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Spirito

«Il dolore non è un nonsense da cancellare, ma uno strumento di Grazia». Discorso di mons. Viganò

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Monsignor Carlo Maria Viganò, già Nunzio Apostolico negli USA, ha inviato un messaggio ai partecipanti del Congresso medico sulla cura del dolore «Roma Pain Days», che si è tenuto in questi giorni presso la capitale italiana.

 

Viganò, nel suo discorso, ha sottolineato la componente spirituale della scienza medica.

 

«Il tema trattato da questo Congresso – Roma Pain Days – è certamente un ambito proprio alla ricerca scientifica, ed ancor più alla cura del dolore da parte dei medici. Ma i progressi a cui la scienza e l’arte medica possono condurre non devono mai prescindere da quella componente spirituale che, assieme al corpo fisico, ci rende uomini con un’anima immortale: questa visione, che appartiene alla civiltà occidentale ed è stata trattata da Aristotele, non riguarda il solo paziente, ma anche il medico» ha detto il monsignore. 

 

«Da un lato, infatti, le cure amministrate al malato – e le terapie per il sollievo del dolore, di cui vi occupate – devono tener conto che la loro efficacia sul corpo è legata alle cure da amministrare allo spirito. Sapete bene, per esperienza diretta, quanto lo stato d’animo del paziente sia determinante nell’affrontare tante malattie; e viceversa, avete visto voi stessi quali gravissimi danni siano derivati a tante persone ricoverate durante la cosiddetta pandemia e lasciate sole, senza la possibilità di vedere i parenti, private addirittura del conforto di un sacerdote» ha continuato l’arcivescovo. 

 

«Dall’altro lato, anche il medico è fatto di corpo e anima, e come tale è giusto e lodevole che egli possa esercitare questo ministero di Carità non “in corpore vili”, ma vedendo nel paziente, con sguardo soprannaturale, quel prossimo curato dal samaritano della parabola. Vedendo in esso Nostro Signore sofferente, che nel giorno del giudizio vi ricorderà il bene che avete fatto a Lui, ogni volta che lo avete fatto ai vostri fratelli, ai vostri pazienti».

 

Nostro Signore, che è Medico dell’anima, non vi chiede di pensare soltanto al paziente, ma anche a voi stessi; non vuole da voi solo un impegno per la sua salute e una parola di conforto o di ammonimento che possa toccargli il cuore. Egli vuole che assieme al malato voi curiate e saniate anche voi stessi, perché Dio ama il medico non meno del malato, ed entrambi vuole salvare e avere con Sé nell’eternità beata. 

 

Monsignor Viganò ha quindi attaccato la mutazione della Salute in business.

 

«Il cinismo del mondo contemporaneo è giunto a trasformare anche la Sanità pubblica in un’occasione di profitto, e riducendo di conseguenza i medici a grigi esecutori di protocolli e compilatori di moduli e statistiche. Ma per giungere a questo scopo, ha prima imposto una visione materialista del malato, da trattare come «utente» di un servizio, da considerare come un numero, una voce di bilancio.» 

 

Monsignore ha quindi parlato del ruolo del dolore nel percorso dell’anima

 

«Nella cura del dolore, solitamente associata a gravi patologie, potrà avvenire che le persone a voi affidate si avvicinino alla morte. Esse si trovano nel momento più cruciale e tremendo della loro esistenza, sull’orlo dell’eternità. Ed è in questo momento che un malato ha maggiore bisogno di assistenza spirituale: essere visitato da un sacerdote, che lo aiuti a confessarsi bene, che gli amministri il Santo Viatico, che gli dia l’Unzione con cui affrontare l’agone, il combattimento in punto di morte».

 

«Ebbene, sta a voi – e di questo è onerata la vostra coscienza – far sì che, pur nel sollievo dal dolore, sia nondimeno data al vostro paziente la possibilità di avere una pausa di lucidità per prepararsi a incontrare il Signore. Non private nessuno di questa occasione, lasciandolo nell’incoscienza indotta dai farmaci al solo scopo di non farlo soffrire: pensate che altre sofferenze, eterne e ben maggiori, potrebbero attendere un’anima che muore in peccato mortale». 

 

«Comprendo possa sembrare quasi una provocazione ricordarlo in questo consesso, ma vi sono persone per le quali il dolore non è un nonsense da cancellare, ma uno strumento di Grazia, se viene offerto a Dio in unione alla Passione redentrice di Nostro Signore» ha detto l’arcivescovo.

 

«Per il Cristiano, infatti, la morte, la malattia, il travaglio del parto costituiscono la punizione per il peccato originale, ma possono trasformarsi in occasione per riparare le colpe proprie e altrui. Il dolore, che tanto ripugna alla mentalità dell’uomo contemporaneo, ci riporta prepotentemente dinanzi alla realtà trascendente della Croce, dando la possibilità anche a chi è costretto in un letto in terapia intensiva di cooperare spiritualmente al bene comune».

 

«Pensate alle parole di San Paolo: Completo nel mio corpo quello che manca ai patimenti di Cristo, per il bene del suo corpo che è la Chiesa (Col 1, 24). La vita di tanti Santi, assieme all’assistenza dei malati e di chi soffre, ci mostra esempi eroici di questa immolazione, dinanzi alla quale l’orgoglio materialista del mondo moderno si volge altrove, perché incapace di comprendere» dice Viganò, sottolineando la concezione cristiana della sofferenza.

 

«Eppure, vissuto con sguardo trascendente, il dolore può diventare una potente preghiera che sale a Dio; proprio nel momento in cui esso è accettato per amore di Nostro Signore e del prossimo, risulta meno gravoso e logorante sopportarlo. Per queste ragioni il sollievo della sofferenza – moralmente lecito finché non priva permanentemente l’individuo delle proprie facoltà – deve tener conto e rispettare la decisione di chi sceglie di offrire questo dolore, anche solo in parte». 

 

Monsignore non si tira indietro rispetto ad un’analisi del quadro generale.

 

«È vero: siete medici. Voi sapete che la vostra è una missione, una vocazione, anche se l’OMS, le multinazionali, il World Economic Forum e tutta la miriade di enti internazionali cercano di irregimentarvi sotto rigidi controlli che stravolgono e corrompono l’autonomia e la libertà che rendono unica e insostituibile la figura del medico. Ma proprio perché oggi state assistendo a cambiamenti radicali che fino a tre anni fa avreste giudicato impensabili e irragionevoli; proprio perché la malattia è un lucroso business che difficilmente le multinazionali del farmaco hanno interesse a ridurre, è indispensabile che vi siano medici capaci di difendere la propria identità e dignità da questa pericolosa deviazione».

 

Il prelato ha quindi toccato anche il tema dei pericoli dell’Intelligenza Artificiale che si potrebbe introdurre nella Sanità, ammonendo i medici:

 

«Non dimenticate che anche voi potreste un giorno ammalarvi, e trovarvi nella medesima situazione di chi oggi siete voi a curare. Pregate di trovare medici coscienziosi e che onorano il Giuramento di Ippocrate, perché in loro assenza non sia un algoritmo o una presunta «Intelligenza Artificiale” a decidere di condurvi all’exitus – come si dice nella neolingua – in quanto non remunerativi per la struttura ospedaliera o di peso per il Sistema sanitario».

 

«Dio vi guardi da tali personaggi cinici e senza morale, che mentre state per esalare l’ultimo respiro fissano la vostra scheda sull’iPad senza degnarvi di uno sguardo.  L’orrore di tanta disumanità – credetemi – si comprende quando ci si trova dall’altra parte, e troppo tardi ci si pente di un sorriso mancato, di un contatto che trasmetta umanità, di quella luce divina che ancora da qualche parte si mostra in questo mondo decadente e apostata» dice monsignor Viganò, sottolineando che «mancherei al mio dovere di Pastore se non vi ricordassi che i precetti della Morale naturale e cristiana rimangono validi ovunque e in qualunque tempo: essi devono essere alla base dei principi fondamentali della deontologia medica».

 

«Fate dunque in modo che chi si affida alle vostre cure possa farlo con serenità, e nella consapevolezza di non vedere in voi degli esecutori di protocolli o dei piazzisti di farmaci, ma delle persone animate dalla volontà di santificarsi – sì: santificarsi, perché questo è ciò che il Signore chiede a ciascuno di noi, e per cui ha versato il Suo Sangue sulla Croce – comportandosi come Gesù stesso farebbe, e vedendo Gesù nei propri pazienti» conclude l’arcivescovo, impartendo la sua benedizione sui partecipanti del Convegno.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pensiero

Il Vaticano autoghigliottinante. Se la Chiesa conciliare loda la Rivoluzione francese

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La segnalazione mi arriva da un sacerdote tradizionista. Da quello che capisco, la notizia circola nei canali di messaggistica, generando un piccolo scandalo, grande appena come il piccolo mondo antico dei cattolici rimasti cattolici.

 

Sito web ufficiale del Dicastero delle Cause dei Santi, l’organismo della Curia romana che si occupa di gestire tutti i processi di beatificazione e canonizzazione: guardiamo la pagina relativa al martirio del beato Jean-Baptiste Souzy (1732-1794), sacerdote morto consunto dalla fame e dalla malattia in una carcerazione disumana inflitta dalle forze anticristiche della Rivoluzione francese.  Con lui sono stati beatificati da Giovanni Paolo II nel 1995 altri 63 suoi compagni, chiamati «Martiri dei Pontoni».

 

Ecco l’incipit della pagina, dopo una citazione dalla Bibbia.

 

«La Rivoluzione Francese ebbe dei grandi meriti nella formazione politica, morale e sociale dell’epoca moderna, ma come tutte le rivoluzioni, che in qualche modo presuppongono un capovolgimento violento delle classi al potere con i rivoltosi, lasciò dietro di sé un lago di sangue, morti ingiuste, delitti e violenze».

 

Bisogna stropicciarsi bene gli occhi e rileggere.

 

«La Rivoluzione Francese ebbe dei grandi meriti nella formazione politica, morale e sociale dell’epoca moderna».

 

Eh?

 

Il Vaticano riconosce valori ai suoi persecutori? Roma si complimenta con chi ha ucciso i suoi figli? Il pastore loda il lupo, indicandolo pure come benemerito fondatore della società dove vive il gregge?

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Parrebbe proprio di sì. E sì che qualche riga sotto si deve pur ammettere come sono andate le cose:

 

«L’Assemblea Costituente nel 1789, dopo aver confiscato tutti i beni ecclesiastici e soppresso gli Istituti religiosi, decretò la Costituzione Civile del Clero, per cui vescovi e parroci, dovevano essere eletti con il voto popolare e imponendo al clero il giuramento di adesione alla Costituzione stessa; ci fu chi aderì (clero giurato) e chi non lo volle fare (clero “refrattario”)».

 

«L’Assemblea Legislativa andata al potere, infierì contro il clero “refrattario” giungendo nel 1792 a massacrarne 300, fra vescovi e sacerdoti. Seguì al potere la Convenzione Nazionale, che emise contro il clero “refrattario” dei decreti di deportazione per cui bisognava presentarsi spontaneamente pena la morte; furono così colpiti 2412 sacerdoti e religiosi, deportati in tre zone della Francia, di cui 829 a La Rochelle (Rochefort)».

 

Ecco, fa capolino la parola giusta: «massacro». In realtà, bisognerebbe ripeterne un’altra: persecuzione. E martirio.

 

In passato avevo notato come Bergoglio, ad esempio nel caso di suore trucidate in Africa, si fosse affrettato a dire che non si trattava di martirii. Il motivo, riflettevo, era evidente: se il sangue dei martiri è il semen christianorum, negare un martirio è compiere una contraccezione della Cristianità.

 

È la chiesa che vuole sterilizzarsi, sparire. Quella che dice ai proprietari di oratori e chiesette di «convertirli ad altro uso»: farli diventare studi di architettura, sale concerto, birrerie, centri yoga magari moschee. È la chiesa fatta di vescovi cui pare sia stato dato l’ordine di svendere, disintegrare gli edifici sacri che hanno ereditato, e pure quelli che non hanno ereditato.

 

È la chiesa della dissoluzione, nel senso del cupio dissolvi, dell’impulso di autodisintegrazione. Questa piccola nota del Dicastero delle Cause dei Santi ci fa capire che sotto potrebbe esserci di più: non solo contrarsi, ma autoghigliottinarsi. L’immaginario della Rivoluzione francese è tutto lì, specie per un cattolico. Il sospetto che questa volontà di suicidio cruenta sia deliberata diventa in noi sempre maggiore.

 

Chiunque, se si è avvicinato alla Religione, quale ecatombe anticristiana sia stata la Rivoluzione. Lo sterminio – sì, il genocidio – è stato immane. Qualcuno parla di almeno 100.000 «martiri della Rivoluzione», ma potrebbero essere molti di più.

 

La Vandea: contadini cattolici si sollevarono contro la Costituzione civile del clero, la chiusura delle chiese, la leva obbligatoria e la politica di scristianizzazione. Le stime oggi più accolte parlano di 150.000-200.000 morti nella regione (combattenti e civili), su una popolazione di circa 800.000 abitanti, cioè circa un quarto. Alcuni storici (Chaunu, Secher) arrivano a 250.000 o più e parlano di genocidio; altri ritengono che si trattasse di una guerra civile con atrocità di massa, non di uno sterminio pianificato in quanto cattolici. Le «colonne infernali» del 1794 massacrarono decine di migliaia di civili.

 

Circa 30.000 preti furono costretti a lasciare la Francia. Alcune centinaia di quelli che restarono furono giustiziati. Uno studio recente stima in poco meno di 3.000 i sacerdoti, i religiosi e le religiose morti in Francia tra il 1792 e il 1800 per motivi legati alla fede. Nei massacri di settembre 1792 a Parigi furono uccisi oltre 200 preti (191 poi beatificati). Il clero, pur essendo una piccola frazione della popolazione, rappresentò circa il 6-6,5% delle vittime della stagione del Terrore.

 

Le esecuzioni giudiziarie nel periodo del Terrore furono circa 16.000-17.000; con fucilazioni sommarie, annegamenti e morti in carcere si arriva a 35.000-40.000. La maggior parte delle vittime erano popolani, non nobili o preti.

 

Sono stati beatificati o canonizzati 443 cattolici uccisi in quel periodo (17 santi e 426 beati), tra cui le carmelitane di Compiègne, le martiri di Orange e i vescovi e preti dei massacri di settembre.

 

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Tralasciamo qui le analisi su come la Rivoluzione e i suoi scherani siano mostruosamente operativi anche oggi. Se non fosse chiaro già guardando figure come quella di Macron (storia strana, la sua…), lo abbiamo imparato guardando le Olimpiadi parigine 2024 e il grande show rivelatore della cerimonia di apertura, con Maria Antonietta decapitata che cantava il canto giacobino Ça ira dal medesimo palazzo in cui fu davvero rinchiusa, mentre cascate di sangue finto si riversano in istrada.

 

 

 

Un filosofo cattolico che solitamente non amo per nulla, il pensatore paulista Plinio Correa di Oliveira (1908-1995) parlava di «trasbordo ideologico inavvertito» un cambiamento graduale e impercettibile delle proprie idee, che porta  i cattolici ad abbracciare princìpi opposti ai propri, come il socialismo o il progressismo. Insomma, una sorta di Finestra di Overton che ti mena al laicismo scatenato.

 

Orbene, a differenza del Plinio, io vedo nella gerarchia un trasbordo ideologico programmato: una pista di lancio verso il suicidio della Chiesa, verso la sua stessa eliminazione violenta. Non nascondo di pensare che ciò potrebbe aver a che fare con la quantità di omosessuali consacrati nelle stanze dei bottoni vaticani.

 

La chiesa conciliare non riconosce più il suo seme, è divenuta sterile. La chiesa conciliare non riconosce più il suo nemico, anzi si offre in sacrifizio ad esso: è divenuta pienamente suicida.

 

Molto vi sarebbe da dire, certo, sulla società che ancora considera la Rivoluzione come lo stupendo atto fondatore della democrazia in Europa. Sì, è stato insegnato pure a me, alle elementari, alle medie, alle superiori. Lo ricordo benissimo.

 

Ciò deriva dal tema, mai discusso davvero, dell’origine completamente massonica dei nostri programmi scolastici, dal Risorgimento (la Rivoluzione massonica in Italia: cosa credete che abbiamo anche noi il tricolore a fare?) ai giorni nostri, senza che mezzo secolo di un partito in teoria cattolico al potere, la DC, abbia potuto fare nulla per cambiare.

 

Per cui, i nostri figli studiano tristi poeti massoni, e la storia del mondo così come la vogliono i grembiulini: è incredibile, perché per inculcare al ragazzo che la Rivoluzione francese è la base dello Stato moderno bisogna fargli mandare giù anche l’innegabile, cioè non tanto il genocidio anticristiano, ma l’infracasino sanguinario rivoluzionario, il Terrore etc. Se ci pensiamo, si tratta di una vera operazione di bispensiero orwelliano: la Rivoluzione è stato un massacro demoniaco, ma va bene così. La Rivoluzione, dicono i libri di testo della scuola dell’obbligo e oltre, è tua madre. Non facciamo battute ulteriori.

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Ora, vi è stato un tempo in cui era possibile prendere rifugio dalla follia della vulgata moderna semplicemente accedendo alla chiesa. Si era sicuri che lì la verità, scritta con il sangue dei martiri, non era stata dimenticata. Impossibile: la Cristianità stessa esiste come architettura costruita, martirio dopo martirio, ricordo dopo ricordo, santo dopo santo, sulle persecuzioni.

 

Invece ora è proprio la chiesa ad abbracciare la sua distruttrice – così che l’intero palazzo bimillenario dovrebbe venir giù, uno spettacolo di devastazione che con evidenza fa godere Satana e tanti suoi servi incistati in Vaticano.

 

Il Concilio Vaticano II è stato un accordo con l’Unione Sovietica, è stato detto. Anzi un accordo con gli ebrei, secondo certuni. Anzi un accordo con la massoneria, secondo altri. Un accordo con il mondo moderno, dicono altri ancora. A noi, per sintesi, viene voglia di dire: il Concilio è stato un accordo con il Male. E se il bene, diceva San Tommaso, è diffusivum sui, è espansione. Il Male, privatio boni, è quindi contrazione. Se il Male è entrato nella chiesa, è chiaro che chiede la sua diminuzione, meno chiese, meno fedeli, meno santi. Meno Dio.

 

Di più: il Male entrato nel Sacro Palazzo chiede la decapitazione stessa della Chiesa cattolica.

 

SPOILER ALERT: non vi riuscirà mai, perché, lo sappiamo, non prevalebunt. Tuttavia guardare questo spettacolo dà, comprensibilmente, il voltastomaco.

 

A chi sente che il malore teologico-gastrico diviene intollerabile possiamo consigliare la cura più valida: iniziate a frequentare la Fraternità San Pio X, la Messa antica, la Tradizione cattolica dove si tramanda la Storia vera, la Religione vera, la Verità.

 

Monsignor Lefebvre, rammentiamo en passant, era proprio francese…

 

Roberto Dal Bosco

 

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Spirito

Il Magistero non reinventa la fede

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Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in diverse parti. Quest’undicesima parte ci ricorda che il Magistero non è il padrone della Rivelazione, ma il custode del deposito ricevuto dagli Apostoli. Può approfondirne e chiarirne il significato, ma mai alterarne il senso di una verità rivelata né contraddire quanto la Chiesa ha costantemente insegnato.  

X. Il Magistero, custode del deposito rivelato

80. Credo che il Romano Pontefice goda di infallibilità quando parla ex cathedra , cioè quando, adempiendo al suo dovere di pastore e maestro di tutti i cristiani, definisce, in virtù della sua suprema autorità apostolica, che una dottrina riguardante la fede o la morale debba essere condivisa dalla Chiesa universale.   81. Affermo inoltre che il potere del Magistero nella Chiesa è essenzialmente ordinato alla custodia del deposito rivelato e, attraverso questa custodia, alla salvezza delle anime. Lo Spirito Santo non fu promesso ai successori di Pietro perché manifestassero una nuova dottrina, ma perché custodissero santamente e spiegassero fedelmente il deposito trasmesso dagli Apostoli.   82. Ecco perché il Magistero attuale non può sostanzialmente contraddire il Magistero precedente. Il Magistero vivente non è la predicazione attuale contrapposta a quella passata; è la predicazione continua e ininterrotta dello stesso significato, della stessa verità di fede, attraverso i secoli. Il Papa e i vescovi non sono i padroni della Rivelazione; ne sono i custodi e ad essa sono soggetti come un discepolo al suo maestro. Non possono né cambiare la fede, né modificare la costituzione divina della Chiesa, né dichiarare buono ciò che è contrario alla legge di Dio.

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83. Rifiuto pertanto qualsiasi concezione evoluzionistica del dogma, secondo la quale le verità rivelate cambierebbero significato nel corso della storia. Può esserci all’interno della Chiesa un progresso omogeneo nella comprensione, che percepisce il significato della verità rivelata in modo più chiaro, distinto ed esplicito; ma mai una mutazione nel significato di tale verità. Ciò che è già stato insegnato dal Magistero vivente della Chiesa docente, e creduto nella professione di fede della Chiesa che viene istruita, non può diventare falso; ciò che è stato condannato come contrario alla fede non può diventare legittimo; ciò che appartiene alla costituzione divina della Chiesa non può essere rimodellato secondo le categorie del mondo moderno o del contesto storico e culturale.   84. Respingo dunque la nozione di un nuovo magistero, che pretenderebbe di essere autorizzato dal tempo presente a imporre dottrine contrarie o estranee alla costante Tradizione. Respinggo altresì l’artificiosa contrapposizione tra il Magistero di ieri e quello di oggi, come se l’unico Magistero vivente della Sposa di Cristo fosse quello del tempo presente e potesse, con il pretesto di un migliore adattamento, rinnegare ciò che la Chiesa ha sempre insegnato, creduto e condannato fin dai tempi degli Apostoli.   85. Sostengo che, pur preservando la legittima libertà di ricerca e di opinione dei teologi riguardo a questioni dottrinali aperte o controverse, il Magistero della Chiesa ha il legittimo dovere di esercitare il controllo e, ove necessario, la censura sulle pubblicazioni, per impedire che esse mettano in pericolo la fede dei fedeli. Respinggo pertanto l’accusa mossa contro la Santa Chiesa di essere stata priva di carità nell’anatematizzare le eresie e scomunicare gli eretici. 86. Rifiuto altresì il dialogo perpetuo instaurato nello spirito del Concilio precedente, con il quale la gerarchia rinuncia all’esercizio di un vero Magistero e talvolta afferma di trarre ispirazione dal “senso di fede” del popolo dei credenti, talvolta di dialogare alla pari con i seguaci di false religioni, o persino con gli increduli.   87. Infine, respingo la concezione soggettivista del pluralismo teologico, che deriva da una simile abdicazione alla funzione magisteriale. Sostengo che la Chiesa non è un’assemblea in perenne ricerca, ma che è custode di una verità rivelata da Dio e trasmessa dagli Apostoli, e che il suo autentico Magistero, assicurando attraverso i secoli la trasmissione ininterrotta del deposito rivelato, è la regola immediata e universale della verità in materia di fede e di morale.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine: interno del Duomo di Bressanone in Alto Adige durante la messa domenicale. Immagine di Uoaei1 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported  
 
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Pugile attribuisce alla Santa Trinità la sua spettacolare vittoria al campionato dei pesi massimi

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Il pugile croato trentaquattrenne Filip Hrgovic è diventato campione dei pesi massimi della Federazione Internazionale di Pugilato (IBF) il 29 agosto, attribuendo il suo successo a Gesù Cristo dal ring dopo aver sconfitto il ventunenne inglese Moses Itauma.

 

Itauma sembrava avere la meglio all’inizio dell’incontro, aprendo con un’offensiva aggressiva che ha «dominato» Hrgovic nel primo round. Tuttavia la pazienza ha avuto la meglio, poiché «alla fine del sesto round, Hrgovic ha percepito la stanchezza dell’avversario e ha bombardato Itauma di pugni, non riuscendo miracolosamente a mandarlo al tappeto». Itauma ha iniziato a rallentare nel settimo round e alla fine ha gettato la spugna nel nono.

 

Nell’intervista rilasciata subito dopo la vittoria, Hrgovic ha attribuito il merito del suo successo a una forza superiore.

 

«Lasciatemi dire una cosa», disse. «Non sono stato io stasera. È stato Gesù Cristo in me. Lo Spirito Santo. Padre, Figlio e Spirito Santo. Non sono stato io. Stavo perdendo ogni round. Sono stato surclassato. E non so da dove ho preso l’energia in quel (nono) round. E non era davvero la mia forza. Era lo Spirito Santo».

 

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«Mi ha dato la forza in questo ritiro per sopportare tutto, per fare il miglior ritiro della mia vita. Mi ha messo in contatto con questo grande allenatore, Abel Sanchez», ha continuato il pugile. «Ero nella migliore forma della mia vita grazie a lui. Mi ha messo in contatto con il mio manager, Keith Connolly, che mi ha cambiato la vita, il miglior manager in circolazione. E tutta la mia squadra, mio ​​nipote Antonio, il mio chef, il mio fisioterapista, i miei sparring partner – ha organizzato tutto per avere un ritiro perfetto e un incontro perfetto. Quindi, grazie al mio Signore Gesù Cristo».

 

Il pugilatore croato ha un rapporto dichiaratamente forte e pubblico con la fede cattolica. Già nel 2015 si definì apertamente cattolico, dicendo di frequentare la messa domenicale. Nel tempo il suo modo di parlarne è cambiato: se nelle prime interviste la religione era solo un tratto biografico di un giovane atleta, negli anni successivi è diventata il linguaggio con cui racconta esperienze, difficoltà, stato psicologico e percorso professionale, tanto da poterlo descrivere non solo come «cattolico praticante» ma come testimone pubblico della propria fede cristiana.

 

Nel 2015, al quotidiano croato Večernji list, aveva risposto senza esitazioni alla domanda sulla fede:«credo in Dio, sono cattolico», aggiungendo di frequentare la messa domenicale. Il campione porta con sé una Bibbia nei ritiri di allenamento da circa dieci anni. «Porto la Parola di Dio in ogni campo da dieci anni. Mi dà forza per restare unito a Dio». Il boxeur porta con sé anche l’acqua santa.

 

«Il rapporto con Dio è la cosa più importante nella vita. I soldi e la gloria sono vuoti, tanto moriremo tutti» ha dichiarato lo Hrgovic. Sposato in chiesa a Sesvete, considera l’esito del match secondario rispetto alla volontà di Dio e alla salvezza dell’anima.

 

L’incontro ha rappresentato la prima sconfitta da professionista per Itauma e il 22° per Hrgovic. Il suo prossimo avversario dovrebbe essere il pugile cubano Frank Sanchez.

 

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