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Civiltà

La grande manovra tribale per la distruzione della classe media

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Avrete visto tutti il video di quella ragazza ligure, titolare di una panetteria, che scoppia in lacrime perché oramai certa di non poter riaprire più. Il video è stato condiviso ovunque, ed è solo l’eco di tante grida di imprenditori e partite IVA intorno che sento intorno a me.

 

In breve, stiamo cominciando a capire tutti che i mirabolanti 750 miliardi promessi da Conte non sono altro, in ultima analisi, che un trasferimento ulteriore di danaro dal privato al pubblico.

 

La cosa mica è nuova: era implicitamente invocata da Monti ed è perfino oggi rivendicata apertis verbis dalla Fornero («prima o poi sarà necessario un intervento straordinario, una forma di trasferimento dalla ricchezza privata alla riduzione del debito pubblico»). On connait la chanson: sono le omelie sui troppi risparmi degli italiani a fronte del debito pubblico da ripianare come da diktat di Bruxelles, Francoforte e dei «mercati». Ce lo chiede la finanza, ce lo chiede l’Europa di mettervi le mani in tasca.

 

I 750 miliardi promessi da Conte non sono altro che un trasferimento ulteriore di danaro dal privato al pubblico

Ragioniamo: le centinaia di miliardi di Conte non sono uno stimolo fatto da una Zecca indipendente, denaro «fiat», non sono un piano Marshall. Sono prestiti.

 

A differenza del pur pessimo Emmanuel Macron, che a Marzo annunziava a reti unificate di rinviare le tasse a tutti gli imprenditori che lo volessero, in Italia una simile proposta non è stata presa in considerazione. C’è stato il balletto dell’IVA offerto dal Ministro Gualtieri: comunicato stampa il venerdì sera alle 18:30 per dire che il saldo IVA era rinviato a tempo indeterminato, quando la scadenza era lunedì, e i commercialisti già a casa in famiglia. Molti avevano già pagato, perché l’italiano spesso è certosino e teme le multe draconiane del fisco, e ora pure i server della pubblica amministrazione (caso INPS). A questa enorme presa per i fondelli, si aggiunge il fatto che lo slittamento è stato poi deciso di pochi giorni..

 

C’est-à-dire: le tasse non sono rinviate per alleviare il disastro coronavirale abbattutosi sulle imprese. Sono state spostate di qualche giorno…

 

Molti  finiranno per cascarci, e indebitarsi, sorvolando sulla logica che un danno immenso prodotto da chi non ha saputo difenderci non dovrebbe essere risolto con il nostro indebitamento

Ora, se questo è il pattern, è chiaro che una certa porzione di quei miliardi finiranno impegnati a pagare le tasse. Si tratta insomma di un rifinanziamento dello Stato tramite i risparmi privati contenuti nelle banche. Le quali banche, almeno sentendo le dichiarazioni del presidente dell’Associazione Banche Italiane Antonio Patuelli, non paiono essere state così coinvolte nella discussione di questa manovra. Dilettanti allo sbaraglio: Conte fa i conti senza l’oste? 

 

Ma torniamo a noi: il risparmio privato, quindi, s’invola verso il pubblico. Molti spergiurano che non chiederanno il prestito. Il popolo italiano è molto più di altri allergico ai debiti. Fino a non troppi anni fa, solo il 3% degli italiani usava una carta di credito. Oltre il 70% vive in una casa di proprietà, talvolta comprata senza mutuo, ma con l’accumulo formichino in banca di decenni di stipendi (alla faccia di chi ci chiama «cicale»).

 

Molti, presi dalla medesima disperazione di quella ragazza, finiranno per cascarci, e indebitarsi, sorvolando sulla logica che un danno immenso prodotto da chi non ha saputo difenderci non dovrebbe essere risolto con il nostro indebitamento.

 

Ci cascheranno anche perché il governo ha lanciato un’esca bonaria: 600 euro dall’INPS, quelli sì a fondo perduto. Un gesto di buona volontà. Eccoti 600 euro, ora indebitati per 25.000, o molto di più.

 

Il governo ha lanciato un’esca bonaria: 600 euro dall’INPS. Eccoteli, ora indebitati per 25.000, o molto di più

Perché lo Stato deve rifinanziarsi? La risposta, credo, non sia quella che pensate di primo acchito: lo Stato si alimenta per sopravvivere, fare andare i servizi primari (acqua-luce-gas), gli ospedali, e garantire l’ordine nelle strade. Ciò decisamente è vero, ma c’è sicuramente un calcolo ulteriore.

 

Lo Stato userà i danari delle tasse, per le quali gli imprenditori si sono indebitati, per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, che solo in minima parte fanno parte del metabolismo basale della Nazione. Impiegati dei ministeri, degli uffici pubblici, degli enti più  o meno inutili, insegnanti. Cioè, il proprio bacino elettorale.

 

Si tratta, insomma, di una manovra tribale: la ricchezza verrà rubata ad una tribù, quella delle partite IVA che di certo non vota PD e nemmeno ora M5S (che potrebbe aver creato il suo bacino feudale di voti con i recipienti del Reddito di Cittadinanza), e sarà data a quanti invece votano i partiti di governo.

 

Si useranno i danari delle tasse, per le quali gli imprenditori si sono indebitati, per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Cioè, il bacino elettorale dei partiti al governo

Una considerazione simile sarebbe da fare per i supermercati, che sono chiaramente luoghi di contagio tenuti aperti. Non si può stare da soli in un bosco, ma si può stare in una giungla di migliaia di persone dentro ad un luogo chiuso. Non ti fanno uscire di casa come nemmeno in guerra, ma non sanno organizzare – come in guerra – una distribuzione razionale degli alimenti, fatta nelle piazza con i camion dell’esercito, o con delle app non intasate. Boh.

 

L’enigma sparisce quando pensate che il 30% o più della Grande Distribuzione Organizzata è in mano a cooperative, che sono enti che si riferiscono di solito ad un certo partito di governo. Pensate non solo ai supermercati cooperativi, ma a tutta la filiera, packaging, trasporto, etc. Un polmone finanziario enorme – e come qualcuno sostiene riguardo alle scorse regionali in Emilia Romagna, un bacino di voti non indifferente. Questione di interessi della fazione, evidentemente.

 

La cosa è in tutto e per tutto simile a quello che mi raccontavano quando ero in Africa. Se vince le elezioni un uomo di una determinata tribù (le nazioni africane hanno confini geografici  disegnati per lo più dal colonialismo, e confini etnici di razzismo totale da un villaggio all’altro) stai tranquillo che gli aiuti che arrivano dalla carità mondialista (ONU, ONG, UE o Stati singoli come l’Italia etc.) non finiranno mai alla tribù che del presidente eletto è nemica giurata da secoli.

 

Manovra economica tribale: in Africa se vince le elezioni un uomo di una determinata tribù stai tranquillo che gli aiuti che arrivano dalla carità mondialista non finiranno mai alla tribù che del presidente eletto è nemica giurata da secoli

Alcuni mica lo hanno nascosto. Un intellettuale di sinistra è andato in TV a urlare la sua gioia per la distruzione del tessuto industriale lombardo, le odiate PMI degli industrialotti. Non abbiamo idea se individui così abbiano mai lavorato in fabbrica in vita loro, tuttavia percepiamo in modo netto, il loro odio tribale. L’Italia si sta africanizzando, sì, e non solo con l’immigrazione selvaggia.

 

L’Italia assomiglia sempre più all’Africa anche per un motivo ulteriore: l’imprevidenza folle dei suoi governanti. Spazzoleranno via i danari dei privati per darli al pubblico, ma la cosa non può durare, perché i conti correnti delle partite IVA si esauriranno (e, con probabilità, anche la stoica pazienza che stanno dimostrando).

 

Si tratta quindi di un arraffo apocalittico? Lo Stato nel pallone che prende senza dare indietro nulla, per tirare avanti senza nessun piano preciso che non sia il controllo sociale elettronico proposto dalle sue task force che chiedono immunità penale per le loro decisioni? (A proposito: forse che scopriremo che saranno anticostituzionali?)

 

Da un punto di vista politico ed economico, potrebbe essere. C’è tuttavia un piano storico, e metastorico, da considerare. Procediamo spediti verso la disintegrazione definitiva della classe media. Come da programma.

 

Nemmeno questa è una novità: un sinonimo di distruzione della classe media occidentale è la parola globalizzazione. Come ho ripetuto varie volte, la globalizzazione è cinese o non è.

L’Italia assomiglia sempre più all’Africa anche per un motivo ulteriore: l’imprevidenza folle dei suoi governanti. Spazzoleranno via i danari dei privati per darli al pubblico, ma la cosa non può durare

 

Tante famiglie del tessuto produttivo dell’Alta Italia, come quella dello scrivente, hanno iniziato a vedere gli effetti di quello che stava succedendo 30 anni fa. Nei mercati cominciarono a immettersi manifatture di Paesi mai visti, come la Turchia, che – si mormorava – apriva fabbriche enormi con danari di Stato, ci faceva lavorare i bambini e poi otteneva dagli americani (interessati a tenere i loro missili al confine con la Russia meridionale) abolizione di dazi ed agevolazioni varie.

 

Poi venne la Cina. Altro mistero: era un Paese comunista, un Regno oscuro dove poco prima il più liberale dei Presidenti cinesi, Deng, aveva massacrato migliaia di studenti a Piazza Tian’An Men, senza che nessuna diplomazia occidentale reagisse davvero.

 Il virus cinese, la globalizzazione, devastò la classe media. Ad essere trasferita in Cina fu più che la ricchezza, fu l’intera manifattura

 

La Cina di lì a poco sarebbe entrata nel WTO. Ricordate? Era l’era del cosiddetto «Ulivo Mondiale». Bill Clinton, Blair, Prodi… Lasciando perdere un secondo Blair, che pare venne portato a letto dalla moglie cinese di Rupert Murdoch Wendi Deng, sospettatissima di essere un’agente segreto della Repubblica Popolare, ricordiamo come ci sia una controversia sulle elezione del 1996, con la campagna Clinton accusata di aver preso danari da Pechino (altro che Russiagate). A parlarne fu Bob Woodward, quello del Watergate, non un complottista a caso. Per Prodi invece vi saranno cattedre in Cina, e gioiosi memorandum d’intesa ed eventi all’Università di Bologna con l’ambasciatore cinese Ding Wei. A Prodi piacciono gli eventi all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Come sapete, nel 1995 vi si premiò con una laurea ad honorem George Soros, quello che distrusse la Lira italiana.

Procediamo spediti verso la disintegrazione definitiva della classe media. Come da programma

 

Nel governo a Roma ora ci sono gli stessi poteri, più alcuni di nuovi, che sono – pur se biodegradabili – pure pericolosi, perché ancora più filocinesi.

 

Avrete capito cosa si vuol dire: venti o trenta anni fa come oggi stesso, qualcuno la globalizzazione, cioè la Cina, l’ha fatta entrare. Esattamente come per il Coronavirus.

Venti o trenta anni fa come oggi stesso, qualcuno la globalizzazione, cioè la Cina, l’ha fatta entrare. Esattamente come per il Coronavirus

 

Ne son seguite, allora come oggi, morte e distruzione. Il virus cinese, la globalizzazione, devastò la classe media. Un altro trasferimento a suo carico, come quello dei risparmi dati in prestito al fine di pagare le tasse: ad essere trasferita in Cina fu più che la ricchezza, fu l’intera manifattura. Fu disintegrata la possibilità di produrre e creare, fu lo spirito di homo faber del cittadino imprenditore, e soprattutto dei suoi operai. Fu la fine della Civiltà del fare, della Civiltà del concreto e della Civiltà dell’Essere, a favore del magma asiatico, il dumping, la finanza derivativa conseguente, e la maledizione di internet a mangiarsi tutto.

Questa rapina africana, questo mondo infettato dal virus cinese prima del Coronavirus, quest’Italia di poveri e traditori che non assomiglia più in nulla a quel Paese, complicato ma splendido, nel quale siamo cresciuti

 

Chi vi scrive questa storia di distruzione massiva l’ha vissuta sulla sua pelle. L’ha vista sulla sua famiglia, e su tanti conoscenti a cui è andata peggio che a noi. Siamo, in qualche modo, sopravvissuti – ma non con la malinconia annoiata del principe del Gattopardo, siamo andati avanti con le ossa rotte, impoveriti nelle sostanze e nell’animo, con la morte intorno a noi.

 

Non so se la classe media italiana, specie quella del Lombardo-veneto, potrà sopravvivere alla trappola tribale che le sta servendo ora lo Stato centrale.

 

Non so cosa dire, se non che dovremmo ritenere inaccettabile questa rapina africana, questo mondo infettato dal virus cinese prima del Coronavirus, quest’Italia di poveri e traditori che non assomiglia più in nulla a quel Paese, complicato ma splendido, nel quale siamo cresciuti.

 

Non so cosa dire, se non che l’ira è tanta. E non da ieri. Da tre decenni almeno.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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Civiltà

George Soros e Open Society Foundations: il sistema capillare

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, riguardo al sistema messo in atto dallo speculatore finanziario internazionale Giorgio Soros. Renovatio 21 ha lungamente trattato del personaggio e della sua opera devastatrice durante questi anni, raccontando anche l’attacco del finanziere di origini ebraico-magiare contro la lira italiana nel 1993 e i suoi addentellati nella politica nazionale.   Tutti parlano di Soros, di Soros. Ma come opera realmente?   La maggior parte delle organizzazioni che abbiamo descritto opera a livello elitario: l’incontro di Davos, il seminario alla Columbia, il comitato di Bruxelles. Le Open Society Foundations sono diverse. Operano simultaneamente a tutti i livelli: da quello sovranazionale a quello locale, dal think tank all’attivista di strada, dal ricorso alla Corte Suprema all’elezione del procuratore distrettuale. Rappresentano la più completa infrastruttura di finanziamento politico mai creata da un privato. E gran parte di essa è nascosta in bella vista.

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Soros ha costruito la sua fortuna speculando contro le valute nazionali, in particolare con la famigerata operazione che ha fatto crollare la sterlina britannica nel 1992. Ha utilizzato i proventi per finanziare istituzioni che si oppongono alla sovranità nazionale, aiutandolo così a realizzare tali operazioni. Non si tratta di ironia. È un modello di business. Un’operazione di arbitraggio [l’acquisto di un bene su un mercato a prezzo basso e la sua vendita immediata su un altro mercato a un prezzo più alto, ndt].   1) Il meccanismo è semplice e quasi elegante. Si crea un’organizzazione dal nome accattivante: un istituto per la società aperta, una fondazione per i media democratici, un centro per la riforma della giustizia. La si finanzia con dieci milioni di dollari di fondi privati, sufficienti per assumere personale, produrre rapporti e consolidare la sua credibilità.   Poi, attraverso la rete di collaboratori e funzionari ideologicamente allineati che decenni di finanziamenti hanno permesso di inserire all’interno di governi e organismi sovranazionali, ci si assicura che questa organizzazione privata riceva centinaia di milioni di dollari di finanziamenti pubblici: sovvenzioni dell’UE, contratti USAID, sussidi governativi. I fondi privati ​​creano la piattaforma. I centinaia di milioni di dollari pubblici ne acquistano la visibilità. Il contribuente finanzia il progetto. Il progetto serve all’agenda. Ancora una volta, un bel arbitraggio.  

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2) Le Open Society Foundations – che prendono il nome dal concetto di società aperta di Karl Popper – distribuiscono circa un miliardo e mezzo di dollari all’anno in oltre cento Paesi. Il denaro circola attraverso una rete di fondazioni intermediarie, uffici regionali e organizzazioni partner locali così complessa che rintracciarlo dalla fonte alla destinazione richiede ricerche approfondite.   Questo non è casuale. L’architettura è progettata per dare l’impressione di una società civile organica – organizzazioni locali, campagne dal basso, media indipendenti – mentre i finanziamenti provengono da un’unica fonte con un programma coerente. Il villaggio Potemkin della società civile, con un budget enorme.   3) Immaginiamo che in ogni Paese esista una fondazione principale che operi come un vivace ufficio aziendale – una sede centrale – popolata da persone che conoscono a fondo l’agenda e ne comprendono il collegamento con il programma globale. Tutti si rivolgono a questa fondazione per ricevere istruzioni.   Ogni organizzazione più piccola del Paese – l’ONG per le migrazioni, il fondo per i media, il comitato per i premi artistici – sa a chi rivolgersi per ricevere orientamento, per ottenere finanziamenti, per definire la prossima campagna. Sembra un centro nevralgico della società civile. Le persone che vi lavorano potrebbero credere di fare del bene.   La struttura garantisce che fare del bene significhi promuovere l’agenda. Ogni singola sovvenzione è giustificabile. Il tutto costituisce un progetto coordinato.   4) La rete controlla l’intero ciclo. Il think tank produce il documento. Il gruppo di pressione gestisce la campagna. L’organizzazione legale porta il caso in tribunale. L’organizzazione mediatica ne parla in modo favorevole. Il fact-checker delegittima l’opposizione. Ognuno di questi elementi può sembrare indipendente; la struttura di finanziamento li collega. I rapporti annuali pubblici elencano le sovvenzioni e i beneficiari.   La struttura non è nascosta. È semplicemente troppo stratificata perché la maggior parte delle persone possa comprenderla chiaramente.   5) Lo strato culturale è il più insidioso, perché produce l’acqua in cui le persone nuotano senza saperlo. La rete finanzia premi letterari che vanno ad autori che promuovono una determinata agenda.   Finanzia festival cinematografici che danno visibilità ai film giusti. Finanzia organizzazioni artistiche che commissionano le opere giuste. Finanzia premi giornalistici che celebrano i giornalisti giusti. Finanzia cattedre universitarie che producono la ricerca giusta. Nulla di tutto ciò richiede un controllo editoriale esplicito. Non si dice al comitato di premiazione chi selezionare.   Si finanzia il comitato di premiazione. Col tempo, la selezione riflette i valori del finanziatore, perché le persone che siedono nei comitati sono le persone che il finanziamento ha prodotto.   6) Lo strato mediatico è il più invisibile, perché ha l’aspetto del giornalismo. La rete di fondazioni ha erogato finanziamenti a centinaia di organizzazioni mediatiche in tutto il mondo: testate giornalistiche, fondi per il giornalismo investigativo, organizzazioni di fact-checking, scuole di giornalismo. Tra i beneficiari figurano alcuni dei nomi più prestigiosi del panorama mediatico internazionale. I finanziamenti non sono vincolati da esplicite condizioni editoriali, e non ce n’è bisogno.   Le organizzazioni che ricevono finanziamenti da una fonte con un’agenda ideologica coerente assumono persone che condividono tale agenda, producono contenuti in linea con essa e impostano il fact-checking di conseguenza. Il finanziamento non corrompe il giornalismo, ma seleziona un giornalismo già allineato a tale agenda.   Questa è l’intuizione di Marcuse applicata ai media: non c’è bisogno di censurare, ma di controllare il processo di formazione.

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7) Negli Stati Uniti, le elezioni dei procuratori distrettuali rappresentano l’esempio più preciso dal punto di vista operativo, nonché quello con le conseguenze più evidenti. I PAC (Political Action Committee) finanziati da Soros hanno speso centinaia di milioni di dollari per eleggere procuratori distrettuali progressisti nelle principali città: Los Angeles, San Francisco, Chicago, Philadelphia, New York, St. Louis.   Questi procuratori attuano politiche di non perseguibilità per determinate categorie di reati, riduzione della cauzione e rilascio anticipato. Le conseguenze sono visibili nelle strade di ogni città in cui queste politiche sono state implementate: i mercati della droga a cielo aperto di San Francisco, l’epidemia di furti nei negozi che ha costretto le grandi catene a chiudere i punti vendita nelle aree urbane, l’aumento della criminalità violenta che ha fatto seguito al cambiamento di politica.   I finanziamenti che hanno prodotto questi risultati sono documentati nei documenti della FEC (Federal Election Commission). Il collegamento tra i finanziamenti e le conseguenze è diretto e tracciabile.   8) In Europa, l’architettura è particolarmente complessa. Finanzia le organizzazioni di difesa dei diritti dei migranti che intentano cause contro il controllo delle frontiere.   Finanzia le organizzazioni legali che contestano i governi nazionali presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Finanzia le ONG che gestiscono navi di soccorso nel Mediterraneo, le quali, a prescindere dal loro dichiarato scopo umanitario, fungono da fattore di attrazione e supporto logistico per i flussi migratori che poi approdano sulle coste europee. Finanzia le organizzazioni politiche che fanno pressioni per le politiche dell’UE che impediscono agli Stati membri di controllare i propri confini. Finanzia i media che etichettano l’opposizione a tutto ciò come razzismo.   Il ciclo è completo: finanziare la causa, finanziare la contestazione legale di qualsiasi risposta, finanziare i media che delegittimano l’opposizione, finanziare la lobby politica che influenza la regolamentazione. Un’unica fonte. Ogni livello. Il denaro dei contribuenti amplifica il denaro privato in ogni fase.   Le fondazioni della Società Aperta sono il sistema capillare del progetto globalista: il meccanismo attraverso il quale l’agenda decisa a Davos, teorizzata nella Scuola di Francoforte e istituzionalizzata nell’UE raggiunge il livello locale.   Il think tank produce il documento. Poi i gruppi di pressione e i media lanciano la campagna. L’organizzazione legale lo trasforma in una politica. Il procuratore distrettuale decide di non perseguire le conseguenze. L’accademico finanziato fornisce la legittimità intellettuale. Ogni anello della catena appare indipendente. I finanziamenti risalgono alla stessa fonte.   Non si tratta di una cospirazione. Si tratta di un rapporto annuale pubblicato, che elenca ogni sovvenzione, ogni beneficiario, ogni area di programma. L’architettura è semplicemente troppo complessa, troppo frammentata e troppo radicata nel linguaggio della società civile perché la maggior parte delle persone possa comprenderla chiaramente.   Segui i soldi. L’architettura si nasconde in bella vista.   Krzysztof Szczawinski  

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Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.

 

Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.

 

1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.

 

2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.

 

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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.

 

4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.

 

5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.

 

6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.

 

7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.

 

La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.

 

La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.

 

Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.

 

Krzysztof Szczawinski

 

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