Pensiero
Mosca bataclanizzata: qual è il messaggio?
Al momento in cui scrivo la conta dei morti del massacro di Mosca è di 60 morti e 140 feriti.
Abbiamo raccolto e mostrato qualche immagine agghiacciante: sì, un commando è entrato in un centro commerciale (su qualche canale ebete di Telegram avete letto che era un municipio: il traduttore automatico dei geni ha tradotto «Crocus City Hall» in «Municipio di Crocus», come se Crocus fosse un quartiere della capitale russa; gli ignoranti che seguite sui social fanno anche questo) con fucili automatici e hanno iniziato a sparare all’impazzata. Sono stati colpiti anche dei bambini, e due dodicenni sarebbero gravi.
È interessante notare quanto siano restii i nostri media a pronunziare, davanti allo schema perfettamente ripetuto, la parola che aveva inondato il discorso pubblico sul terrorismo quasi dieci anni fa: Bataclan.
Il disegno tecnico è il medesimo: colpire la popolazione comune, falciandola con armi a ripetizione e magari qualche bomba suicida o meno, nel momento di massimo svago e massima vulnerabilità – quando va a vedere un concerto. Sparare sulla gente quando è concentrata in un unico punto ed indifesa. Massacrare in maniera massiva per compiere il lavoro del terrorismo, e portare il suo messaggio.
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Mosca è stata bataclanizzata. I grandi media non vogliono dirvelo – perché significherebbe elevare il popolo russo a vittima, dopo due anni di campagna martellante per convincerci che la Russia è carnefice. E poi, soprattutto, nessuno ha voglia davvero di guardarci dentro: se il disegno è lo stesso del Bataclan, gli autori sono gli stessi? I mandanti pure?
Alla rivendicazione dell’ISIS, buttata subito in stampa da tante testate internazionali, non possiamo credere. Curioso, tuttavia, che l’ISIS possa voler colpire la Russia proprio ora, quando l’intervento in Siria è finito da anni…
L’Ucraina, per bocca di un ciarliero e molto visibile tizio consigliere di Zelens’kyj, Mikhailo Podolyak (quello che aveva insultato il papa e il cristianesimo) ha detto non siamo stati noi, mentre altri ucraini hanno ovviamente tirato fuori l’hastatoputin. Chiaramente, ci vogliono far credere, è un false-flag del Cremlino per scatenarsi, anzi, guarda, è la festa personale di Putin per aver vinto l’elezione con quasi il 90% dei voti. Come no. (in rete circolano meme divertenti con il passaporto di un terrorista miracolosamente, come al solito, ritrovato sul luogo del delitto: la foto è quella di un Putin barbuto)
Si tratta della più grande strage terrorista dai primi anni 2000. Qualcuno ricorderà i 130 morti (più quaranta terroristi) e i 700 meriti della crisi del Teatro Dubrovka, quando vennero sequestrati 850 civili da un gruppo di islamisti separatisti ceceni.
Dobbiamo capire che la vittoria sulla questione cecena – e sul terrorismo correlato – è stata la scala d’ingresso di Putin verso il Cremlino. La Cecenia era un disastro che poteva trascinare giù tutta la Russia: un alveare terrorista nel cuore del Paese, e allo stesso tempo un fattore di demoralizzazione devastante per la popolazione. Erano i primissimi tempi di internet, ma già circolavano i video, poi perfezionati da ISIS e compagni, di sgozzamenti di soldati e civili russi.
Putin fu colui che mise fine al pericolo. Da primo ministro ha vinto la Seconda Guerra Cecena, di fatto sottomettendo una fazione in lotta, quella di Kadyrov, il cui figlio ora al potere a Grozny manda i suoi soldati a combattere in Ucraina con adunate oceaniche negli stadi dove si grida «Allahu Akbar» e subito dopo «viva il presidente Putin».
La strage di Dubrovka non è stata la sola. Poco dopo, ci fu il massacro di Beslan, ancora più intollerabile nella volontà terrorista di colpire gli indifesi: il 1 settembre 2004 un gruppo di 32 fondamentalisti separatisti ceceni entrò in una scuola elementare e sequestrò 1200 persone, per maggior parte bimbi. Ricordate quell’immagine: una bomba pronta ad esplodere piazzata dentro il canestro della palestra, e i bambini sotto. Il conto, dopo che gli Spetsnats (le forze speciali russe) liberarono la scuola, fu di oltre trecento morti, di cui 186 bambini, e 700 feriti. Quasi tutta la scuola è stata ferita dal terrorismo.
Si tratta di traumi che i russi pensavano passati. Sono seguiti gli anni putiniani dove stipendi e pensioni sono saliti di 7, 15 volte. Dove il popolo russo, che dopo il 1991 aveva cominciato a perdere un milione di persone l’anno (alcol, disperazione) ha ritrovato la dignità, e, parola chiave per capire Putin e la Russia odierno, rispetto.
Il terrorismo, essenzialmente, è un linguaggio. Ogni atto terroristico ha un messaggio da portare al mondo – questo è quello che ci dicono, almeno. Sappiamo che il messaggio è, in genere, più di uno. C’è un messaggio di superficie, quello dei perpetratori: vogliamo l’indipendenza, vogliamo vendetta, vogliamo la shar’ia, vogliamo la fine dell’occupazione, cose così.
Poi c’è il messaggio profondo, quello dei veri mandanti, di cui non si può discutere, perché non si può saperne nulla.
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Le stragi dei primi 2000 avevano, come messaggio di superficie, la Cecenia: la terra dove Putin aveva riportato l’ordine, promettendo di inseguire i terroristi anche al cesso ed ucciderli lì, disse in una famosa dichiarazione.
Il messaggio profondo possiamo immaginare fosse un altro: lasciaci continuare a depredare la Russia. Il desiderio, profondo ed irrevocabile, dei veri mandanti, che non necessariamente stavano in russo.
I terroristi takfiri ceceni, si è detto, potevano aver legami con oligarchi nemici di Putin riparati all’estero. Era chiaro cosa volevano gli oligarchi ribelli: proseguire, anche per conto dei loro soci occidentali, la razzia resasi possibile con il crollo dell’Unione Sovietica nel decennio di Eltsin, come visibile, ad esempio, nel caso magnate del petrolio Mikhail Khodorkovskij, quello che Pierferdi Casini difendeva al Parlamento italiano, prima di essere imprigionato da Putin si diceva avesse trasferito le sue quote a Lord Nathaniel Jacob Rothschild, quello dei quadri satanici con Marina Abramovic spirato pochi giorni fa. Liberato dalla clemenza di Putin prima delle Olimpiadi 2014 (l’Occidente ringraziò organizzando poco dopo i Giochi di Sochi Piazza Maidan a Kiev), il Khodorkhovskijj ora è tornato a galla per la questione ucraine, i giornali lo definiscono «oppositore di Putin».
Vi sono tuttavia casi più evidenti. Rapporti tra terroristi ed oligarchi furono discussi per uno dei nemici più acerrimi di Putin, l’oligarca riparato a Londra Boris Berezovskij. Una trascrizione di una conversazione telefonica tra Berezovsky e il fondamentalista Movladi Udugov – attualmente uno degli ideologi e il principale propagandista del cosiddetto Emirato del Caucaso, un movimento militante panislamico che rifiuta l’idea di uno stato ceceno meramente indipendente a favore di uno stato islamico che comprenda la maggior parte del Caucaso settentrionale russo e si basi su principi islamici e sulla legge della shar’ia – fu trapelata su uno dei tabloid di Mosca il 10 settembre 1999. Udugov propose di iniziare la guerra del Daghestan per provocare la risposta russa, rovesciare il presidente ceceno Aslan Maskhadov e fondare la nuova repubblica islamica di che sarebbe stata amica della Russia pre-putiniana.
Dopo la Seconda Guerra Cecena, Berezovskij aveva mantenuto i rapporti con i signori della guerra islamisti. Nel 1997, nell’ambito di supposte attività di ricostruzione della Cecenia, fece una donazione di 1 milione di dollari (alcune fonti menzionano 2 milioni di dollari) per una fabbrica di cemento a Grozny. Per tale pagamento fu negli anni accusato di finanziare i terroristi ceceni.
Il 23 marzo 2013 Berezovskij, che bazzicava il World Economic Forum di Davos e aveva avuto un ruolo attivo nella rielezione di Eltsin nel 1996, fu trovato morto nel bagno nella sua villa nel Berkshire, vicino ad Ascot, luogo caro alla nobiltà britannica. Dissero dapprima che era depresso, perché aveva perso una causa con Roman Abramovic (ex patron del Chelsea, anche lui oligarca ebreo ultramiliardario che però si era sottomesso a Putin) e quindi aveva debiti; la polizia inglese invece disse che era una morte senza spiegazioni e volle lanciare un’inchiesta, ma non arrivò a nulla. Si dice prendesse farmaci antidepressivi, e un giorno prima di morire avrebbe detto ad un giornalista londinese che non aveva più niente per cui vivere.
Parlo della morte di Berezovskij perché all’epoca notai come potesse essere correlata ad una strage terrorista dall’altra parte del mondo: il 15 aprile dello stesso anno due bombe esplodono alla Maratona di Boston ammazzando tre persone e ferendone 250. Vengono accusati due fratelli ceceni, Dzhokar e Tamerlan Tsarnaev. Emerse che loro zio, che i giornali dissero subito si era dissociato dalla deriva islamista dei nipoti, era stato sposato con la figlia di un agente CIA, con cui avrebbe pure convissuto.
Difficile capirci qualcosa: tuttavia, la domanda che mi feci, all’epoca, era: il messaggio profondo della strage bostoniana è che, morto Berezovskij, qualcuno stava chiedendo il riequilibrio di questa rete antirussa occulta che attraversa il mondo.
La mia era solo una supposizione. Di certezze sulle connessioni tra gli americani e gli islamisti ceceni, invece, ne ha Vladimir Putin.
In una sequenza di tensione rivelatrice del documentario che Oliver Stone ha dedicato a Putin – un’intervista di ore e ore tra il 2015 e il 2016 – il presidente russo dà una notizia piuttosto gigantesca: racconta che gli USA, trovati ad aver contatti con i terroristi ceceni, hanno risposto alle rimostranze del Cremlino dicendo che essi erano autorizzati diplomaticamente a parlare con chi volevano.
Putin era visibilmente scosso: la Cecenia, per lui che l’aveva vinta come prima missione della sua carriera ai vertici, significava tanto: il dolore di tanti morti, il rischio di far finire la Russia, ancora una volta, in una spirale di razzia e violenza, in pratica di farla sparire dalla storia.
Discorsi simili sono stati fatti poche settimane fa nell’intervista che Putin ha concesso a Tucker Carlson. Il presidente russo lo aveva ripetuto ai giornalisti anche l’anno scorso: «nel Caucaso l’Occidente sosteneva Al-Qaeda». Washington appoggia il terrorismo antirusso, in sintesi. Per gli italiani che si ricordano quando – al tempo non c’era la parola «complottista» – si parlava della Strategia della Tensione, non è una storia tanto campata in aria.
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E quindi, qual è il messaggio della strage terrorista al Crocus di ieri sera?
È lo stesso, crediamo, di quello di quando l’anno scorso hanno bombardato a Mosca Darja Dugina o a San Pietroburgo il blogger Vladen Tatarskij: vogliono ri-cecenizzare la Russia.
Vogliono riportare le lancette indietro a quegli anni, quando Mosca era debole, il popolo incerto ed impaurito, e le risorse del bicontinente libere per i rapaci internazionali. Quando c’era il terrorismo islamico, usato come solvente da un potere superiore per distruggere definitivamente ogni potere indipendente per la Russia e piegare nella paura la psiche del popolo russo.
Tutto questo è durato fino a Putin. I mandanti non hanno mai accettato di aver perso. E quindi, nell’ora del trionfo politico e popolare di Putin, ripetono il messaggio. Puoi anche vincere le elezioni, puoi anche avere l’affetto del tuo popolo: noi te lo possiamo portar via a suon di mitragliate terrorista. Puoi vincere la guerra ucraina, noi massacreremo le famiglie ai concerti a Mosca. Lo faremo con i ceceni, con gli ucraini, con i daghestani, con i nazisti russi, con chiunque potremo manovrare.
Ora, da temere, più che il messaggio, che è chiaro, è la risposta che darà Putin.
Perché, come è evidente, potrebbe essere l’innesco della Terza Guerra, che di fatto l’élite occidentale, brama affannosamente.
Roberto Dal Bosco
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Eutanasia
La festa della morte in Veneto
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.
Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.
Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.
Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.
Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.
Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.
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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.
Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.
Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.
È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.
Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.
E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.
Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.
Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!
Nessuna meraviglia anche in questo caso.
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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.
Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.
Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.
Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.
Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.
Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.
Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.
Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.
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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?
È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».
Questo vi basta? Siete dei poveracci.
Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.
Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.
Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.
Anche questo non sorprende.
Avv. Renzo Magalozzi
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Immagine di Bruno via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Civiltà
Chi sono i fabiani?
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3 — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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