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Spirito

Bergoglio e il peronismo

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Un argentino che conosce particolarmente bene il Papa, suo connazionale e che si firma «Wanderer», gestisce un blog dal nome Caminante Wanderer in cui fornisce regolarmente notizie romane. Il 15 aprile 2024 ha scritto un articolo dal titolo accattivante, sul rapporto tra il pensiero del Papa regnante e il peronismo, associazione spesso invocata, ma descritta da un esperto. Ecco ampi estratti.

 

L’articolo, firmato Demostene, esordisce spiegando che «chi non vive in Argentina ha difficoltà a comprendere il fenomeno del peronismo. (…) Lo assimilano a un’altra realtà familiare: il socialismo, la democrazia cristiana, il movimento progressista o una variante non ben definita del populismo. D’altro canto è abbastanza comune descrivere l’attuale Papa come un peronista. La conclusione sembra semplice: ci si aspetta che il Papa si comporti come un socialista, un populista, etc.»

 

L’autore esordisce spiegando di cosa si sta parlando: «il peronismo è un fenomeno esclusivamente argentino, che non si identifica con le realtà di altri Paesi», spiega l’autore. «Non è un movimento basato sullo sviluppo concettuale, ma piuttosto un semplice strumento di potere. Una struttura per accedere, utilizzare, conservare e aumentare il potere. Ci sono peronisti di sinistra, di destra e di centro. Ci sono conservatori e rivoluzionari. Tutti hanno le loro ragioni per considerarsi peronisti (…)»

 

«È difficile trovare elementi comuni tra tutti coloro che si definiscono peronisti. Ci sono aspetti caratteristici di molti peronisti, come la protezione dei lavoratori, l’animosità verso gli Stati Uniti, il desiderio di favorire i poveri, la tendenza allo statalismo, etc. Tuttavia sottolineeremo alcuni elementi che si riferiscono (…) alla realtà del suo funzionamento in quasi tutti i suoi aspetti: 1. Il primato del potere; 2. Il disagio dell’eccellenza; 3. Priorità della tattica rispetto alla strategia. Questa è una semplificazione. Esaminiamo il riflesso di queste caratteristiche nella personalità di papa Francesco».

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1) Primato del potere

«A questo proposito, la traiettoria dell’attuale papa è lineare. La maggior parte delle sue azioni portano ad ottenere, utilizzare, mantenere o aumentare il potere».

 

«Vale la pena sottolinearlo, perché spesso si notano alcune contraddizioni concettuali che esso comporta. Per altre persone, questo potrebbe tradursi in profondi divisioni interiori o tradimenti calcolati. Nel caso di Bergoglio, però, la contraddizione teorica ha poca importanza. Può dire qualcosa oggi e sostenere, senza troppe difficoltà, un’idea incompatibile con quanto detto prima, a patto che tutto sia legato ad un unico obiettivo. (…) In realtà, per chi privilegia gli obiettivi pratici, questa contraddizione è evidente. Per Francesco non contano le idee, ma le decisioni e le azioni. Non è un teorico, ma un politico. Qui vale uno dei suoi famosi aforismi: “La realtà è superiore all’idea”. “L’unica verità è la realtà”, diceva Perón».

 

«In questa logica la legge è intesa come un semplice strumento nelle mani di chi detiene il potere. E questa visione spiega certi comportamenti che irritano il giurista o che rispondono a concezioni giuridiche contrarie: per esempio, cambiare le regole procedurali nel mezzo di un processo (ricordiamo cosa è accaduto durante il processo al cardinale Becciu). (…) Se il l’obiettivo desiderato non può essere raggiunto dalla legge, si farà appello alla clemenza o si agirà come se la norma non esistesse. (…) La legge, insomma, non può diventare un ostacolo, poiché è uno strumento di potere. Al punto da essere strumento di vendetta. Come ha detto Perón, “nessuna giustizia per il nemico”».

 

«Qualsiasi organizzazione intermediaria forte è anche una barriera per i detentori del potere supremo. Una fiorente associazione cattolica prende le sue decisioni interne con relativa autonomia, tanto che nella vita quotidiana ha sui suoi membri più influenza del Papa stesso. (…) In questo contesto, gli interventi istituzionali (visite fraterne ai vescovi, commissariati alle congregazioni religiose o ai movimenti laicali, ecc.) sono uno strumento importante per abbattere questa resistenza. Le decisioni papali non devono passare attraverso il filtro di un inquadramento intermediario. (…) Allo stesso modo, si deve comprendere il potere di dimissione dei vescovi e il rifiuto della leadership a vita delle associazioni cattoliche».

 

«Anche all’interno della struttura ecclesiastica, le posizioni inferiori dovrebbero avere la minor autorità possibile. (…) Il capo di un dicastero può essere solo una figura decorativa, perché il contatto diretto con il Papa si fa con un subordinato del dicastero e non con il prefetto. Questo subordinato controlla il suo capo, che si ritrova quindi in una situazione delicata. Il risultato è che le autorità sub-papali tendono a decidere meno, a eseguire le risoluzioni papali o ad attuare solo politiche che sanno con certezza avere l’approvazione del superiore».

 

«Le procedure danno anche all’organizzazione la possibilità di gestire la situazione che può essere frustrante per i detentori del potere supremo. Se un papa deve scegliere un vescovo da una lista di nomi che riceve dalle nunziature, diventa ostaggio della struttura. Lo stesso vale per le beatificazioni e le canonizzazioni. Pertanto, mettere da parte procedure, segni esteriori di autorità o protocolli e cerimoniali dimostra che chi detiene il potere non si sottomette a nulla. E questo si maschera da efficienza, da assenza di segni del passato o da esenzione di forme inutili».

 

«Lo stesso vale per la ricompensa del merito. Non ci sono seggi cardinalizi, perché condizionerebbero l’elezione del Papa. Un vantaggio ricevuto dal Papa non deve basarsi su un diritto; al contrario, trova la sua origine nella volontà del sovrano. (…) Inoltre, nessuna situazione è definitiva. Chi oggi viene promosso cardinale può essere escluso dal Sacro Collegio. Tutto è provvisorio. La paura costante di perdere i propri benefici è un ottimo strumento di sottomissione».

 

«Quando la questione è difficile o complicata, la responsabilità viene trasferita a realtà o corpi impersonali. Il primo è l’insistenza di Francesco sul fatto che la politica da lui perseguita si limita a seguire quanto deciso dai cardinali in conclave. Commissioni successivamente nominate gli permettono di adottare o rinviare una decisione, trasferendo il costo politico su una realtà impersonale. Con un vantaggio in più: si è guadagnato la fama di democratico e di manager che ha la saggezza di seguire i consigli degli esperti».

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2) Disagio di fronte all’eccellenza

«La seconda caratteristica è il disagio rispetto all’eccellenza. In Francesco non c’è disprezzo per il denaro né desiderio di austerità. D’altro canto c’è resistenza o disagio verso tutto ciò che è di qualità».

 

«Le applicazioni sono diverse. Vive a Santa Marta, perché si troverebbe a disagio in un appartamento spazioso in Vaticano; inoltre non vuole essere isolato, il che implicherebbe una perdita di potere. (…) La sua liturgia costa poco. Usa paramenti liturgici brutti, perché in essi si trova a suo agio. (…) Non è andato al concerto in suo onore, perché non gli piace ascoltare quel tipo di musica».

 

«Anche se cerca di far sembrare questi come segni di austerità, è chiaro che non si tratta di soldi. (…) Ma non vi è alcuna difficoltà economica nel portare a Roma musicisti latinoamericani di scarsa qualità o conferenzieri mediocri. Anche per quanto riguarda le ingenti spese della Giornata Mondiale della Gioventù non ci sono problemi di denaro».

 

«Ma bisogna recuperare. Vivere a Santa Marta viene spiegato come esempio di austerità o come mezzo di equilibrio psicologico. Tutto il suo abbigliamento – compreso l’abito liturgico – è spiegato come una manifestazione di semplicità e povertà».

 

«Inoltre, il suo comportamento dimostra che il raggiungimento di obiettivi importanti non richiede strumenti di qualità. Un cambiamento significativo nella disciplina o nella liturgia della Chiesa può essere ottenuto con un testo privo di spessore teologico. Inoltre, è un segno di potere che intellettuali seri facciano analisi serie su dei documenti mediocri. Un trionfo ufficiale del volgare».

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3. Priorità della tattica rispetto alla strategia

«In altre parole, anteporre il breve termine al lungo termine. La vita è breve. Il lungo termine è lontano, e le decisioni i cui effetti influenzano davvero l’intensità del potere e la popolarità di un leader che arriva al potere in età avanzata sono quelle che vengono prese nel breve periodo».

 

«Queste sono le decisioni che il Papa preferisce. Sul piano tattico il Papa si sforzerà di non rinunciare a nessuna decisione. La nomina dei suoi veri collaboratori, l’influenza sui processi elettorali immediati, l’attuale consenso dei media, la gestione economica che ritiene decisiva, le operazioni politiche che lo interessano, ecc. gli sono riservati. In generale, il Papa deve avere la possibilità di intervenire, se lo desidera, in qualunque tipo di determinazione».

 

«Le consuete operazioni di stampa sostengono il racconto di un papa riformatore, che apporta cambiamenti irreversibili in tutti gli ambiti della Chiesa. E che coloro che gli si oppongono sono conservatori minoritari ma potenti, ancorati a strutture esterne, da cui beneficiano. (…) Il rinnovo permanente degli addetti stampa rientra nel breve periodo. Periodicamente devono emergere nuovi nemici, mosse sorprendenti e grandi cambiamenti attesi, la cui pubblicità mantiene l’importanza del leader».

 

«L’enfasi sulla tattica è anche un problema di limitazione, comune alla maggior parte degli esseri umani. Pochi uomini sono capaci di prendere decisioni che abbiano un impatto profondo e duraturo sulla mente delle persone. La maggior parte di noi è mediocre e agisce secondo le proprie capacità».

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

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Immagine da FSSPX.News. Immagine 1 di dominio pubblico CC0 via Wikimedia; immagine 2 di Juantenaphoto via Wikimedia con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

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Spirito

«Assunzione, rigenerazione, garanzia della nostra stessa risurrezione»: Omelia di mons. Viganò nella festa dell’Assunta

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa dell’Assunzione della Vergine Maria

 

TU HONORIFICENTIA POPULI NOSTRI

Omelia nell’Assunzione della Beatissima Vergine Maria

   

Signum magnum apparuit in cælo:

mulier amicta sole, et luna sub pedibus ejus.

Un segno grande apparve nel cielo:

una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi.

Ap 12, 1

In questo giorno santo in cui la Chiesa — quella di sempre, non quella schiava del mondo, che ha creduto di poter riscrivere anche la lode dovuta alla Madre di Dio — innalza il suo canto dinanzi al mistero dell’Assunzione, permettetemi di condurvi non a una pia commozione passeggera, ma a quella roccia di dottrina sicura su cui i Padri, i Dottori e i Sommi Pontefici hanno edificato, per secoli, la nostra certezza.
 
Non fu un sentimento pio, non fu un’immaginazione consolatoria a generare questa festa che l’Oriente conosceva già come Dormizione fin dal V secolo, e che Roma stessa solennizzò per mano dei Pontefici Sergio I e Leone IV. Fu la logica stessa della Fede, quella logica che San Giovanni Damasceno seppe esprimere con vigore ineguagliato:
 
«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza corruzione il suo corpo dopo la morte». (1)
 
Oportebat: era necessario, era conveniente. Non capriccio della pietà, ma necessità della ragione illuminata dalla Fede, la medesima che oggi taluni, gonfi di scienza e vuoti di sapienza, vorrebbero degradare a mito o a simbolo.

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A questa voce si uniscono, concordi attraverso i secoli, San Germano di Costantinopoli e l’antica tradizione attribuita a San Modesto di Gerusalemme; e poi, nel pieno della Scolastica, Sant’Alberto Magno nel suo Mariale, e l’Angelico Dottore stesso, San Tommaso, che nel commento alle Sentenze non esita ad applicare alla Θεοτόκος quello stesso principio di convenienza teologica che i Modernisti, innamorati del dubbio più che della certezza, hanno voluto bandire dalla teologia come se fosse un’onta e non, invece, un dono della grazia alla ragione.
 
San Bonaventura, San Bernardino da Siena, San Roberto Bellarmino, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: una catena ininterrotta di santità e di dottrina, che nessun Concilio pastorale, nessuna riforma liturgica, nessuna «nuova» teologia potrà mai spezzare, perché non è opera di uomini, ma custodia dello Spirito Santo sopra la sua Chiesa.
 
Quando, il 1 Novembre 1950, il Venerabile Pio XII pronunciò la definizione dogmatica con la Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, egli non inventò una dottrina nuova: raccolse, come in un’urna preziosa, ciò che la Tradizione aveva custodito da sempre, e lo consegnò solennemente, con l’autorità che Nostro Signore ha posto nel Successore di Pietro, alla Fede irrevocabile di tutti i secoli a venire. Fu, quello, uno degli ultimi grandi atti di un Magistero che ancora sapeva insegnare senza tremare, definire senza negoziare, custodire senza disperdere — prima che la tempesta, che già covava nelle stanze romane, si abbattesse sulla vigna del Signore.
 
La Santa Chiesa, secondo la liturgia promulgata da Pio XII, pone oggi sulle labbra dei suoi ministri le parole che l’antico Israele rivolse a Giuditta, figura anticipatrice della Vergine vincitrice, dopo che ella ebbe schiacciato la testa del nemico del popolo di Dio.
 
«Il Signore ti ha benedetta con la sua potenza, perché per mezzo tuo ha ridotto al nulla i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo, più di tutte le donne sulla terra. Benedetto il Signore che ha creato il cielo e la terra, che ti ha guidata a colpire la testa del capo dei nostri nemici; perché oggi ha reso il tuo nome così glorioso, che la tua lode non si allontanerà dalla bocca degli uomini… Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la letizia d’Israele, tu l’onore del nostro popolo». (2)
 
Non sfugge la profondità di questa scelta da parte della Chiesa: Giuditta che recide il capo di Oloferne è figura di Colei che, Immacolata fin dal primo istante, schiaccia sotto il suo piede la testa dell’antico serpente; e come a Giuditta fu detto che il suo nome non sarebbe mai più uscito dalla bocca degli uomini, così il nome di Maria è benedetto in ogni generazione, ed è gloria di Gerusalemme, letizia d’Israele, onore del popolo cristiano.

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Chi oggi vorrebbe espungere queste tipologie dalla pubblica preghiera della Chiesa, giudicandole troppo «guerriere» o troppo «medievali» per un culto reso timido e accomodante, tradisce il senso stesso della battaglia soprannaturale in cui la Santa Chiesa è tuttora impegnata.
 
Il Padre Garrigou-Lagrange, fra gli ultimi grandi maestri della Scuola romana prima che i modernisti si impadronissero delle cattedre, insegnò che l’Assunzione non è privilegio isolato, ma frutto necessario dell’Immacolata Concezione e della Maternità divina: Colei che fu preservata dal peccato doveva esserlo anche dalla corruzione che del peccato è retaggio. Vi è in questo una coerenza che sfida ogni relativismo teologico: Dio non fa nulla a metà, e la grazia concessa a Maria al principio della sua esistenza doveva necessariamente fiorire e compiersi, al termine del suo pellegrinaggio terreno, nella gloria piena del corpo risorto.
 
Il grande domenicano confessava che il teologo attraversa, dinanzi alle più alte verità mariane, tre stagioni dell’anima: dapprima l’adesione della pietà filiale, poi il turbamento dinanzi alle obiezioni che il mondo solleva, infine — se Dio concede il tempo e la grazia di approfondire — il ritorno alla medesima certezza iniziale, non più per solo sentimento, ma per scienza: perché le cose di Dio, e in particolare le grazie concesse a Maria Santissima, sono sempre più ricche di quanto la pigrizia dell’intelletto osi supporre.
 
Non fu forse questo il cammino che tanti fedeli, e tanti pastori, avrebbero dovuto percorrere in questi decenni di smarrimento, invece di abbandonarsi, dinanzi alla prima obiezione del mondo, a un silenzio colpevole sulle verità più alte della Fede?
 
Il medesimo Padre Garrigou-Lagrange insegnò ancora che la mediazione universale di Maria e la sua Regalità sui cuori non sono ornamenti retorici, ma conseguenze rigorose della sua Maternità divina: se Ella è Madre del Capo, è Madre anche delle membra; se coopera alla nostra rigenerazione nell’ordine della grazia, tanto più la sua Assunzione gloriosa è primizia e garanzia di quella medesima rigenerazione estesa, un giorno, ai corpi di tutti i redenti.
 
Cari fedeli, in un’epoca che ha smarrito il senso del corpo — che lo idolatra e insieme lo profana, che lo manipola e lo dissolve in ideologie estranee al disegno del Creatore — la festa odierna ci ricorda che il corpo dell’uomo non è un accidente da cui l’anima anelerebbe liberarsi, ma parte costitutiva di quella persona che Cristo è venuto a redimere integralmente, mediante la propria Incarnazione.

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Maria assunta in cielo, anima e corpo, è la primizia e la garanzia della nostra stessa risurrezione: pegno che nessuna filosofia moderna, nessuna teologia evanescente, nessuna nota di impresentabili porporati potrà mai cancellare dal Credo che professiamo.
 
A Lei, dunque, Regina assunta in cielo, affidiamo oggi la Chiesa che tanto soffre; a Lei chiediamo che, come schiacciò fin dal principio la testa del serpente antico, così voglia schiacciare anche l’apostasia che oggi insidia il gregge di suo Figlio.
 
Che Ella, Arca della Nuova Alleanza assunta nel santuario del Cielo, ottenga a questa povera Chiesa pellegrinante la grazia di ritornare, senza più tentennamenti, alla pienezza della Fede e del culto che i Padri ci hanno trasmesso.
 
E così sia.
 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 15 Agosto MMXXVI
In Assumptione Beatæ Mariæ Virginis

    NOTE
1) Oportebat eam, quae in partu illaesam servaverat virginitatem, suum corpus sine ulla corruptione etiam post mortem conservare. S. Joannes Damascenus, Encomium in Dormitionem Dei Genitricis semperque Virginis Mariæ, hom. II, 14 (citato in Pio XII, Munificentissimus Deus, 1950). 2) Benedixit te Dominus in virtute sua, quia per te ad nihilum redegit inimicos nostros. Benedicta es tu, filia, a Domino Deo excelso, prae omnibus mulieribus super terram. Benedictus Dominus qui creavit cælum et terram, qui te direxit in vulnera capitis principis inimicorum nostrorum; quia hodie nomen tuum ita magnificavit, ut non recedat laus tua de ore hominum… Tu gloria Jerusalem, tu lætitia Israël, tu honorificentia populi nostri. Idt 13, 22-25; 15, 10 — Epistola della Messa dell’Assunzione

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Immagine: Guercino (1591-1666), Assunzione della Vergine (1650), Detroit Museum of Arts, Detroit. Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata  
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Spirito

La Reja: 12 seminaristi FSSPX hanno preso la tonaca

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Nella festa dell’Assunzione, il 15 agosto 2026, dodici seminaristi del Seminario Internazionale di Nostra Signora Corredentrice di La Reja, in Argentina, hanno ricevuto la tonaca da padre de Lassus, direttore del seminario. Provenienti da dieci paesi diversi, hanno così compiuto un passo significativo nel loro percorso di formazione al sacerdozio.

 

Oggi, 15 agosto, festa dell’Assunzione della Vergine Maria, il seminario La Reja è stato pervaso dalla gioia. In primo luogo per la festa che stavamo celebrando, ma anche, in stretta connessione con il mistero dell’Assunzione, in occasione dell’investitura di dodici seminaristi dell’anno di spiritualità, provenienti da diverse parti del mondo.

 

Un cileno, un peruviano, un colombiano, due messicani, tre brasiliani, un filippino, un argentino, un ecuadoriano e un cubano hanno ricevuto l’abito ecclesiastico dalle mani del reverendo padre de Lassus, direttore del seminario.

 

Questa cerimonia, che segna in modo chiaro, significativo e profondo ogni seminarista durante gli anni di formazione, manifesta e chiede a Dio la grazia di abbandonare il mondo e donarsi interamente al Signore. Come la talare ricopre tutto il corpo, così l’intera persona deve essere avvolta da Cristo per rivestirsi della vita di grazia, simboleggiata dalla cotta bianca che il seminarista indosserà sopra l’abito clericale nero.

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Questi seminaristi hanno ricevuto oggi un dono molto speciale, ma anche una grande responsabilità. Ovunque andranno, saranno d’ora in poi ambasciatori di Colui che hanno scelto. Non si tratta di un’investitura volta a mettere in risalto meriti personali o onori individuali: tutto è ordinato al Signore, alla Sua gloria e al Suo regno in mezzo al popolo. Questi seminaristi ricevono la missione di manifestare pubblicamente la loro offerta alla divina Volontà, come rivelata nella Rivelazione e nella Tradizione trasmesse dagli Apostoli.

 

Sono stati indetti tre giorni di ritiro spirituale per preparare le loro anime a ricevere questo dono; è stato un vero e proprio tempo di grazia. Santa Messa, adorazione eucaristica, preghiera liturgica e personale, silenzio, meditazione e riflessione su questa fase della loro vita da seminaristi hanno scandito questi giorni. Durante questo periodo, ciascuno ha anche beneficiato della guida e del sostegno dei professori. Infine, come grazia speciale, l’ultima conferenza è stata tenuta dal priore del priorato di Buenos Aires, padre Luiz Camargo.

 

Oggi, Nostro Signore, che si è degnato di rivestirsi della nostra umanità, ha benedetto, per mano del direttore del seminario, le tonache con cui questi seminaristi sono stati rivestiti: affinché si rivestano di povertà, innocenza e rinuncia, e muoiano a tutto ciò che si oppone al regno di Nostro Signore; affinché, con la santità della loro vita, gli uomini siano spinti a cercare le cose del Cielo e, con le loro azioni, glorifichino la grandezza, la giustizia e la bontà di Dio.

 

Nessun cattolico ben formato può negare i tempi bui che stiamo vivendo. Perciò affidiamo alle vostre preghiere la perseveranza di ciascuno dei seminaristi della nostra casa di formazione sacerdotale, e in particolare di coloro che oggi hanno compiuto questo importante primo passo. Possano rimanere sempre fedeli e trovare la loro gloria nella Croce del nostro Redentore.

 

«Mihi autem absit gloria in cruce Domini nostri Iesu Christi, per quem mihi mundus crucifixus est et ego mundo».

 

«Quanto a me, quanto a me, non sia mai che io mi vanti se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato crocifisso per me e io per il mondo» (Galati 6,14).

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Mons. Viganò contro il rito della Pachamama in Perù prima dell’arrivo del papa

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha reagito alla notizia di un rito di idolatria della Pachamama svoltosi in Perù alla presenza di alti funzionari vaticani prima dell’arrivo di Leone XIV.   «A Cusco, nei giorni scorsi, in preparazione al prossimo viaggio di Leone in Perù, alti prelati della chiesa sinodale hanno preso parte — non come spettatori distratti, ma come partecipanti attivi — a un rito pagano di invocazione all’idolo infernale della Pachamama».   «È lo stesso culto idolatrico con il quale Bergoglio ha violato il Primo Comandamento e profanato i giardini vaticani e la Basilica di San Pietro, e che Robert Prevost aveva già praticato come giovane agostiniano. Il seme fu gettato ad Assisi, il 27 ottobre 1986; il raccolto lo vediamo oggi, quando un officiale del Dicastero per la Dottrina della Fede e un vescovo ausiliare offrono, con visibile devozione, foglie di coca a un immondo idolo andino, al quale vengono ancor oggi offerti sacrifici umani» scrive l’arcivescovo.  

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«A chi ancora si domanda se vi siano ”segni di cattolicità” residui in questa struttura che porta il nome di Chiesa Cattolica ma ne ha tradito la sostanza, chiedo: come giudicherebbero i Martiri della Fede questa apostasia del clero e dei vertici della chiesa conciliare-sinodale?» tuona monsignore.   Come divenuto noto pochi mesi fa, nel 1995, quando era ancora un sacerdote agostiniano, l’allora padre Robert Prevost partecipò a un simposio teologico ufficiale a San Paolo, in Brasile, il cui programma includeva un rituale dedicato a Pachamama, la «Madre Terra». Vi sono foto del futuro papa inginocchiato durante il rito idolatrico della Pachamama.  
Nell’omelia della passata festa del Corpus Domini, Viganò aveva lamentato: «Non è chi non veda quanto grottesco e rivelatore appaia il comportamento di Pastori indegni, per i quali ogni scusa è valida se consente di negare gli onori divini al Santissimo Sacramento. Ci si prostra davanti alla Pachamama, ma guai a piegare il ginocchio — veneremur cernui — al Pane degli Angeli».   Due anni fa il prelato aveva commentato la notizia dell’inizio della «fase sperimentale» della messa in «rito amazzonico» decisa dai vertici del Sacro Palazzo dichiarando che «il “rito amazzonico” partorito dalla mente di Bergoglio rappresenta un ulteriore passo verso il culto della “madre terra” inaugurato con l’idolo della Pachamama» ha scritto il prelato.
  Il 4 ottobre 2019, durante una cerimonia tenutasi nei Giardini Vaticani prima dell’apertura del Sinodo amazzonico, Bergoglio ha benedetto l’effigie della dea pagana andino-amazzonica detta «Pachamama», un idolo pagano di divinità femminile presente nelle tremende religioni precolombiane.

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In seguito un fedele austriaco gettò nel Tevere le statue della Pachamama tenute nella chiesa della Traspontina in via della Conciliazione. Seguì il ritrovamento pressoché immediato (incredibile) da parte delle forze dell’ordine italiane, la reinstallazione degli idoli pagani nell’edificio sacro ai bordi del Vaticano e l’ancora più incredibile richiesta di perdono da parte del papa per le effigi della dea buttate nel Tevere.   Come riportato da Renovatio 21, curiosamente al World Economic Forum di Davos 2024 si è avuto un momento inquietante quando sul palco è stata chiamata a «benedire» i potenti globali lì riunitisi uno sciamano-donna dell’Amazzonia.   Nel frattempo, parallelamente al rito amazzonico che si sta sviluppando in sordina, il Vaticano sta riflettendo su un altro rito inculturato, legato al paganesimo: si tratta del rito Maya, Maya proposto dai vescovi cattolici del Messico è ora all’esame del Dicastero per il Culto Divino.   Ci troviamo ancora una volta dinanzi a quello che Renovatio 21 a più riprese ha definito catto-paganesimo papaleadulterazione idolatrica se non demoniaca del rito spinta dallo stesso vertice del papato.  

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