Eutanasia
Aridatece Medea
«Il male mi vince. Conosco il misfatto che sto per compiere. Ma il furore dell’animo che spinge i mortali alle più grandi colpe è più forte di me in ogni altro volere».
Il genio tragico di Euripide, era il 431 a.C., scolpiva, con Medea, il prototipo eterno della madre snaturata che, trascinata in un groviglio inestricabile di ossessioni profonde e passioni violente, arriva a compiere l’«atto orrendo» di uccidere i propri figli. Dilaniata tra la furia omicida e rigurgiti insopprimibili di istinto materno, Medea medita la più disumana vendetta nei confronti dello sposo Giasone, «traditore e spergiuro». Vuole farlo soffrire nel modo più tremendo per riparare all’ingiustizia che si è consumata ai suoi danni – e ai danni di una società intera – sotto la maschera di perbenismo ipocrita dei senza-dio disposti, per brama di potere, a violare persino i sacri giuramenti, come quello che suggella il vincolo sponsale e il dono reciproco della vita.
«Dove è andata la fede nel giuramento agli dei? Credi che gli dei di allora non regnino più, che nuove leggi siano state istituite tra gli uomini?», chiede Medea a Giasone fedifrago.
Non c’è nulla della profonda umanità snaturata di Medea nella madre olandese che ha tenuto la mano alla figlia mentre questa si lasciava morire nel salotto di casa attrezzato per una confortevole agonia, con il supporto delle maestranze sanitarie specializzate a eliminare di torno ogni dolore
«Armati, mio cuore! – grida a se stessa – Perché aspettare, se necessità vuole, che l’eccidio orrendo si compia? E dunque, sciagurata mano, prendi la spada, prendi la spada e vai, salta la sbarra, di là una vita di dolore ti si apre davanti! Non ti vinca viltà, non ricordare che sono i tuoi figli e amatissimi figli e da te generati… Dimentica! Almeno per questo breve istante del giorno dimentica… e poi… piangi! Sì tu li ucciderai, ed erano i tuoi figli diletti… Oh la disgraziata madre ch’io sono!».
Medea, madre assassina per antonomasia, donna contorta e fedele, acuta e passionale, inafferrabile e diabolica, agisce in preda a un demone invincibile e muove intorno a sé un dramma che strabocca di selvaggia tragicità. Euripide spinge la tensione ai suoi limiti estremi per ottenere nel pubblico l’esito purificatore che è la cifra del teatro greco: la catarsi.
Non c’è nulla della profonda umanità snaturata di Medea nella madre olandese che ha tenuto la mano alla figlia mentre questa si lasciava morire nel salotto di casa attrezzato per una confortevole agonia, con il supporto delle maestranze sanitarie specializzate a eliminare di torno ogni dolore. Soprattutto, non è prevista alcuna catarsi dopo la messa in scena dell’agghiacciante suicidio di una creatura acerba, assistita da genitori, parenti, camici bianchi, follower e fan assortiti.
Le medee arcaiche sono vittime tragiche del lato oscuro della femminilità, fatto di dolore e di ardore indomabili. Le madri olandesi del terzo millennio sono gelide esecutrici dell’assassinio filiale burocratico e sterilizzato. Medea deve mostrare a un popolo a quale epilogo devastante può portare il dominio incontrollato delle passioni. La mamma di Noa è una “neomadre”, mostro amorevole che si prende cura delle vacue pulsioni di morte dei figli.
Gli antichi avrebbero ancora molto da insegnarci. Ma nessuno più insegna gli antichi, in-utili agli umanoidi del fare e dell’apparire in via di fabbricazione nelle “agenzie educative”, svuotati di spirito e insufflati di materia stupefacente per esigenze superiori.
Gli instancabili promotori della dolce morte hanno in consegna un’agenda precisa da realizzare a beneficio della massa molle e instupidita: spaccare del tutto il guscio protettivo della famiglia, cambiare il software dell’amore filiale, paterno, materno, maritale, far sì che siano le madri a uccidere i figli più deboli e i figli le madri indebolite dalla vita
Intanto, gli instancabili promotori della dolce morte hanno in consegna un’agenda precisa da realizzare a beneficio della massa molle e instupidita. Il capolavoro in programma è quello di riuscire a spaccare del tutto il guscio protettivo della famiglia, cambiare il software dell’amore filiale, paterno, materno, maritale: far sì che siano le madri a uccidere i figli più deboli e i figli le madri indebolite dalla vita: per amore, solo per amore.
Ma la vicenda di Noa, forse, è troppo perfino per il barbaro collettivo dei social e dei talk show e lo ha inaspettatamente spiazzato. Se ne sono accorti i nocchieri della comunicazione di regime, che infatti stanno tentando di incasellare l’evento e si vede bene che hanno perso il controllo della notizia. In effetti, la morte “voluta” e aiutata (da tutti quelli che avrebbero dovuto evitarla) di una bella ragazzina bionda diciassettenne non è un buono spot per l’eutanasia prossima ventura che, su mandato dei giudici, i rappresentanti del popolo debbono propinarci al più presto. Bisogna darci dentro con le precisazioni e i distinguo per tranquillizzare la gente smarrita, rassicurare le mamme nostrane, ancora in parte riottose a trasformarsi in non-mamme sintetiche, che la figlia anoressica non ha ancora il permesso ufficiale di andare ad ammazzarsi da sola senza prima avvisarle.
Come se a qualcuno, in mezzo a questo scenario distopico, importasse davvero qualcosa delle definizioni, e la pantomima montataci attorno – se eutanasia attiva, eutanasia passiva, suicidio assistito, statale o domestico – cambiasse la sostanza delle cose. Un’etichetta vale l’altra e una legge vale l’altra: portano tutte allo stesso identico risultato. Il succo della storia è altrove: ai coetanei di Noa non interessa il nome da dare alla sua morte. Ai coetanei di Noa il messaggio arriva dritto e chiarissimo: uccidetevi per lo spleen e avrete la gloria. Postuma, ma chissenefrega, nel mondo virtuale della fiction perenne non si vede più un confine tra la vita, l’alienazione e la morte.
Ai coetanei di Noa il messaggio arriva dritto e chiarissimo: uccidetevi per lo spleen e avrete la gloria. Postuma, ma chissenefrega, nel mondo virtuale della fiction perenne non si vede più un confine tra la vita, l’alienazione e la morte
La piccola Noa si è disegnata con maestria teleguidata la propria figurina da esporre sulla ribalta mediatica. Lo stupro, l’anoressia, il best seller, la vita indegna e il suicidio dignitoso. Si è ritagliata addosso, eterodiretta da un esercito assortito e sinistro, il mito di se stessa e lo ha lanciato sul mercato globale a scopo pedagogico. Ma la regia del film di Noa, la cui proiezione stiamo subendo tutti a secco di lacrime, non è della protagonista. Il regista produrrà presto altri film dell’orrore per assuefarci all’orrore e farci arrivare fino a guardare con comprensione una madre che, come un padre che la porta all’altare, accompagna la figlia alla bara.
«È funesto ai mortali contaminarsi del sangue di consanguinei; contro gli uccisori dei propri congiunti la contaminazione risveglia e suscita, commisurate alla colpa, dolorose pene che un dio fa ricadere sulle loro case» recitava il coro delle donne di Corinto distillando nei versi la sapienza antica.
Oggi, duemilacinquecento e più anni dopo, e indietro, il tetro coro postmoderno canta una parte capovolta e accompagna con nenia ipnotica l’esecuzione capitale di una bambina indifesa dal demone di se stessa.
Elisabetta Frezza
Bioetica
Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale
Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.
Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?
La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.
Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.
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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.
In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.
Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.
Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.
Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.
Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino…
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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.
La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.
Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.
Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.
«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.
La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!
Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?
«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.
Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.
Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.
Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.
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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.
Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.
È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.
Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.
Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.
Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.
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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.
Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.
«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.
La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.
Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.
Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.
Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.
Viva San Marco. Viva.
Roberto Dal Bosco
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Eutanasia
Il Veneto si appresta a votare ancora per il suicidio assistito
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Eutanasia
Eutanasia, nonna cristiana è stata uccisa in Canada contro la volontà della famiglia: il racconto
Una nonna cristiana di 83 anni affetta da problemi cognitivi è stata sottoposta a eutanasia malgrado la sua opposizione dichiarata e contro il volere della famiglia, nell’ambito del programma canadese di eutanasia, nel mese di luglio. Lo riporta LifeSite.
Secondo il racconto scioccante della famiglia, la bisnonna aveva trascorso gli ultimi due anni in una struttura di assistenza a lungo termine in Ontario. Inizialmente aveva espresso in modo chiaro, per le sue convinzioni cristiane, di non voler ricorrere all’eutanasia. Circa cinque mesi prima della morte le era stato diagnosticato un cancro allo stomaco in stadio IV, incurabile.
Mentre la nipote titolare della procura legale, era in vacanza, l’équipe medica ha convinto l’anziana a chiedere l’eutanasia o «assistenza medica alla morte» (MAID).
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«La struttura ha ripreso le discussioni sull’eutanasia con una paziente che in precedenza aveva rifiutato», ha osservato Kelsi Sheren in un articolo su Substack. La Sheren ha elencato i modi in cui il personale della struttura ha lavorato in silenzio per organizzare la morte di Stegemann all’insaputa della famiglia.
«Il personale della struttura ha condotto gli incontri privati mentre l’avvocato era assente. Il responsabile della struttura ha compilato la domanda. Il personale della struttura ha assistito alla firma», ha scritto la Sheren.
«In ogni punto cruciale in cui la legge immagina l’indipendenza, la stessa istituzione appare come iniziatrice, facilitatrice, scriba e testimone, mentre l’unica parte realmente indipendente, un procuratore nominato dodici anni prima, è stata tenuta, per usare le parole della famiglia, all’oscuro nonostante la sua costante presenza fisica in casa.»
In un articolo pubblicato sul blog della Coalizione per la Prevenzione dell’Eutanasia, la famiglia ha raccontato un incontro inquietante del 6 luglio con il personale:
«La nostra famiglia ha partecipato all’incontro programmato sull’eutanasia assistita, con l’intenzione di discutere la procedura con il medico (…) Prima dell’arrivo del medico, un amministratore e un’infermiera della struttura sono entrati nella stanza e ci hanno informato che il medico era in ritardo».
«Durante questa conversazione, che si è svolta interamente nella stanza in sua presenza», è stato «chiesto chi avesse organizzato l’incontro sull’eutanasia. Non è stata data alcuna risposta chiara. Al contrario, la famiglia si è trovata di fronte a un muro di difensività, in particolare da parte dell’infermiera. L’infermiera ha informato la famiglia che il personale aveva incontrato privatamente GG in due occasioni durante i 10 giorni di vacanza di Brigitte per discutere dell’eutanasia.»
La nipote ha domandato «perché fossero state avviate quelle discussioni, visto che GG in precedenza aveva rifiutato l’eutanasia per motivi di fede cristiana. Chiese senza mezzi termini se queste conversazioni fossero state iniziate da GG stessa o dal personale della struttura».
«L’infermiera si è agitata fisicamente e ha assunto un atteggiamento difensivo, scuotendo la testa avanti e indietro mentre si rivolgeva direttamente» all’anziana, affermando: “La sto difendendo”.»
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Quando la donna ha insistito «per scoprire chi avesse tirato fuori l’argomento dell’eutanasia assistita, l’infermiera rispose bruscamente: “Non ho bisogno di dirvi niente”».
La nipote «ha replicato di essere stata la tutrice per oltre un decennio, di averle conferito la procura e di averla visitata regolarmente, sottolineando di non aver mai incontrato quell’infermiera in particolare durante le sue frequenti visite. Man mano che l’interazione si faceva più ostile, [la donna] ha infine affermato: “Non capisco da dove venga questo atteggiamento”».
«L’infermiera ha replicato bruscamente: “Beh, lei ha un brutto carattere”. A quel punto, la donna «ha detto all’infermiera che doveva uscire dalla stanza e tornare solo quando si fosse calmata. L’infermiera ha sbuffato e se n’è andata sbattendo la porta».
«Mentre i familiari si preparavano a discutere dell’imminente morte di nostra nonna, abbiamo trovato questo comportamento aggressivo e poco professionale da parte di un membro dello staff assolutamente inaccettabile, soprattutto perché questa discussione accesa si è svolta direttamente nella stanza, dove lei poteva vedere e sentire il disagio che le stava causando», ha scritto la famiglia.
La famiglia del’anziana ha descritto l’incontro del 7 luglio con il suo medico come una «farsa profondamente allarmante». Lo scopo dell’incontro era che il dottore stabilisse se l’anziana nonna fosse in grado di prendere una decisione consapevole riguardo all’eutanasia. Brigitte si è ripetutamente dimostrata incapace di rispondere a semplici domande sulla sua famiglia.
Nonostante chiari e innegabili indicatori di disorientamento cognitivo e le dirette obiezioni della famiglia, la valutazione è proseguita:
Il dottore «ha quindi spiegato a GG in termini specifici l’eutanasia assistita, descrivendola, per quanto ricordiamo, come la somministrazione di farmaci, una sensazione di tranquillità, l’addormentamento e la promessa esplicita che “non avrebbe perso il controllo dell’intestino”».
«Questa impostazione ha profondamente turbato la nostra famiglia. Per una persona anziana del calibro di GG, con le sue caratteristiche demografiche e le sue capacità cognitive, il termine “farmaco” era concettualmente legato esclusivamente a guarigione, cura e sollievo».
«Descrivere un’iniezione letale come una semplice somministrazione di farmaci, concentrandosi intensamente sulle sue specifiche e quotidiane paure di umiliazione fisica, ha sfruttato la sua vulnerabilità, rendendole impossibile comprendere appieno che stava acconsentendo alla cessazione attiva della propria vita».
«Prima di qualsiasi ulteriore discussione, il dottore ha chiesto a tutti i familiari di lasciare la stanza». la nipote «ha chiesto il permesso di rimanere, adducendo come motivazione il suo ruolo di sostenitrice di lunga data e di procuratrice legale». La sua richiesta è stata categoricamente respinta e la cruciale conversazione tra il dottore e l’anziana «si è svolta interamente in privato».
Quando il dottore uscì dalla stanza, si rivolse alla famiglia e dichiarò senza mezzi termini: “L’ho ritenuta capace di prendere le proprie decisioni”. Ci informò poi che GG aveva dato il suo consenso a procedere e che l’intervento era stato programmato per venerdì 10 luglio 2026».
L’8 luglio la nipote ha ricevuto una telefonata in cui le veniva comunicato che la procedura di eutanasia era stata anticipata di un giorno intero, al 9 luglio, perché il medico aveva improvvisamente un posto libero in agenda.
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Quando la donna si è presentata alla struttura e si è opposta al trasferimento, disse che «il programma di suicidio assistito veniva imposto con la forza alla famiglia, mentre le cose realmente importanti» la nonna venivano ignorate».
Quando la donna si è seduta con la nonna e le ha chiesto se fosse sicura di voler procedere con l’eutanasia, la nonna è apparsa confusa e visibilmente angosciata. L’anziana donna ha risposto alla nipote con delle domande: «Morirò venerdì? Mi uccideranno venerdì?»
Secondo quanto riferito dalla famiglia, GG «ha pianto a lungo, ripetendo più volte di aver commesso un errore. Brigitte l’ha confortata e rassicurata dicendole che, se avesse cambiato idea, avrebbe avuto il pieno diritto di comunicare all’équipe medica venerdì che non voleva procedere».
Grazie alla forte opposizione e al tempestivo intervento della famiglia, la struttura ha rinunciato a modificare la data, che è stata quindi confermata per venerdì 10 luglio alle ore 11:00.
La mattina dell’intervento programmato, la famiglia dell’eutanatizzanda l’ha portata nel patio della struttura per farle godere dell’aria fresca e di una pallina di gelato alla fragola. Tuttavia il momento è stato rovinato quando un amministratore ha insistito per interrompere la visita all’aperto al fine di inserire una flebo.
Poco dopo è arrivato e ha tentato di parlare con l’anziana, la quale non ha fornito alcuna risposta verbale.
«Alla nostra famiglia era stato rigorosamente garantito che» la nonna «sarebbe stata chiesta una conferma verbale definitiva ed esplicita il giorno dell’intervento, per accertarsi che desiderasse ancora procedere».
Quando la nonna è rimasta «completamente in silenzio e non dava alcuna risposta», la nipote «ha provato un’improvvisa ondata di sollievo e un grande sorriso le si è era dipinto sul volto, convinta che la procedura sarebbe finalmente stata interrotta poiché non era stato soddisfatto il requisito fondamentale del consenso definitivo».
«Purtroppo, siamo rimasti allarmati e inorriditi quando l’équipe medica ha completamente ignorato il suo silenzio e ha proceduto con la procedura come se nulla fosse».
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Secondo quanto riferito, il dottore ha incontrato delle difficoltà nella somministrazione dei farmaci tramite la flebo, ma alla fine l’operazione è stata portata a termine.
«Nella stanza è calato un silenzio assoluto. La nostra famiglia diede l’ultimo saluto alla matriarca che avevamo protetto, amato e per cui avevamo lottato per tanti anni».
«Quanto accaduto (…) è stato un fallimento sistemico, causato da arroganza clinica, totale mancanza di trasparenza e un palese disprezzo per le misure di sicurezza volte a proteggere i pazienti vulnerabili», ha dichiarato la sua famiglia.
«Una delle nostre maggiori preoccupazioni etiche è che (…) avesse esplicitamente rifiutato l’eutanasia, affermando che violava la sua fede cristiana. Quando una paziente vulnerabile rifiuta esplicitamente questa strada, la struttura non avrebbe mai dovuto sottoporla a una nuova valutazione a porte chiuse, mentre il suo principale tutore era assente», hanno dichiarato. «Siamo profondamente allarmati dalla totale mancanza di trasparenza e di supervisione indipendente riguardo alla procedura di richiesta».
«Gli eventi dell’ultima mattina (…) hanno lasciato un trauma indelebile nella nostra famiglia.»
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Immagine generata artificialmente
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