è volutamente semplificata per giungere quanto prima ad una condanna: 

 

«America has learned that the decision to proceed with the extrajudicial penal trial would have been approved by the pope, since the accused is a bishop».

 

«America ha appreso che la decisione di procedere con il processo penale extragiudiziale sarebbe stata approvata dal papa, poiché l’accusato è un vescovo».

 

Non basta: i Gesuiti di America danno già indicazioni sul mio destino processuale: 

 

«The extrajudicial penal trial is in accordance with Canon 1364 of the Code of Canon Law, which states: “An apostate from the faith, a heretic or a schismatic incurs a latæ sententiæ excommunication, without prejudice to the provision of can. 194” and that “he or she may also be punished with the penalties mentioned in can. 1336 §§ 2-4.” This means, among other things, that the excommunication would be declared publicly, and it would remain in force until the convicted person repents. That same Canon 1364 also states: “If a long-standing contempt or the gravity of scandal calls for it, other penalties may be added, not excluding dismissal from the clerical state».

 

«Il processo penale extragiudiziale è conforme al canone 1364 del Codice di Diritto Canonico, che recita: “L’apostata dalla fede, l’eretico o lo scismatico incorre nella scomunica latæ sententiæ, fermo restando il disposto del can. 194” e che “può essere punito anche con le pene di cui al can. 1336 §§ 2-4.” Ciò significa, tra l’altro, che la scomunica verrebbe dichiarata pubblicamente e rimarrebbe in vigore fino al pentimento della persona condannata. Lo stesso canone 1364 afferma anche che: “Se un disprezzo di lunga data o la gravità dello scandalo lo richiede, si possono aggiungere altre pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale”».

 

La competenza giuridica della rivista America sembra però non trovare spazio in Vaticano, dove ormai è invalso usare i processi extragiudiziali e gli interventi diretti dell’Argentino tanto per coprire i veri colpevoli quanto per condannare sbrigativamente gli innocenti. Aldilà del clamore mediatico, l’ex Card. McCarrick che in un processo serio avrebbe dovuto risarcire le vittime dei suoi delitti dopo l’escussione di testimonianze che potevano chiarire molte connivenze – ha continuato a lavorare per Bergoglio negli USA e in Cina, dove l’Accordo segreto sino-vaticano lo ha visto direttamente coinvolto. Marko Rupnik SJ, grazie all’intervento del suo protettore, si è vista rimessa la scomunica, non è nemmeno stato dimesso dallo stato clericale, anzi è stato accolto e incardinato in una diocesi in Slovenia. Evidentemente criticare il Concilio è considerato un delitto ben più grave di quelli di McCarrick e Rupnik.

 

Preciso dunque di non essermi recato in Vaticano, di non avere intenzione di recarmi al Sant’Uffizio il 28 Giugno e di non aver consegnato alcun memoriale o documento a mia difesa al Dicastero, del quale non riconosco l’autorità, né quella del suo Prefetto, né di chi lo ha nominato. 

 

Non ho alcuna intenzione di sottopormi ad un processo farsa in cui coloro che mi dovrebbero giudicare imparzialmente per difendere l’ortodossia cattolica sono allo stesso tempo coloro che io accuso di eresia, di tradimento e di abuso di potere. E tra costoro vi sono appunto i Gesuiti, primi fautori di tutte le deviazioni morali e dottrinali degli ultimi sessant’anni, a partire da quel James Martin sj attivista LGBTQ+ tanto assiduo a Santa Marta. 

 

America scrive: 

 

«A canon lawyer (who wished to remain anonymous) who has read the archbishop’s defense statement, told America: “This is the major argument for the prosecution. His defense is a declaration of schism. It is the most egregious act of schism.” He explained that the extrajudicial procedure envisaged usually does not take much time. If the archbishop is convicted, the pope would then have to confirm the penalties.

 

«Un avvocato canonista (che ha voluto rimanere anonimo) che ha letto la dichiarazione difensiva dell’arcivescovo, ha dichiarato ad America: “Questo è l’argomento principale dell’accusa. La sua difesa è una dichiarazione di scisma. È il più grave atto di scisma”. Ha spiegato che la procedura extragiudiziale prevista di solito non richiede molto tempo. Se l’arcivescovo viene condannato, il Papa dovrà confermare le sanzioni».

 

Questo anonimo «avvocato canonista» considera il mio comunicato come una prova della mia volontà scismatica: ma tutta la questione verte su quale sia la «chiesa» cui appartiene Bergoglio e sullo scisma de facto dalla vera Chiesa che costui ha già compiuto più e più volte con le sue dichiarazioni, con i suoi atti di governo e con il suo eloquentissimo comportamento di aperta ostilità a tutto ciò che è Cattolico.

 

La “chiesa” di Bergoglio non è la Chiesa Cattolica, ma quella «chiesa conciliare» nata dal Concilio Vaticano II e recentemente oggetto di rebranding col nome non meno ereticale di «chiesa sinodale».

 

Se è da questa «chiesa» che sono dichiarato separato per scisma, me ne faccio un motivo di onore e di vanto.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

21 Giugno 2024

Aloisii Gonzagæ Confessoris

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Renovatio 21 offre questo testo di Monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

Spirito

Vescovo belga sta formando uomini sposati affinché possano essere ordinati sacerdoti entro il 2028

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Il vescovo Johan Bonny di Anversa, in Belgio, ha annunciato a marzo l’intenzione di ordinare al sacerdozio uomini sposati entro il 2028. Ora, afferma, sta provvedendo alla formazione teologica e pastorale di diversi candidati al sacerdozio da lui individuati. Lo riporta il sito belga LaLibre.be.   Secondo monsignor Bonny, la loro preparazione è paragonabile a quella dei seminaristi. La formazione si sta svolgendo «in modo trasparente ma discreto, lontano dai riflettori dei media», ha sottolineato.   «I criteri applicati ai candidati sono gli stessi di quelli per i diaconi permanenti», ha spiegato il vescovo fiammingo. I candidati devono avere almeno 35 anni, il consenso delle mogli, una vita familiare stabile e non avere figli molto piccoli.

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Nel mese di giugno monsignor Bonny ha informato due cardinali dei suoi progetti: il prefetto del Dicastero per il Clero, il cardinale Lazarus You Heung-sik, e il segretario generale del Sinodo dei Vescovi, il cardinale Mario Grech.Secondo quanto riferito, i cardinali della Curia gli avrebbero detto che avrebbero discusso la questione con papa Leone XIV, scrive LifeSite.   Monsignor Bonny ha dichiarato di agire per «necessità», sottolineando la carenza di sacerdoti nella sua diocesi, che conta meno di 70 sacerdoti di età inferiore ai 70 anni. Due terzi di questi sacerdoti provengono da altri Paesi.   In una lettera pastorale pubblicata il 20 marzo, in cui si affrontava il tema della carenza di vocazioni, il vescovo aveva affermato che «la questione non è più se la Chiesa possa ordinare sacerdoti uomini sposati, ma quando lo farà e chi lo farà».   «È un’illusione pensare che un serio processo sinodale-missionario in Occidente abbia ancora una possibilità senza ordinare al sacerdozio anche gli uomini sposati», ha affermato il vescovo anversano.   «In molte diocesi si registra una storica carenza di sacerdoti locali. Il numero di uomini non sposati che desiderano diventare sacerdoti è sceso a poco più dello zero», ha scritto Bonny, promettendo che si impegnerà «al massimo per ordinare sacerdoti uomini sposati nella nostra diocesi entro il 2028».   Monsignor Bonny ha sottolineato di voler dedicare i prossimi due anni alla preparazione di queste ordinazioni con la Santa Sede e la Conferenza episcopale belga, affermando che per lui e per molti altri vescovi «l’ordinazione di uomini sposati è diventata una questione di coscienza. Anche a questo livello, trasparenza, responsabilità e valutazione sono importanti per la credibilità della Chiesa».   Il prelato belga ha inoltre tentato di usare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero come giustificazione per il suo controverso piano, affermando che «la questione degli abusi sessuali continua a pesare molto. Le sottoculture e gli stili di vita clericali hanno fatto il loro tempo».   Il vescovo anversano che non si sarebbe limitato a rompere con la disciplina, la tradizione e il diritto canonico della Chiesa ordinando uomini sposati, ma che avrebbe voluto ordinare anche donne, il che avrebbe violato la dottrina cattolica, definendo «doloroso» il rapporto del Sinodo sulla Sinodalità relativo all’ordinazione femminile, che alla fine ha respinto il diaconato femminile. Il monsignore ha affermato che «gli argomenti addotti sono teologicamente deboli e antropologicamente superati. Hanno perso la loro forza persuasiva. Sembrano contrari a ciò che lo Spirito dice oggi alle Chiese».   Il vescovo Bonny è noto per la sua opposizione alla dottrina cattolica tradizionale, essendo da tempo un sostenitore delle benedizioni per le coppie dello stesso sesso e della difesa dei diritti omotransessualisti all’interno della Chiesa.   Come riportato da Renovatio 21, la questione di benedizioni omosessualiste era esplosa in Belgio quattro anni fa, prima della Fiducia Supplicans, con l’approvazione da parte dei vescovi e l’accettazione da parte di papa Francesco. I vescovi fiamminghi erano arrivati a scrivere un testo liturgico destinato alle benedizioni omosessuali.   Nel 2023 monsignor Bonny ha anche contraddetto la dottrina della Chiesa sul suicidio assistito, affermando che l’eutanasia potrebbe essere moralmente accettabile in determinate condizioni.

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Per quanto riguarda i sacerdoti sposati, fin dai primi tempi della Chiesa era inteso che gli uomini già sposati, al momento dell’ordinazione al sacerdozio, dovessero diventare celibi. Nella Chiesa primitiva, agli uomini sposati era permesso di essere ordinati sacerdoti solo a condizione che diventassero «eunuchi per amore del regno dei cieli»: «Perchè vi son degli eunuchi che sono nati così dal seno della madre, e vi son degli eunuchi che furon fatti tali dagli uomini, e ve ne son di quelli che si son fatti eunuchi da sè in vista del regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda». (Mt 19,12).   San Paolo, tuttavia, espresse preoccupazione per le difficoltà che un ecclesiastico sposato si trovava ad affrontare: «Chi è celibe si preoccupa delle cose del Signore come possa piacergli,ma chi è sposato pensa alle cose del mondo, come possa piacere alla moglie; e resta diviso» (1Cor 7, 32-33).   San Giovanni Crisostomo scrisse: «Il sacerdote deve essere così puro che, se venisse elevato e posto nei cieli stessi, potrebbe occupare un posto in mezzo agli angeli».   La Chiesa primitiva delinea la legge della continenza dei cheirici. Papa Leone Magno scrisse nella sua lettera al vescovo di Narbona:   «La legge della continenza è la stessa per i ministri dell’altare, per i vescovi e per i sacerdoti; quando erano (ancora) laici o lettori, potevano liberamente prendere moglie e generare figli. Ma una volta raggiunti i ranghi sopra menzionati, ciò che era permesso non lo è più». (Epist. ad Rusticum Narbonensem episcopum, Inquis, III., Resp. PL 54, 1 204a.)   Il Concilio di Elvira (circa 305 d.C.) si pronunciò in modo molto chiaro sulla pratica dei rapporti coniugali dopo l’ordinazione, stabilendo che è «assolutamente proibito avere rapporti coniugali con le proprie mogli e generare figli». Il Concilio di Arles (314 d.C.) andò oltre, affermando che la ragione di questa continenza risiedeva nel fatto che «essi sono al servizio del ministero ogni giorno».   Questi decreti non rappresentavano nuove rivelazioni, bensì «una reazione alla diffusa inosservanza di un obbligo tradizionale ben noto», come osserva il cardinale tradizionalista austriaco Alfons Stickler (1910-2007) nel suo testo Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici.  

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Spirito

Andate e dialogate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

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Il 16 settembre 2026 compare sul sito della Santa Sede l’ultimo documento approvato da Papa Leone XIV e sottoscritto dai Prefetti dei Dicasteri per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il Dialogo Interreligioso e la Dottrina della Fede. Particolarmente rilevante quest’ultimo, nella persona di Mons. Fernández, a voler sottolineare il valore dottrinale del documento.

 

Si tratta della Nota Un Cammino di speranza. Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra ætate. Titolo e sottotitolo già dicono praticamente tutto e noi ci limiteremo a qualche chiosa. Chi volesse approfondire, troverà ampi pascoli nei testi citati in calce.

 

La Nota ricorda che «la Dichiarazione Nostra ætate nasce dopo la seconda guerra mondiale e inizialmente non era riferita al dialogo con le altre religioni, ma si poneva come risposta alle tragiche conseguenze dell’antisemitismo culminato nella Shoah». Fu dopo l’incontro «con l’ebreo Jules Isaac [ateo e comunista, ndr], reso possibile dalla mediazione della fondatrice del Segretariato Attività Ecumeniche, Maria Vingiani», che Giovanni XXIII, «già molto sensibile a questa tematica, […] incaricò il cardinale Augustin Bea di stilare un testo conciliare volto a risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico» (§ 4).

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Alla base, un errore logico

Il testo dice che le autorità della Chiesa, con Giovanni XXIII, si sono attivate per «risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico» come effetto delle tragiche conseguenze dell’antisemitismo. In logica, un procedimento di questo tipo si chiama non sequitur: un errore di ragionamento in cui la conclusione non deriva in modo coerente dalle premesse.

 

Ci chiediamo, infatti: qual è il nesso causale che lega antisemitismo e dottrina cattolica, tale per cui la Chiesa avrebbe dovuto procedere a una «rettifica” della dottrina? Nessuno. La Chiesa si era infatti già espressa in merito condannando l’antisemitismo di matrice razziale in modo cristallino (1). Ciò che invece la Chiesa Cattolica ha sempre insegnato è un approccio di natura religiosa, che mai deve sfociare nella persecuzione fisica degli ebrei. Se ciò è avvenuto, resta una responsabilità personale dei singoli uomini coinvolti e in nessun modo è ascrivibile all’insegnamento bimillenario della Chiesa.

 

Il Magistero tra difesa degli ebrei e critica dell’ebraismo

Perché la dottrina cattolica sulla riprovazione degli ebrei non è rettificabile? Innanzitutto perché è insegnata esplicitamente dal Salvatore in diversi luoghi del Vangelo, ma specialmente con la parabola dei vignaioli omicidi (2), e con la sentenza: «Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare»; poi perché si fonda sulla Tradizione, a cominciare dai Padri, per finire con il consenso unanime dei teologi fino al 1960, guarda un po’ (3).

 

Una sintesi efficace è offerta dall’insospettabile Jean Daniélou, teologo progressista francese, molto influente al Vaticano II, ed esponente della nouvelle théologie: «Rimane questo fatto essenziale che il popolo ebraico, respingendo il cristianesimo, si è effettivamente unito alla decisione dei suoi capi contro Gesù. Infatti, poiché si rifiutava di riconoscere la divinità di Cristo, doveva considerarlo un bestemmiatore e, secondo la Legge, decretare la sua morte. Se quindi si può dire che la morte di Cristo è stata nella sua prima decisione solo un affare di alcuni capi del popolo ebraico, l’intero popolo ha poi ratificato quella decisione per la sua incredulità. Pertanto, il popolo ebraico, che possedeva la Promessa e l’Alleanza, nel giorno in cui gli fu dato l’oggetto della Promessa, lo respinse. Non diremo che questo rifiuto attribuisce a ciascun membro di questo popolo una responsabilità o una riprovazione personale. Piuttosto, crediamo che sia una misteriosa economia collettiva». (4)

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Cosa dice il giudaismo sul cristianesimo

La gerarchia ecclesiastica contemporanea, però, non ne vuole sapere, e intensifica ogni anno di più i propri non sequitur. La Nota prosegue: «Quando, in riferimento all’ebraismo, affermiamo che non possiamo fare a meno gli uni degli altri, ciò implica anche che la religiosità degli attuali ebrei – e non solo quella legata al Primo Testamento – è rilevante per i cristiani. Così si esprime Papa Francesco : “Dio continua a operare nel popolo dell’Antica Alleanza” (Evangelii Gaudium). La religiosità ebraica, infatti, può essere considerata come un effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace, che essi hanno accolto, e per questa ragione si tratta di un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci» (§ 13). E tanti saluti alla teologia della sostituzione.

 

Ma c’è di più. Attenzione alle parole: qui si dice che la «religiosità degli attuali ebrei», in quanto «effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace», è «un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci». Ora, chiunque abbia una conoscenza appena elementare della religiosità ebraica attuale, sa che il testo fondamentale di riferimento è il Talmud, per certi versi ancor prima della stessa Torah (cioè il Pentateuco), perché il Talmud consente di interpretare la Torah cogliendone il significato più autentico e andando anche oltre con la raccolta delle varie tradizioni ebraiche.

 

Senza dilungarci, basti ricordare che nel Talmud Gesù è offeso con una serie di definizioni che omettiamo solo per rispetto della decenza, e si specifica che brucerebbe all’inferno immerso in escrementi bollenti. Un altro testo necessario per la fede ebraica è Il libro della conoscenza di Maimonide, raccolta di regole e rituali, nella cui versione ebraica (5) si legge che è dovere di ogni credente di «sterminare con le proprie mani» gli infedeli (i non ebrei), tra cui «Gesù di Nazareth e i suoi discepoli, […] possa il loro nome malvagio essere estinto».

 

La cosa interessante è che nel testo inglese a fronte, quest’ultima invocazione anticristiana non compare, e sono perciò in grado di leggerla solo gli ebrei e i conoscitori della lingua ebraica (6). Ebbene, i fedeli cattolici (o dovremmo dire i cattolici fedeli?) lo tengano a mente, perché il papa, facendo eco a Nostra ætate, ribadisce che «il rispetto e la stima sono i fondamenti imprescindibili del dialogo interreligioso e nei rapporti con l’ebraismo» (§ 9).

 

Andate e… dialogate

Si aggiunge poi che «il dialogo ebraico-cristiano non può essere considerato una pratica accessoria per i cristiani, avendo come scopo soltanto di conoscere meglio l’ebraismo, oppure di coltivare rapporti diplomatici o anche solo l’amicizia con il popolo ebraico: si tratta piuttosto di prendere piena consapevolezza della propria identità originaria».

 

Strano, perché per due millenni la parola «dialogo» non compare neanche una volta nei documenti dei Concili, nelle encicliche o in qualunque altro angolo della predicazione cattolica (7); compare però 150 volte in questa Nota. Ce lo propinano, questo dialogo, come necessità di mezzo per sapere chi siamo nella relazione con chi bestemmia il nome di Cristo e vorrebbe vedere i cristiani estinguersi.

 

Meglio chiuderla qui, con un riepilogo veloce veloce sugli effetti di questa catechesi dialogante: «Il cattolico medio, diciamo il famoso “cattolico di Voghera”, ha cominciato a riflettere e a trarne le conseguenze. Se il parroco ci dice di andare a sentire la pastora valdese in parrocchia, o la invita addirittura a tenere l’omelia in chiesa durante la settimana per l’unità dei cristiani, allora significa che: 1. un prete cattolico e una pastora valdese sono la stessa cosa; 2. la Chiesa cattolica e i protestanti sono la stessa cosa; 3. la Messa cattolica e la funzione protestante sono la stessa cosa; 4. se uno è protestane, convertirsi al cattolicesimo non gli serve a niente; 5. anche le donne possono fare il prete e i preti possono sposarsi; 6. ascoltare il papa e la Chiesa non serve, basta leggere la Bibbia ogni tanto; 7. se uno non va a Messa la domenica, che male c’è? 8. Lutero aveva ragione; 9. la Chiesa aveva torto; 10. se la Chiesa aveva torto nel 1500, allora può avere torto anche oggi. Se poi l’invitato speciale è un rabbino, allora il “cattolico di Voghera” trarrà le seguenti, logiche, conseguenze: 1. ebrei e cristiani credono nello stesso Dio; 2, ebraismo e cristianesimo sono la stessa religione; 3. se uno è ebreo, convertirsi al cristianesimo non gli serve a niente; 4. andare il sabato nella sinagoga e la domenica in chiesa è la stessa cosa; 5. credere in Dio e credere in Gesù Cristo è la stessa cosa; 6. il rabbino è più colto, più preparato, più credente del mio parroco». (8)

 

Vincenzo Gubitosi

 

NOTE

1) Cfr. Decreto del Sant’Uffizio del 25 marzo 1928, in AAS 20 (1928) pp. 103-104: «Qua caritate permota Apostolica Sedes eundem populum (iudaicum) contra iniustas vexationes protexit, et quemadmodum omnes invidias ac simultates inter populos reprobat, ita vel maxime damnat odium adversus populum olim a Deo electum, odium nempe illud, quod vulgo “antisemitismi” nomine nunc significari solet» [Mossa da questa carità, la Sede Apostolica ha protetto lo stesso popolo (ebreo) dalle ingiuste persecuzioni e, come rigetta ogni invidia e inimicizia tra i popoli, così condanna in modo particolare l’odio verso il popolo una volta eletto da Dio, ovvero quell’odio che oggi comunemente viene chiamato “antisemitismo”]. Da notare che nelle recenti traduzioni di questo passo (come in OR, Io sono Giuseppe vostro fratello, 9 giugno 2020), l’espressione «populum olim a Deo electum» è resa omettendo l’avverbio olim (una volta, un tempo, in passato), appunto come conseguenza della nuova teologia sulla «irrevocabilità» dell’Antica Alleanza. Cfr., anche, Pio XI, Discorso ai collaboratori della Radio cattolica belga, 6 settembre 1938: «Notate bene che Abramo è chiamato nostro patriarca, nostro antenato. L’antisemitismo non è compatibile col pensiero e la realtà sublimi che sono espressi in questo testo. È un movimento […] al quale noi cristiani non possiamo in alcun modo partecipare. Per il Cristo e nel Cristo noi siamo la discendenza spirituale di Abramo. No, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo. Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti».

2) Cfr. Mt, 21/33-46.

3) Cfr. J.-M. Gleize, Vero Israele e falso giudaismo, Edizioni Piane, Casale Monferrato 2022, in particolare pp. 90 ss.

4) Jean Daniélou, «Jésus et Israel» in Études, n. 258, luglio-agosto 1948, p. 72-73.

5) Facciamo riferimento all’edizione del 1962 pubblicata a Gerusalemme in edizione bilingue (ebraico-inglese) da Boys Town a cura di Moses Hyanson.

6) Cfr. I. Shahak, Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni, CLS, Verrua Savoia 2006, pp. 46-47, 52-53.

7) Cfr. R. Amerio, Iota unum, Lindau, Torino 2006, pp. 323 ss.

8) A. Gnocchi – M. Palmaro, Cattivi maestri. Inchiesta sui nemici della verità, Piemme, Milano 2009, pp. 175-176.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Mons. Strickland contro il documento vaticano sul dialogo interreligioso

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Monsignor Joseph Strickland, ex vescovo di Tyler, in Texas, rimosso da papa Francesco dopo essersi rifiutato di limitare la Messa tradizionale, ha avvertito che una nuova nota del Vaticano sul dialogo interreligioso, approvata da papa Leone XIV, «può generare grave confusione». Lo riporta LifeSite.   Il 16 settembre, i Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso hanno pubblicato «Un cammino di speranza», in occasione del 60° anniversario della Nostra Aetate.   «La difesa indisponente della propria posizione e il proselitismo, come unica modalità di incontro con “l’altro”, non hanno ormai più senso in un mondo che somiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento», si legge nel testo vaticano, che poi citava direttamente papa Francesco: «credo che in questo campo le religioni, così come le università, senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri doni particolari, hanno molto da apportare e da offrire».

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Sottolineando il linguaggio ambiguo del documento, Strickland ha affermato:   «I fedeli possono ragionevolmente chiedersi se il dialogo sia stato posto al di sopra dell’evangelizzazione; se gli aderenti a religioni non cristiane debbano essere considerati come già in cammino su autentici percorsi verso Dio; se la Chiesa debba ancora cercare la loro conversione; e se il mandato missionario affidato da Cristo alla Sua Chiesa rimanga vincolante nella sua pienezza».   «In qualità di vescovo, incaricato davanti a Dio di custodire il deposito della fede e di confermare i fedeli nella verità», Strickland offre delle correzioni, notando che la salvezza non viene prodotta in modo indipendente dalle diverse religioni, che il fatto che il mondo sia diventato un «villaggio globale» interconnesso non rende obsoleto il mandato missionario, la salvezza non viene prodotta indipendentemente dalle diverse religioni, che non possiamo affermare che i sistemi religiosi che negano Cristo siano percorsi paralleli di verità rivelata.   Strickland ha respinto l’idea contenuta nel documento vaticano, affermando che il missionario, dopo aver testimoniato l’amore di Cristo, «semplicemente aspetta» che siano gli altri a informarsi su quell’amore. Piuttosto, ha detto, «gli Apostoli non aspettavano che le nazioni si avvicinassero a loro», prima di citare San Paolo: «Se io predico il Vangelo, non ne ho gloria, è per me una necessità il farlo; perchè guai a me se non predicassi!» (1Cor 9,16).  

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