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Epidemie

Cina e Vaticano, tra gay e Coronavirus

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La Santa Sede «apprezza questo gesto generoso ed esprime la sua gratitudine ai Vescovi, ai fedeli cattolici, alle istituzioni e a tutti gli altri cittadini cinesi». Il Vaticano ha ringraziato la Cina per aver inviato forniture mediche per aiutare a combattere il COVID-19, nonostante il virus si sia originato proprio nel paese comunista.

 

«Il Vaticano esulta per la spedizione di forniture mediche cinesi per aiutare a gestire il coronavirus» titola la testata prolife canadese Lifesitenews.

 

L’inviata a Roma Diane Montagna riporta la dichiarazione del 9 aprile di Matteo Bruni della Sala Stampa della Santa Sede: le «donazioni» sono arrivate attraverso la Croce Rossa cinese e la Hebei Jinde Charities Foundation e che le forniture sono state «un’espressione di solidarietà del popolo cinese e delle comunità cattoliche verso coloro che sono coinvolti nel soccorso delle persone colpite da COVID-19 e nella prevenzione dell’attuale epidemia di coronavirus».

 

La Santa Sede, che dall’Italia riceve quantomeno il fiume di danaro dell’8 per mille, ad inizio febbraio aveva pure inviato gratuitamente 700.000 mascherine ai cinesi

La Santa Sede «apprezza questo gesto generoso ed esprime la sua gratitudine ai Vescovi, ai fedeli cattolici, alle istituzioni e a tutti i cittadini cinesi per questa iniziativa umanitaria, assicurando loro la stima e le preghiere del Santo Padre».

 

Come abbiamo preso di recente anche dalla cronaca di altri Paesi (Olanda, Spagna), la Cina non sta esattamente regalando le forniture mediche, che talvolta sono inutilizzabili perché difettose. Abbiamo appreso anche dai discorsi arzigogolati del Ministro degli Esteri Italiano Di Maio che la Cina sta vendendo il materiale, anche se poi la politica filocinese ci sta facendo credere che si tratti di aiuti. Lo scandalo è sorto quando un ufficiale dell’amministrazione Trump avrebbe rivelato che la Cina avrebbe costretto l’Italia a comprare le stesse mascherine che l’Italia in primo luogo aveva donato gratuitamente, quando la crisi epidemica pareva essere confinata alla sola Cina.

 

Ricordiamo qui che anche la Santa Sede, che dall’Italia riceve quantomeno il fiume di danaro dell’8 per mille, aveva pure inviato gratuitamente 700.000 mascherine ai cinesi. Era il 3 febbraio 2020.

 

Non è chiaro cosa abbia voluto la Repubblica Popolare Cinese in cambio.  Magari il pagamento non è stato in danaro: verrebbe da dire che la Santa Sede, con la sua sconsiderata e blasfema ostpolitik verso la Cina (di fatto un tradimento di quasi un secolo di martiri cattolici cinesi, e di milioni di fedeli che vivono la Fede nelle catacombe rischiando l’arresto e la morte) forse ha pagato con l’anima. Qualcuno potrebbe dire che ha già pagato.

L’accordo del 2018 tra Pechino e Vaticano di fatto è la vendita dell’anima cattolica al Moloch del Partito Comunista Cinese

 

L’accordo del 2018 tra Pechino e Vaticano di fatto è la vendita dell’anima cattolica al Moloch del Partito Comunista cinese. Sotto la supervisione del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, l’accordo garantisce potere decisionale al governo di Xi nella nomina dei vescovi, tra le altre concessioni, e apre la strada all’unificazione dell’Associazione Patriottica Cinese (cioè la chiesa «patacca» creata dai cinesi per attirare i cattolici), approvata dallo Stato, e la Chiesa sotterranea, i cui membri sono rimasti uniti alla Santa Sede nonostante il rischio di essere uccisi, imprigionati o altrimenti perseguitati per la loro fede.

 

Per attuare l’affare, il  Vaticano  ha riconosciuto e consacrato sette vescovi «patriottici» scomunicati e ha chiesto a due vescovi clandestini che avevano servito fedelmente per decenni sotto intense persecuzioni di dimettersi a favore dei vescovi riconosciuti dal Partito Comunista. Partito che regge quello Stato dove la fertilità è limitata con aborti forzati, dove l’espianto degli organi è una realtà comune, dove la religione è perseguitata – tutte cose a cui, prima dell’accordo pechinese-bergogliano, pareva che alla Chiesa importasse qualcosa.

 

In Cina la fertilità è limitata con aborti forzati, dove l’espianto degli organi è una realtà comune, dove la religione è perseguitata – tutte cose a cui, prima dell’accordo pechinese-bergogliano, pareva che alla Chiesa importasse qualcosa

«Il Vaticano dovrebbe capire che sta trattando con le organizzazioni del fronte del Partito Comunista e moderare i suoi entusiasmi in generale per quanto riguarda tutte le questioni relative alla Cina», ha scritto in una e-mail a LifeSiteNews Steve Mosher, esperto di affari cinesi che ha esposto al mondo la politica sull’aborto forzato del Partito Comunista, nonché i suoi orribili protocolli per l’espianto di organi.

 

«La Croce Rossa cinese, nonostante il nome, non ha alcun legame con il Cristianesimo. È un’organizzazione gestita dal governo in Cina che è stata recentemente  accusata  di ricevere donazioni destinate alle persone sofferenti di Wuhan nelle settimane passate e averle dirottate per i propri scopi» continua Mosher, autore del libro edito nel 2017 Bully of Asia: Why China’s Dream is the New Threat to World Order Il bullo dell’Asia: perché il sogno cinese è la nuova minaccia per l’ordine mondiale»).

 

«Inoltre, la qualità delle forniture mediche dalla Cina dovrebbe sempre essere attentamente esaminata prima di essere utilizzata. I respiratori non filtrano correttamente i patogeni nell’aria, mentre i test spesso producono risultati falsi», ha aggiunto.

 

Mosher ha anche dichiarato altrove che sta sta diventando sempre più evidente che il coronavirus è sfuggito al laboratorio biomedico di Wuhan, che i tentativi del leader comunista Xi Jinping di sopprimere la notizia dell’epidemia e del rifiuto di agire hanno portato a innumerevoli morti in Cina e alla conseguente rapida e catastrofica diffusione del virus in tutto il mondo, e che il regime di Xi continua a mentire sulla devastazione che la malattia ha provocato in Cina.

 

In Vaticano dell’ipotesi di virus artificiale – ipotesi che esporrebbe Pechino a responsabilità abissali che potrebbero disintegrare il «disgelo» tra Pechino e il Sacro Palazzo – non è stata mai nominata. Tuttavia nel mondo cattolico fuori dall’orbita della cricca bergogliana cardinali e vescovi cominciano a parlarne.

 

L’immorale realpolitik vaticana spiega il silenzio dinanzi alla catastrofe virale globale partita dalla Cina

Il Cardinale cingalese Malcolm Ranjith, noto per le sue posizioni conservatrici, ha parlato subito della Pandemia come il frutto «di sperimentazioni da parte di una nazione ricca e potente», e aggiungendo anche prospettive di politica transnazionale necessarie: «dobbiamo  mettere al bando questo tipo di sperimentazioni che portano al risultato della perdita di vita e causano dolore e sofferenze a tutta la umanità» ha detto il cardinale di Colomb, mandando un messaggio alle autorità internazionali, che dovrebbero aprire le indagini e portare i «responsabili a processo per genocidio».

 

A Ranjith ha fatto eco il vescovo birmano Charles Maung Bo, la prima figura religiosa ad accusare pubblicamente il Partito Comunista Cinese di essere «moralmente colpevole» per la pandemia, di aver vittimizzato il popolo cinese e di «aver distrutto vite in tutto il mondo».

 

L’immorale realpolitik vaticana spiega il silenzio dinanzi alla catastrofe virale globale partita dalla Cina.  «Da quando è stato firmato l’accordo, il regime di Xi ha iniziato la  campagna per eliminare la Chiesa cattolica sotterranea, costringendo i sacerdoti a firmare un documento attestante che aderiranno alla “Chiesa cattolica indipendente” gestita dallo stato che ha portato all’arresto dei sacerdoti che si oppongono, alla chiusura delle loro parrocchie e alla persecuzione» scrive LSN.

 

Nel frattempo, papa Francesco ha diffuso un video messaggio indirizzato ai cattolici cinesi a marzo incoraggiandoli ad essere «buoni cittadini» e a non impegnarsi in attività di «proselitismo», un comando che si oppone in modo patente a quello evangelico: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc, 16,15)

L’ironia dell’accoglienza da parte del Vaticano delle forniture mediche cinesi non è passata inosservata ai cattolici sui social media. «I loro 30 pezzi d’argento per aver tradito la Chiesa in Cina … disgustoso»,  ha commentato il frate David M. Chiantella. «Il Vaticano è perduto. Sta a noi mantenere forte la nostra fede. Non possiamo più fare affidamento sui leader della nostra fede. Sono stati compromessi », ha commentato Amme Grimaldi.

 

Nel frattempo, papa Francesco ha diffuso un video messaggio indirizzato ai cattolici cinesi a marzo incoraggiandoli ad essere «buoni cittadini» e a non impegnarsi in attività di «proselitismo», un comando che si oppone in modo patente a quello evangelico: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc, 16,15)

 

«La Chiesa vuole che i cristiani cinesi siano veri cristiani e buoni cittadini», ha detto il Bergoglio. «Dovrebbero promuovere il Vangelo, ma senza impegnarsi nel proselitismo e devono raggiungere l’unità della comunità cattolica divisa».

 

Qualcuno ha notato che l’accordo tra il Vaticano e la Cina potrebbe pure essere dovuto ad uno specioso misfatto elettronico.

 

Che ci sia verso pezzi grossi della Curia da parte del Partito Comunista Cinese anche un possibile ricatto basato sui dati dell’app di incontri omosessuali Grindr?

Grindr, la app di incontri sessuali gay dove si dice siano presenti vari consacrati (notoriamente, la quantità di omosessuali in Curia è secondo alcune analisi piuttosto alta), per un periodo finì nelle mani dei cinesi, che acquistarono la società. Il governo Trump chiese alla Cina di farla tornare in mano americana, perché i servizi USA paventavano che le informazioni contenute in quella app (tra cui alcune davvero delicate, ) mettessero a rischio la sicurezza nazionale: quante persone, nell’esercito e nella pubblica amministrazione, nel governo e nelle grandi aziende, potevano essere ricattate?

 

Cosa piuttosto incredibile, la Cina acconsentì, e l’applicazione dei festini omosessuali tornò di proprietà americana. È lecito pensare che qualche copia dei file i cinesi li abbiano tenuti.

 

Che ci sia verso pezzi grossi della Curia da parte del Partito Comunista Cinese anche un possibile ricatto basato sui dati dell’app di Sodoma? Probabilmente non lo sapremo mai.

 

Tuttavia vi lasciamo con una curiosa coincidenza. Ad inizio gennaio vi fu un’offerta italiana di ben 260 milioni di euro per acquistare Grindr. Ad offrire la non indifferente somma è stata la software house milanese Bending Spoons, una startup partecipata dalla holding H14 (che fa capo a Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi) e Nuo Capital, che è un fondo guidato da un ex top manager di Banca Imi, ma, si lesse sui giornali, «con capitale asiatico».

 

Il tutto mentre nella bergamasca preti veri muoiono a decine per portare i sacramenti ai fedeli sterminati dal virus cinese. Sono anche quelli dei martiri «cinesi» che la Chiesa non vuole riconoscere più.

Bending Spoons è l’azienda scelta dal governo per l’app di tracciamento dei cittadini ai tempi del Coronavirus.

 

In Cina l’app di tracciamento è una realtà assodata che impedisce la libera circolazione dei cittadini. Dell’allucinante società di sorveglianza elettronica che è la Cina Renovatio 21 vi ha parlato spesso. Per molti, per esempio per il capo della non troppo lucida task force per la riapertura Vittorio Colao, sistemi di controllo ultradiffusi sono il nostro destino obbligato.

 

Insomma, l’Italia finisce ad assomigliare sempre più alla Cina. A farci da apripista sono stati, come spesso è accaduto, i preti.  O meglio, dei personaggi in clergyman e senza nessuna Fede, ma con la particolarità di qualche vizietto per il quale forse sono pure ricattati.

 

Il tutto mentre nella bergamasca preti veri muoiono a decine per portare i sacramenti ai fedeli sterminati dal virus cinese. Sono anche quelli dei martiri «cinesi» che la Chiesa non vuole riconoscere più.

 

 

Roberto Dal Bosco

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Epidemie

L’FBI di Biden ha bloccato l’interrogatorio di Daszak nella ricerca sulle origini del COVID-19

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L’FBI sotto l’amministrazione Biden è intervenuta per impedire che il presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak, venisse interrogato sulle origini del COVID-19 e sui suoi 15 anni di attività presso il laboratorio cinese da cui probabilmente è fuoriuscito il virus, secondo documenti resi pubblici dal senatore Rand Paul.

 

Il Paul, presidente della Commissione del Senato per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi, ha reso noto che i documenti descrivono in dettaglio come il National Targeting Center della US Customs and Border Protection (CBP) avesse identificato Daszak come «persona di estremo interesse» e intendesse interrogarlo nel febbraio 2021 sulle sue «attività in Cina, i suoi contatti presso il WIV [Istituto di Virologia di Wuhan, ndr] e se avesse raccolto o trasportato campioni biologici», vista la sua partecipazione alla controversa ricerca «gain-of-function», che prevede il potenziamento intenzionale dei virus per studiarne i potenziali effetti.

 

Tuttavia, tre giorni prima dell’arrivo previsto di Daszak all’aeroporto internazionale John F. Kennedy per il suo rientro negli Stati Uniti, «il CBP ha ricevuto una richiesta dall’ufficio dell’FBI di Nuova York: non fermare il soggetto», si legge nel comunicato. «L’ispezione non ha mai avuto luogo».

 

Il Daszak, che negli ultimi tempi ha annunciato anche di avere origini ucraine, è una figura fondamentale nella storia,  ancora non scritta,  della pandemia. Secondo il libro di Andrew Huff, ex vicepresidente Adell’organizzazione del Daszak, EcoHealth Alliance avrebbe avuto, legami con la CIA.

 

«Queste discussioni hanno portato a pubblicazioni che indicano che il dottor Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, stava lavorando con la CIA e che l’agente biologico comunemente noto come COVID-19 (SARS-CoV-2) era in fase di sviluppo presso EcoHealth Alliance da allora 2012 e altre prove suggeriscono che la SARS-CoV-2 sia iniziata prima del 2012» si legge nel libro di Huff The Truth about Wuhan.

 

Dopo che il SARS-CoV-2 è scoppiato nella stessa città in cui Daszak stava finanziando manipolazioni il coronavirus da pipistrello, la (un tempo) prestigiosissima rivista scientifica The Lancet aveva pubblicato un documento firmato dallo stesso Daszak con oltre due dozzine di scienziati, in cui insisteva che il virus avrebbe potuto provenire solo da un evento di spillover naturale, probabilmente da un mercato di animali vivi e che gli scienziati «stanno uniti per condannare fermamente le teorie del complotto che suggeriscono che il COVID-19 non ha un’origine naturale».

 

Solo più tardi Lancet avrebbe  notato gli evidentissimi conflitti di interessi di Daszak, che fu grottescamente immesso poi – su pressione anche cinese, si disse – nel gruppo di ispettori che a pandemia dilagante fece una visita-farsa al laboratorio virologico wuhaniano.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’organizzazione del Daszak EcoHealth Alliance aveva ricevuto ancora incredibilmente tre milioni di dollari dal ministero della Difesa dell’amministrazione Biden pure dopo la pandemia.

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«Questa non è tutta la storia. È solo l’inizio», ha anticipato il senatore Paul su X.

 


Le origini del COVID rappresentano uno dei numerosi scandali ancora ufficialmente irrisolti che persistono a cinque anni dalla pandemia. Pubblicamente, la teoria secondo cui il COVID sarebbe sfuggito dal laboratorio di Wuhano, anziché essersi evoluto in natura, è stata ampiamente derisa e respinta sin da quando il senatore statunitense Tom Cotton  l’ha avanzata nel febbraio 2020, e per mesi qualsiasi accenno a tale ipotesi è stato condannato come disinformazione. Solo a metà del 2021, ben dopo che i Democratici avevano riconquistato la Casa Bianca, i principali media hanno iniziato a considerarla una possibilità.

 

Come riportato da Renovatio 21, la svolta fu probabilmente quando nel 2021 uscì un articolo sul Bulletin of Atomic Scientists del noto e rispettato divulgatore scientifico Nicholas Wade.

 

Nel 2024, la Sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus del Comitato di supervisione e responsabilità della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha pubblicato la sua tanto attesa analisi post-evento sul COVID-19 e sulla risposta del governo.

 

Lo studio ha concluso che il COVID è molto probabilmente «emerso a seguito di un incidente di laboratorio o legato alla ricerca», che il governo federale ha sostenuto la ricerca «gain-of-function» presso il WIV senza adeguata trasparenza o supervisione e che l’ex consigliere della Casa Bianca per il COVID e direttore del National Institute of Allergy & Infectious Diseases (NIAID), il dottor Anthony Fauci, «ha giocato con la semantica della definizione di ricerca “gain-of-function”» per negarla, oltre ad aver promosso la creazione del controverso paper «Proximal Origins» nel tentativo di screditare la teoria della fuga di laboratorio, rilevando inoltre che i funzionari del NIAID hanno attivamente cercato di eludere le richieste di accesso agli atti FOIA (Freedom of Information Act) relative alla questione, ad esempio scrivendo intenzionalmente in modo errato vari nomi e termini per renderli più difficili da trovare nelle ricerche per parole chiave.

 

Due anni fa alcuni scienziati chiesero alla rivista che pubblicò «Proximal Origins», cioè Nature Medicine, di ritrattare l’articolo. A maggio 2025 era emerso che l’amministrazione Trump indaga sull’editore del documento sulle origini del COVID per corruzione, citando l’influenza di Fauci.

 

Come riportato da Renovatio 21, sulle responsabilità di Fauci nel finanziamento del gain-of-function a Wuhano disse di non aver alcun dubbio l’ex direttore del CDC Robert Redfield. Nel corso dello scorso anno è emerso che Fauci aveva detto ai colleghi di cancellare le prime comunicazioni relative al COVID; a ciò si aggiunge la notizia per cui un assistente di Fauci avrebbe distrutto e-mail sensibili ed utilizzato un account privato per nascondere ilegami con il laboratorio wuhaniano. Secondo documenti emersi nelle inchieste, il Fauci sapeva dell’origine laboratoriale del virus e sapeva pure che i vaccini mRNA non avrebbero funzionato.

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Il senatore Paul ha sostenuto che il Dipartimento di Giustizia dovrebbe perseguire Fauci per aver mentito al Congresso su questa e altre questioni relative al COVID, sebbene il presidente Joe Biden abbia concesso a Fauci un’amnistia generale prima di lasciare l’incarico, rendendo altamente improbabile qualsiasi futura azione penale e ancor meno probabile che venga confermata.

 

Il Paul, che lavora da mesi e mesi a richieste di documenti di Intelligence su Fauci, il dottor Ralph Baric e il COVID,  sostiene che il tentativo dovrebbe comunque essere fatto, in modo che i tribunali possano decidere se confermare o meno l’amnistia alla luce dei dubbi sulla capacità mentale e decisionale di Biden nei suoi ultimi giorni di mandato. Già un lustro fa, il senatore aveva dichiarato pubblicamente che «Fauci potrebbe essere il responsabile dell’intera pandemia».

 

Come riportato da Renovatio 21, l’FBI era a conoscenza della possibile fuga da laboratorio già nel marzo 2020. Si discute oramai da anni anche del fatto che militari di tutto il mondo potrebbero aver contratto il coronavirus durante i Giochi sportivi militari di Wuhano nell’ottobre 2019, contribuendo quindi alla diffusione mondiale del COVID. L’Intelligence americana ancora nel 2021 aveva confermato che lavoratori del laboratorio di Wuhano erano già malati a novembre 2019.

 

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Immagine di Tony Webster via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

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Alimentazione

Epidemia di diarrea negli USA, la lattuga sotto accusa

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Le autorità sanitarie statunitensi hanno identificato la lattuga iceberg tritata servita nella più grande catena di fast food di ispirazione messicana del Paese come la fonte di un’epidemia di ciclosporiasi, una malattia parassitaria che causa diarrea grave ed esplosiva.   Dall’inizio di maggio, a livello nazionale sono stati segnalati oltre 1.600 casi di ciclosporiasi confermati in laboratorio, con 94 persone ricoverate in ospedale. Non sono stati segnalati decessi, sebbene i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) abbiano avvertito che il numero effettivo di infezioni è probabilmente molto più elevato, poiché molti casi non vengono diagnosticati.   Venerdì scorso il CDC ha identificato la catena come Taco Bell e ha affermato che un’indagine di tracciabilità ha collegato i prodotti contaminati a un unico fornitore nel Messico centrale. L’ente epidemico ha esortato le persone a non consumare la lattuga iceberg tritata servita nei ristoranti Taco Bell in Indiana, Kentucky, Michigan, Ohio e West Virginia.   L’agenzia ha dichiarato che il fornitore coinvolto, Taylor Farms de Mexico, ha ritirato volontariamente tutta la lattuga iceberg dal mercato statunitense. Le autorità stanno continuando a indagare per accertare se i prodotti contaminati siano stati distribuiti ad altri ristoranti o rivenditori.

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La ciclosporiasi è causata dal parassita microscopico Cyclospora cayetanensis. La malattia si manifesta tipicamente con diarrea acquosa esplosiva, accompagnata da gonfiore, flatulenza, crampi addominali, nausea e vomito. Alcune persone presentano anche affaticamento e febbre, mentre altre non sviluppano alcun sintomo.   Secondo il CDC, l’infezione si contrae solitamente consumando cibo o acqua contaminati da feci, e i sintomi compaiono in genere circa una settimana dopo l’esposizione.   Sebbene la malattia possa essere curata con antibiotici, non viene rilevata dalla maggior parte degli esami di laboratorio di routine, il che rende difficile la diagnosi. Se non trattata, l’infezione può durare più di un mese, con episodi ricorrenti di diarrea come sintomo più caratteristico.   Il parassita è endemico nei Paesi tropicali e subtropicali. Non vi sono prove che sia in grado di trasmettersi da uomo a uomo.   Precedenti focolai di ciclosporiasi negli Stati Uniti sono stati collegati a coriandolo, lamponi, piselli, lattuga e basilico importati dal Messico.   La crescente popolarità del cibo messicano presso la popolazione americana, che con Trump ha di fatto espresso la volontà di tenere i messicani fuori dagli USA, rimane un mistero.   La catena Taco Bell gode di un successo straordinario  che supera l’andamento generale del settore dei ristoranti a servizio rapido (QSR). La catena domina capillarmente il mercato statunitense della cucina di ispirazione messicana, controllando oltre il 26% dei ristoranti di categoria organizzati in catene.   La sua rete commerciale sul suolo americano conta oltre 7.600 pricipali punti vendita distribuiti in tutti gli stati, con una concentrazione record in California che supera gli 880 ristoranti, seguita dal Texas con più di 650. Questa massiccia presenza fisica consente al marchio di servire oltre due miliardi di clienti ogni anno a livello globale, la stragrande maggioranza dei quali concentrata proprio nel mercato domestico.

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I dati finanziari più recenti evidenziano una crescita straordinariamente solida e costante: nel primo trimestre del 2026, Taco Bell ha registrato un aumento dell’8% delle vendite a parità di negozi negli Stati Uniti, segnando l’ottavo trimestre consecutivo di crescita comparabile positiva. Questo incremento segue i già eccellenti risultati dell’ultimo trimestre del 2025, che si era chiuso con un +7% nelle vendite domestiche a parità di posizioni.   A livello di vendite complessive di sistema, il marchio ha registrato un balzo del 10% nello stesso trimestre del 2026, accompagnato da un incremento del 3% nelle transazioni totali e da una crescita dei profitti operativi pari al 39%. L’applicazione mobile di Taco Bell ha superato i 17 milioni di visitatori unici mensili negli Stati Uniti, scalzando giganti storici della ristorazione veloce e posizionandosi come la seconda app di fast food più utilizzata nel Paese.   I fattori chiave di questo successo poggiano sulla capacità di attrarre fasce demografiche trasversali, intercettando sia i consumatori a basso reddito sia le famiglie e i giovani della Generazione Z tra i 18 e i 24 anni.   Ora tutti costoro rischiano di dover correre alla toilette e starvi per lungo tempo – se va bene. Non è dato capire cosa accadrà alla finanze di Taco Bell e del suo gruppo di controllo Yum Brands, tuttavia è difficile pensare che gli americani invertano il loro crescente amore verso il cibo dello spesso diprezzato Paese limitrofo.

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Epidemie

Ebola, gli Stati Uniti impediscono ai cittadini americani residenti nella Repubblica Democratica del Congo di rientrare in patria

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Gli Stati Uniti hanno vietato ai propri cittadini residenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) di imbarcarsi su voli commerciali per tornare in patria finché non avranno trascorso almeno 21 giorni in un altro Paese, a causa del peggioramento dell’epidemia di Ebola.

 

Le restrizioni, annunciate lunedì dall’amministrazione Trump, prevedono l’inserimento dei cittadini statunitensi attualmente nella Repubblica Democratica del Congo o che hanno recentemente lasciato il Paese in una lista di persone a cui è vietato l’imbarco, avvalendosi dei poteri federali in materia di trasporti, ha riferito Reuters, citando un funzionario della Casa Bianca.

 

Secondo quanto riferito dal funzionario, circa una ventina di americani si stavano preparando a volare negli Stati Uniti martedì, e il Dipartimento di Stato avrebbe fornito assistenza alle persone interessate durante il periodo di attesa.

 

Il provvedimento giunge nel contesto di una rapida diffusione dell’epidemia del ceppo Bundibugyo di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, dove, all’11 luglio, le autorità sanitarie hanno segnalato 1.926 casi confermati e 702 decessi.

 

Venerdì, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno annunciato che un cittadino americano che lavora per un’organizzazione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo è risultato positivo al virus Ebola. Un altro cittadino statunitense, contagiato mentre lavorava nel Paese centroafricano, è stato ricoverato all’Ospedale Universitario di Francoforte, in Germania, come ha comunicato lunedì il suo datore di lavoro, l’organizzazione cristiana evangelica Samaritan’s Purse. Anche Peter Stafford, chirurgo e leader del gruppo missionario cristiano Serge, che aveva contratto il virus all’inizio dell’epidemia, è stato trasferito in Germania per ricevere cure.

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L’Uganda ha segnalato 20 casi confermati e due decessi. Un caso legato a un viaggio nella Repubblica Democratica del Congo è stato inoltre rilevato in Francia e riguarda un medico rientrato alla fine del mese scorso da una missione umanitaria.

 

Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che, sebbene l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo continui a progredire più rapidamente della risposta all’emergenza, il rischio di una più ampia diffusione internazionale rimane basso.

 

Washington aveva già inasprito le regole di viaggio in risposta all’epidemia. A maggio, il CDC ha innalzato il livello di allerta per i viaggi in alcune zone della Repubblica Democratica del Congo e dell’Uganda, mentre il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha disposto che i viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Uganda e dal Sud Sudan si sottoponessero a controlli più rigorosi negli aeroporti statunitensi designati.

 

Lunedì, il CDC ha annunciato di aver prorogato di altri 30 giorni la precedente sospensione dell’ingresso di alcuni cittadini non statunitensi che si erano trovati nella Repubblica Democratica del Congo, in Uganda o nel Sud Sudan nei 21 giorni precedenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Kenya ha già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.

 

Secondo un Rapporto OMS, entro settembre vi sarebbe il rischio di oltre 8.000 casi di Ebola in Congo.

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.

 

Nelle scorse settimane manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.

 

Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.

 

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