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«Una banda di drogati e neonazisti»

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Parlando di una banda di drogati e di neonazisti al potere a Kiev, il presidente Putin ha suscitato grande scandalo. La stampa atlantista lo presenta come un malato di mente. Ma i fatti sono innegabili: il potere in Ucraina è in mano a una banda di drogati che si è appropriata delle entrate del gas; è stata votata una legge razziale; sono stati eretti monumenti al collaboratore nazista Stepan Bandera. E due battaglioni nazisti fanno già parte dell’esercito regolare.

 

 

Oggi è impossibile decifrare la strategia militare della Russia perché non abbiamo un resoconto esatto delle operazioni sul campo.

 

Solo gli stati-maggiori russo e della NATO sono in grado di farlo. Quanto viene diffuso è, nel caso dei giornali occidentali e del governo ucraino, evidentemente falso; nel caso delle forze armate di Russia, Donetsk e Lugansk inverificabile.

 

Sicuramente per ora gli scontri si limitano al territorio ucraino, ma il conflitto riguarda Russia e Stati Uniti, soltanto accidentalmente l’Ucraina.

 

Ci aspettiamo che nei prossimi giorni la Russia alzi il tono e allarghi il conflitto a un secondo teatro operativo.

 

In attesa degli eventi spiego a cosa si riferiva il presidente Putin definendo le autorità ucraine «una banda di drogati e neonazisti», affermazione estremamente scioccante ma molto fondata.

 

Può darsi che il presidente Putin attribuisca troppa importanza a questi fatti, o forse noi Occidentali li minimizziamo.

 

 

«Una banda di drogati»

Il governo di Viktor Yanukovich (2010-2014) cercava di barcamenare l’Ucraina tra il vicino russo e l’amico statunitense. Ma siccome «Chi non è con noi è contro di noi», come disse il presidente Bush figlio, gli Occidentali lo consideravano filo-russo.

 

Yanukovich fu rovesciato dagli Stati Uniti con la «Rivoluzione della dignità» su piazza Maidan, diretta dal segretario di Stato per l’Eurasia, la straussiana Victoria Nuland.

 

Il regime transitorio cadde in mano a rivoltosi di professione. Scoperta la portata della corruzione della cricca di Yanukovich, gli straussiani decisero che avrebbero potuto mettere le mani su una montagna di denaro ancor più grande.

 

Il 3 aprile 2014 uno degli ex consiglieri del segretario di Stato USA John Kerry, il truffatore David Archer, e il suo compagno di sballo Hunter, figlio dell’allora vicepresidente Joe Biden, incontrarono in Italia, all’Ambrosetti Club sul lago di Como, il miliardario Stephen Schwartzman, direttore del fondo d’investimento Blackstone (da non confondersi con Blackrock).

 

David Archer fu inserito nel consiglio di amministrazione di Burisma Holdings, una delle principali società gasiere ucraine, il cui proprietario era sotto procedura giudiziaria dell’FBI e dell’MI5. Gli agenti statunitensi e britannici erano convinti che il proprietario di Burisma, nonché ministro delle risorse naturali del regime Yanukovich, l’oligarca Mykola Zlochevsky, avesse illegalmente concesso licenze a società gasiere e petrolifere di sua proprietà.

 

Come uomo di paglia di Burisma, Archer fu pagato 83.333 dollari al mese. Sul sito della compagnia venne messa una foto che lo ritraeva alla Casa Bianca in compagnia del vicepresidente Joe Biden.

 

Il vicepresidente Joe Biden e i consiglieri Jake Sullivan e Antony Blinken andarono a Kiev per promettere al nuovo regime l’aiuto degli Stati Uniti e organizzare elezioni credibili. Ma le oblast’ [regioni] di Donetsk e Lugansk non riconobbero il governo provvisorio, di cui facevano parte cinque ministri nazisti, e proclamarono l’indipendenza.

 

L’indomani, il 12 maggio 2014, il figlio del vicepresidente Biden, il drogato Hunter, entrò a sua volta nel consiglio di amministrazione di Burisma Holding. In seguito un terzo personaggio, Cristopher Heinz, cognato del segretario di Stato John Kerry, si aggiunse a David Archer e Hunter Biden.

 

Nel secondo semestre 2014, su istruzioni di David Archer e Hunter Biden, Burisma versò sottobanco 7 milioni di dollari al procuratore generale del nuovo regime di Petro Poroshenko per redigere falsi documenti e chiudere le azioni giudiziarie contro Burisma e il suo proprietario, l’oligarca Zlochevsky.

 

In un’intercettazione telefonica Poroshenko conferma al vicepresidente Biden che la faccenda è «sistemata». Gli Stati Uniti poterono così riciclare l’ex ministro del «filorusso» Yanukovitch. Il procuratore generale, diventato troppo esoso, fu allontanato con un voto del parlamento, istigato da Stati Uniti, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale; lo scopo era salvare l’oligarca, nonché ex-primo ministro, Yulia Timoshenko, ma spendendo meno denaro.

 

Questi fatti, diffusamente riportati dalla stampa ucraina, non sono che la punta dell’iceberg: per esempio, secondo il Wall Street Journal il segretario per l’Energia degli Stati Uniti, Rick Perry, avrebbe fatto pressione sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky per cacciare gli amministratori della società gasiera pubblica Naftogaz e sostituirli con altri, fra i quali lo straussiano Amos Hochstein.

 

A luglio 2019 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiese all’omologo ucraino Volodymyr Zelensky d’indagare su queste vicende di corruzione, senza escludere quella che riguardava il segretario statunitense per l’Energia Perry. Zelensky rifiuta. Trump si fa sempre più insistente, ma un funzionario dell’intelligence USA rivela il contenuto della conversazione e accusa il presidente Trump di strumentalizzare l’Ucraina per nuocere al proprio avversario, il candidato democratico Joe Biden. Ne seguirà una procedura di destituzione del presidente Trump, l’Ucrainagate.

 

Il meno che si possa dire è che ci sono stati tantissimi episodi di corruzione; che sono stati perpetrati a beneficio di personalità ucraine e statunitensi; che sono sparite decine di miliardi di dollari sottratti agli ucraini, il cui livello di vita è crollato.

 

Il tutto è avvenuto con la compiacenza di uomini di paglia, privi di ogni competenza sul gas, che condividono la frequentazione delle serate a base di droga di Hunter Biden. A tutto questo si riferiva, con ragione, il presidente Putin.

 

Sul versante europeo tutti hanno constatato che in un anno il prezzo al consumo del gas è decuplicato. Certamente la domanda supera l’offerta, ma questo non basta a spiegare l’esplosione dei prezzi.

 

In realtà, oggi i contratti di gas a lungo termine sono stipulati in base a prezzi di poco superiori a quelli passati, mentre i prezzi dei contratti a breve termine si sono impennati. La differenza si spiega con la speculazione.

 

E proprio Blackstone, nonché gli amici del presidente Biden sono stati i primi a speculare: evidentemente si aspettavano una crisi in uno dei Paesi produttori.

 

Si spiega così perché la stampa atlantista minimizzi l’affare Hunter Biden, in cui il padre, l’attuale presidente degli Stati Uniti, è coinvolto fino al collo. Alla fin fine l’operazione militare in corso in Ucraina provoca un ulteriore rialzo dei prezzi del gas, sempre a vantaggio degli amici del presidente USA e a danno degli europei.

 

Bisogna mettere in relazione questi fatti con quanto ho scritto nel precedente articolo di questa serie. Jake Sullivan, Antony Blinken e Victoria Nuland, i manovratori di questi intrallazzi, sono Straussiani. E, come scriveva nel 1992 il primo di loro, Paul Wolfowitz, «il principale rivale degli Stati Uniti è l’Unione Europea, cui bisogna impedire a ogni costo lo sviluppo».

 

Tutto sommato questi fatti sono affari interni ucraini e dell’Europa occidentale. Non giustificano un intervento esterno.

 

 

«Una banda di neonazisti»

Il presidente Putin ha parlato anche di una «banda di neonazisti». In questo caso non un piccolo gruppo di poche decine di persone, ma di migliaia: tra 10 e 20 mila.

 

Per capire a cosa alludeva Putin bisogna ricordarsi che alla fine della seconda guerra mondiale Stati Uniti e URSS fecero prigionieri numerosi dignitari nazisti. Entrambi i Paesi cercarono di ricavarne informazioni. I sovietici li rispedirono a casa dopo otto mesi, gli statunitensi invece ne trattennero alcuni e li riciclarono.

 

È noto che, per esempio, lo scienziato nazista che inventò le V2, Werner von Braun, diventò direttore della NASA (Operazione Paperclip). Come è altrettanto noto che il consigliere speciale del cancelliere Adolf Hitler per il Nuovo Ordine in Europa, Walter Hallstein, fu il primo presidente dell’Unione Europea.

 

E ancora, che l’alpinista Heinrich Harrer provvide su incarico della CIA all’educazione del Dalai Lama. Meno noto è invece che la CIA riciclò un po’ ovunque nel mondo anche molti SS e poliziotti della Gestapo. Per esempio, mise l’ex Gestapo Klaus Barbie a capo dei servizi della Bolivia, dove riuscì ad assassinare Che Guevara, e collocò l’SS Alois Brunner in Siria, all’epoca Paese alleato di Washington.

 

Per tutta la guerra fredda la CIA utilizzò nazisti. Il presidente Jimmy Carter incaricò l’ammiraglio Stansfield Turner di rimettere ordine nell’Agenzia, di limitare il ruolo di questi agenti e di farla finita con le dittature. La maggior parte dei nazisti furono allontanati, ma quelli che potevano essere operativi nel Patto di Varsavia continuarono a essere usati. Così il presidente Ronald Reagan esaltò le «nazioni prigioniere» dell’Europa dell’Est, creando una sequela di associazioni finalizzate alla destabilizzazione degli Stati del Patto di Varsavia, nonché dell’URSS.

 

È quindi affatto logico che nel 2007 la CIA abbia organizzato a Ternopol (Ucraina) un congresso di neonazisti europei e di jihadisti mediorientali anti-russi. Avrebbero dovuto presiederlo il nazista ucraino Dmitro Yarosh e l’emiro ceceno Doku Umarov.

 

Quest’ultimo, ricercato dall’Interpol, non poté essere fisicamente presente e mandò un messaggio video di sostegno. In seguito i neonazisti e gli jihadisti combatterono insieme per imporre l’Emirato islamico di Ichkeria, in sostituzione della Repubblica di Cecenia.

 

Nel 2013, in Polonia, la NATO addestrò al combattimento urbano uomini di Dmitro Yarosh, poi usati nell’operazione in Ucraina di cambiamento di regime, condotta da Victoria Nuland: la «Rivoluzione della dignità», o «EuroMaidan». La maggior parte dei giornalisti sul posto notò l’inquietante presenza dei neonazisti, ma le personalità occidentali che parteciparono alla «rivoluzione», come Bernard-Henri Lévy, chiusero gli occhi.

 

Nei mesi che seguirono, la presenza di cinque ministri nazisti nel governo di transizione provocò i referendum per l’indipendenza nelle oblast’ di Donetsk e Lugansk.

 

Il presidente Petro Porochenko, consigliato dagli amici di Hunter Biden, organizzò i neonazisti in unità militari, che schierò alla frontiera con le nuove Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.

 

I gruppi neonazisti erano finanziati dal padrino della mafia locale, Ihor Kolomoisky, cui il fatto di essere presidente della Comunità ebraica dell’Ucraina non impedì di selezionarne alcuni come sicari al proprio servizio. Tuttavia, quando, grazie al denaro e alle minacce, Kolomoisky tentò di assumere il controllo delle organizzazioni ebraiche europee, fu espulso.

 

Per rovesciare il presidente Poroshenko, Kolomoisky costruì di sana pianta un nuovo uomo politico, producendo una serie televisiva (Servitore del popolo), il cui protagonista era un certo Volodymyr Zelensky. Quest’ultimo, una volta eletto presidente, accettò tutti i consigli degli Straussiani, tornati nel frattempo alla Casa Bianca.

 

Il neo-presidente eresse monumenti a Stepan Bandera, capo dei collaboratori nazisti durante la seconda guerra mondiale, appoggiandone l’ideologia: la popolazione ucraina ha due origini, scandinava e proto-germanica da un lato, slava dall’altro. Solo chi appartiene alla prima è ucraino, gli altri sono russi, cioè subumani. Promulgò poi una «Legge sui popoli autoctoni» che priva gli ucraini di origine slava del godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Una legge che non è ancora stata applicata.

 

Per sette anni i gruppi neonazisti hanno massacrato a caso gli abitanti del Donbass. Francia e Germania, garanti degli accordi di Minsk, non hanno fatto nulla. Anche le Nazioni Unite hanno chiuso gli occhi. Per sette anni questi gruppi si sono allargati, passando da alcune centinaia a migliaia di soldati.

 

Su richiesta di Victoria Nuland, il presidente Zelensky ha nominato Dmitro Yarosh consigliere speciale del capo delle forze armate.

 

Quest’ultimo, evidentemente imbarazzato, si è rifiutato di commentare la strana coppia che forma con Yarosh, limitandosi ad alludere a problemi di «sicurezza nazionale». Yarosh ha riorganizzato i neonazisti in due battaglioni e in gruppi urbani. Durante il week-end della Conferenza di Monaco sulla Sicurezza ha lanciato un vasto attacco alle oblast’ separatisti, provocando la risposta russa.

 

Il 3 marzo il Battaglione nazista Aidar è stato vinto dall’esercito russo. Il presidente Zelensky ha nominato governatore di Odessa il loro capo, con l’incarico d’impedire all’esercito russo di collegare Crimea e Transnistria.

 

Sono fatti indiscutibili. Si può giudicare la risposta russa sproporzionata e inappropriata, ma non ingiustificata.

 

Bisogna altresì tener presente che la Seconda Guerra Mondiale è stata vissuta in modo diverso in Occidente e in Oriente.

 

In Europa occidentale il nazismo fu una dittatura che perseguitò le minoranze, zigani ed ebrei, imprigionate e uccise a milioni nei campi di concentramento.

 

In Europa orientale il progetto era diverso: liberare uno spazio vitale sterminando tutta la popolazione slava. Non occorrevano i campi di concentramento, bisognava uccidere tutti. Le devastazioni non sono comparabili. La Russia ha contato da sola 27 milioni di morti.

 

La Russia moderna si è costruita sul ricordo della Grande Guerra Patriottica contro il nazismo. Per i russi è inaccettabile portare croci uncinate e votare una legge razziale. Bisogna agire prima che venga applicata.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di MK via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

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L’amministrazione Trump sta valutando opzioni militari in Mali

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L’amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, Paese dell’Africa occidentale, per colpire un gruppo affiliato ad al-Qaeda noto come JNIM. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti giornalistiche citando funzionari militari.

 

Se venisse approvato, aggiungerebbe un ottavo Paese alla lista delle nazioni in cui il presidente Donald Trump ha ordinato attacchi dall’inizio del suo secondo mandato, un periodo della sua presidenza che inizialmente aveva annunciato sarebbe stato dedicato a porre fine ai conflitti globali e a riorientare le risorse americane verso i cittadini statunitensi.

 

Esiste però disaccordo tra gli alti funzionari americani sull’opportunità di procedere con l’attacco al gruppo militante. Un deciso sostenitore dell’uso della forza è Sebastian Gorka, direttore senior per la lotta al terrorismo del Consiglio di sicurezza nazionale, secondo quanto affermato da funzionari attuali ed ex funzionari, che, come altri, hanno parlato a condizione di anonimato per discutere di pianificazione militare.

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Il gruppo militante, il cui nome completo è Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ha consolidato la propria presenza in Mali e ha intensificato gli attacchi nelle nazioni costiere dell’Africa occidentale, affermandosi come il gruppo militante meglio armato della regione e tra i più potenti a livello mondiale.

 

Interpellato in merito dal giornale della capitale statunitense, un funzionario dell’amministrazione non ha voluto rivelare se il presidente intendesse procedere con attacchi militari, ma ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno esortato i governi del Nord e dell’Africa occidentale «ad acquistare attrezzature e servizi statunitensi per sostenere i loro sforzi bellici contro i terroristi».

 

Il funzionario ha affermato che il terrorismo nel Sahel, la vasta regione semi-arida a sud del Sahara, è un «problema multinazionale».

 

«Esortiamo i partner regionali e gli alleati della NATO a sostenere l’Alleanza degli Stati del Sahel nella sua guerra contro il JNIM e l’ISIS», ha aggiunto il funzionario, riferendosi anche allo Stato Islamico, che ha acquisito importanza in Medio Oriente prima di stabilire filiali in tutta l’Africa.

 

L’Alleanza degli Stati del Sahel è composta da Mali, Burkina Faso e Niger, tutte nazioni dell’Africa occidentale in cui, negli ultimi anni, i leader militari hanno rovesciato governi democraticamente eletti con colpi di Stato, interrotto in gran parte i rapporti con l’Occidente e si sono rivolti alla Russia per ottenere aiuto in materia di sicurezza.

 

Il funzionario dell’amministrazione ha però attribuito la colpa non a quei governi, bensì ai loro partner russi, affermando che Mosca «si è dimostrata un partner inefficace per la sicurezza del Mali».

 

«Ci auguriamo che le altre nazioni africane prendano atto della pessima performance della Russia nella lotta al terrorismo», ha dichiarato il funzionario.

 

Le valutazioni dell’amministrazione Trump su possibili interventi militari nel Paese non erano state precedentemente riportate.

 

Il Mali, nazione senza sbocco sul mare con quasi 25 milioni di abitanti, è stato negli ultimi anni segnato dalla violenza perpetrata da gruppi militanti islamisti, ma anche dalla stessa giunta militare maliana e dai mercenari russi assoldati per riportare la situazione sotto controllo.

 

I gruppi militanti, in particolare il JNIM, sono divenuti sempre più potenti, trasformando il Mali e i Paesi limitrofi del Sahel nel centro mondiale del terrorismo.

 

L’anno scorso, i militanti affiliati ad al-Qaeda hanno imposto un blocco dei carburanti che ha paralizzato gran parte del Paese. Questa primavera hanno lanciato attacchi coordinati su tutto il territorio nazionale, che hanno compreso la perlustrazione delle strade di Bamako, la capitale; la conquista di una città strategica nel nord del Paese, sottraendola all’esercito maliano e ai russi; e l’uccisione del ministro della Difesa in un attentato suicida.

 

Nel frattempo, l’ISIS Sahel, affiliato allo Stato Islamico e rivale del JNIM, ha consolidato il proprio potere vicino al confine tra Mali e Niger, dove l’anno scorso i suoi militanti hanno rapito il missionario americano Kevin Rideout, che si ritiene sia attualmente detenuto in Mali.

 

Per contrastare la violenza, la giunta militare maliana ha assoldato mercenari russi, inizialmente del Gruppo Wagner e ora di Africa Corps, quest’ultima più strettamente legata al Ministero della Difesa russo. Secondo organizzazioni per i diritti umani e precedenti articoli del Washington Post, i russi sono stati accusati di una serie di atrocità.

 

Lo scorso anno, nell’ambito di un’iniziativa dell’amministrazione Trump per riavvicinarsi al Mali, gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di Intelligence con il governo maliano, secondo quanto dichiarato all’epoca da funzionari americani, sia in carica che in pensione. Queste informazioni sono state utilizzate negli attacchi dell’esercito maliano, che era stato in gran parte emarginato dall’amministrazione Biden per il suo rifiuto di fissare una tempistica per il ritorno alle elezioni democratiche e per la sua collaborazione con la Russia.

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Finora tale cooperazione è rimasta limitata, ben lontana dalla portata della partnership di sicurezza tra Stati Uniti e Nigeria, intensificatasi lo scorso anno e che ha incluso attacchi aerei statunitensi e una missione di terra che ha ucciso uno dei massimi leader dello Stato Islamico in Africa.

 

Qualsiasi coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Mali comporta il rischio di ostilità con le forze russe nella regione. Potrebbe inoltre richiedere sforzi di de-escalation tra Washington e Mosca simili a quelli attuati in Siria durante la guerra civile in quel Paese.

 

Alla domanda se il Segretario di Stato Marco Rubio appoggiasse un intervento militare in Mali, il Dipartimento di Stato ha eluso la questione, affermando che gli Stati Uniti «condannano inequivocabilmente l’attività terroristica in Mali».

 

Un intervento militare statunitense contro il JNIM aggiungerebbe il Mali alla lista dei Paesi contro cui Trump ha ordinato attacchi: Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela. L’amministrazione ha inoltre condotto una controversa campagna militare contro presunti narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico orientale, che ha provocato decine di morti.

 

La Francia ha avviato il suo intervento militare nel Sahel nel 2013 su richiesta dell’allora governo del Mali. Le forze francesi hanno represso l’insurrezione in Mali e ristabilito un certo grado di ordine. A questa missione iniziale ne è seguita una seconda, l’Operazione Barkhane, che ha eliminato importanti leader militanti ma non è riuscita a fermare la diffusione di vari gruppi armati.

 

La rabbia nei confronti della Francia, alimentata dagli errori neocoloniali e dalla disinformazione russa, è cresciuta nel corso degli anni, contribuendo a innescare i colpi di Stato in Mali nel 2020 e nel 2021 e nei vicini Burkina Faso e Niger. Il presidente Emmanuel Macron ha poi ritirato le forze francesi.

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Gorka ha da tempo fatto delle aggressive politiche antiterrorismo un pilastro della sua ideologia. Tuttavia, il suo impatto sulle politiche dall’inizio del secondo mandato di Trump è stato modesto, ha dichiarato un funzionario statunitense, una fonte di sollievo per i suoi critici, che contestano il suo approccio intransigente, e una delusione per i suoi sostenitori.

 

In primavera, il Gorka ha avviato colloqui per diventare il prossimo direttore del Centro nazionale antiterrorismo di Trump, in seguito alle dimissioni di Joe Kent, che aveva lasciato l’amministrazione amareggiato dalla decisione del presidente di iniziare la guerra in Iran. Tali colloqui, però, non si sono concretizzati in una nomina ufficiale del Gorka.

 

Funzionari statunitensi, sia in carica che in pensione, hanno affermato che il Gorka era stato profondamente coinvolto nei colloqui per il rimpatrio del missionario catturato, Rideout. Uno degli obiettivi principali dell’amministrazione lo scorso anno era ottenere i diritti di sorvolo in Mali, ha dichiarato un ex funzionario, in modo che i funzionari statunitensi potessero far volare aerei e altre tecnologie di sorveglianza nei cieli maliani per monitorare meglio i suoi spostamenti.

 

Il desiderio di ottenere i diritti di sorvolo è stato alla base della decisione dell’amministrazione di revocare le sanzioni contro i membri chiave della giunta, tra cui il ministro della Difesa Sadio Camara, che era un sostenitore chiave dell’intervento russo in Mali ed è stato ucciso nell’attacco del JNIM il 25 aprile.

 

Secondo quanto affermano funzionari attuali ed ex, il Gorka era anche coinvolto in un’operazione per uccidere Abu Ubaydah Yusuf al-Anabi, un leader di una filiale di al-Qaeda con base in Algeria, la cui influenza è diminuita negli ultimi anni. Sebbene la scorsa estate i funzionari americani sperassero che l’intelligence statunitense fosse stata utilizzata in un attacco in Mali per eliminare al-Anabi, la sua morte non è mai stata confermata.

 

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La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina: parla il professor Mearsheimer

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La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina, e nessuna quantità di armamenti occidentali – compresi i sistemi di difesa aerea Patriot richiesti da Kiev – potrà cambiare questa realtà, ha affermato lo studioso di relazioni internazionali John Mearsheimer.   L’Ucraina è «altamente vulnerabile» agli attacchi russi, che potrebbero paralizzare la sua economia e trasformarla in uno stato «disfunzionale», ha dichiarato giovedì il professore dell’Università di Chicago al podcast «Deep Dive» di Daniel Davis.   Nel corso del conflitto, giunto ormai al quinto anno, Kiev ha fatto molto affidamento sugli aiuti militari occidentali. Vladimir Zelensky ha ripetutamente sollecitato gli alleati a fornire più armamenti, in particolare i sistemi Patriot, attribuendo i ritardi nelle consegne alle battute d’arresto subite dall’Ucraina sul campo di battaglia.

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Secondo Mearsheimer, la convinzione che un maggior numero di Patriot o di altre armi occidentali possa invertire il corso del conflitto è un’illusione.   «I russi sono praticamente liberi di attaccare qualsiasi obiettivo in Ucraina e non devono preoccuparsi minimamente che un missile Patriot o qualsiasi altro tipo di missile possa abbattere i missili o i droni in arrivo», ha affermato.   Considerato il «notevole vantaggio in termini di potenza aerea» della Russia e la carenza di manodopera che affligge l’Ucraina, «i russi vinceranno questa guerra» e «l’Ucraina emergerà come uno stato residuo disfunzionale», ha sostenuto. Mearsheimer ha indicato i recenti attacchi russi contro il porto ucraino di Odessa come prova della strategia di Mosca. «A mio parere, i russi hanno di fatto tagliato fuori Odessa come porto di uscita per l’Ucraina», ha affermato.   All’inizio di questa settimana, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito depositi di carburante e infrastrutture portuali a Odessa, Nikolaev, Izmail e Chernomorsk, utilizzate per ricevere e immagazzinare materiale militare, affermando che quasi 30 navi al servizio dell’esercito ucraino sono state colpite.   Giovedì, l’emittente ucraina Strana ha riferito che il traffico marittimo si era di fatto bloccato, con nessuna nave entrata nei porti ucraini del Mar Nero il giorno precedente. Secondo Strana, gli attacchi russi sarebbero stati una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro i porti russi sul Mar Nero.   Gli attacchi hanno reso le spedizioni verso l’Ucraina sempre più rischiose, ha aggiunto Strana, sottolineando che il colosso delle spedizioni Maersk ha recentemente sospeso le operazioni nel porto di Chernomorsk.

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Mearsheimer sostenne inoltre che il conflitto tra Stati Uniti e Iran avrebbe ulteriormente ridotto il sostegno militare e finanziario europeo a Kiev.   «Credo che gli eventi in Iran e l’andamento della guerra tra Ucraina e Russia stiano creando una situazione in cui il futuro dell’Ucraina appare estremamente fosco», ha affermato il politologo chicagoano.   Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva sostenuto in un’intervista che i governi occidentali continuano a perseguire politiche mirate a indebolire la Russia fino a privarla definitivamente del suo status di grande potenza.   Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva preconizzato ancora nel 2015 lo sfascio dell’Ucraina, accusando, già all’ora, l’Occidente di portare Kiev verso la sua distruzione invece che verso un’era florida che sarebbe seguita alla neutralità dichiarata dagli ucraini.   Il politologo appartiene alla schiera delle grandi figure politiche americane che hanno rifiutato la NATO, talvolta prima ancora che nascesse. Uno è George Frost Kennan (1904-2005), ex ambasciatore USA in URSS, lucido, geniale mente capofila della scuola «realista» delle Relazioni Estere (quella oggi portata avanti accademicamente proprio da Mearsheimer) e funzionario di governo considerato «il padre della guerra fredda».   Mearsheimer è noto altresì per il controverso libro La Israel lobby e la politica estera americana, tradotto in Italia da Mondadori. Il libro contiene una disamina dell’influenza di Tel Aviv sulla politica americana, e identifica vari gruppi di pressione tra cui i Cristiani sionisti e soprattutto i neocon.   Il cattedratico statunitense ha anche recentemente toccato la questione israeliana dichiarando che le intenzioni dello Stato Ebraico sarebbero quelle di allargare il più possibile il conflitto nell’area di modo da poter svuotare i territori dai palestinesi: «più grande è la guerra, maggiore è la possibilità di pulizia etnica».  

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Sauditi e alleati bombardano il porto Houthi

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Sabato la coalizione a guida saudita ha colpito obiettivi nel porto yemenita di Hodeidah, controllato dagli Houthi, in seguito agli attacchi contro navi saudite nel Mar Rosso.

 

Gli Houthi, un gruppo sciita sostenuto dall’Iran che controlla ampie zone dello Yemen, dilaniato dalla guerra civile, hanno annunciato la scorsa settimana un blocco navale dell’Arabia Saudita in risposta a quello che hanno definito l’ingiusto «assedio» del Paese.

 

Il portavoce della coalizione, il maggiore generale Turki Al-Maliki, ha dichiarato in un comunicato che gli attacchi hanno preso di mira siti militari utilizzati per «minacciare navi mercantili».

 

Secondo l’emittente televisiva Al Masirah, allineata con gli Houthi, alcune infrastrutture di telecomunicazione sono state colpite. L’emittente ha aggiunto che una donna è rimasta ferita in un attacco sull’isola di Kamaran, al largo della costa yemenita del Mar Rosso.

 

Secondo l’agenzia turca Anadolu, l’ala politica del gruppo ha condannato gli attacchi e ha promesso di rispondere a «un’escalation con un’escalation».

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Poco dopo l’attacco a Hodeidah, la città industriale saudita di Jazan sarebbe stata colpita da un apparente attacco di rappresaglia degli Houthi. Secondo le notizie, un vasto incendio sarebbe scoppiato in un impianto gestito dalla compagnia petrolifera statale del regno, la celebre Saudi ARAMCO.

 

Gli Houthi hanno affermato di aver preso di mira due petroliere di proprietà saudita questa settimana. Riyad ha ammesso che la Encelia ha preso fuoco e in seguito ha dichiarato che un’altra nave saudita, la NCC MASA, ha subito danni lievi allo scafo in un attacco separato avvenuto venerdì.

 

Nel 2014 gli Houthi hanno conquistato Sana’a, la capitale dello Yemen. Un anno dopo, l’Arabia Saudita ha guidato un intervento a sostegno del governo riconosciuto a livello internazionale. La campagna di bombardamenti non è riuscita a sottomettere gli Houthi, ma ha aggravato la già drammatica crisi umanitaria dello Yemen.

 

Dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023, gli Houthi iniziarono a lanciare missili e droni contro Israele e ad attaccare navi in quello che definirono un atto di solidarietà con i palestinesi. Gli attacchi cessarono dopo che gli Houthi raggiunsero un accordo con gli Stati Uniti nel maggio 2025.

 

Giovedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso di infliggere «pesanti punizioni militari» agli Houthi, descrivendo il gruppo come «un’organizzazione per procura dell’Iran». Gli Stati Uniti hanno bombardato lo Yemen insieme alla Gran Bretagna e a Israele nel 2025.

 

Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa aerei sauditi avevano bombardato l’aeroporto di Sana’a per non fare atterrare un aereo passeggeri iraniano. Gli attacchi avevano il supporto della Casa Bianca.

 

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