Pensiero
Addio al grande filosofo Piero Vassallo. Addio ad un amico
È morto Piero Vassallo.
Per molti è stato il più grande filosofo cattolico della tradizione italiana. Per me è stato, sopra ogni cosa, un grande amico.
Ci eravamo conosciuti quando uscì il mio primo libro, oramai una decade fa. Mi chiamò e parlammo a lungo: era chiaro che ci eravamo trovati, condividevamo una stessa linea di pensiero di pensiero, solo che lui aveva dalla sua una cultura sterminata, decenni di studio alle spalle (quando si studiava veramente, e non ci si improvvisava con Google) e un’esperienza di vita lunga quasi un secolo.
Piero ricordava la guerra. Piero ricordava il dopoguerra. Piero ricordava tutto l’impatto dell’era moderna sul nostro mondo. A differenza di altri, aveva gli strumenti per capire quello che stava per accadere. Sentiva, sapeva che una Civiltà fondata sull’essere si stava piano piano sgretolando, per essere rimpiazzata da una devastazione votata al niente. Cristo sostituito dal nichilismo assassino e da idoli pagani: questa tendenza, oggi patente, era visibile già 60 anni fa, e Piero lo aveva presente già allora.
La precognizione era aiutata dal fatto di aver collaborato con il cardinale Giuseppe Siri. «Dopo di di questa era, sarà il diluvio gnostico» Piero mi disse in una delle nostre innumeri telefonate serotine, parafrasando un pensiero del cardinale Siri. «Quando parlavamo degli gnostici, all’epoca, la gente rideva. Non sapevano cosa fosse: “ma lo hai mai visto, uno gnostico”? Poi si è visto cosa è successo».
Il diluvio gnostico è arrivato, e Piero aveva ogni strumento di pensiero per anticiparlo, diagnosticarlo ed esorcizzarlo.
La risorgenza del paganesimo, la corsa a perdifiato della società verso la Necrocultura (aveva scritto nel 1994 un libro, Ritratto di una cultura di morte. I pensatori neognostici), l’attitudine sempre più esplicita del pensiero moderno a tollerare, se non a spingere, il ritorno del sacrificio umano era al centro di tante nostre conversazioni. Piero ne aveva scritto in un romanzo pubblicato negli ultimi anni, Il treno nella notte filosofante – Cronaca di un viaggio tra incubo e teologia. Pur essendo un romanzo satirico, vi era tante cose, anche atroci in modo innominabile, che derivavano da decenni di vita vissuta scandagliando gli abissi della realtà.
Piero, docente alla facoltà di Teologia, rifiutava quello che vedeva avvenire nelle Università. Un lancio di agenzia del lontanissimo 1994 raccoglieva le sue dichiarazioni su Emanuele Severino, Massimo Cacciari ed Elémire Zolla «cattivi maestri»: «Sono tanti i docenti universitari che insegnano una cultura esoterica, invitando gli studenti a vivere in funzione della morte, in un rapporto con la natura senza più briglie che porta ad abbandonarsi totalmente agli istinti».
Riteneva che dietro a molti fatti di cronaca nera (erano gli anni dei sassi dal cavalcavia, delle stragi del sabato sera, dei morti allo stadio) con protagoniste le nuove generazioni «c’è indubbiamente uno sfondo di irrazionalismo neopagano», una cultura che più che nichilista era intimamente esoterica, una cultura che da qualche parte, con fori e sistemi di irrigazione poco visibili ma precisi, era percolata alle masse.
Una delle cose su cui ci trovammo subito, era nel rifiuto di Julius Evola, che Piero aveva conosciuto di persona. Da decenni gli era divenuto chiaro quale danno le fumisterie magico-pagane di Evola avessero causato alla destra italiana (di cui era cartografo vero, non come Marcello Veneziani) e più in generale, a generazioni di ragazzi a cui invece che raccontare il primato ontologico dell’Essere di San Tommaso d’Aquino venivano iniettate dosi di nulla a base di neopaganesimo, buddhismo tantrico, «teoria dell’individuo assoluto» e via perdigiornando. Avevamo un progetto di libro su Evola – con già il titolo pronto, Il virus Evola – di cui è rimasto lo scheletro, ma l’introduzione doveva essere di Piero, che era entusiasta di questo primo vero libro scritto contro il filosofo purtroppo egemone della destra del dopoguerra.
Da membro della commissione diocesana sulle sette religiose di Genova, si espresse contro l’insegnamento del pensiero tedesco più oscuro che d’un tratto era propalato a piene mani da università e licei: «autori come Nietzsche e Heidegger, pendagli del nazismo, siano dati in pasto agli studenti in modo totalmente acritico. Ed ancor più assurdo è il fatto che a dare loro questo insegnamento siano intellettuali ex marxisti. Non c’è dubbio che dopo la caduta del comunismo, l’unico baluardo in difesa della ragione sia rimasta la Chiesa cattolica».
Per questo, chiaramente, libri più o meno sottilmente anticristiani erano stati fatti circolare da una casa editrice che nei decenni era stata oggetto degli strali di Piero, che la riteneva di essere portatrice di un «pericoloso progetto anticristiano» che secondo lui seguiva un piano «volto a creare scompiglio tra gli studiosi credenti». Nel suo libro del 1996 , Piero aveva parlato di una nuova sinistra che si stava impadronendo dei testi teoricamente afferenti destra ma con una finalità esoterica. Un catalogo, scriveva in Ritratto di una cultura di morte, che «rispecchia stati d’ animo che sono al di là del bene e del male, della destra e della sinistra: è la radunata di tutti gli autodistruttori e di tutti gli autosconvolti; l’epilogo dell’ avventura moderna, la luce compiuta del “rinascimento”. Nietzsche e Guénon: la musica del futuro spenta da un incantamento antichissimo. Babele, o cara!».
Non si tratta di puri voli intellettuali. Queste visioni finirono, ad un certo punto, in un interrogazione parlamentare. 12 maggio 1993, un deputato missino chiedeva se fosse noto al governo che «numerosi componenti di organizzazioni cattoliche impegnate a contrastare la diffusione di pericolose sette pseudoreligiose (…) segnalano allarmati quanto avvenuto domenica 9 maggio 1993, durante la trasmissione televisiva di RAI 3 Babele». «Babele o cara», appunto. Durante il programma avevano parlato due autori di certa fama, di certa importanza nel sistema editoriale italico – due di quel catalogo combattuto con forza da Piero. Uno, disse il deputato in Parlamento, «avrebbe affermato che oggi la “via più diretta per avvicinarsi al divino” sarebbe lo stupro e l’esperienza dell’orribile», mentre l’altro «avrebbe chiarito con un esempio il significato delle parole» dell’altro, «e cioè che l’esperienza del “divino” si compie mediante riti di impossessamento, citando come ottima concretizzazione del concetto i riti della “religione” sincretista afro-americana del vudù (la “religione” degli zombi, che sono appunto degli impossessati)».
Sembra un romanzo fantasy, ma tutto questo succedeva del nostro Paese – e succede ancora oggi, solo che non vi sono le menti come quelle di Piero per comprendere con lucidità il disegno sottostante. E non c’è più nemmeno il coraggio per gridarlo come faceva vassallo.
Aggiungo, come nota più o meno leggera Pierangelo disprezzava sommamente anche la presenza del «gobbo di Recanati», come lo chiamava lui, nei programmi scolastici. Trovava che uno Stato serio avrebbe dovuto togliere immediatamente Leopardi dai libri di scuola. La dottrina cosmo-pessimistica del gobbo – con la natura matrigna, la vita fatta di dolore e basta, etc. – di fatto, più che spiritualismo orientaleggiante para-schopenaueriano, costituisce una pura gnosi – in realtà, la gnosi della sfiga. Questa cosa della gnosi della sfiga, quando mi spiegava la tossicità di Leopardi, lo pensavo io, perché, come molti studenti italiani, l’ho sempre pensato: come è possibile che uno così, con una storia così, sia studiato a scuola, con le poesie a memoria? Come si può allevare una Nazione sul modello di uno che guardava da lontano colline, siepi e donzelle, e che a Silvia mai ha trovato il coraggio di fare un semplice invito per un caffè?
Non trovo più parole, adesso. Piero le avrebbe trovate. La sua prosa era irta di termini desueti ed irresistibili: fòmite, umbratile, astrolabio. Il suo stile era inarrivabile: secco e sorprendente, autorevole e godibilissimo, che talvolta provocava impagabili sonore risate. Come dimenticare miriadi di espressioni di originalità eccezionale che con eleganza prendevano per i fondelli soloni e catto-insiemi vari: «apostoli dell’urofilia», «lanciatori di coriandoli», «discepoli dell’ortica amazzonica».
Tuttavia, non è con i contenuti filosofici della sua battaglia, né con le sue somme capacità artistiche, che voglio chiudere il mio ricordo.
Voglio scrivere di una cosa che mi aveva detto in una di quelle telefonate, rigorosamente sulla linea fissa, che si inoltravano fino alle ore piccole.
Quella notte, Piero mi fece il dono del racconto della sua conversione.
Chissà che storia mi aspettavo. Un filosofo, un teologo di quel livello, chissà tramite quale illuminazione ideale era pervenuto a Cristo. Quale momento di lucidità intellettuale soprannaturale. Quale potente pensiero metafisico, metastorico….
E invece, mi raccontò invece qualcosa di più profondo, di più struggente.
Negli anni Cinquanta, mentre era in auto, credo in Piemonte, in tour per il partito, fece un incidente spaventoso – mi disse che nella vita aveva ricevuto l’estrema unzione due volte, forse questa era la prima, penso.
Finì, fracassato, in ospedale. Era giovane, era forte tuttavia era spaventato da quello che gli era successo, e da quel luogo. La sua anima stava cercando di fare i conti con questa incomprensibile lezione dell’esistenza. Forse, aveva toccato i limiti del suo pensiero: quello che aveva studiato, quello che gli aveva trasmesso il movimento politico, quello che aveva vissuto sino a quel momento non gli aveva dato strumenti necessari per capire ciò gli era successo, e che gli poteva succedere in ogni momento – la vita, la morte… il loro significato.
Fu lì, a quel punto, che il giovane Piero fece un incontro che gli cambiò la vita. Entrato forse erroneamente, in una stanza dell’ospedale, trovò un signore steso sul letto. Si trattava di un uomo semplice, un signore che probabilmente stava già molto male. Aveva chiaramente tanta voglia di parlare, soprattutto con quel giovane che aveva lì davanti.
Il signore attaccò raccontando subito che era di Abano Terme, e la casa della sua famiglia era quella che vedi sulla collina arrivando da Est, come ad intendere che anche l’interlocutore doveva per forza avere cognizione di quella casa. Piero, genovese non esattamente habitué delle terre venete, annuiva, fingendo di sapere perfettamente di cosa stesse parlando.
L’uomo continuò: parlava della sua famiglia, dei suoi figli, dei suoi genitori, dei suoi parenti. Poi, come un fiume in piena, quell’uomo semplice cominciò a parlare di Dio. Del Signore Gesù Cristo. Con ogni evidenza, anche sul punto di morire, quell’uomo viveva una fede profonda. Era qualcosa di immenso, qualcosa davanti al quale non era possibile rimanere impassibili. Era un insegnamento sconvolgente, da una fonte inaspettata, da raccogliere immediatamente.
Quel signore, senza nessuna riflessione intellettuale, sapeva perfettamente cosa stava facendo, dove stava andando. Quel signore, nel momento più oscuro, aveva dentro qualcosa di invincibile: sentiva la continuazione di sé oltre la morte nella sua famiglia e nel piano di Dio. Sentiva la continuazione dell’essere al di là di sé. Era una realizzazione semplice e infinita. Era, in una parola, la fede.
Quell’uomo, dopo non molto, morì.
Fu a quel punto che Piero, mi raccontò, aveva trovato la fede. E non l’ha persa mai più. L’ha difesa con ogni fibra del suo essere, con la sua mente, la sua esistenza, la sua anima.
Sì, tu puoi usare le parole della Seconda lettera a Timoteo (4, 6-9): «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».
Addio Piero, amico mio.
Quanto ti sono grato, per quello che mi ha trasmesso, per quello che vedevi in me, per quello che hai dato al mondo, ora lo sai.
Ti voglio bene.
Roberto Dal Bosco
I funerali di Piero Vassallo si terranno a Genova domani, venerdì 1 luglio, alle 8.30 nella chiesa di Sant’Anna di via Magenta.
Immigrazione
La violenza immigrata contro le famiglie, il culmine di un processo
In tutta la penisola dilagano gli atti di violenza inenarrabile commessi da immigrati, rapine, stupri, accoltellamenti, uccisioni..la velocità e la foga sono tali da rendere impossibile seguirli tutti.
È un problema militare, come abbiamo scritto già diverse volte, ma ormai esistenziale, di vita. È la vostra stessa esistenza in gioco, in ogni momento della giornata.
Il recente crimine di Massa che ha visto un padre di famiglia soccombere sotto i colpi di una ghenga di giovinastri stranieri e di «seconda generazione» non è che uno dei tanti eventi che vedono papà e famiglie prese di mira all’improvviso e spesso senza motivo da soggetti che nell’attuale contesto anarcotirannico la faranno sempre e comunque franca.
Così, sempre più spesso, nelle grandi città e in quella che abbiamo definito diverse volte «provincia sonnacchiosa»aumentano gli attacchi, violenti e spudorati contro famiglie a passeggio, donne con passeggino, anziani.
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La rapina alle volte è soltanto l’ultimo degli obiettivi, il fine di questi individui è spesso divertirsi della sofferenza altrui, far del male e sancire il proprio dominio, culturale, razziale o di branco sulle persone, sul paese da cui tutto prendono ma che disprezzano, su tutti noi.
Siamo le vittime sacrificali di un sistema che già ci vuole annichilire in ogni momento della nostra esistenza, dal concepimento in avanti con tutti i mezzi possibili.
Tutto ciò non è abbastanza, siamo a rischio di essere umiliati, picchiati, torturati e financo uccisi anche quando siamo a prendere un gelato con i figli o nei momenti di cosiddetto relax. Pensateci, siete sempre le prede di qualcuno o di qualcosa, anche quando volete fuggire da città che di fatto non sono più le vostre.
Per qualcuno non dovete avere pace, in nessun momento della vostra esistenza, dovete essere gli schiavi dello stato e del sistema anarcotirannico che poi sono la stessa cosa.
È un sistema che ha truppe «regolari» per (tar)tassarvi, controllarvi e punirvi aspramente quando vi difendete dalle belve urbane che assalgono voi e i vostri cari, perché, ça va sans dire, quelle medesime belve non sono altro che le truppe «irregolari» dell’anarcotirannia, pronte a farvela pagare amaramente senza regole d’ingaggio se sgarrate, ossia se solo osate uscire di casa o passare per i loro parchi e le loro strade.
Sono truppe votate al male più completo, non arretrano davanti a nulla, non hanno remore di sorta nel commettere le violenze più efferate e sembrano non avere un’anima, sempre che l’anima non l’abbiano ceduta a potenze nemiche da sempre del genere umano.
Pensate alle implicazioni incredibili di tutto ciò per l’esistenza vostra e dei vostri figli e giudicate voi se non sia arrivato finalmente il momento di dire basta.
Victor García
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Pensiero
La vera natura dei progetti di legge sull’antisemitismo. Intervista al prof. Marini
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Pensiero
Perché Trump attacca il papa?
E così, dopo la hybris estrema dell’ultimatum che annunziava «la cancellazione di un’intera civiltà» – con tanto di frase aggiunta «lode ad Allah» – il presidente Donald Trump è andato molto oltre.
Sul suo social, Truth, spunta un suo post dove compare nei panni di Gesù Cristo che taumaturgicamente guarisce il popolo americano..
L’immagine è blasfema ed irricevibile. Qualcuno ha notato, sullo sfondo del sole luminoso, forse la figura di una versione mecha-kaiju della Statua della Libertà, ma sarà il solito tocco inquietante che dà l’Intelligenza Artificiale.
BLASPHEMY. pic.twitter.com/n7Vn36Lvkr
— Carrie Prejean Boller (@CarriePrejean1) April 13, 2026
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Tuttavia, sappiamo che un paragone tra Nostro Signore e The Donald era stato tracciato pochi giorni fa da Paula White, la «pastora» sionista in carica alla Casa Bianca, la cui congregazione a Pasqua raccoglieva nella sua «funzione» forse 200 persone (c’è quasi più gente agli eventi che organizza il vostro affezionatissimo).
“Christian pastor” Paula White, President Trump’s spiritual advisor, compares Trump to Jesus.
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— AF Post (@AFpost) April 2, 2026
Era presente sul palco il vescovo Robert Barron, prelato podcasterro che ha paura del diavolo e non difende le signore cattoliche dinanzi alla prepotenza sionista. E quindi, il Donaldo per forza si sente un po’ unto. Al punto che ora il bersaglio è diventato ufficialmente il papa – e qui cercheremo di dire perché.
Il messaggio è ancora più impressionante di quelli di scherno agli avversari morti che il presidente ha prodotto di recente, e pure di quello con cui ha insultato Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones, ai quali deve porzioni non indifferenti di consenso per tutte e due le elezioni vittoriose.
«Papa Leone è DEBOLE in materia di criminalità e pessimo in politica estera» attacca il presidente statunitense. «Parla di “paura” dell’amministrazione Trump, ma non menziona la PAURA che la Chiesa Cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane hanno provato durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri». Qui, bisogna dire, il presidente non ha tutti i torti, tuttavia va ricordato che le prime clausure, e l’avvio del programma letale del vaccino mRNA, furono fatti nell’ultimo anno del suo primo mandato.
«Preferisco di gran lunga suo fratello Louis a lui, perché Louis è un vero sostenitore del MAGA. Lui ha capito tutto, Leone no!» puntualizza il Donald, che subito dopo l’elezione al Soglio del Prevost aveva invitato alla Casa Bianca e ad altri eventi il fratello floridiano suo sostenitore – che per qualche ragione aveva posato con Trump presso lo Studio Ovale in camicetta.
Pope Leo XIV’s MAGA boomer brother Louis Prevost met President Trump in the Oval Office.
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— AF Post (@AFpost) May 21, 2025
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«Non voglio un papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» dice Trump, che non è nemmeno cattolico. «Non voglio un papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le sue prigioni, compresi assassini, spacciatori e criminali, nel nostro Paese».
«E non voglio un papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE, ovvero raggiungere livelli record di criminalità e creare il miglior mercato azionario della storia. Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa sconvolgente. Non era in nessuna lista per diventare papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che questo fosse il modo migliore per gestire il Presidente Donald J. Trump» assicura il presunto «leader del mondo libero».
«Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Sfortunatamente, la debolezza di Leone sulla criminalità e sulle armi nucleari non mi va giù, né mi va giù il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra, che è uno di quelli che volevano che i fedeli e il clero venissero arrestati».
«Leone dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smetterla di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande papa, non un politico. Gli sta causando molto danno e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!» conclude, firmandosi «Presidente DONALD J. TRUMP»
L’attacco è senza precedenti, oltre che per linguaggio, per l’assoluta mancanza di diplomazia. In molti lo vedono come un attacco frontale al cattolicesimo, e lo è. Non solo: nella logica invertita di «colpirne 100 per educarne 1», Trump sta con probabilità bastonando il cattolicesimo americano, e ancora più a fondo i suoi rappresentanti all’interno dell’amministrazione. In particolare, il convertito JD Vance.
Avevamo scritto come, allo scoccare della tregua, gli «adults in the room» cattolici avessero preso in mano le redini della questione, contro i luterani sionisti che avevano portato il Paese nell’umiliante stallo di Ormuzzo. Vari livelli cattolici dell’amministrazione si erano mossi contro la guerra voluta da Israele. Il capo dell’antiterrorismo Joe Kent (veterano della forze speciali e vedovo di soldatessa criptologa uccisa in Siria, accusato pure lui di essere «debole») si era dimesso. Il segretario di Stato Marco Rubio, che è stato neocon ma è pur sempre cattolico (nonostante varie altre conversioni), dopo aver detto che gli USA erano stati trascinati in guerra dallo Stato Ebraico è sparito – durante le negoziazione ad Islamabad, lui era ad un incontro di MMA…
E poi lui, JD Vance, il ragazzo che dovrebbe ereditare la Casa Bianca nel 2028 (a meno che il re non voglia piazzarci un suo figliuolo: del resto è amico di Kim…). Il vicepresidente, lo sappiamo, non piace tantissimo agli ebrei: caso unico, non è andato a chinare la kippah sul Muro del Pianto – passaggio obbligatorio per qualsiasi politico USA, dal presidente in giù – preferendo, nel suo ultimo viaggio in Israele, andare a visitare i cristiani della Terra Santa e i loro luoghi.
La risposta degli israeliani è arrivata immediata. La Knesset, il Parlamento dello Stato Giudaico, emette, lui ancora presente, vota sulla sovranità della Cisgiordania – che gli israeliani e i loro minions americani sionisti chiamano «Giudea & Samaria», un affronto terrificante, che JD ritiene essere stata una «stupida trovata politica».
Lo stesso Vance, è emerso, era risolutamente contrario alla guerra in Iran. Non è un caso, a questo punto, quello che è successo dopo. Gli iraniani hanno fatto capire che avrebbero voluto lui per i negoziati. Detto, fatto: lo spediscono in Pakistan, ma ci attaccano i due consiglieri ebrei di Trump, l’amico avvocato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ebreo ortodosso la cui famiglia finanzia da decadi Netanyahu. Il lettore di Renovatio 21 ricorderà quando, ottenuto il rilascio da parte di Hamas di tutti gli ostaggi, i due cercavano di placare la folla di Tel Aviv che fischiavano il nome del premier israeliano.
In rete ora circolano ricostruzioni secondo cui a far fallire i negoziati nell’ultima ora sarebbero stati i due ebrei vicini a Trump. JD resta col cerino in mano, e finisce perfino a rimangiarsi ridicolmente la protezione del Libano: perché l’accordo prevedeva lo stop ai bombardamenti di Beirut, e invece gli israeliani – i veri padroni del giuoco – lanciano subito 100 azioni militari in 10 minuti, colpendo quartieri residenziali della capitale libanese, morti e feriti ovunque, caos e rovina, sangue e distruzione, as usual.
E quindi: è in atto un purga anticattolica dentro il potere americano, e il presidente ha deciso da che parte stare. Qualcuno ha programmato questa operazione. Noi avevamo notato una strana puzza attorno alla notizia, ripetuta a pappagallo da tutte le testate del mondo, dell’incontro dove gli uomini del Pentagono avrebbero minacciato il Vaticano con le spettro di una nuova Avignone: non solo era sospetto il racconto (Elbridge Colby, l’ufficiale della Difesa coinvolto, è cattolico, e pure ragionevole), lo era pure la fonte, la testata The Free Press della lesbica sionista Bari Weiss, la giovane giornalista è ora al centro di immensi investimenti della classe degli ultramiliardari filoisraeliani (come gli Ellison, che le hanno affidato, a lei giornalista poco più che blogger, l’intera rete di notizie CBS, e comprato TikTok per soprammercato).
La divisione, infiammata a dovere dagli strateghi nemmeno più tanto occulti, segue quindi una linea etno-religiosa. I cattolici vanno neutralizzati perché sono la vera, consistente minaccia all’altra parte, cioè gli ebrei e i loro sodali cristiano-sionisti, i fondamentalisti luterani millenaristi («dispensazionalisti», è il termine teologico esatto) che, dopo essersi fatti riscrivere la Scrittura da un tizio finanziato dai Rothschild (la Bibbia Scofield), credono che bisogna difendere Israele ad ogni costo, perché il loro Messia, che sarebbe il nostro anticristo, meccanicamente produrrà dopo 7 anni il ritorno di Cristo sulla Terra.
In molti ora dicono che questa teologia è oramai al capolinea: non attecchisce in alcun modo sulle nuove generazioni, che vedono con orrore il genocidio di Gaza e si chiedono come la generazione dei loro genitori abbia potuto accettarla e persino fare il tifo per essa. Il capolinea del fondamentalismo sionista americano significa la fine del consenso per le violenze israeliane – e Israele lo sa, e per questo agisce con questa fretta infernale, i boomer – come Trump, che guarda ancora la TV e vi crede pure – non dureranno per sempre.
In realtà, in America non si sta spegnendo solo il fondamentalismo cristiano-sionista: è tutto il protestantismo che sta morendo. A differenza del cattolicesimo, che sta registrando un boom di battesimi mai visto (al punto che la trasmissione di inchiesta 60 Minutes vi ha realizzato un servizio in cui interroga tre vescovi bergogliani, che ovviamente non ci stanno capendo nulla), è tutto il protestantesimo che sta andando al macero, vittima della sua grottesca rarefazione, delle sue contraddizioni, del suo cattivo gusto rivoltante.
Secondo il saggista francese Emmanuel Todd, autore del libro La sconfitta dell’Occidente, il declino degli USA dipende dalla sparizione della sua grammatica profonda – cioè il protestantesimo. Tale tesi è stata sposata dallo studioso cattolico americano E. Michael Jones, che dice: se il protestantesimo sparisce, le uniche due «identità» americane rimaste, cioè cattolici ed ebrei, si trovano a lottare per la primazia sul Paese, nella società come nel governo.
E quindi non deve sorprendere l’anticattolicesimo alzare la testa in USA. Attacchi ai cattolici tradizionisti sono arrivati dal senatore texano Ted Cruz, noto per aver dichiarato che il suo primo obiettivo politico è la difesa di Israele (e noto pure, ricordiamo noi, per essere figlio di uno strano cubano-canadese che frequentava Lee Harvey Oswald).
Negli stessi giorni, è spuntato al Pentagono un pastore protestante, Doug Wilson, che ha dichiarato che le processioni cattoliche andrebbero proibite, perché costituiscono «idolatria», cos’ come il culto della Vergine. Discorsi del genere non si sentivano pubblicamente da decenni: la cattofobia pare, quindi, sempre più slatentizzata.
Secretary Pete Hegseth Pastor who was Invited to Pray at Pentagon Says Publicly Eucharist and Marian Procession Should NOT be Permitted in Public. See more here: https://t.co/5fpjjd1ff8 pic.twitter.com/iKJg1bPCuI
— John-Henry Westen (@JhWesten) March 13, 2026
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Si muove una nuova persecuzione anticattolica in America? Non è improbabile. Il presidente che parla del vicario di Cristo come di un «debole» è in linea con il suo padrone Bibi Netanyahu, che pochi giorni fa ha detto che sul piano storico Genghis Kahn (cioè la forza militare ferale, cioè la volontà di sterminio) vince sempre su Gesù Cristo. Un discorso che avrebbe dovuto incendiare mezzo mondo, non solo per la bestemmia, ma per l’incapacità totale di comprendere Cristo, il suo messaggio, la sua forza.
A Tel Aviv e a Washington non credono nella Pace, perché non credono nella sua forza, non credono nel suo Dio. Il Dio della pace ha dimostrato di poter regnare sulla storia, e far sopravvivere il suo culto dinanzi ai nemici militari più armati ed assetati di sangue. Questo i cratolatri, coloro che credono solo nel potere della forza, non sembrano considerarlo.
Eppure, qualcuno glielo dovrebbe dire, ai re del mondo moderno. Il Re dei re, nella pace e nell’amore, è loro superiore. Il Re dei re vive nei millenni: e il suo regno, a differenza dei miseri mandati umani, non avrà fine. Il Re dei re può detronizzarli fulmineamente, perché, come disse Nostro Signore a Ponzio Pilato che con tutta la potenza dell’Impero romano lo stava mettendo a morte, non est enim potestas nisi a Deo, non c’è autorità se non da Dio.
E invece: hanno deciso di sfidare Dio, persino di canzonarlo. Lo sapranno? Deus non irridetur. Dio non si fa irridere, mentre la battaglia tra ebrei e cattolici dentro l’America avrà ramificazioni immani in tutto il mondo.
Sappiamo già chi vincerà – perché lo abbiamo già visto. Perché sappiamo che pure nell’umiliazione più disperante, nella violenza più degradante, Cristo vince. Cristo regna. Christus imperat.
Cristo comanda. Lo Stato moderno ha bisogno di reimpararlo. Il momento probabilmente è arrivato.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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