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«Il Verbo si è fatto carne»: omelia per il Santo Natale di Mons. Viganò

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Renovatio 21 ripubblica l’omelia per il Santo Natale 2023 dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

 

GIACCHÉ TI FECE AMOR POVERO ANCORA

Omelia per il Pontificale nella Natività del Signore Ad Missam in die

Puer natus est nobis,
et filius datus est nobis:

cujus imperium super humerum ejus
et vocabitur nomen ejus magni consilii Angelus.

Is 9, 6

 

La solennità odierna costituisce il compimento delle promesse che il Signore ha fatto al Suo popolo; promesse racchiuse nelle antiche Profezie, ad iniziare da quella del Protoevangelo, in cui si menziona la stirpe benedetta della Donna quale vincitrice della stirpe maledetta del Serpente. E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra il tuo lignaggio e il lignaggio di lei; questo ti schiaccerà il capo e tu le insidierai il calcagno (Gen 3, 15).

 

Isaia precisa con solennità: Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace (Is 9, 6).

 

Alla Messa in nocte l’Introito ci ha mostrato la generazione del Figlio di Dio dal Padre nell’eternità del tempo: Dominus dixit ad me: filius meus es tu, ego hodie genui te.

 

Quell’eternità contemplata nella notte – il cui silenzio evoca appunto il Mistero di Dio – si cala con l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità nella Storia del genere umano.

 

Ecco allora la Messa in aurora che squarcia le tenebre del peccato in cui si trova l’umanità: Lux fulgebit hodie super nos, quia natus est nobis Dominus. Una luce è sfolgorata oggi sopra di noi, perché è nato per noi il Signore.

 

Poi, con la Messa in die, ecco mostrarsi l’umanità del Salvatore: Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità e sarà chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace (Is 9, 6).

 

Puer, dice la Scrittura. Ma puer non significa solo bambino, bensì anche servo, perché è nell’obbedienza al Padre che il Figlio accetta di spogliarSi della Sua divinità, formam servi accipiens in similitudinem hominum factus, et habitu inventus ut homo; assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, e apparso in forma umana (Fil 2, 7).

 

Quel nobis, quel per noi, esprime dunque lo scopo dell’Incarnazione e della Passione del Signore, promessa ai nostri Progenitori per riscattare la loro progenie caduta con il peccato e compiutasi con la venuta al mondo, secundum carnem, del Verbo eterno del Padre. Comprendiamo bene per quale motivo la saggezza della Santa Chiesa ci faccia inginocchiare ogni volta che ricordiamo il Mistero ineffabile della Carità divina: et verbum caro factum est, et habitavit in nobis (Gv 1, 14).

 

Il Verbo si è fatto carne: se pensiamo a queste parole non possiamo non rimanerne abbagliati, contemplando l’infinita bontà di Dio dinanzi alla nostra indegnità e miseria. Ma ancor più abbagliante della luce che rischiara le tenebre della Notte santa – santa perché segna l’ingresso dell’Uomo-Dio nella Storia e nel mondo – è la luce che ha rischiarato la notte del Sabato Santo, quando il corpo di Gesù Cristo martoriato, flagellato, inchiodato alla Croce e infine deposto nel sepolcro è risorto da morte, trionfando sul Nemico del genere umano e compiendo l’antica promessa contenuta nelle Sacre Scritture.

 

Nel silenzio dell’eternità si compie l’eterna generazione del Figlio dal Padre; nel silenzio si è compiuta l’Incarnazione, dopo il Fiat di Maria Santissima; nel silenzio della capanna di Betlemme nasce il Redentore; nel silenzio del sepolcro Egli risorge. E nel silenzio del Santo Sacrificio della Messa Gesù Cristo, per le parole del sacerdote, scende ogni giorno sull’altare per farSi cibo e bevanda di salvezza.

 

Qui propter nos homines et propter nostram salutem descendit de cœlis: Egli è disceso dal cielo per noi uomini e per la nostra salvezza. Natus est nobis. Datus est nobis: il Signore non è soltanto nato per noi, ma si è dato a noi, e al posto nostro – come primizia del genere umano – Egli ha voluto morire, in obbedienza ai decreti dell’eterno Padre, per redimerci, riscattarci dalla colpa infinita di cui Adamo ed Eva si erano macchiati, e da tutti i peccati commessi da tutti gli uomini di tutti i tempi. Solo Dio poteva infatti riparare quell’infinita offesa a Dio; solo un Uomo poteva riparare a nome degli uomini: ecco il perché dell’Incarnazione di Dio.

 

Quando contempliamo Gesù Bambino adagiato in una mangiatoia e avvolto in fasce dobbiamo comprendere che quel Puer – nella duplice accezione di bimbo e di servo – inizia la propria Passione sulla paglia pungente della greppia, nel freddo della notte del 25 Dicembre: a Te che sei del mondo il Creatore, mancano panni e fuoco, o mio Signore! esclama Sant’Alfonso nel canto che tutti conosciamo. Quanto questa povertà più m’innamora: giacché Ti fece Amor povero ancora. Per questo motivo la pietà popolare, istruita dalla solida dottrina, ci mostra l’immagine del Bambinello che dorme adagiato sulla Croce. Per questo nelle raffigurazioni medievali vediamo, vicino alla grotta, ergersi la Croce del Golgota: Perché tanto patir? Per amor mio!

 

Perché il Presepe ci è così caro? perché la scena della Natività è presente da sempre come simbolo del Natale? Forse perché vi vediamo rappresentata la Sacra Famiglia? o per via della suggestiva cornice dei pastori, dei Magi, del bue e dell’asinello? Quel Presepe – che la devozione ha custodito intatto nel corso dei secoli – ci è tanto caro perché in esso troviamo annunciata la nostra Redenzione per sanguinem ejus (Ef 1, 7), e ci struggiamo nel vedere quel Puer – l’Annunciato dai Profeti, l’Atteso, il Desiderato di tutti i popoli – che viene al mondo per noi, e per morire per noi, e per riparare alla morte eterna che noi ci siamo dati disobbedendo a Dio.

 

Gesù Cristo nasce per morire, e ci stringe il cuore – se solo osiamo pensarci davvero, e non con superficialità – fissare lo sguardo del Bambinello che non ha fatto in tempo a nascere e già soffre nelle Sue carni santissime, e soprattutto si prepara a soffrire i tormenti della Passione di cui noi, creature ingrate, siamo la causa.

 

Gesù nasce povero. Povero non di una mancanza imposta e non voluta, ma di quella privazione totale che porta Dio stesso, il Verbo di Dio, ad annullarsi – exinanivit, dice San Paolo (Fil 2, 7), a celarsi, a rinunciare alla gloria perfetta del Cielo per farSi carne: il Verbo che Si fa carne. E assume quella carne, quel corpo divino – in virtù dell’unione ipostatica – per soffrire, patire, morire, lasciarSi flagellare, coronare di spine, bastonare, ferire, insultare, coprire di sputi e infine uccidere per noi, per riportarci al nostro destino di beatitudine eterna, che pure avevamo assaporato nel Paradiso terrestre e che abbiamo perduto, cedendo alla tentazione del Serpente.

 

Una tentazione che era palesemente un inganno: eritis sicut dii, sarete come dei. Ma noi eravamo già sicut dii, immortali e perfetti, senza malattie, senza difficoltà nell’apprendere, senza esser soggetti alle passioni. Vivevamo nel Giardino dell’Eden alla presenza di Dio e non avevamo bisogno di nulla, perché a tutto provvedeva la magnificenza del nostro Creatore. Eppure abbiamo preferito credere alle menzogne di Satana e disobbedire a Dio, che ci aveva dato tutto.

 

Ebbene, quel tutto che avevamo ricevuto gratuitamente è stato incomparabilmente superato dal dono di Sé che Dio ha voluto compiere in risposta alla nostra ingratitudine: il dono di Sé nell’Incarnazione e nella Redenzione, sicché alla nostra offesa infinita Egli ci ha sì cacciati dal Paradiso terrestre, ma ci ha anche dato Suo Figlio per riparare ai nostri peccati, con una generosità e una bontà che solo Dio può mostrare. O felix culpa!

 

Il Presepe ci parla di questo Amore infinito, che Dio compie seguendo una pedagogia divina: Egli ci dona Sé stesso – cosa che non possiamo nemmeno comprendere in tutta la sua ineffabile grandezza – ma chiede sempre la nostra cooperazione; non perché Egli ne abbia bisogno, ma perché vuole che al Suo tutto si associ il nostro nulla, per elevarlo, nobilitarlo e santificarlo.

 

Il Signore ha chiesto il permesso alla Vergine per incarnarSi nel Suo seno e in vista del Suo Fiat l’ha preservata dal peccato. Egli può darci tutto, fino a Sé stesso, a patto che anche noi rispondiamo a questo Amore infinito – amore di Carità perfetta – con l’unica cosa che possiamo restituire con tutto il nostro essere: l’amore soprannaturale.

 

E come il padre regala al figlio i soldini con cui comprargli il regalo di Natale; come il re della parabola dona agli invitati la veste con cui presentarsi alle nozze, così il Signore giunge al punto di donarci la Grazia soprannaturale con cui ricambiare il Suo amore. Quando ascoltiamo le parole della divina Sapienza, Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (Lc 14, 11), dobbiamo non solo sentirle rivolte a noi come monito a riconoscere il nostro nulla per essere ricolmati del tutto che il Signore ci dona – quia respexit humilitatem ancillæ suæ (Lc 1, 48) – ma anche come segno profetico dell’Amore divino che si umilia e come punizione ineluttabile dell’orgoglio di Satana: dispersit superbos mente cordis sui, deposuit potentes de sede, divites dimisit inanes.

 

L’odio verso Cristo – testata d’angolo e pietra d’inciampo su cui si schiantano i Suoi nemici – è motivato proprio dalla incapacità per orgoglio di comprendere il Mistero di Carità che porta Dio a farSi uomo, il Signore a farSi servo; o quantomeno di inchinarsi adoranti dinanzi a questa Carità che è Dio. Deus caritas est (I Jo 4, 8).

 

E, come ammonisce San Giovanni: qui non diligit, non novit Deum, chi non ama non conosce Dio (ibid.). L’incapacità di amare e di lasciarsi amare è, in definitiva, ciò che scava l’abisso tra la Carità infinita di Dio e il nostro miserabile orgoglio, che ci fa rifiutare tanto l’Amore del Signore nei nostri confronti, quanto l’amore che Egli mediante la Grazia ispira verso di Sé nel nostro cuore malato.

 

È la Carità che brucia i nostri peccati, che purifica la nostra anima, che ci innalza alle vette della santità rendendoci veramente simili a Dio; mentre l’amore per noi stessi, per le seduzioni del mondo, per i piaceri della carne ci sprofonda nell’unico abisso dal quale nemmeno l’onnipotenza del Signore ci può strappare, perché fa di noi, del mondo e del diavolo i nostri idoli, i falsi dèi che non possono darci nulla se non la morte.

 

Dobbiamo comprendere l’inganno infernale che il demonio ci tende ogniqualvolta nel tentarci ci illude di poterci affrancare da Cristo e dalla Sua Legge. Più ci innalziamo credendoci liberi di poter pensare, agire e parlare come vogliamo, più la nostra anima è avvinta dalle catene che le impediscono di salire a Dio; più ci riempiamo di noi stessi, meno spazio lasciamo alla Grazia. Dobbiamo invece ascoltare quel Verbo divino che ci ha dato per primo l’esempio di umiltà e di obbedienza fino a farSi uomo e a morire per noi. Dio che non ha bisogno di nulla Si rende bisognoso di tutto, perché noi che siamo bisognosi di tutto possiamo trovare in Lui ciò che nessuna creatura, nemmeno gli Angeli, osano sperare.

 

Guardiamo al Presepe, dunque, e in esso contempliamo commossi l’umiltà della Vergine che la Trinità ha voluto divenisse Madre di Dio: ecce enim ex hoc beata me dicent omnes generationes. Guardiamo l’umiltà di San Giuseppe, silenzioso e forte custode della divina Famiglia.

 

Guardiamo all’umiltà degli Angeli, che a differenza degli spiriti ribelli intonano il Gloria su quella povera capanna dove nasce, nell’umiltà, il Messia promesso.

 

Guardiamo all’umiltà dei pastori, ai loro semplici doni, alla loro fede pura, al fatto che la povertà materiale non ha impedito loro di riconoscere l’unico tesoro che meriti di essere custodito gelosamente: quel figlio di Giuseppe, della tribù regale di Davide, che con il Suo vagito di pargoletto irrompe nelle tenebre del mondo per portarvi la luce, per essere vera e sola Luce Egli stesso – come dirà tra pochi giorni Simeone – Lumen ad revelationem gentium, et gloria plebis tuæ, Israël (Lc 2, 32).

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

25 Dicembre 2023

In Nativitate Domini

 

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Immagine di Matthias Som, Adorazione dei Pastori (circa 1650), Palazzo Madama, Torino

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

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Spirito

Sul velo indossato dalle donne durante la messa

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Il velo delle donne cristiane è l’antitesi del velo islamico, al quale alcuni critici lo paragonano.   Discutere del velo femminile non è solo una questione che riguarda le donne. Anche gli uomini possono leggere queste righe, poiché questa domanda li riguarda personalmente.   Qui vogliamo ripercorrere la storia del velo femminile, una tradizione fortissima nella Chiesa da quasi duemila anni, e mostrare come sia stata abbandonata con sorprendente facilità. Molti probabilmente lo sanno già, ma la prima traccia dell’uso del velo femminile nelle comunità cristiane si trova nel Nuovo Testamento.   Su questo argomento, san Paolo scrive (1Cor 11,1-16): «Seguite il mio esempio, come io seguo quello di Cristo. Vi lodo perché vi ricordate di me in ogni cosa e perché mantenete le tradizioni come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo, il capo della donna è l’uomo e il capo di Cristo è Dio».   Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto disonora il suo capo. Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto disonora il suo capo, come se avesse la testa rasata. Se una donna non vuole coprirsi il capo, si tagli i capelli. Ma poiché è una vergogna per una donna tagliarsi i capelli o rasarsi la testa, si copra il capo.

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L’uomo non deve coprirsi il capo, perché è immagine e gloria di Dio; ma la donna è gloria dell’uomo. Infatti l’uomo non proviene dalla donna, ma la donna dall’uomo; e l’uomo non è stato creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo motivo, e per amore degli angeli, la donna deve portare sul capo un velo di autorità.   Tuttavia, nel Signore, la donna non è indipendente dall’uomo, né l’uomo è indipendente dalla donna. Poiché come la donna proviene dall’uomo, così l’uomo nasce dalla donna; e ogni cosa proviene da Dio.   Giudicate voi stessi: è conveniente per una donna pregare Dio a capo scoperto? Non vi insegna forse la natura stessa che è vergognoso per un uomo avere i capelli lunghi, ma per una donna sì? Infatti i capelli lunghi le sono stati dati come velo. Se qualcuno vuole essere polemico su questo, noi non abbiamo questa pratica, né l’hanno le chiese di Dio.   In queste poche righe si cela il nocciolo della questione. Il tono di San Paolo è chiaro: questo è un comandamento.   Qual è il significato delle sue parole? Come Cristo, secondo la sua natura umana, ha Dio al di sopra di sé, così l’uomo ha Cristo come capo e riceve da lui l’autorità che esercita sulla donna. Tuttavia, questa subordinazione della donna non riguarda l’ordine soprannaturale della grazia, poiché in questo ambito «non c’è né maschio né femmina» (Gal 3,28), né i diritti e i doveri del matrimonio, dove regna la vera uguaglianza, né tantomeno il valore intrinseco della persona umana, poiché uomo e donna si completano a vicenda (1Cor 11,11). Riguarda solo l’ordine sociale e familiare.   Per questo motivo San Tommaso d’Aquino insegna che «la donna dovrebbe coprirsi il capo quando prega Dio in pubblico, per significare che non è direttamente soggetta a Dio, ma che è anche soggetta all’uomo, nella misura in cui egli è soggetto a Dio». Sant’Agostino, dal canto suo, precisa: «L’uomo è il capo della donna nel modo più ordinato quando il capo dell’uomo è Cristo, che è la Sapienza di Dio».   Si possono citare anche altre ragioni. In innumerevoli culture e civiltà, le donne adornano i capelli, segno di cura, prosperità e bellezza. È quindi naturale coprire questo dono ricevuto da Dio per esaltare ulteriormente la gloria di Dio stesso, al quale dobbiamo la vita e, di conseguenza, la bellezza.   Un esempio di ciò si trova nell’episodio evangelico di Maria di Betania (Gv 12,1-8), la quale, in un atto di suprema adorazione, asciuga i piedi di Nostro Signore con i suoi capelli dopo averli unti con un prezioso unguento. Gesù loda il suo gesto.   Perché, al contrario, gli uomini dovrebbero scoprirsi il capo? Alla ragione addotta da San Tommaso, possiamo aggiungerne un’altra. In molte culture, il copricapo maschile spesso identifica rango, funzione o dignità: uniforme militare, cappello ecclesiastico, corona, abbigliamento professionale, ecc. Scoprirsi davanti a Dio è quindi un atto di umiltà con cui un uomo depone esteriormente i segni della sua importanza. Allo stesso modo, per una donna, coprirsi i capelli è un atto di umiltà.

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Una tradizione costante della Chiesa

Tertulliano, già nel II secolo, descriveva il velo come «il giogo della sua [di donna] umiltà». Da questa prospettiva, i due gesti, sebbene opposti, esprimono lo stesso atteggiamento interiore.   San Giovanni Crisostomo riassume mirabilmente l’equilibrio cristiano: «Dopo aver esaltato la gloria dell’uomo, Paolo ristabilisce l’equilibrio in modo da non esaltare l’uomo più di quanto meriti e non sminuire la donna. Nel Signore, la donna non è indipendente dall’uomo, ma l’uomo non è indipendente dalla donna. Ognuno è causa dell’altro, e Dio è causa di entrambi».   Secondo il Liber Pontificalis, papa San Lino, successore immediato di San Pietro, riaffermiò l’obbligo del velo per tutte le donne «per autorità del beato Pietro».   Nel IV secolo, San Giovanni Crisostomo definì il velo «l’emblema della sottomissione», mentre il Concilio di Gangres (intorno al 340 d.C.) lo descrisse come un «memoriale» di questa sottomissione.   È inoltre opportuno ricordare che, nella tradizione ebraica come in molte altre civiltà, gli oggetti preziosi e sacri vengono coperti. Il Santo dei Santi era velato. Nella Messa tradizionale in latino, il calice rimane coperto fino all’offertorio. Anche il tabernacolo è spesso velato, poiché contiene il Corpo di Cristo.   Da questa prospettiva, il velo cristiano è l’antitesi del velo islamico, al quale alcuni critici lo paragonano. Per contrastare il divieto di desiderare la moglie di un altro uomo, l’Islam tende a coprire la donna stessa, addossandole la responsabilità dello sguardo maschile. Il velo cattolico, d’altra parte, non ha mai avuto questo significato. Limitato alla chiesa, non coprendo completamente i capelli e non prescrivendo alcun tessuto particolare, esprime principalmente una realtà spirituale e liturgica. Onora le donne, conferisce loro una dignità speciale e le integra nell’ordine stabilito da Dio.

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Abbandono graduale dopo il Concilio Vaticano II

L’ultima menzione esplicita del velo femminile nel diritto canonico si trova nel Codice del 1917, canone 1262: «quando i fedeli partecipano alle sacre celebrazioni, sia in chiesa che fuori, gli uomini devono avere il capo scoperto […] le donne, invece, devono vestirsi con modestia e avere il capo coperto, specialmente quando si avvicinano all’altare eucaristico».   Poi arrivò il Concilio Vaticano II che, pur non avendo intenti dogmatici, ebbe conseguenze considerevoli. Durante il Concilio, i giornalisti chiesero all’arcivescovo Bugnini se le donne dovessero continuare a coprirsi il capo. Lui rispose semplicemente che la questione non era stata affrontata. Questa risposta fu interpretata come un abbandono della pratica e fu quindi riportata dalla stampa internazionale. Da quel momento in poi, la maggior parte delle donne cattoliche smise di indossare il velo in chiesa.   Il Codice di Diritto Canonico del 1983 non menziona più quest’obbligo. Non si tratta di un’abrogazione esplicita, ma in pratica la consuetudine è quasi del tutto scomparsa. In caso di dubbio sulla legge applicabile, non è più possibile imporre un obbligo rigoroso.   In altre parole, non indossare il velo non è più considerato un peccato in sé (salvo in specifiche circostanze di scandalo), ma rimane una pratica fortemente raccomandata, proprio come altre consuetudini tradizionali che hanno cessato di essere obbligatorie senza mai essere formalmente proibite. È inoltre sorprendente osservare come certe pratiche della tradizione cattolica, pur non essendo mai state ufficialmente abolite, siano gradualmente scomparse semplicemente per inutilizzo.   Nessuna norma ecclesiastica ha mai specificato la forma esatta del velo. L’essenziale era entrare in chiesa con il capo coperto. Per questo motivo la maggior parte delle popolazioni cristiane utilizzava semplicemente scialli, foulard, mantiglie, cappelli o altri copricapi. Solo alcuni Paesi, in particolare Spagna e Italia, svilupparono veli specifici e più eleganti, riservati a questo scopo, come ulteriore segno di rispetto verso la casa di Dio. In Italia si diffuse persino una consuetudine sociale: bianco per le ragazze nubili, nero per le donne sposate o vedove.

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Perché riscoprire il velo femminile oggi?

Molte donne testimoniano i benefici spirituali associati a questa pratica:  
  • Il velo favorisce la contemplazione e aiuta a ricordare che ci si trova in un luogo sacro;
  • Costituisce una forma discreta di apostolato, che richiama la continuità della Tradizione della Chiesa;
  • incoraggia il progresso nella modestia cristiana e nella coerenza nell’abbigliamento;
  • Contribuisce alla dignità e alla sacralità delle cerimonie religiose, in particolare nelle chiese frequentate dai turisti.
  Concludiamo con colei che rimane il modello per ogni donna cristiana: la Beata Vergine Maria. Nell’iconografia cristiana, è quasi sempre raffigurata velata. È l’Arca della Nuova Alleanza, il vaso spirituale, la Madre del Verbo Incarnato. Indossando il velo, la donna cristiana imita Maria e afferma con discrezione la propria vocazione, quella di custode e trasmettitrice di vita, sotto lo sguardo di Dio.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Leone minaccia la FSSPX per l’ordinazione dei vescovi

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Papa Leone XIV, parlando martedì fuori dalla sua residenza estiva a Castel Gandolfo ha affermato che il Vaticano potrebbe presentare un’ultima richiesta alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) per riconsiderare le sue consacrazioni episcopali.

 

Le ordinazioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X sono previste per il 1° luglio presso il seminario di Écone, in Svizzera, dove quattro sacerdoti appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) saranno consacrati vescovi.

 

«Noi abbiamo invitato… Sto considerando ancora fare un altro appello, a dire non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione della Chiesa. Ma è la loro scelta» ha detto Leone circondato da giornalisti e guardie del corpo. «Bisogna rendersi conto di cosa significa… per loro. Per la Chiesa, certamente, la divisione fra i cristiani è sempre molto dolorosa».

 

«Però… loro rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, cominciando con diversi punti del Concilio Vaticano II» ha precisato papa Prevost. «Eh…. questo… se fanno quelle scelte non dobbiamo andare avanti».

 


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Ancora una volta il principio non negoziabile della neochiesa sembra essere il Concilio Vaticano II – a dimostrazione di quanto monsignor Marcel Lefebvre ci avesse visto giusto nel considerarlo l’evento catastrofico per la cristianità, che andava combattuto e cancellato ad ogni costo.

 

Come riportato da Renovatio 21, la dogmatica del Vaticano II era emera con Prevost già nei primissimi discorsi – la sua sua prima catechesi – di quando era stato eletto al Soglio, e perfino in sintomatici auguri agli ebrei.

 

Il Vaticano aveva avvertito la Fraternità Sacerdotale San Pio X in diverse occasioni che le consacrazioni senza l’approvazione papale potrebbero comportare la scomunica in quanto «atto scismatico».

 

Martedì scorso il pontefice sembra aver fatto riferimento al rifiuto da parte della FSSPX di alcune riforme e insegnamenti del Concilio Vaticano II, affermando: «Certamente, la divisione tra i cristiani è sempre una questione dolorosa. Ma essi si rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II. E se fanno queste scelte, mi dispiace. Ma dobbiamo andare avanti».

 

A febbraio la FSSPX aveva annunciato l’intenzione di consacrare nuovi vescovi senza l’approvazione papale, a causa di una «situazione oggettiva di grave necessità» per la prosecuzione del suo ministero sacramentale.

 

In un comunicato stampa del 2 febbraio, il Superiore Generale Padre Davide Pagliarani ha dichiarato che i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) sono stati incaricati di officiare le consacrazioni il 1° luglio. L’annuncio è stato dato presso il Seminario Internazionale di Saint-Curé-d’Ars a Flavigny-sur-Ozerain, in Francia, durante la cerimonia di consegna della talare ai nuovi seminaristi.

 

Dopo un incontro avvenuto a febbraio a Roma tra cardinale prefetto del Discastero per la Dottrina della Fede Victor Manuel Fernandez e padre Pagliarani, un comunicato ha rivelato che il cardinal Fernandez aveva minacciato Pagliarani e la Fraternità Sacerdotale San Pio X del crimine di «scisma» qualora le consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità fossero state accolte. Il superiore generale della FSSPX ha quindi esplicitato le sue posizioni in una lettera in cui spiegava perché la proposta di Roma non è accettabile.

 

Il cardinale argentino, noto per i suoi libri catto-erotici, ha spiegato al superiore FSSPX che i documenti del Vaticano II «non possono essere corretti» e avrebbe già preparato l’ordine di scomunica. Don Pagliarani ha in seguito pubblicato una dichiarazione di Fede cattolica rivolta a Leone XIV.

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È evidente che contro la FSSPX è in corso una persecuzione che poco ha a che fare con il diritto canonico o la teologia: Roma si trova de facto dinanzi a due scismi veri, quello dei vescovi della chiesa germanica e del loro «Cammino Sinodale» (verso di essi il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha affermato che le sanzioni sarebbero «premature») e quello dei vescovi cinesi scelti dal Partito Comunista di Pechino senza consultare il Sacro Palazzo, che si limita – in virtù del devastante e oscuro accordo sino-vaticano – a certificare ex post le consacrazioni totalmente scelte dai dirigenti del PCC.

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Rileva quindi nel caso della FSSPX ben altro: cioè quello che la FSSPX è (una versione della Chiesa di Roma rimasta intonsa, non adulterata, non gravata di abusi e scandali e perdita abissale di fede e fedeli) e quello che la FSSPX fa, e cioè la Messa antica, che la neochiesa vede per ragioni mai totalmente spiegate – ma comprensibili al fedele non sciocco – come un male da estirpare ad ogni costo.

 

La difesa del Vaticano II segui la stessa linea di odio sterminatore modernista: tutto ciò che la chiesa era prima di esso va dimenticato, cancellato… nonostante i numeri parlino di una chiesa in crisi totale di fedeli, praticanti e vocazioni.

 

C’è da chiedersi se non vi sia, da qualche parte, un padrone che ha dato ai servi dei compiti precisi: avversare con ogni mezzo la Santa Messa di tradizione millenaria e mantenere l’alterazione del codice sorgente del cattolicesimo – e quindi, di larga parte dell’umanità – ottenutasi con il Concilio Vaticano II.

 

Da questo comprendiamo perché le consacrazioni del 1° luglio sono così importanti: perché la paura che ne hanno a Roma dimostrano quanto siano fondamentali per riportare l’ordine nella Chiesa di Cristo, infiltrata e rovinata dal nemico in ogni modo possibile.

 

La loro rilevanza si spande sul piano storico e metastorico, metafisico: perché proprio da una Chiesa rimasta pura sarà possibile ricostruire la Chiesa tutta.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Spirito

Trasmettere la fede

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«Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà forse la fede sulla terra?» (Luca 18,8).   La domanda che Nostro Signore pone con timore non celato suggerisce che la trasmissione della fede di generazione in generazione non è scontata, ma richiede un’attenzione costantemente rinnovata, uno sforzo quotidiano e, ancor più, una grazia dal Cielo: anche quando ricevuta nella culla, la fede rimane innanzitutto un dono di Dio che deve poi, e sempre con l’aiuto di Dio, essere nutrito e sviluppato.   Occorre ricordare che la fede è intesa in due sensi diversi ma correlati: la fede a volte si riferisce a ciò che si crede e si professa, in altre parole al contenuto della fede cattolica o all’insieme armonioso e coerente delle diverse verità di fede; la fede a volte si riferisce all’adesione personale e libera dell’uomo a queste verità rivelate da Dio e trasmesse dalla Chiesa.   Da quel momento in poi, la trasmissione della fede avviene in due modi complementari. In primo luogo, consiste nel trasmettere nella sua interezza e nello spiegare nel dettaglio ciò che Gesù Cristo è venuto a rivelare all’umanità. È missione del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti insegnare alle persone; trasmettere una chiara comprensione, adeguata alle capacità di ciascuno, della dottrina della fede.

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Pertanto, la trasmissione della fede può essere paralizzata solo quando le verità vengono costantemente sminuite, messe a tacere o addirittura distorte, celate da falsità; quando il catechismo si limita alla discussione di una pagina del Vangelo… Già il profeta Geremia lo lamentava: «I bambini chiedono il pane, e nessuno glielo dà». Non ci sarà una trasmissione profonda e duratura della fede finché i pastori della Chiesa si rifiuteranno di insegnare, con autorità, tutte le verità cattoliche, specialmente quelle che contrastano con le false ideologie del presente.   Questo non basta: trasmettere la fede richiede anche di preparare le menti ad accogliere liberamente la Verità rivelata, con un’adesione sia intellettuale che spirituale. Certamente, la fede non si trasmette pienamente se non viene assimilata e vissuta quotidianamente.   Per questo motivo, la trasmissione della fede spetta anche ai genitori e agli educatori, chiamati a offrire quotidianamente, in famiglia e nella scuola cattolica, concrete applicazioni della fede che li ispira. Di conseguenza, la trasmissione della fede dipende in larga misura dagli esempi di vita cristiana offerti, dalle regole di vita stabilite, dalle buone abitudini instillate e dalle relazioni felici instaurate.   Al contrario, come l’esperienza dimostra chiaramente, i cattivi esempi, l’indisciplina cronica, la debolezza di carattere e le amicizie dannose sono sufficienti a farla fallire.   Abate Luigi Maria Berthe   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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