Geopolitica
Borrell accusa Israele di finanziare Hamas
Il capo della politica estera dell’UE, Josep Borrell, ha apertamente accusato il governo israeliano di finanziare Hamas, un’accusa che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha negato.
Borrell non ha approfondito l’affermazione, che è stata ripetutamente fatta dagli oppositori di Netanyahu e dai media israeliani.
Intervenendo all’Università di Valladolid in Spagna, Josep Borrell ha affermato che Hamas «è stata finanziata dal governo israeliano nel tentativo di indebolire l’Autorità Palestinese guidata da Fatah», secondo il quotidiano El Pais.
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Netanyahu ha attribuito l’ascesa di Hamas all’Iran, per aver sostenuto il gruppo militante palestinese «con denaro, addestramento, armi, know-how tecnologico» e Intelligence.
Israele sostiene che Teheran sia stata coinvolta nella pianificazione degli attacchi del 7 ottobre, in cui circa 1.200 persone sono state uccise e decine di persone prese in ostaggio nel raid a sorpresa di Hamas vicino a Gaza. Hamas governa Gaza dal 2007, quando sconfisse il movimento Fatah, guidato dal presidente Mahmoud Abbas, in un conflitto armato.
In un’intervista televisiva di giovedì, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che «l’Iran è la testa della piovra e si vedono i suoi tentacoli tutt’intorno, dagli Houthi a Hezbollah a Hamas», e ha ammesso che l’esercito israeliano ha effettuato attacchi diretti sul Paese.
Teheran ha negato qualsiasi ruolo nell’assalto di Hamas a Israele, e il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Nasser Kanani ha affermato che tali accuse erano «basate su ragioni politiche».
Le affermazioni sul presunto sostegno segreto di Netanyahu a Hamas risalgono a diversi anni fa. I critici lo hanno accusato di consentire l’afflusso di fondi al gruppo come un modo per minare il processo di pace e far naufragare i negoziati sullo Stato palestinese.
Nel marzo 2019, Netanyahu ha detto ai suoi colleghi del partito Likud: «chiunque voglia ostacolare la creazione di uno Stato palestinese deve sostenere il rafforzamento di Hamas e il trasferimento di denaro ad Hamas».
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Josep Borell ha affermato che l’unica soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese prevede la creazione di uno Stato palestinese, e ha suggerito che ciò potrebbe dover essere «imposto dall’esterno», senza il consenso di Israele.
Le osservazioni di Borrell sono arrivate prima dell’incontro di lunedì dei ministri degli Esteri dell’UE con le controparti di Israele, Autorità Palestinese e principali paesi arabi a Bruxelles, dove discuteranno del conflitto Israele-Hamas a Gaza e delle prospettive per un futuro accordo di pace.
Giovedì il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede un cessate il fuoco permanente a Gaza a condizione che Hamas venga smantellato e tutti gli ostaggi rilasciati. La risoluzione è arrivata pochi giorni dopo che Netanyahu aveva respinto l’idea di uno Stato palestinese, respingendo tali richieste da parte di Stati Uniti e UE.
Come riportato da Renovatio 21, Borrell negli scorsi mesi di conflitto israelo-palestinese si è scagliato contro gli attacchi aerei israeliani e le massicce vittime civili.
Il Borrello si era detto «sconcertato dall’elevato numero di vittime a seguito del bombardamento da parte di Israele del campo profughi di Jabalia». Secondo quanto riferito, il campo di Jabalia è stato nuovamente colpito, un giorno dopo il massiccio attacco iniziale che aveva ucciso almeno 52 palestinesi, secondo il ministero della Sanità di Gaza.
Come riportato da Renovatio 21, dopo il massacro del 7 ottobre la UE si era prodotta in un vero un balletto sugli aiuti alla Palestina, prima dicendo che li avrebbe levàti, poi, per bocca proprio Borrell, assicurando che invece i milioni di euro elargiti da Bruxelles palestinesi rimangono attivi.
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Immagine di European Parliament via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Geopolitica
«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia
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Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine
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Geopolitica
Il Cremlino: Kiev nelle «ultime manifestazioni di agonia»
Gli attacchi a lungo raggio dell’Ucraina contro le infrastrutture civili ed energetiche russe, incluso il raid su San Pietroburgo, non sono altro che disperati tentativi di Kiev di cambiare il corso del conflitto e non avranno successo, ha affermato il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov.
Una persona è rimasta uccisa e altre cinque ferite a San Pietroburgo durante un raid aereo notturno condotto dall’esercito ucraino, secondo quanto dichiarato dal governatore locale Aleksandr Beglov. L’attacco ha inoltre danneggiato oltre una dozzina di palazzi residenziali e provocato un incendio in un terminal petrolifero locale.
Peskov ha descritto l’attacco come «un’ultima manifestazione dell’agonia» dell’Ucraina, aggiungendo che, sebbene «il regime di Kiev stia reagendo, non può cambiare il corso della storia».
Secondo il portavoce del Cremlino, la Russia ha costantemente risposto agli attacchi ucraini con importanti raid sistematici, che «producono risultati».
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Mosca ha accusato Kiev di aver deliberatamente preso di mira infrastrutture civili e zone residenziali con droni a lungo raggio, nel tentativo di compensare le battute d’arresto sul campo di battaglia, dove le forze russe hanno continuato ad avanzare.
Kiev continua inoltre a prendere di mira le infrastrutture petrolifere russe, nonostante le richieste del presidente statunitense Donald Trump di porre fine agli attacchi, che a suo dire sono la causa dell’impennata dei prezzi globali dell’energia. Trump aveva precedentemente accusato Volodymyr Zelens’kyj di «creare problemi» agli Stati Uniti e al mondo intero, suggerendo che l’Ucraina avesse bisogno di un «nuovo presidente».
All’inizio di questo mese, Washington ha anche raggiunto un accordo con Mosca per alleviare la crisi dei carburanti in vista delle elezioni di medio termine statunitensi del 3 novembre. L’accordo prevedeva che gli Stati Uniti allentassero le restrizioni sulle esportazioni di gasolio da Mosca e rinunciassero alle sanzioni «devastanti», tra cui dazi del 500% sulle importazioni dalla Russia e del 100% sui principali acquirenti di petrolio e gas russi, in cambio della fornitura di gasolio da parte di Mosca al mercato globale e potenzialmente anche agli Stati Uniti.
La Russia ha risposto agli attacchi terroristici di Kiev intensificando la sua campagna di missili a lungo raggio e droni contro le infrastrutture militari, industriali e logistiche dell’Ucraina. Il ministero della Difesa russo sostiene che le forze armate non prendono di mira i civili e che gli attacchi sono diretti esclusivamente contro obiettivi militari e infrastrutture a supporto delle forze ucraine.
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Geopolitica
L’Egitto promette supporto militare all’Arabia Saudita contro gli Houthi
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